La nostra esposizione mediatica attraverso i social network non è frutto del nostro narcisismo crescente, ma ha a che fare con le caratteristiche dei media che utilizziamo. Insomma, siamo sempre stati narcisi, anche secoli fa, ma oggi le differenze col passato stanno nella commercializzazione dei nostri ricordi.


In copertina: dipinti del pittore Zhang Xiaogang


(Questo testo è la traduzione italiana di un articolo precedentemente uscito su Aeon)

di Lee Humphreys

Il narcisismo viene definito come un eccessivo amore per se stessi o come egocentrismo. Nella mitologia greca, Narciso si innamorò quando vide il proprio riflesso nell’acqua: lo osservò così a lungo che alla fine cadde nel fiume e morì. Oggi, la quintessenza di questa metafora non è qualcuno che fissa il proprio riflesso, ma il suo telefono cellulare. Da quando ci mettiamo in posa per un filtro Snapchat a quando controlliamo i nostri like su Instagram, il cellulare è un vortice fatto di social media, che ci risucchia e alimenta le nostre tendenze narcisistiche. O almeno così sembrerebbe.

Eppure le persone hanno usato a lungo i media per vedere il proprio riflesso. Molto prima che ci fossero i telefoni cellulari, e persino prima che esistesse la fotografia, i diari erano un modo per capire se stessi e il mondo che si abita. Nel diciottesimo e diciannovesimo secolo, all’apice della popolarità dei diari, molti rappresentanti della classe media del New England, in particolare le donne bianche, annotavano con cura la propria vita quotidiana. Questi diari non erano un posto dove riversare i propri pensieri e desideri più intimi, ma piuttosto un luogo in cui raccontare il mondo sociale dell’epoca – cosa succede a casa, cosa si è fatto oggi, chi è venuto a trovarci, chi è nato o chi è morto. I diari narravano la routine quotidiana della vita di metà Ottocento, e le diariste si concentravano non tanto su loro stesse, ma sulle loro famiglie e, più in generale, sulla propria comunità.

I diari oggi sono per la maggior parte privati. Questi diari del New England, al contrario, erano spesso condivisi. Le giovani donne sposate mandavano i loro diari a casa dai genitori per mantenere i rapporti di parentela. Quando la famiglia o le amiche venivano a trovarle, non era raro sedersi e leggere insieme il diario. Alla fine del diciannovesimo secolo, spesso i genitori vittoriani leggevano ad alta voce i diari dei loro figli a fine giornata. Non si trattava di diari chiusi con dei lucchetti, nati solo per gli occhi del diarista, ma di un mezzo per condividere le proprie esperienze con gli altri.

I diari non sono stati gli unici mezzi di comunicazione utilizzati per documentare la vita e condividerla con gli altri. Scrapbook, album fotografici, libri per bambini e persino presentazioni di diapositive sono vari modi in cui in passato abbiamo svolto un ruolo analogo, per vari tipi di pubblico. Questo suggerisce che la storia dei media come mezzo per creare e lasciare tracce della nostra vita sia piuttosto antica. Lo facciamo per capire noi stessi, per osservare delle tendenze comportamentali che altrimenti non riusciremmo a vedere. Lasciamo delle tracce in parte per costruire la nostra identità e in parte per serbarne la memoria. La condivisione di eventi mondani e quotidiani può rafforzare la connessione sociale e l’intimità. Ad esempio: scattate una foto del primo compleanno di vostro figlio. Non è solo una pietra miliare nello sviluppo; la foto rafforza anche l’identità del nucleo familiare. L’atto di scattare la foto e di condividerla con orgoglio riafferma ulteriormente l’essere un genitore buono e attento. In altre parole, le tracce mediatiche degli altri sono presenti nella nostra identità.

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Confrontando le vecchie con le nuove tecnologie, possiamo identificare ciò che è realmente diverso nell’ambiente contemporaneo rispetto al passato. Basati su un modello di media nato nel ventesimo secolo, le piattaforme di social media contemporanee sono, in linea di massima, gratuite, a differenza dei diari, degli scrapbook e degli album fotografici, che dovevano invece essere acquistati. Oggi la pubblicità sovvenziona l’uso delle piattaforme online. Per questo motivo, tali piattaforme sono incentivate a incoraggiare l’utilizzo, per costruire un pubblico più ampio e per indirizzarlo meglio. Le nostre immagini, i nostri post e i nostri like sono mercificati, cioè utilizzati per creare valore attraverso una pubblicità sempre più mirata.

Non voglio suggerire che in passato l’uso dei media per creare tracce di noi stessi accadesse al di fuori del sistema commerciale. Abbiamo usato a lungo dei prodotti commerciali per documentare le nostre vite e condividerle con gli altri e a volte anche il contenuto era commercializzato. All’inizio del diciannovesimo secolo gli scrapbook erano pieni di materiale commerciale che le persone usavano per documentare la loro vita e il mondo che li circondava. È facile pensare che una volta acquistato un giornale o un album, lo si possieda. Ma i casi in cui i diari erano spediti avanti e indietro tra varie persone, o quelli dei genitori vittoriani che leggono ad alta voce i diari dei figli, complicano la nozione di proprietà individuale.

Anche l’accesso commerciale alle nostre tracce mediatiche è storicamente complesso. Ad esempio, le persone acquistavano le macchine fotografiche e le pellicole da Kodak, per poi rispedire le pellicole alla Kodak perché fossero sviluppate. In questi casi, la Kodak aveva accesso a tutte le tracce e i ricordi dei suoi clienti, ma l’azienda non commercializzava queste tracce come fanno le piattaforme di social media. La Kodak ha venduto ai clienti la sua tecnologia e il suo servizio. L’azienda non ha regalato i propri servizi in cambio dell’estrazione delle tracce dei clienti, per vendere loro degli annunci pubblicitari mirati, così come accade oggi con le piattaforme dei social media.

Al posto di social media il cui scopo è generare legami sociali, abbiamo il culto delle notifiche, che cercano continuamente di coinvolgerci con la promessa della connettività sociale – è il compleanno di qualcuno, hai un ricordo di Facebook, a qualcuno è piaciuta la tua foto. Non sostengo che tale connettività sociale non sia significativa o reale, ma credo che sia ingiusto presumere che le persone siano sempre più narcisistiche per via dell’utilizzo di queste piattaforme. C’è un’industria multimiliardaria che attira i nostri sguardi verso gli smartphone che teniamo in tasca, basandosi su un bisogno di comunicazione di lunga data. Condividiamo le nostre esperienze quotidiane perché ci aiuta a sentirci connessi con gli altri, come abbiamo sempre fatto. Il bisogno di essere presenti sui social media è molto più complesso del semplice narcisismo. I social media di ogni tipo non solo permettono alle persone di vedere il proprio riflesso, ma anche di sentire le loro connessioni.


Lee Humphreys è professore associato di comunicazione alla Cornell University, nello stato di New York. È autrice di The Qualified Self: Social Media and the Accounting of Everyday Life (2018).