Esiste un solo argomento contro il diritto all’autodistruzione, e questo argomento non è morale e giuridico, bensì religioso.


In copertina: Immagine dalla performance Rhythm 0, di Marina Abramović

(Questo testo è tratto da “La mente fragile” di Arnaldo Benini. Ringraziamo Raffaello Cortina Editore per la gentile concessione)

di Arnaldo Benini

La volontà, espressa a mente intatta, di non voler vivere nella demenza grave e nello stato vegetativo permanente rientra nella valutazione etica e giuridica del suicidio. Nella riflessione più profonda mai scritta sul suicidio, David Hume afferma di credere “che nessun uomo abbia mai fatto getto della vita, finché valeva la pena di conservarla. Perché è tale il nostro orrore naturale per la morte, che motivi troppo lievi non potranno mai riconciliarci con essa; e se anche le condizioni di salute o fortuna di un uomo non sembrano richiedere tale rimedio, possiamo essere certi che chi vi abbia fatto ricorso senza ragioni apparenti era affetto da un’incurabile depravazione o tristezza di carattere, che gli avvelenava ogni gioia e lo rendeva infelice come se avesse subito le più gravi disgrazie. […] Il suicidio non è proibito dalle leggi di natura”. Il suicidio è un diritto. Se chi l’ha tentato è sopravvissuto, non è perseguito, e, se necessario, è curato negli ospedali a spese della collettività. Il filosofo Karl Löwith, in uno studio storico-critico del 1962 sul suicidio, scrive che esiste un solo argomento contro il diritto all’autodistruzione, e questo argomento non è morale e giuridico, bensì religioso. Per la religione cristiana, l’uomo è creatura di Dio e il rifiuto della vita è il massimo dell’offesa alla divinità. Il teologo cattolico svizzero Hans Küng (al quale papa Giovanni Paolo II, nel 1979, ritirò la licenza di insegnare Teologia a Tubinga) sostiene da anni che il dovere del medico di alleviare la sofferenza deve prevalere sull’impegno a mantenere in vita chi non l’accetta più. Nel libro Glücklich sterben? (Morire felici?), Küng, contrariamente a Löwith, sostiene che nessun principio religioso e nessun sentire religioso è contrario al suicidio. Riprendendo un argomento già toccato da Hume, sottolinea che, fino alla radicale presa di posizione contraria di Agostino, “influenzato dalla visione pessimistica della vita”, nelle Scritture non c’è testo che condanni il suicidio. Ogni individuo, ribadisce Küng, è responsabile davanti a Dio e all’umanità, e ha il diritto di decidere della propria vita e della propria morte. La facoltà di decidere è teologicamente fondata ed eticamente valida. Küng rende il credente partecipe della dimensione religiosa della morte. Se la scelta della morte volontaria avviene nella fiducia in Dio, il credente non deve avere il senso di cadere nel nulla. Sarà una morte felice – egli dice – perché avviene nelle mani di Dio e libera da una condizione atroce e senza rimedio.

Per le persone con deterioramento cognitivo grave che, ancora in condizioni mentali normali, avevano scritto di voler morire piuttosto che precipitare nell’abisso della demenza, si pone lo stesso problema dei pazienti in stato vegetativo permanente, dei quali si sa dalle testimonianze scritte che non avrebbero voluto vegetare senza coscienza.

[…]

La persona con demenza moderata-avanzata, ancora in grado di convivere in famiglia o in un hospice, consapevole della diagnosi e di ciò che l’aspetta, sceglie sempre più spesso il suicidio assistito immediato per timore di non essere più in grado di prendere decisioni e di metterlo in atto in uno stadio avanzato del male, al quale non vuole arrivare. L’eutanasia attiva gli allungherebbe la vita.

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La storia della famiglia Jens è un esempio di un atroce destino. Il 3 agosto 2006, il noto germanista, scrittore, giornalista ed esponente politico tedesco Walter Jens all’età di 83 anni sottoscrive con la moglie Inge (di tre anni più giovane) il testamento, nel quale i coniugi dispongono che nel caso sopravvenga una “confusione mentale così avanzata da non sapere più chi siamo, dove siamo, da non riconoscere più familiari e amici […], si richiede espressamente che vengano interrotti tutti i provvedimenti medici che pospongono la morte […] e si prega che non si compia nulla che ostacoli il corso della natura verso la morte”. Il figlio Tilman ricorda che, all’età di 78 anni, il padre, ancora nel pieno delle capacità mentali, citava spesso il medico Max Schur, che aveva sottratto Sigmund Freud alle sofferenze del tumore maligno alla gola con una dose mortale di morfina, augurandosi di avere accanto a sé, nel caso si fosse trovato in una situazione senza speranza, un Max Schur che “[…] per amore del paziente, ne esegua la sua volontà.” Nel 2008, Walter Jens venne a trovarsi nella condizione anticipata nel suo testamento. La diagnosi era demenza. Uno dei primi segni era che teneva a lungo davanti a sé un libro della sua immensa biblioteca, assorto come se lo stesse studiando, anche se il libro era capovolto. Non era più in grado di parlare, non riconosceva i propri familiari, era incontinente. Le sue condizioni fisiche erano soddisfacenti, poteva muoversi e non aveva dolori. Visse ancora cinque anni, in un mondo in cui non avrebbe voluto essere. Anche se, spesso, sembrava implorare di aiutarlo a morire, la moglie sapeva di non poterlo fare e di non poterlo far fare ad altri. Si augurava che un mattino non si svegliasse, che morisse senza rendersene conto.

Chi è contrario alla libertà di decidere di se stessi è mosso da un rigore dottrinale in forza del quale la sofferenza – non solo sua, ma quella di tutti – è secondaria all’osservanza della propria concezione della vita, ma non necessariamente di quella di chi soffre. Il cardinale Carlo Maria Martini ha scritto che il male, nel mondo, è tanto grande da indurlo ad avere comprensione per chi non riesce a credere in Dio. Il medico impegnato in queste situazioni, spesso molto pesanti, non è il rappresentante di una visione della vita e del modo di affrontare l’approssimarsi della fine. La scelta non spetta a lui. Spetta alla persona coinvolta, che ha testimoniato la sua volontà, e ai suoi familiari, ai quali il medico deve chiarire la prognosi della malattia o della lesione. Si tratta di spiegare, con tutta la delicatezza possibile, che la scelta ragionevole, per il bene della persona in condizioni terminali, è l’eutanasia passiva, cioè la sospensione di cure e alimentazione, senza la quale – lo si deve pur dire – una medicina ragionevole non è possibile. “Dopo aver assistito migliaia di malati terminali, e parlato con i loro familiari, una certezza emerge”, scrive Gian Domenico Borrasio, medico con vasta esperienza nelle cure palliative, consulente della Conferenza episcopale tedesca, “che non è compito dei medici imporre le proprie convinzioni etiche o religiose a chi si affida alle loro cure.” La pietas è l’etica del rispetto della volontà del malato.


Arnaldo Benini è professore emerito di Neurochirurgia e neurologia presso l’Università di Zurigo. Collabora alle pagine di scienza e filosofia del Domenicale del Sole 24 Ore. In questa collana ha pubblicato Neurobiologia del tempo (2017).