Le idee di John Mill insegnano che l’utilitarismo svuota la vita di significato e che serve imparare dalla sofferenza e dal suo mistero.


In copertina: John Stuart Mill ritratto da George Frederick Watts.

(Questo testo è la traduzione italiana di un articolo precedentemente uscito su Aeon)

di Scott Samuelson

Nel 1826, all’età di 20 anni, John Stuart Mill cade in una depressione con tendenze suicide, una situazione dal sapore tristemente ironico, se si considera che la sua educazione fu governata dall’obiettivo di massimizzazione della felicità. Il modo in cui questo pensatore è fuggito da questa sua disperazione nata da una filosofia iper-razionale ci insegna un’importante lezione sulla sofferenza.

Ispirato dagli ideali di Jeremy Bentham, James Mill, il padre di John, impartisce al figlio un’educazione rigorosa, interamente subordinata all’obiettivo utilitaristico di realizzare il bene più grande per il maggior numero di persone. La musica giocò solo una piccola parte nel programma, nella misura in cui era sufficientemente matematica – giusto un po’ di “Mozart per lo sviluppo del cervello”. Tutte le discipline giudicate inutili al conseguimento di miglioramenti materiali gli furono invece precluse. Successe addirittura che quando all’età di 15 anni J. S. Mill si iscrisse a Cambridge, conosceva così bene materie come legge, storia, filosofia, economia, scienze e matematica che venne respinto perché i professori non sapevano cos’altro insegnargli.

In quel periodo il giovane Mill continuò a impegnarsi per la riforma sociale, ma il suo cuore era altrove. Sentiva che era diventato una macchina utilitarista abitata da un fantasma suicida. Con le sue capacità di calcolo, il disperato filosofo indicò con precisione il problema:

Mi sono posto questa domanda: “Supponiamo che tutti i tuoi obiettivi si avverino; che tutti i cambiamenti che desideri nelle istituzioni e nella società possano essere realizzati in questo istante: per te questa sarebbe una grande gioia e felicità?” E un’irreprensibile autocoscienza mi ha risposto: “No!”. Così il mio cuore è affondato assieme a me e le fondamenta su cui era costruita la mia vita sono crollate.

Per gran parte della storia, abbiamo pensato alla sofferenza come a un mistero, e l’abbiamo affrontata collocandola in un complesso quadro simbolico, dove la vita spesso è concepita come un banco di prova. Nel XVIII secolo, il mistero della sofferenza diventa il “problema del male”, in cui il dolore e la miseria per i riformatori utilitaristi si trasformano in nette confutazioni della bontà di Dio. Come dice Mill a proposito di suo padre: “Egli trovava impossibile credere che un mondo così pieno di malignità fosse opera di un Autore che combinasse una potenza infinita con una bontà e una rettitudine perfette”.

Per un utilitarista, l’idea di adorare il creatore della sofferenza non solo è assurda, ma immorale. Essa indirizza le nostre energie verso l’accettazione di ciò a cui dobbiamo porre rimedio. Venerare l’ordine naturale potrebbe trasformarci in mostri morali. Mill disse: “In verità, quasi tutti gli atti per cui gli uomini vengono impiccati o imprigionati, accadono ogni giorno in natura”.

Ciò che Mill chiama la “Religione dell’Umanità” consiste nel mettere da parte la vecchia concezione di Dio e assumersi la responsabilità di ciò che accade nel mondo. Dobbiamo diventare il buon demiurgo che Dio non è mai stato.

Non è stato facile ridisegnare il mondo. Mill sostiene che il nostro potere di infliggere il male è insignificante in confronto a quello della natura: “L’anarchia e il regno del terrore sono superati dall’ingiustizia, dalla rovina e dalla morte, da un uragano e da una pestilenza”. Ma crederlo ancora dopo il ventesimo secolo è difficile. Che cos’è il terremoto di Lisbona del 1755 rispetto ad Auschwitz? Che cosa un’epidemia di influenza rispetto all’atomica sganciata su Hiroshima? I potenziali risultati disastrosi del riscaldamento globale o della guerra nucleare dimostrano che l’apocalisse non è soltanto una prerogativa di Dio.

Ma il problema non si limita alle catastrofi della Religione dell’Umanità. Anche quando le cose migliorano materialmente grazie al nostro impegno nei principi utilitaristici, spesso l’aumento di felicità non è significativo. L’incontenibile “No” di Mill vive con forza in quelli che io chiamo “exiteers”, un numero crescente di persone che, nonostante le differenze ideologiche, condividono il desiderio di uscire dal sistema, a volte di colpo. Lo stesso irrefrenabile “No” ossessiona anche le vite  più tranquille, sotto forma di ansie messe a tacere da un flusso costante di sostanze e distrazioni. Quando ci leggiamo in termini di utilità, come ha osservato Jean-Paul Sartre molto prima di Facebook e Twitter: “L’inferno sono gli altri”.

Il problema del nostro tentativo di giocare a essere Dio è che ci divide in meccanici e macchine, venditori e consumatori, biotecnologi e pazienti, animatori e pubblico, dirigenti e sottoposti, élite ed emarginati, dèi e bestie, quando dovremmo essere lavoratori, infermieri, artisti, insegnanti, studenti e cittadini – ruoli che implicano una apertura al rischio e alla vulnerabilità.

L’approccio utilitaristico al problema del male funziona a metà. In ultima analisi, la sofferenza oltrepassa i nostri obiettivi e convinzioni. Affermare il contrario è futile. Ma è sbagliato pensare che il problema del male spazzi via Dio o la bontà della natura. Quando rifiutiamo di accettare la sofferenza, soffriamo di più. C’è un immenso mistero al centro dell’essere umano: il paradosso di opporsi e di accettare la sofferenza. L’autentico problema del male consiste nell’abbandonare entrambi i lati del paradosso.

Le cose migliori della vita ci portano sempre più addentro nel mistero. Pensate all’arte, che ci riempie di gioia evocando le nostre tragedie. O all’umorismo, che registrando le nostre umiliazioni ci fa esplodere in fragorose risate. Pensate al perdono, che ci permette di giudicare ed essere giudicati senza distruggere i nostri rapporti. Alla libertà, che esponendoci all’errore dà peso alla nostra vita. Anche se questi misteri non precludono la fede nel progresso, non subordinano ad esso tutte le nostre energie. Spesso sono inutili per il miglioramento materiale, ma la loro inutilità è estremamente utile per vivere una vita significativa.

Ecco un altro aspetto ironico: ciò che ha fatto uscire Mill dalla depressione indotta dall’utilitarismo è stata la sofferenza. Leggendo il resoconto di un padre che perde il figlio, Mill comincia a piangere, e il fatto stesso di piangere lo riempie di felicità: “Non ero senza speranza: non ero un pacco o una pietra”.

Successivamente, Mill esplora la poesia romantica, che nutre l’ecosistema della sua interiorità. Aggiungendo una dimensione affettiva ai suoi progetti di vita, la letteratura rivela un nuovo orizzonte di valore, tracciato dal paradosso della sofferenza.

Ma soprattutto, Mill si innamora – di una donna sposata. Dopo la morte del marito di Harriet Taylor, Mill osserva con passione: “Da quel male deriva il mio bene più grande”. Non solo la sua futura moglie possedeva il vigore intellettuale che Mill ammirava nel padre, ma incarnava anche la poesia che egli non aveva mai ricevuto dalla sua educazione: “Ciò che era astratto e puramente scientifico era generalmente mio; l’elemento propriamente umano veniva da lei”.

Mill cerca di risolvere filosoficamente il paradosso della sofferenza sostenendo che beni superiori come l’amore e la letteratura sono in ultima analisi più soddisfacenti delle forme basilari del piacere. In un certo senso è vero. Ma i termini di questa soddisfazione non sono utilitaristici; hanno più a che fare con l’avventura, la bellezza, persino la santità. Come dice il filosofo politico Michael Sandel in Justice: What’s the Right Thing to Do?: “Mill salva l’utilitarismo dall’accusa di ridurre tutto ad un crudo calcolo di piacere e dolore, ma lo fa solo invocando un ideale morale di dignità e personalità indipendente dall’utilità”.

Dobbiamo diffidare della Religione dell’Umanità, perché subordinare la nostra vita all’utilità la svuota di significato. Ma abbiamo molto da imparare dal feroce desiderio di Mill di aggiungere della poesia al progresso. Riscopriamo il paradosso che George Herbert – uno dei poeti esclusi dall’educazione di Mill – ha abilmente espresso nel 1633:

I will complain, yet praise;

I will bewail, approve:

And all my sowre-sweet dayes

I will lament, and love.

Senza beni che eccedono l’utilitarismo e ci aprono al mistero della sofferenza, anche la vita più felice resta una vita misera.


Scott Samuelson è professore di lettere e filosofia presso il Kirkwood Community College in Iowa. Il suo ultimo libro è Seven Ways of Looking at Pointless Suffering: What Philosophy Can Tell Us about the Hardest Mystery of All (2018).

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