Il volto è da sempre la parte più importante per riconoscere e definire una persona, ma cosa ci riserva il futuro?


di Paolo Mattiello

Il viso si trova ovunque, dai documenti alle foto profilo nei vari social network, ma se da un lato ha da sempre assunto un ruolo centrale nel costituire l’identità personale, dall’altro sta diventando il campo di applicazione di pratiche e tecniche che ne raccolgono i dati con precisione sempre maggiore.

L’importanza del volto per l’identificazione è dovuta a una caratteristica tipica degli esseri umani, che li rende capaci di riconoscere i pattern specifici dei visi, tanto da portare, nei casi estremi, alla pareidolia, l’illusione di vedere dei visi anche laddove non sono presenti. Quando si vuole determinare l’identità di una persona per prima cosa viene esaminato il viso, nel tentativo di rintracciare elementi di familiarità o di differenza in base all’esperienza pregressa.

Il viso inoltre permette di riconoscere l’altro come un proprio simile, tanto che l’esposizione del volto a quello dell’altro, è stata interpretata da alcuni studiosi come la base dell’etica. Queste dinamiche sono state analizzate da filosofi come Emmanuel Lévinas o Judith Butler, secondo i quali è la vista del volto a permettere all’individuo di superare una visione egoistica del mondo, introducendo la relazione di responsabilità verso l’altro. Non si tratta di una semplice speculazione filosofica; basti pensare al cortometraggio Human Mask di Pierre Huyghe. In questo breve video l’artista lavora sui concetti di animale e umano, riprendendo i gesti compiuti in un ristorante da una scimmia che indossa una parrucca e una maschera dalle sembianze umane. Anche se quest’opera intende sviluppare una riflessione sull’ambiente e la condizione umana in seguito all’incidente nucleare di Fukushima del 2011, si può notare come la visone della maschera generi un sentimento di empatia che solo in secondo momento verrà ridimensionato a causa dell’ambiguità messa in scena nel video.

Quest’esempio consente di vedere come il volto sia il luogo del riconoscimento dell’altro come umano e mette in evidenza i motivi dell’interesse che da sempre accompagna il tema del viso e dell’identità. È una riflessione che, nel corso del tempo, ha portato a discipline come la fisiognomica, che legge nelle caratteristiche facciali l’espressione di una determinata indole o comportamento. Se con gli anni vi è stato un abbandono del paradigma fisiognomico, questo non significa che l’idea sia sparita del tutto, anzi, si possono ancora trovare nell’uso comune dei comportamenti o espressioni verbali in cui emerge in modo chiaro come il volto sia ancora lo spazio privilegiato per l’espressione più autentica della personalità. Si pensi a una frase espressa nell’ultimo lungometraggio dei Marvel Studios, Doctor Strange, dove il protagonista rivolgendosi all’antagonista afferma «Look at your face. Dormammu made you a murderer». Questa espressione inserita in un contesto in cui l’ambientazione è quasi completamente distrutta, sottolinea come non siano gli effetti delle azioni che mostrano la criminalità del personaggio, ma la sua faccia.

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Facial Weaponization Suite, Zach Blas

Se per il riconoscimento del viso ci si affida per lo più alle fotografie, negli ultimi anni le tecnologie in campo biometrico hanno contribuito a un interesse sempre maggiore nei confronti del volto. Il riconoscimento automatico degli amici presenti in una foto su Facebook è uno di questi casi, come anche la possibilità di sbloccare lo smartphone inquadrando la propria faccia; in entrambi i casi vi è un’analisi del volto che viene collegata a un archivio di dati raccolti in precedenza. Tutto verte a sottolineare quanto il viso sia uno spazio ricco di informazioni, inserito in una vasta pluralità di tecniche e applicazioni della vita quotidiana.

Un ulteriore esempio è il riconoscimento facciale introdotto negli ultimi dieci anni nelle fotocamere digitali, che permette di isolare i volti presenti nell’inquadratura. Inizialmente i dispositivi erano in grado di rintracciare in determinate immagini i pattern specifici del viso, ma in seguito le tecnologie capaci di mappare i visi sono progredite ulteriormente, tanto che i dispositivi possono adesso riconoscere non solo un viso in generale, ma anche a chi appartiene.

Quella che viene praticata è una mappatura facciale, detta mapping, un termine preso a prestito dalla cartografia con cui si indicano tecniche atte a rappresentare relazioni e posizioni, non necessariamente riferite in maniera univoca a un ordine spaziale; è una metodologia che consente di selezionare, manipolare e riprodurre una serie di dati, con lo scopo di agevolarne l’interpretazione o la messa in evidenza di una parte. Attraverso il mapping diventa così possibile analizzare un determinato spazio, raccoglierne alcuni dati, come le relazioni tra gli oggetti presenti al suo interno, per poi intervenire in modo pratico su di essi. L’intervento e la manipolazione dei dati viene qui intesa allo scopo di facilitarne la visualizzazione e lo studio; ad esempio nel caso di una mappatura della città è possibile evidenziare particolari criticità nel flusso del traffico.

Il ricorso al termine mapping porta ad analizzare con una prospettiva diversa i filtri applicabili al volto di alcune applicazioni. Accedendo a Lenses di Snapchat, ad esempio, si opera innanzitutto una mappatura facciale che – attraverso la localizzazione delle zone di luce e ombra – rende possibile la localizzazione di bocca, naso e occhi. In questo caso di mapping però non c’è l’intenzione di visualizzare una serie particolare di dati, ma la sua elaborazione. Attraverso l’applicazione dei filtri facciali si opera una manipolazione dei dati apparentemente fine a se stessa, che si conclude con la sovrapposizione di una sorta di maschera al proprio viso. Anche in questo caso tuttavia si opera un’interpretazione dei dati; sull’insieme di dati collezionati, infatti, interviene direttamente il soggetto che deciderà come modificare il suo viso. L’applicazione dei vari filtri avviene immediatamente e ha come effetto l’alterazione del viso a somiglianza di animali, oggetti o semplicemente con l’applicazione di fiori o accessori.

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La dinamica che si attua attraverso Lenses riprende nella virtualità la pratica della maschera. Nel libro “Sulla maschera” Alessandro Pizzorno afferma che si è verificato uno spostamento dell’oggetto maschera dal piano rituale a quello artistico, analizzando come le maschere non abbiano più alcun significato se non estetico. Proseguendo l’analisi di Pizzorno – la quale risente degli anni trascorsi dalla sua formulazione – si potrebbe affermare che negli ultimi dieci anni vi è stato un ulteriore spostamento semantico della maschera, che dal piano estetico l’ha posta in un piano sociale. Questo è dovuto per lo più al fatto che le maschere hanno assunto un ruolo nelle proteste, manifestazioni o movimenti di rivolta che si sono verificati negli ultimi anni, basti pensare alla maschera delle Pussy Riot o alla diffusione di quella di Guy Fawkes. In questi casi la maschera ha sì lo scopo di nascondere la faccia, celandone i tratti riconoscibili, ma anche quello di reinventare il viso della persona che la indossa. Il gesto di indossare una maschera può essere visto come il tentativo di superare l’individualità dei partecipanti per riferirsi a un collettivo, ma anche di assumere un riferimento unanime per determinare una sola l’identità.

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Face Cages, Zach Blas

Per capire come la questione della maschera sia collegata al riconoscimento facciale e al face mapping, ci si può riferire al progetto artistico Facial Weaponization Suite di Zach Blas. In questo lavoro si parte dal presupposto che stiamo vivendo in una “global face culture” in cui vi è il tentativo – se non l’ossessione – di operare una sistematica classificazione e categorizzazione delle facce attraverso le tecnologie biometriche. A questo proposito Zach Blas afferma che si tratta di sistemi discriminatori, incapaci di riconoscere le diverse tonalità delle pelle ma anche di leggere le impronte nel caso delle donne asiatiche. Oltre a questo sottolinea come questi dispositivi non riescano a inquadrare dei determinati dati per alcuni soggetti, come nel caso dei transgender. La mancanza d’identificazione non conduce a una lotta per il riconoscimento, ma viene sfruttata per una protesta contro questo tipo di sorveglianza e di classificazione in determinate categorie sociali. In quest’orizzonte la maschera costituisce la forma più immediata per una lotta al riconoscimento, mettendo in campo proprio quelle caratteristiche illeggibili per i dispositivi biometrici. Il progetto artistico di Zach Blas consiste nella creazione di maschere che siano il risultato della sovrapposizione dei dati facciali di tutti i partecipanti al workshop, che in questo modo non sarà più irriconoscibile dai sistemi di sorveglianza. Questa riflessione è stata ulteriormente approfondita nella serie Face Cages, in cui l’artista ricostruisce dei diagrammi di dati biometrici che in seguito vengono indossati da quattro queer artists. Una volta riportate su un piano fisico, i diagrammi di face mapping risultano simili a degli strumenti di tortura.

È chiaro che la direzione intrapresa nelle opere di Zach Blas sia differente, se non opposta, a quanto può succedere con Snapchat; questo però aiuta a individuare due modi diversi di affrontare la questione del volto. Da un lato si ha l’esposizione totale del viso, nel caso di Snapchat, dove questo viene mappato, modificato e in seguito diffuso attraverso il social network; nell’interpretazione di Zach Blas invece, il viso viene celato, sfruttando l’analisi biometrica e il passaggio dei dati raccolti dal piano digitale a quello fisico, con l’intenzione di evidenziare la violenza e i limiti di un tale approccio. Sebbene sembrino risultati contraddittori, in entrambe le direzioni vi è uno studio approfondito del volto, sia esso consapevole o meno. Nel caso di Zach Blas l’analisi consente di progettare degli oggetti fisici in difesa del viso, in quello Snapchat vi è uno studio effettuato in vista dell’uso dei dati raccolti, che si conclude nella produzione dell’immagine.L’analisi dei volti è dunque sempre più parte della quotidianità – e probabilmente ciò avverrà sempre con maggior frequenza; non si tratta qui di giudicare queste pratiche ma di porre l’attenzione su di esse, in modo che siano consapevoli e soggette ad un’analisi più approfondita.


Paolo Mattiello, studia filosofia tra Padova e la Francia degli anni sessanta. Trascorre il tempo disseminando i suoi interessi tra l’estetica, l’insegnamento e le arti, ma nel frattempo aspetta che la sua vita diventi simile a un film di Arnaud Desplechin.
Immagini (c) Zach Blas, Pierre Huyghe. Copertina di Davide Corradino.