Le foto di graffiti che girano on line non sono solo documentazione delle opere, ma il cuore dell’opera stessa, il suo fine ultimo.


di Enrico Pitzianti

Ci sono dei fan che postano le foto dei miei
lavori già la mattina dopo che io li ho fatti.
Non so come facciano, a volte sono più veloci di me
(KG, street artist)

In un articolo uscito qualche settimana fa mi interrogavo su un dettaglio un po’ strano del graffitismo contemporaneo, cioè che spesso le opere inglobano elementi dello spazio architettonico come finestre, porte e comignoli. Ho il dubbio che questo stretto rapporto con lo spazio sia anche un modo per rendere le opere apprezzabili attraverso le foto. Grazie all’inclusione di una finestra o di altri oggetti di dimensione standard il graffito può essere osservato senza perdere un aspetto fondamentale delle opere murali: le dimensioni. Senza queste “inclusioni architettoniche” il graffito, immortalato in foto, apparirebbe senza termini di paragone utili a permettere di immaginarne le dimensioni, e finirebbe per non essere troppo diverso da un’illustrazione o da un disegno qualsiasi.

La mia ipotesi non è che questo stratagemma sia una fregatura, non credo che i graffiti non meritino più di essere considerati “di strada” (o “arte pubblica”) perché sono fatti per la fruizione indiretta attraverso le foto. Al contrario credo che l’arte pubblica sia attentissima alle dinamiche web, ai social network, al blogging e ai modi contemporanei attraverso cui veniamo a contatto con le immagini. E mi sembra che queste inclusioni possano esserne la prova.

Nei giorni successivi alla pubblicazione di quell’articolo mi è arrivato qualche messaggio, alcuni mi dicevano che sbagliavo a prendermela con i pochi artisti contemporanei capaci di regalare al pubblico la propria arte (capisco, e me lo aspettavo); altri invece mi hanno segnalato che l’interdipendenza tra la street art e internet è stata trattata da altri, come una ricercatrice tedesca, Katja Glaser, che sostiene addirittura che “The ‘Place to Be’ for Street Art Nowadays is no Longer the Street, it´s the Internet”. Questo il titolo di un suo articolo pubblicato su urbancreativity.org.

Secondo la studiosa molti street artist utilizzano le bacheche dei social nello stesso modo in cui si interfacciano con gli spazi pubblici. Le foto che vengono scattate (spesso dall’artista stesso) non sono semplici documentazioni del lavoro fatto dal vivo, ma una parte integrante delle opere stesse, che verranno interpretate dall’osservatore con la stessa attenzione rivolta a quelle fatte per strada. L’importanza di queste immagini è fondamentale per il lavoro degli street artist contemporanei e la prova tangibile di questa importanza sarebbe proprio l’utilizzo dei social, dei blog e soprattutto di instagram, da parte degli artisti stessi.

L’esempio che fa Glaser è quello di due street artist tedeschi, Tona e Alias, nel cui lavoro si nota la cura meticolosa del punto di vista fotografico. La scelta dei contesti ambientali in cui l’artista interviene sembra essere fondamentale, sono posti dove l’opera può essere fotografata “nutrendosi del paesaggio che ha intorno”. Insomma, non si tratta solo di opere d’arte “site specific”, ma di una vera e propria priorità della “fotografabilità” delle opere stesse.

Vedendo i lavori dei due artisti tedeschi in questione, effettivamente, viene in mente lo slogan contemporaneo usato per sancire la centralità dei social media: “pics or didnt happen” (foto, altrimenti non è successo). Le opere d’arte in alcuni casi risultano essere nascoste, inaccessibili e quasi sempre la bellezza non è del lavoro in sé quanto della foto che andrà a ritrarle. Ma quello di Tona e Alias non è che un esempio, si ha infatti la stessa sensazione osservando il lavoro di molti altri artisti contemporanei. Tra gli italiani verrebbe da pensare al lavoro di Moneyless, che oltre alle pitture murali lavora con composizioni tridimensionali collocate spesso in contesti naturali o fuorimano – osservando queste opere viene spontaneo immaginare che verranno fruite principalmente attraverso le foto (bellissime) che circolano online.

L’importanza di blog, festival e account instagram dedicati alla street art è cresciuta molto negli ultimi anni e gli artisti, oltre che consci della convenienza di questo trend, sono uno dei motori più importanti di questa crescita. Le pagine social degli artisti stessi sono spesso paragonabili a quelle di influencer o personaggi pubblici: questo anche nei casi in cui l’artista si impegni a restare anonimo. Gli stessi siti internet sono un elemento usato dagli artisti, oltre che per autopromuoversi, anche per caratterizzarsi e distinguersi all’interno della street art stessa. Nonostante oggi i siti siano molto meno influenti rispetto alle pagine Facebook o agli account Instagram, l’estrema cura per l’estetica online traspare comunque spesso in modo palpabile. Basti prendere Blu, il più celebre tra gli street artist italiani, proprietario di un sito web graficamente curatissimo, tutto incentrato su una rappresentazione grafica della sua agenda.

Ma se l’estetica online è così importante come si distingue un artista “di strada” da un artista “del web”? Non si distingue, ecco il punto. La street art non è documentata online, è invece implementata dal lavoro in rete con un meccanismo che è parte integrante della stessa produzione artistica.

La conseguenza di questo legame tra strada e social web è, per dirla con le parole di RJ Rushmore, editor del famoso Vandalog, che non solo gli street artist utilizzano la rete per diffondere il proprio lavoro e influenzare chi si trova fisicamente distante dalle loro opere, ma addirittura il circolo delle immagini online definisce la street stessa agli occhi delle masse, dando forma allo standard e decidendo cosa è street art e cosa invece non lo è. Come a Parigi dove gli operatori ecologici vengono istruiti a distinguere tra quali graffiti sono da eliminare e quali invece vanno preservati nelle strade della capitale francese.

Ecco che la street art di una città sarà definita più dalle immagini che vediamo online che dalla fruizione dal vivo. Tutti, per esempio, siamo stati a Berlino, ma sbaglieremmo a pensare che la nostra idea di città “arty” venga solamente dall’esperienza in prima persona. Prima di tutto c’è un lavoro “pubblicitario” di selezione quotidiana che determina cosa verrà fotografato e cosa non lo sarà e, di conseguenza, si farà strada l’idea di cosa sia street art e di cosa invece no. Un’operazione sicuramente fruttuosa per la città stessa, ma da cosa dipendono queste decisioni? Da chi vengono prese? Be’, qui sta un altro punto fondamentale della questione, in un sistema di diffusione delle immagini online così immediato, la decisione è presa collettivamente in modo da seguire il trend suggerito dai feedback, espressi soprattutto online. Un metodo che sembra essere basato sulla “decisione collettiva” ma in realtà obbedisce alle ragioni della viralità e della fruibilità più immediata, andando così a penalizzare la complessità in favore dell’immediatezza e rischiando di trasformare l’ondata di espressioni individuali in rete in una votazione capace di declassare graffiti e street art a una specie di colorificio rispondente ai gusti di blogger, influencer e assessorati alla cultura.

Questo circolo scandito dall’alternanza di: produzione dell’opera, feedback, modifica funzionale al feedback, decisione politica e, infine, valorizzazione selettiva vale anche per Brooklyn, Bologna o la stessa Parigi. Un filtro qualitativo che non si pone a monte della produzione, ma a valle e che corre il pericolo di depotenziare la critica artistica, rendendola continuamente fuori tempo, troppo lenta per reggere il passo di una documentazione fotografica sui social network che, anche per via della velocità con cui opera, non può che rimanere acritica e affidarsi all’emozione della prima osservazione. Un social web che insinua la possibilità che alla critica possa essere sostituito un sistema binario Mipiace-Nonmipiace con opere che si soffermano per così poco sullo schermo (come nello sguardo dell’osservatore) da ricordare le immagini di possibili partner su Tinder.

Questa accelerazione non è senza conseguenze. Il risultato è che le opere, quelle dipinte sui muri, valgono meno delle foto che gli si faranno. Perché sono queste ultime a essere il cuore del sistema di valutazione. Il processo parte dall’artista, che lavora a un modo per valorizzare quell’opera nella prospettiva del feedback immediato, una tendenza a progettare l’opera in una logica “photo-friendly”. Il risultato è che, come sostiene la stessa Glaser, c’è stata una sostituzione di priorità, per cui le foto online prendono il posto delle opere stesse – sia facendo parte del processo artistico e diventando quindi parti dell’opera stessa, sia (ed è più importante) sostituendosi all’opera fisica quando si tratta di goderne e di farne esperienza.

Il rischio, e sembra essere concreto, è che internet spinga la street art – dagli stickers ai postgraffiti – a diventare un metodo collettivo acritico di decorazione cittadina.

Rincuora invece il fatto che resista il lavoro di artisti allergici alla ricerca della viralità e più attenti alla critica approfondita. Artisti che imperterriti portano avanti una ricerca personale difficile da indirizzare col vento dei like.


Enrico Pitzianti, Cagliari 1988, si occupa di estetica e arte. È parte della redazione de L’Indiscreto,  Artnoise e di Dude Magazine. Scrive per Il Foglio e cheFare. È laureato in semiotica, ha fondato il progetto artistico online GuardieShow ed è consulente per SpaceDoctorsLtd.
In copertina: un’opera dello street artist Alias e nel testo un’opera di Moneyless.