Internet è molto più di un mezzo di comunicazione: è un sistema che plasma quel che circola al suo interno. E anche l’arte ne è stata investita.


di Enrico Pitzianti

Oggi tutto ha a che fare con internet, dai trasporti all’educazione, fino alle nostre abitudini sessuali, la finanza e il giornalismo. E l’arte? Come funziona il rapporto internet-arte? Ne avevo scritto in questo articolo, ma in breve potremmo dire che i contenuti – e quindi anche quelli artistici – prendono spesso la forma dei contenitori. Ma la rete oggi è molto più dell’architettura di un mezzo di comunicazione.

Internet, innanzitutto, è un minestrone. Detto meglio, la caratteristica essenziale di un sistema a rete come internet è il tipo di interconnessione tra i suoi elementi, che hanno la peculiarità di poter venire a contatto tra loro senza dover passare per un centro. Insomma, internet è tutta una grande serie di periferie, con dei centri che possono essere tali solo localmente. Per questo internet è definito un sistema “antigerarchico”, perché è una sorta di mare disomogeneo, che per sua stessa natura favorisce la disomogeneità degli elementi che ci navigano e lo compongono. Una disorganicità così forte che lo stesso meme su 4chan o su 9GAG potrebbe avere un significato del tutto diverso. Per lo stesso motivo internet è stato, sin dai suoi inizi, il luogo delle nicchie, dell’aggregazione per gruppi, un luogo libero da regole assolute che favorisce il contatto tra utenti a seconda dei loro interessi.

Le comunità online, i forum di impallinati di politica francese, pokemon o chissà quale sottogenere musicale esistono proprio grazie a questa struttura anti-gerarchica. In Tv invece le nicchie non trovano posto perché vige una gerarchia solida, fondata sulla separazione netta tra chi produce e chi consuma contenuti.

Immaginate, prima della diffusione di internet, un ragazzo di provincia appassionato di graffiti, evidentemente aveva solo un modo per accedere a quella nicchia: le riviste cartacee (che comunque non era detto arrivassero all’edicola del suo paesino). Con l’avvento della rete quello stesso ragazzetto può fregarsene di abitare in provincia, e può venire a contatto con le persone che condividono la sua passione a prescindere dalla provenienza geografica degli altri utenti (anche se con dei limiti, come quello linguistico, ma che sono relativamente restrittivi nel caso delle immagini). Una passione come quella per i graffiti è ancora più difficile da coltivare trattandosi di qualcosa di illegale, ma come ogni passione necessita di poter essere condivisa con altri. Non c’è altro modo. E di esempi ce ne sono tanti altri, basta pensare a chi ha dei gusti sessuali meno comuni, persone per cui internet è uno strumento essenziale di libera espressione di sé, prima ancora che di aggregazione.


Se con internet le compatibilità delle persone si sono slegate dal fardello geografico dell’appartenenza territoriale, questo non può che aver influenzato anche il gusto estetico.


Questo principio di “connettere le compatibilità” è lo stesso che pone le basi di cose come Tinder, Uber e tutto il resto dei servizi volti a esigenze particolari: ci sono i gruppi Facebook, le app come Fubles per chi cerca qualcuno con cui giocare a calcetto e così via, in un’infinita ramificazione di nicchie.

Insomma, internet, grazie al suo mettere fuori gioco la rilevanza dello spazio geografico in tema di relazioni sociali, ha sconfitto lo spazio e annullato la rilevanza della distanza. In altre parole sono crollati i “muri” fisici, che impedivano la possibilità di incontrare, aiutare e scambiare informazioni con milioni di persone lontane, magari diverse per estrazione e background, ma compatibili almeno per un aspetto della loro vita. E se questo è successo per gli incontri tra possibili partner, tra i giocatori di ruolo, gli impallinati di videogiochi e coloro che cercano o offrono un passaggio è ovvio che sia successo anche nel mondo dell’arte. O meglio: se le compatibilità delle persone si sono finalmente slegate dal fardello geografico dell’appartenenza territoriale, questo non può che aver influenzato anche il gusto estetico.

(c) Beni Bischof

Ecco che il contenuto ha preso la forma del contenitore: il gusto estetico ha preso la forma della rete. Una tendenza estetica slegata dai territori e appesa tra le due polarità spaziali tipiche del nostro tempo: quella globale e quella glocale. Così le reginette del web, ovvero le immagini, sono state corrotte dalla struttura della rete e assorbite dal vorticoso minestrone internettaro, dando vita alla sua variante estetica. E così si è modificata e adattata ai tempi l’immensa sfera dell’immaginario visivo e artistico, è nata la meme-art, l’ironia post digitale, le nuove ondate vaporwave, le resurrezioni delle fanzine e così via.


L’estetica globalizzata ha stabilito con ancor più forza la preminenza delle immagini sul resto dei contenuti, in quanto definitivamente slegate dall’idea di spazio fisico e dalla conoscenza di un determinato linguaggio.


Ma non è sempre stato così. Inizialmente internet non si poteva permettere di far circolare immagini. In una recente intervista Stefano Trumpy, ex direttore del Cnr, ricorda che “Con 64 KB al secondo potevamo trasmettere al massimo del testo. Che andava bene, perché ci interessava l’uso delle reti per le collaborazioni internazionali e nazionali tra centri di ricerca. Il resto no, non potevamo prevederlo. Adesso la circolazione dei dati riveste un’importanza sociale, economica, politica, più ancora della rete stessa”.

Volendo fare un paragone politico, lo scatto di accelerazione avvenuto nella globalizzazione dell’economia, appena la tecnica lo ha permesso, è avvenuto anche nel campo estetico, e per motivi simili. Funzionalmente a questa operazione di “globalizzazione lampo” l’estetica globalizzata ha stabilito con ancor più forza la preminenza delle immagini sul resto dei contenuti, in quanto definitivamente slegate dall’idea di spazio fisico e dalla conoscenza di un determinato linguaggio.

Torniamo per un momento alla questione gerarchica: l’antipatia per le caste che notiamo in politica con l’ascesa dei populismi è solo uno dei tanti elementi che inducono a pensare che internet si sia fatto sistema di pensiero ben al di là dei confini dei nostri schermi. Internet infatti non è solo la possibilità di vedere una serie su Netflix o di cercare una determinata informazione su Wikipedia, la rete è anche un sistema di pensiero: l’abitudine a vedere il mondo come un libro aperto, dove le distanze non esistono, le persone non sono mai separate, nemmeno se vivono su continenti diversi. Tutto è conoscibile, tutto è in relazione, c’è un link per qualsiasi cosa. E se quel qualcosa non è perfettamente conoscibile il link ci sarà comunque e riporterà a un’informazione approssimativa, abbozzata, imprecisa, se non proprio falsa.

Ecco che se c’è stato un cambiamento nell’arte è avvenuto proprio da questo punto di vista: che senso ha oggi parlare di artisti in relazione alla loro provenienza geografica? Che senso ha oggi dire “regista iraniano”, “pittore italiano”, “fumettista francese”? Ormai è da un decennio che gli spazi geografici sono stati annullati dai social network (l’ormai dimenticato Myspace già nel 2006 vantava milioni di utenti) ed è su queste piazze “virtuali” che si sono affacciati sia musicisti (Adele, Lily Allen, Arctic Monkeys sono solo gli esempi più celebri) che una miriade di artisti visivi.


Esiste una preminenza del sistema comunicativo sul prodotto artistico. In una formula: “Internet > Arte”. E il motivo è che la struttura dei mezzi con cui le informazioni circolano è più importante delle informazioni stesse.


E dallo stesso decennio che un qualsiasi artista, a prescindere dal campo in cui opera, potrebbe aver avuto più influenze da un artista distante migliaia di chilometri che dalla “scena” locale.

La globalizzazione delle estetiche non è nata con internet, certo, eppure internet ne ha accelerato i processi e i funzionamenti, ne ha aumentato la portata e il numero dei soggetti coinvolti, e così facendo ha creato, forse per la prima volta, un’estetica slegata dai confini geografici. I fumetti della Marvel sono “americani” o perlomeno “occidentali”, i manga sono giapponesi anche se letti in tutto il mondo. Mentre le strisce che oggi diventano virali online, le vignette del New Yorker, i meme politicamente scorretti, sono elementi estetici che non sono nemmeno più occidentali, sono definitivamente globali. Coprono intere fasce di popolazione prescindendo completamente dalla provenienza geografica dell’utente.

Mettiamola così: esiste una preminenza, almeno in un momento storico come il nostro, del sistema comunicativo sul prodotto artistico. In una formula: “Internet > Arte”. E il motivo è che la struttura dei mezzi con cui le informazioni circolano è più importante delle informazioni stesse. Si tratta di uno dei capisaldi del pensiero strutturalista: conta più la posizione che un elemento occupa nella struttura che l’essenza (il contenuto) dell’elemento stesso. Questo perché l’identità di ogni elemento è determinata proprio dalla sua posizione nella struttura. Quello che dice un politico ha un certo significato e va letto in una certa maniera per la posizione che quelle parole hanno all’interno del sistema comunicativo. Così con l’arte: un’opera di Damien Hirst ha un certo significato in relazione a dov’è, a chi è Hirst, alle altre opere esposte, e così via. Per chi si è formato politicamente su internet questa importanza “posizionale” suona come un orrore classista, ma si tratta soltanto dell’ultima versione di quel necessario setacciamento che ogni sistema di pensiero pone da qualche parte vicino alla foce della produzione culturale. Se la preminenza del “dove” e del “chi” suona antimeritocratica (blogger vs giornalista affermato, spazio indipendente vs museo) è perché, be’, è proprio così: non è vero che “uno vale uno”. Ma non è alla stessa maniera in cui sono antimeritocratiche le gerarchie con i loro livelli e caste (nemici assoluti di un #popolodelweb antigerarchico per definizione), ma in un modo nuovo, quello in cui la mancanza di meritocrazia viene dall’illusione dell’assoluta parità degli utenti web, luogo in cui si ha la sensazione di essere davvero a contatto con le élite potendo taggare un politico o commentando lo status di un famoso personaggio della Tv. Internet crea un’illusione di assoluta parità che non solo è utopica e problematica, ma è anche palesemente falsa. Ciò si riflette sul campo estetico con il motto politico del “uno vale uno” che si trasforma in “anch’io sono un artista”.

(c) Beni Bischof

Il sistema “a rete” produce un’estetica di ibridazione e di rimescolamento continuo delle informazioni, un fondere e miscelare elementi velocissimo e incessante. Eppure questo processo di produzione culturale è solo un effetto collaterale dell’attività sociale e politica, veicolata all’interno del web stesso: lo scambio di immagini non è nella maggior parte dei casi una mossa pianificata in modo da avere un impatto “artistico”. Spesso le immagini circolano per via della loro natura di mezzi rapidi per veicolare informazioni, sono le loro caratteristiche che poi affiorano indirettamente da quella radice comune che è la possibilità tecnologica (diffusa anche perché a buon mercato: cioè gratis) di scambiare informazioni non solo in forma verbale, ma sempre più spesso sotto forma visiva attraverso il web.

La velocità di questo sistema quindi è la velocità del fuori contesto, dell’accidente estetico ed estetizzante compiuto ufficialmente come ufficiosamente, da singoli come da gruppi, da privati come da istituzioni. Il processo si è “accelerato” e fatto sempre più frequente con la diffusione dei mezzi di produzione di elementi visivi, cioè la famosa “riduzione del gap tecnologico”.

Questa serie di processi può apparire come novità assoluta, ma non è altro che l’ultimo passo di una costante evoluzione del panorama sociale (e quindi anche artistico) in rapporto agli sviluppi della tecnica e a ciò che questi implicano.


Nel mondo dell’arte è avvenuta la stessa esplosione di numero e diffusione dei contenuti, ma non ci poniamo il problema di reinserire d’urgenza un setaccio perché se alle notizie giornalistiche si può applicare un valore di verità, nell’arte il valore di verità non è un elemento dirimente.


Certo, sin dal celebre “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” di Walter Benjamin si sta affrontando il tema delle complicazioni culturali dovute all’avvento della tecnologia. In questo ultimo secolo gli eventi nel loro susseguirsi e accelerare in modo esponenziale hanno portato la comunicazione e la tecnologia figlie di fisici, ingegneri, come anche di logici e artisti a fondersi e confondersi irreversibilmente. Quello di questo decennio è un ulteriore passo, un altro grande stacco culturale dopo quello descritto da Benjamin negli anni venti del novecento. Lo stacco di oggi percorre però lo stesso sentiero storico-culturale delle decadi precedenti, cioè quello della progressiva destabilizzazione dei sistemi gerarchici, quelli dove esiste un discernimento dei contenuti per qualità o per attinenza. Internet è un minestrone? Anche l’arte lo sta diventando.

La questione di discernere, scegliere cosa vale e cosa no oggi è il principale problema del mondo dell’informazione. Le fake news non sono altro che contenuti lasciati vagare per un web incontrollabile, così come le filter bubble sono solo le nostre particolari periferie che ci costruiamo sul web in nome dello stesso principio anti-gerarchico che si citava all’inizio. Ma visto che dalla qualità dell’informazione dipende la sorte politica globale ci svegliamo di soprassalto e proviamo a correre ai ripari, spesso in modo maldestro e incoerente. Nel mondo dell’arte è avvenuta la stessa esplosione di numero e diffusione dei contenuti, ma non ci poniamo il problema di reinserire d’urgenza un setaccio perché se alle notizie giornalistiche si può applicare un valore di verità, nell’arte il valore di verità non è un elemento dirimente. Una notizia su Putin è vera o falsa (o le mille sfumature tra i due poli logici), mentre una scultura di Brâncuși non è né vera né falsa: l’operazione di giudizio non è binaria, è contestuale e complessa se non addirittura soggettiva. Quindi voltiamo le spalle a un problema che ci sembra inaffrontabile e secondario e non ci preoccupiamo troppo di setacciare il malloppo artistico sul web.

Una famosa frase del filosofo francese Guy Debord, recita: “l’uomo assomiglia ai suoi tempi più di quanto non assomigli a suo padre”, e allo stesso modo l’arte, oggi, assomiglia ai suoi tempi più che alle definizioni in cui potremmo incasellarla a seconda di provenienze geografiche o similitudini stilistiche. E se è vero che l’arte somiglia a questi tempi, con la crescente difficoltà di discernere per qualità, provenienza e criteri gerarchici, allora dobbiamo abituarci all’idea che l’arte, per come l’abbiamo conosciuta prima di internet, non c’è più: è esplosa la categoria, si è fusa col resto dell’iconosfera estetica e culturale. L’arte è diventata uno dei mille indistinguibili ingredienti del minestrone della rete. Il tentativo potrà essere quello di reinserire criteri di giudizio, riprendere a concedere fiducia ai musei e agli organi di garanzia in genere; ma un trend così esteso non  potrà risolversi con una toppa. Forse però c’è da essere ottimisti, visto che, come insegnano i boom economici post bellici, dalle rovine spesso nascono le cose migliori.


Enrico Pitzianti, Cagliari 1988, si occupa di estetica e arte. È parte della redazione de L’Indiscreto, Artnoise e di Dude Magazine. È laureato in semiotica, ha fondato il progetto artistico online GuardieShow ed è consulente per SpaceDoctorsLtd.
Copertina: Catherine Opie, Soft Work, installazione al MOCA, collezione permanente. All’interno, due installazioni di Beni Bishof.