Una cella, quattro uomini, dieci giorni, una moltitudine di storie: un dottore, un barbiere, uno studente e un vecchio rivoluzionario sono incarcerati in una stanza angusta e gelata nei sotterranei di Istanbul. Questa è la storia di Demirtay lo studente.


(Questo testo è tratto da “Istanbul, Istanbul”. Ringraziamo l’editore Nottetempo per la gentile concessione)

di Burhan Sönmez

“C’era la guerra. Le storie di guerra sono lunghe, ma io sarò breve. Dopo giorni di combattimenti la truppa era esausta. Le provviste erano finite e le comunicazioni con il fronte interno si erano interrotte. Cercavano un luogo dove ritirarsi e dopo ore di cammino nel buio, raggiunsero una pianura. Bevvero dell’acqua da uno stagno e raccolsero more da un rovo. Non potevano rischiare di sparare a un cervo, perché il rumore dei colpi avrebbe fatto individuare la loro posizione. Dopo essersi riposati un po’, cominciarono a scalare una ripida montagna. Di notte camminavano e di giorno si riposavano tra le rocce. Non accesero un fuoco e catturarono lucertole e serpenti che mangiarono crudi. Se fossero stati sicuri di non essere uccisi, alcuni di loro si sarebbero arresi al nemico per avere un pasto al giorno. Il loro esercito si era completamente disperso? Con chi potevano mettersi in contatto, e come? Non trovarono alcuna traccia, né potevano entrare nei villaggi per chiedere notizie agli abitanti. Tutta la zona era sotto il controllo nemico. In realtà è una storia lunga, ma sarò breve. Diminuendo ogni giorno di numero, dopo tre giorni raggiunsero la vetta di una nuova montagna; esausti, si stesero sotto il sole a dormire.

La sera trovarono dell’acqua e, dopo essersi lavati, ritornarono a somigliare a se stessi e provarono a capire dove fossero. Un soldato con un dente d’oro, indicando la valle sottostante, disse che il villaggio laggiú era il suo. Erano fermi al buio come bambini che si erano persi. Con un nodo in gola, guardarono dalla parte che lui indicava. Le luci del villaggio si accendevano e spegnevano come lucciole. Il soldato col dente d’oro disse che poteva andare al villaggio, prendere del cibo e tornare. Il comandante si oppose. Sarebbe potuto cadere nelle mani del nemico, o essere ucciso. Il soldato col dente d’oro disse che tanto stavano per morire comunque. ‘Se ce la faccio, non porterò solo cibo, ma anche notizie dei nostri e dei nemici’. Tutti lo appoggiarono. Dopo essersi congedato dai suoi compagni, scese a valle e si perse nel buio. Il cielo cambiò colore tre volte, da blu scuro a rosso fiamma. Il mattino dopo, il soldato col dente d’oro fece ritorno, passando tra le montagne, con due sacchi sulle spalle. In risposta alle domande dei compagni che lo guardavano con curiosità, disse loro di sedersi perché aveva delle cose da raccontare. Tirò giú i sacchi che aveva sulla schiena e cominciò a parlare dicendo che il villaggio era pieno di nemici. ‘Ma non conoscono il villaggio quanto lo conosco io e cosí, senza farmi vedere, sono riuscito a infilarmi tra le vie e a raggiungere casa mia. Ho bussato alla porta. Quando mia moglie l’ha aperta e mi ha visto, c’è mancato poco che cacciasse un urlo, ma io chiudendole la bocca l’ho tranquillizzata. E poi che è successo?’ Il soldato col dente d’oro aveva fatto la domanda e, infilata la mano nel sacco che aveva davanti a sé, aveva tirato fuori una forma di formaggio. ‘Allora, chi sa che cosa è successo dopo, potrà prendersi questo formaggio’. Gli altri soldati, il cui alito puzzava per i giorni di digiuno, risposero eccitati. ‘Hai chiesto quanti fossero i nemici,’ disse uno. ‘Hai chiesto dove si trovano i nostri,’ disse un altro. Proprio mentre le risposte sembravano proseguire all’infinito, un soldato proveniente da Istanbul che sedeva nelle file in fondo alzò la mano e disse: ‘Ti sei scopato tua moglie’. Il soldato col dente d’oro rise e gli lanciò il formaggio. Gli altri soldati strepitarono per la sorpresa e si misero a ridere. Il soldato col dente d’oro tirò fuori dal sacco un pezzo di börek 4. ‘A chi sa che cosa è successo dopo, darò questo börek,’ disse. ‘Questa volta hai chiesto dei nostri,’ disse uno. ‘Hai chiesto dei tuoi bambini,’ disse un altro. Il soldato di Istanbul che sedeva nelle file dietro alzò di nuovo la mano. Quelli come lui sedevano sempre in fondo, sia a scuola sia nell’esercito. ‘Ti sei scopato tua moglie un’altra volta,’ disse. Il soldato col dente d’oro rise e gli diede il börek. Prese dal sacco un pollo fritto e lo sollevò in aria. ‘A chi indovina che cosa ho fatto dopo, darò questo pollo,’ disse. Tutti i soldati in coro, come se fosse l’appello a scuola, risposero: ‘Te la sei fatta di nuovo!’ Il soldato col dente d’oro non la smetteva di ridere. ‘No,’ disse, ‘mi sono tolto gli stivali’”.

Ripetei l’ultima frase: “No, mi sono tolto gli stivali”. Coprendomi la bocca, cominciai a ridere piano piano. Il Dottore e Küheylan ridevano anche loro, con le spalle che andavano su e giú. Non facevamo rumore, ma i muri su cui stavamo appoggiati tremavano per i nostri sussulti. Eravamo come i bambini che, dopo aver fatto una marachella, si nascondono in un angolo per non farsi vedere dai grandi e ridono. Le bocche erano distese, gli sguardi felici. Sapere che cosa faceva ridere qualcuno era un modo per conoscerlo. Al contrario, conoscevamo Kamo perché sapevamo quello che non lo faceva ridere. Il suo volto era arcigno. Aveva lo sguardo assente, non riusciva a capire perché avessimo riso cosí a lungo.

Appena ci calmammo, dissi: “Abbiamo riso troppo, mica ci succederà qualcosa di brutto?”

“Qualcosa di brutto?” domandò il Dottore. “Ci chiedi se ci succederà qualcosa di brutto, qui dentro?”

Ricominciammo a ridere. Quando uno rideva o era ubriaco, poteva dimenticare il futuro e non gli importava niente della vita. Come quando soffrivamo, anche quando ridevamo il tempo si fermava. Il passato e il presente svanivano e rimaneva soltanto quell’istante come se fosse infinito.

Stanchi per il troppo ridere, cercammo di calmarci. Ci asciugammo le lacrime dagli occhi.

“Conoscevo la storia dei militari,” disse Küheylan, “ma nella mia storia non c’era nessuno di Istanbul, il fatto si svolgeva in Russia”.

Il Dottore rispose al posto mio: “Qui tutte le storie diventano proprietà di Istanbul”.

“Non soltanto raccontate storie che sapete già, ma le cambiate e date loro la forma che volete”.

“Tuo padre non faceva cosí, Küheylan? Non gettava i marinai di Istanbul nell’oceano all’inseguimento della balena bianca, e non faceva venire i cacciatori da Istanbul nella storia del lupo?”

Il Dottore e il vecchio Küheylan si persero a parlare di militari, marinai e cacciatori. Parlarono della strada litoranea che aveva decretato la fine del vecchio villaggio di pescatori di Kumkapı, degli alberi di Giuda che lungo il Bosforo continuavano a diminuire, del distributore di benzina che era stato costruito al posto della Moschea di Ilyaszade, un’opera vecchia quattrocento anni dell’architetto Sinan, dell’inabissamento dell’isola piú vicina alla riva, come Atlantide, in seguito al terremoto di mille anni prima, e infine si chiesero se Istanbul fosse un’isola.

Secondo il Dottore, Istanbul era un’isola che si stava riempiendo dei peccati che un giorno l’avrebbero portata ad affondare. I peccati non erano mai gli stessi, cambiavano in continuazione. Per questo la città non era un luogo conosciuto, ma un luogo che le persone imparavano a conoscere giorno dopo giorno. Il suo mistero faceva crescere il suo desiderio di cambiamento, alimentava la sua brama di attaccarsi al futuro. Quando l’oggi si faceva vago, anche la realtà diventava vaga cedendo il posto ai simboli. I palazzi sostituivano le montagne e i balconi fioriti la campagna. Anche l’amore si trasformava in un animale insaziabile, peloso e umido, sempre in cerca di nuove esperienze.

Il vecchio Küheylan non era d’accordo con il Dottore e disse che i simboli erano piú veri della realtà. L’essere umano, che non era venuto al mondo per suo desiderio, si ritrovava non a scoprire la propria esistenza, ma a darle vita. Le montagne erano montagne anche prima di noi, cosí come gli alberi erano alberi. Ma questo valeva anche per la città, l’acciaio, l’elettricità e il telefono? Le persone che crearono la musica dal suono e la matematica dai numeri crearono un nuovo universo insieme alla città. Allontanandosi dalla natura intorno a loro, si avvicinarono di piú alla natura dentro di loro. Al posto delle colline credettero ai tetti che germogliavano, al posto dei fiumi credettero alle strade affollate e al posto delle stelle credettero alle luci accese a ogni angolo.

Io a cosa credevo, alle stelle, alle luci della città? Il mese prima, dalla finestra della casa dove mi ero nascosto a Hisarüstü, avevo guardato il cielo e provato a capire dove finivano le stelle e dove cominciavano le luci della città. Avevo messo un attimo da parte il libro che stavo leggendo e, perso a guardare la Via Lattea, avevo cominciato a sognare; quando avevo ripreso a guardare i luccichii, mi ero chiesto se erano davvero quelli della Via Lattea.

I primi giorni non ero solo nella casa di Hisarüstü, con me c’era Yasemin Abla. Non sapevo il suo vero nome e anche lei mi conosceva come Yusuf. Ci eravamo trovati secondo gli accordi io l’avrei riconosciuta da un foulard verde al collo e lei da una rivista sportiva che tenevo in mano. Avrà avuto cinque o sei anni piú di me.

“Yusuf,” disse appena arrivammo a casa, “resteremo qui qualche giorno. I vicini mi conoscono. A chi ce lo chiede, diremo che siamo fratello e sorella. Ad ogni modo, cerca di non farti vedere da nessuno”.

La casa era una gecekondu con una stanza sola. All’entrata c’era un piccolo bagno. La cucina consisteva in una stufa coi fornelli in un angolo della stanza in cui ci trovavamo. Quando fu l’ora di andare a dormire, ci spogliammo a turno nel bagno e poi ci stendemmo su due divani separati. Dopo poco fui svegliato dall’odore di un fiammifero bruciato e spalancai gli occhi. Vidi Yasemin con una sigaretta in mano seduta vicino alla finestra, che guardava fuori.

“Non riesci a dormire?” le chiesi.

“Non riusciamo a trovare un nostro compagno. Ieri non si è presentato a due appuntamenti. Stavo pensando a lui”.

“Conosce questa casa?” mi scappò di bocca.

“Se lo prendono, c’è solo un indirizzo che può dare e ieri sera abbiamo liberato quel posto. Non conosce questa casa”.

“Ho solo chiesto”.

“Non ti sto rimproverando, è normale che ti preoccupi, Yusuf ”.

Uscii dal letto e mi sedetti al tavolo vicino a lei. Anch’io mi accesi una sigaretta.

“Yasemin Abla,” dissi senza mostrare il mio disagio, “sei mai stata arrestata?”

“No, e tu?”

“Neanch’io”.

La casa era su una salita. In basso c’era tutta una distesa di gecekondular. Le luci sulle strade che si allungavano fino al mare si confondevano con le luci delle barche e delle navi che passavano sul Bosforo. Era uno dei piú bei tratti di costa di Istanbul. Invece che alle ville e ai grattacieli, prodigava la sua ospitalità alle piccole gecekondular.

Bevemmo tè fino al mattino. Non parlammo di politica, ma di libri e dei nostri sogni. Invidiavo Yasemin Abla perché conosceva molte poesie e recitava versi a partire da ogni mia parola. Quando dissi mare, lei mormorò questi versi: “Uomo libero, tu amerai sempre il mare”. E quando dissi orologio, rispose: “Crudele, indifferente e terribile dio”. Sorrideva come un bravo studente. Spegnemmo la lampada e il suo viso brillò alla luce della strada. Finita la notte, quando la foschia coprí il rosso dell’alba, andammo a letto e senza prestare attenzione ai gabbiani e ai corvi ci addormentammo.

Yasemin Abla uscí all’ora di pranzo. Ritornò dopo che aveva fatto buio con una borsa piena di cibo.

“Non abbiamo ancora notizie del nostro amico scomparso, Yusuf. Domani vado fuori città, tornerò al massimo fra tre giorni”.

“E io cosa faccio?”

“Ti ho portato da mangiare. Se non sarò di ritorno entro la sera del terzo giorno, svuota la casa e non lasciare nessuna traccia di te”.

Yasemin Abla riscaldò l’acqua sul fuoco e andò in bagno a lavarsi. Quando uscí indossava il pigiama.

Quando mi vide seduto al tavolo che cercavo di ricucire la mia giacca strappata, mi chiese se sapevo cucire. Le dissi di no.

“Allora lascia stare, te la cucio io. Si è rotto il gancio del mio orecchino, tu aggiusta quello”.

Confrontai i due orecchini di ambra per capire come avrei potuto riparare il gancio rotto. Usai con delicatezza il coltellino da tasca che avevo in mano per cercare di non danneggiare la pietra.

Mentre Yasemin ricuciva lo strappo sulla spalla della mia giacca, alzò la testa e mi chiese: “Ti piacciono i lavori manuali?”

“Non molto, e a te?”

“Ero una sarta. Mi piace toccare i tessuti e tagliarli dandogli forma, mi sono cucita da sola questo pigiama e il vestito”.

Guardai il vestito che era appeso al muro. Era scollato, lungo fino al ginocchio e con una cintura in vita. Il colore del motivo floreale si intonava con gli orecchini.

“Dai, alzati e provati la giacca”.

Indossai la giacca. Mossi le braccia in avanti e di lato.

“Brava,” le dissi.

Yasemin Abla mi si avvicinò e mi sistemò le pieghe del collo.

“Avrai tempo fino al mio ritorno, stirati la giacca”.

“Ai tuoi ordini,” dissi sorridendo.

“Non è un ordine, è un desiderio”.

Aveva i capelli umidi e sapeva di rosa. Era fresca di bagno. Si ritrasse lentamente. Presa la teiera dal fuoco e riempí i bicchieri.

Le piaceva parlare. Mi raccontò della misera casa dove aveva trascorso l’infanzia e del mondo che aveva visto dalla finestra di quella piccola casa. Per ogni parola che dicevo, di nuovo recitò dei versi. Annaffiò i gerani sul davanzale. Uno dei due vasi era fiorito, l’altro appassito. Disse che quando sarebbe ritornata avrebbe annaffiato anche i fiori in giardino. In giardino c’erano le belle di notte, l’oleandro e le rose. Mentre parlavamo, la notte si annidava tra le nostre parole e i fiori e scorreva come l’acqua da una bottiglia incrinata. Il cielo si era schiarito e non ci accorgemmo che le stelle si erano nascoste.

Poco dopo, quando fui svegliato dal rumore della pioggia, lei non era nel suo letto. Se n’era andata in silenzio. Mi sedetti alla finestra e mi accesi una sigaretta. Pioveva molto forte. Soffiava un vento ribelle. Il mare di Istanbul era rabbioso. Si era infuriato improvvisamente trasformando il giorno in notte. Le nuvole si erano scurite, come in un quadro a olio. Nel Bosforo una nave era in balia delle onde e si spingeva verso la costa. Vacillava in ogni direzione e aveva lanciato un SOS. Stava per affondare ed essere risucchiata dalle acque. Il suono acuto della sirena si mischiava con quello della pioggia, del vento e delle onde. I membri dell’equipaggio guardavano il cielo e pregavano; forse gli ubriachi, i mendicanti e i disperati pronti al suicidio sulla riva speravano che la barca andasse a prenderli e poi affondasse, se doveva affondare. Andare a picco con una nave era la soluzione migliore. Il mare, che in continuazione sbatteva la sua frusta, si gonfiava, schiumando di rabbia, come un indomabile cavallo selvaggio.

Yasemin Abla aveva scelto il tempo ideale per uscire. O magari, la tempesta aveva aspettato che lei uscisse e che la nave raggiungesse il Bosforo. Le belle di notte, l’oleandro e le rose in giardino stavano perdendo le ultime foglie e le strade erano vuote. I cani e i senzatetto avevano trovato rifugio fra le rovine dei vecchi edifici. Istanbul, stordita da povertà e lusso, stava aspettando a braccia aperte mentre l’equipaggio della nave, ora implorando e ora maledicendo il dio della tempesta, non riusciva a immaginarsi un’altra tomba se non il mare. Quando tutte le strade si chiudevano, era meglio accettare il proprio destino o maledirlo? Ecco a cosa ti faceva pensare la tempesta. E cosí un geranio lilla appassiva mentre l’altro fioriva, con la stessa aria e la stessa acqua.

Mi accorsi solo in quel momento dell’orecchino di ambra. Era fra i due vasi, al riparo dalla pioggia e dal vento. Era l’orecchino che avevo aggiustato la sera prima. Dov’era l’altro? Guardai ovunque, sul divano e vicino all’entrata. Diedi un’occhiata davanti allo specchio del bagno. Forse Yasemin Abla l’aveva dimenticato quando aveva fatto i bagagli? Era uscita cosí di corsa?

Mi sedetti sul divano e alzai l’orecchino con la punta delle dita. Era come un acino di uva bianca appeso a un gancio d’argento. Luci e onde si muovevano nella sua trasparenza. Piccoli flutti arancioni e marroni vorticavano dolcemente al suo interno. Da sempre le donne indossavano gli orecchini, da sempre erano esposti nelle vetrine, ma io guardavo quell’orecchino di ambra come se fosse la prima volta che ne vedevo uno. Come sceglie la mente? Quand’è che una persona diventa consapevole dell’esistenza di un oggetto?

Cosí come non avevo notato l’orecchino, forse avevo percorso la stessa strada di Yasemin e non me n’ero accorto. Forse pioveva. La gente accalcata sotto gli ombrelli camminava a passo spedito vicino agli alti, grandiosi palazzi, passando accanto a ragazze che cantavano all’entrata delle gallerie. Alcuni ricordavano l’amante che li aveva lasciati, altri pensavano ai loro bambini ribelli. Tutti parlavano la stessa lingua, ma non si capivano. Dentro ogni mente vivevano altre menti. Con la pioggia Istanbul si trasformava in una foresta piena di alberi dai rami spogli. Regnava la confusione e ogni casa, ogni strada e ogni volto si assomigliavano. Passai di fianco a Yasemin che, con i capelli bagnati, cercava di arrivare in tempo al suo appuntamento. Tirai giú sulla fronte il cappuccio del mio giubbotto e camminai veloce. Se avesse perso uno dei due orecchini e se avesse proseguito senza accorgersene, se io avessi raccolto dalla pozzanghera l’orecchino di ambra caduto ai miei piedi, se mi fossi fermato un attimo e avessi guardato la mia mano bagnata e la folla grigia che aveva inghiottito Yasemin, Istanbul sarebbe cambiata per me? Quell’orecchino avrebbe riempito il mio cuore di una gioia che non avevo mai conosciuto prima?

La cosa strana di Istanbul era che preferiva le domande alle risposte. Poteva trasformare la felicità in incubo, oppure al contrario iniziare la giornata con un gioioso buongiorno dopo una notte senza speranza. Prendeva forza dall’incertezza. Dicevano che questo era il destino della città. Il paradiso in una strada e l’inferno in un’altra potevano improvvisamente scambiarsi di posto. Come in quel racconto del re e del povero, nel quale il re voleva divertirsi. Un mendicante che vagava per strada fu preso e portato al palazzo. Quando si svegliò, tutti gli manifestarono il rispetto che si deve a un re e lo servirono come un re. Passato lo shock iniziale, il mendicante cominciò a credere di essere davvero un re. L’altra vita in povertà rimaneva solo un sogno. Alla fine del giorno, quando sul fare della sera si addormentò felicemente, lo riportarono in strada. Al risveglio, si ritrovò di nuovo fra l’immondizia. Non sapeva piú qual era la realtà e qual era il sogno. Quel gioco continuò per qualche sera. Il mendicante si svegliava un giorno nel palazzo e la volta dopo per strada.

Ogni volta credeva che l’altra vita fosse un sogno. Chi aveva detto che le favole erano superate e non avevano accesso alla città? Quel re e quel mendicante non erano entrambi di Istanbul? Uno provava piacere nel giocare col destino delle persone, mentre l’altro cercava di vivere oscillando tra i due estremi della realtà. Quelli che adesso stavano correndo sotto la pioggia, sapevano come si sarebbero svegliati l’indomani?

Cosí come Istanbul non era solo Istanbul, anche l’orecchino di ambra non era solo un orecchino. C’era una storia dietro. Yasemin Abla l’aveva comprato perché le piaceva e perché le stava bene. Poi l’aveva dato a me perché lo riparassi, rendendomi in questo modo partecipe della storia. L’orecchino di ambra, col suo colore giallo, portava dentro di sé una storia e il sogno di una bella persona. Mi avvicinai di nuovo alla finestra e guardai fuori. Il mare e le onde si erano calmati. Dov’era la nave che poco prima lottava con la tempesta e che aveva lanciato l’SOS? Aveva proseguito per la sua strada o era stata seppellita nei fondali marini? Aveva finito di piovere. I cani erano ritornati in giro per le strade. Un uomo camminava distratto fra le case. Non aveva cappotto né ombrello. Non prestava attenzione all’acqua delle pozzanghere che calpestava. Si fermò improvvisamente e girò la testa verso la casa. Era lontano e non si vedeva bene, ma non era difficile immaginare che fosse stanco e affamato. L’uomo decise di non proseguire e tornò indietro. Si mise a camminare in fretta come se avesse dimenticato qualcosa e volesse andare a prenderlo.

Mi versai del tè. Feci colazione anche se era tardi. Guardai i libri che erano sistemati sullo scaffale. Ne scelsi due. Uno era L’antologia della poesia mondiale e l’altro, il romanzo di Yaşar Kemal Memed il falco. Mi allungai sul divano. Dopo aver letto alcune poesie, cominciai il romanzo.

Le voci dei bambini e dei venditori ambulanti per strada riecheggiavano nel sole che era spuntato dopo la pioggia. Era vigoroso e gioioso; come se si fosse nascosto, ora la sua presenza riempiva ogni cosa dopo la tempesta. Volevo aprire la finestra, ma allora si sarebbe capito che c’era qualcuno in casa. Guardai fuori dalla tenda scostata. Aprii la finestra quel tanto da non farlo notare. Respirai un po’ di aria fresca.

Trascorrevo le giornate leggendo libri steso sul divano e dormendo molto. All’imbrunire, senza accendere la lampada, guardavo le navi sul Bosforo e le luci della strada. Il cielo cambiava ogni sera. I colori fluivano uno alla volta da una parte all’altra del cielo, il vento sparpagliava le luci lontano in ogni direzione. Aspettai con il cuore tranquillo e l’orecchino di ambra fra le dita fino alla sera del terzo giorno. Finii il romanzo e lessi e rilessi alcune poesie.

Yasemin Abla aveva detto “la sera del terzo giorno”. Mi passarono per la testa i pensieri peggiori, credevo che l’avessero presa. Al calare del sole mi preparai. Misi in ordine. Presi lo spazzolino e il pettine. Mentre chiudevo il sacchetto della spazzatura con le cicche di sigaretta, sentii un rumore di passi provenire da fuori.

Bussarono alla porta, ma non era un segnale di riconoscimento.

Aspettai.

La voce di una bambina disse: “Non c’è nessuno?”

Doveva essere la figlia di uno dei vicini. Rimasi immobile. Poi, la stessa voce mormorò: “Abi, apri la porta”.

Abi? Mi conosceva? Se mi avevano visto con Yasemin, perché non chiamavano lei e chiamavano invece me? Ero confuso. Senza accendere la luce mi avvicinai alla porta e aprii piano. Una bambina mi guardava con gli occhi spalancati.

“Abi, devo fare i compiti per domani, mi aiuti? Mia nonna mi ha detto di chiamarti”.

“Tua nonna? E chi è?”

“Abitiamo nella casa qui dietro. Anche Yasemin Abla mi aiuta con i compiti”.

“Yasemin Abla adesso non c’è, ma quando viene glielo dico”.

“La nonna vuole che vieni tu. Vai e chiama Yusuf, mi ha detto”.

In un attimo mille domande mi passarono per la testa. Come faceva a sapere che Yasemin Abla non era tornata? Come faceva a sapere il mio nome? Ero troppo curioso per non andare. Invece di stare a casa, era meglio aspettare dai vicini.

“Prendo la giacca”. Uscendo presi il mio zaino. Non sarei piú ritornato lí.

Presi anche la spazzatura e la buttai al di là del muretto basso del giardino dove c’erano già altri rifiuti.

“Come ti chiami?”

“Serpil”.

Serpil camminò su per la viuzza di fianco alla casa. Sapeva dove mettere i piedi anche al buio. La seguii in silenzio. Una volta sul retro passammo attraverso dei recinti aperti. Prendemmo un altro passaggio che non avrei mai trovato da solo e salimmo una scalinata pericolante di pietra. Arrivati davanti alla casa, mi fermai a guardare. Era una gecekondu che stava sopra a quella dove ero alloggiato io. Serpil entrò per prima dalla porta aperta.

“Vieni abi, entra,” disse.

Era una casa come la nostra, con una sola stanza. Una donna era seduta sul divano vicino alla finestra. Aveva in mano i ferri, stava lavorando a maglia.

“Sei arrivato, Yusuf?” chiese la donna.

“Buona sera,” dissi. “Vieni, ragazzo. Siediti vicino a me”.

Mi accorsi solo allora che la donna non vedeva. Mi sedetti di fronte a lei e non guardai il suo viso, ma le dita che lavoravano a maglia. “Due dritti, due rovesci”. Si fermò come se avesse capito che le stavo guardando le dita.

Lasciò i ferri e disse: “Avvicinati”.

Allungò le mani e mi toccò il viso. Mi accarezzò le guance, il mento e la fronte. Una mano scese sul collo e l’altra si fermò sul naso per poi passare alle sopracciglia.

“I tuoi tratti sono regolari e hai dei bei lineamenti”.

Lo disse come se stesse parlando del suo lavoro a maglia. “Yasemin mi ha parlato di te. Lei aiuta la bambina con i compiti. A volte io non riesco a risolvere i problemi di scuola”.

Avevo mai visto una casa cosí povera? Non c’erano tende alla finestra. Il vetro era rotto nell’angolo in alto e il buco era coperto da una busta di plastica. Sulla parete di fronte c’era una bombola a gas da campeggio e, accanto, uno scatolone che conteneva qualche piatto e bicchiere. Sopra la bombola, il bollitore si riscaldava a fuoco basso. Il kilim per terra era strappato in piú punti e i colori erano sbiaditi. L’intonaco si staccava dai muri. Non c’erano né il tavolo né le sedie. Su un lato del divano c’erano due coperte ripiegate una sull’altra. Era chiaro che la notte la nonna dormiva da una parte del divano e Serpil dall’altra.

Serpil prese la borsa che era per terra e mi venne vicino. Aprí la borsa scolorita e scucita di lato e tirò fuori il libro e il quaderno.

“La maestra ci ha dato tre domande a cui rispondere”.

“Cominciamo allora,” dissi.

“Leggine una alla volta”.

Serpil guardò prima la nonna, poi me e cominciò a leggere.

“Domande di riepilogo. Domanda numero uno: perché le stagioni cambiano? Perché non è sempre estate o sempre inverno?”

“Come faccio a saperlo,” disse la nonna.

Serpil e io ci guardammo e ci mettemmo a ridere.

“Scrivi, Serpil,” dissi. “Ci sono due ragioni: la prima è che la terra gira intorno al sole. La seconda è che l’asse terrestre è inclinato. Nel corso dell’anno i raggi del sole colpiscono la terra da diverse angolazioni e per questo le temperature cambiano. Le stagioni si formano cosí”.

“Lo sapevo,” disse la nonna.

“Se lo sapevi perché non me l’hai detto?” chiese Serpil.

“Tesoro mio, non intendevo la risposta alla domanda. Sapevo che tutti gli amici di Yasemin sono intelligenti”.

Feci un colpo di tosse e cercai di correggerla. “Io non sono un amico di Yasemin, sono suo fratello,” dissi.

“Che differenza fa, amici, fratelli, siete tutti uguali”.

Chiacchierando finimmo i compiti. Discutemmo del perché la neve sulle cime delle montagne non si scioglie nonostante le stagioni cambino, e del perché ai Poli c’è una sola stagione.

“Noi assomigliamo ai Poli,” disse la nonna. “La nostra povertà non cambia mai. Magari i ricchi e i poveri, come le stagioni, potessero scambiarsi di posto. Non sarebbe una cattiva giustizia”.

Il vento autunnale che entrava dalla finestra suggeriva che quella giustizia era ancora piú necessaria. Che cosa avrebbero fatto quando sarebbero arrivati il freddo, la neve e l’umidità che penetra nelle ossa? Avrebbero acceso la stufa? Serpil aveva le calze bucate. Forse la nonna gliene stava confezionando un paio e poi le avrebbe fatto un maglione pesante. Erano tutte e due magre. Le dita ossute e i volti pallidi. In casa c’erano solo loro due, lo capii dal fatto che non avevano altri mobili tranne il divano e che c’erano solo due coperte.

“È ora che io vada,” dissi.

La nonna mi trattenne per un braccio. “No, non abbiamo ancora bevuto il tè e non hai neanche mangiato. Serpil, tesoro, se hai finito i compiti, metti su del tè e porta a Yusuf da mangiare”.

“Ho ancora un compito da fare, nonna. Devo imparare a memoria una poesia”.

“Che poesia è?”

“La poesia ‘Beata Patria’”.

“Beata?” disse ridendo la nonna. “Beata!”

Mi alzai. “Lasciamo studiare Serpil. Metto su io il tè”. “Ma non volevo disturbarti, figliolo. C’è anche del pane e ci sono delle olive. Prendili insieme al tè”.

“Grazie, ma non ho fame. Ho mangiato prima di uscire”.

Serpil si mise vicino alla coperta e aprí il libro per leggere la poesia.

Versai il tè nelle tazze, aggiunsi lo zucchero e mescolai. La nonna posò il lavoro a maglia sulle gambe e prese il bicchiere caldo fra le mani.

“Ho cominciato a lavorare a maglia quando avevo l’età di Serpil. Allora ci vedevo. Il nostro villaggio era in capo al mondo. C’erano due stagioni. D’estate si lavorava nei campi e d’inverno si lavorava a maglia. Pensavo che avrei passato tutta la vita a lavorare la terra, invece adesso vivo vendendo maglioni. I vicini fanno da tramite e lo dicono ai loro conoscenti. A volte scendo verso il mare e li vendo sul marciapiede. Ma con i soldi di un maglione cosa posso farci? La bambina ha bisogno di molto di piú”.

“Non solo lei, anche tu hai bisogno di molto di piú”.

La nonna appoggiò il bicchiere di tè sul davanzale. Si chinò verso di me e mi chiese: “Se ti chiedo una cosa, sai rispondermi?”

“Di che si tratta?”

“Riguarda Serpil”.

La guardai senza capire.

“È una domanda semplice,” disse. “Serpil è figlia di mia figlia e sorella di mio marito. Com’è possibile?”

Piú che alla domanda in sé, pensai a quanto poco senso avesse. “Assomiglia a un indovinello,” dissi.

“Faccio delle domande cosí anche a Yasemin e le do tempo di rispondere fino alla visita successiva. Voglio che abbia un motivo in piú per tornare. E tu, riuscirai a trovare la risposta a questa domanda?”

“Non credo, mi sembra un po’ complicata”.

“Sono felice di sentirtelo dire. Anche a te darò un po’ di tempo. Ovunque tu vada, stai attento e torna sano e salvo. Voglio la soluzione all’indovinello”.

“Non ti preoccupare, tornerò con la risposta,” dissi cercando di avere un tono allegro.

“Sai, Yusuf, mi mancano i sogni che facevo prima di perdere la vista. Quando guardavo le giovani del villaggio ai loro matrimoni, mi sembravano ninfe delle montagne. Con i colli lunghi, le scollature aperte e gli uccelli che battevano le ali al ritmo dei loro respiri. Speravo che da grande sarei stata come loro, che avrei illuminato gli specchi, ma prima di raggiungere l’adolescenza la mia vita era cambiata. Per tutta l’estate, nel villaggio soffiò un vento che sapeva di muffa e i raccolti marcirono. I pastori si imbatterono in cervi affogati nel fiume e in cadaveri di lupi caduti nei burroni. Aquile maestose che volavano come fossero le regine del paradiso precipitarono a una a una dal cielo. La malattia che aveva accecato gli animali si diffuse poi tra i bambini. Alcuni miei amici morirono nel giro di una notte per il dolore agli occhi. Arrivarono le donne in lutto e cominciarono a piangere. Io fui fortunata, persi la vista, ma rimasi in vita. Piansi molto e le donne piansero ancora di piú. Dicevano che il villaggio era stato colpito da una maledizione perché avevamo messo trappole per i cuccioli di cervo e ucciso cuccioli di lupo. Conosci questa favola, Yusuf? C’era una città in cui tutti erano ciechi, erano nati tutti ciechi. Un giorno un bambino riacquistò la vista e cominciò a vedere le cose intorno a sé. Gli abitanti erano terrorizzati da questa malattia e, per impedire che si trasmettesse agli altri bambini, lo uccisero. Bruciarono il suo corpo. Penso a Istanbul. Cosa merita questa città che commette terribili peccati? Quale maledizione dovrebbe colpirla? Oppure, è già stata colpita e noi stiamo vivendo quella maledizione? Qui linciano chiunque riacquisti la vista. Figliolo, se anche tu sogni, linceranno anche te”. La nonna cominciò a parlare piú lentamente e piú piano, come se stesse per addormentarsi. Mormorò tra sé e sé: “Linceranno anche Yasemin, con il suo collo lungo, la sua scollatura aperta e gli uccelli che battono le ali al ritmo del suo respiro”.

Guardai fuori. Dalla finestra si vedeva l’ingresso del giardino della nostra gecekondu. Da qui si vedeva chi entrava e chi usciva. Ma chi avrebbe guardato? La nonna cieca? Era sceso il buio, Yasemin Abla non era tornata e a questo punto non l’avrebbe piú fatto.

Si sentivano in lontananza i fischi delle navi e i gabbiani. Le stelle sfilavano sulla città come una nube polverosa da est. Il cielo era come ricoperto di acqua e sembrava bagnato. Forse al di là dell’orizzonte c’erano piú stelle, ma non essendoci posto in cielo, aspettavano. Il cielo era infinito e compatto a sufficienza da entrare in una campana di vetro. Era difficile capire dove finivano le stelle e dove cominciavano le luci della città.

La nonna si chinò in avanti e mi prese la mano. Mi mise un pezzo di carta ripiegato nel palmo. Aprii il biglietto con curiosità e lessi: “La casa è sotto controllo… punto grigio… domani… 15… p.s.: diménticati degli orecchini!”

Gli orecchini?

La nonna mise la mano nella scollatura e tirò fuori un orecchino dal reggiseno. Era l’altro orecchino di ambra.

“È venuta Yasemin Abla?” chiesi emozionato.

“Non lo so, sono cieca,” disse misteriosamente. “C’è un’uscita sul retro. Serpil te la farà vedere. Puoi andare via da lí senza essere visto”.

Lessi ancora una volta il biglietto che avevo in mano. Avevamo preso le nostre precauzioni. Avevamo dato il nome dei colori ai nostri punti d’incontro. Il punto grigio era la fermata dell’autobus davanti alla biblioteca dell’Università di Istanbul. L’incontro sarebbe avvenuto un’ora prima dell’orario indicato; ci saremmo visti alle 14. Yasemin Abla aveva fatto in modo che credessi all’autenticità del biglietto consegnandomi l’altro orecchino. Il suo “diménticati degli orecchini!” era chiaro come un chiodo piantato nel muro. Non dovevo lasciare tracce, non dovevo portare addosso niente che appartenesse a qualcun altro.

Salutai la nonna baciandole le mani.

“A casa ci sono dei gerani. Se le lascio la chiave può bagnarli?”

“Non preoccuparti figliolo, abbiamo la chiave”. Prese il lavoro a maglia, si avvolse il filo attorno al dito e muovendo su e giú i due ferri come le ali di un uccello ricominciò a lavorare. Mentre stavo uscendo, mi disse: “Non dimenticare la domanda che ti ho fatto. Aspetto una risposta”.

Il vento tagliente mi colpí la faccia. Mi avvolsi bene la sciarpa intorno al collo. Seguendo Serpil mi inoltrai nel buio. La strada proseguiva a curve e in alcuni punti si biforcava. C’erano cespugli ovunque. Era facile perdersi. Sembrava un labirinto. Era sempre piú buio e l’abbaiare dei cani era sempre piú lontano. Alla fine della salita e dei cespugli vidi un orto. Ci fermammo: da lí avrei dovuto proseguire da solo.

Tirai fuori i soldi dalla tasca e ne diedi la metà a Serpil. Le dissi di studiare e di badare alla nonna. Mi abbassai e le baciai la testa. Fu allora che mi accorsi che il suo volto e la luce che sprigionava erano adatti a degli orecchini di ambra. Il suo viso era candido, delicato e affascinante. Assomigliava alle fate delle montagne. Le mancava solo l’ambra gialla. Le spostai due riccioli con la mano e le sollevai il mento. Le misi gli orecchini. “Adesso sono tuoi,” le dissi. Sbatté gli occhi incredula e si portò le mani alla faccia. Toccò i due orecchini che pendevano come due gocce d’acqua. Sul suo volto c’era l’espressione piú bella del mondo. Se l’avessi lasciata, le sarebbero spuntate le ali e sarebbe volata via nel cielo pieno di stelle.

Entrando nell’orto camminai lentamente e mi tornarono in mente i versi che avevo imparato da Yasemin Abla: “Uomo libero, tu amerai sempre il mare”.

In quell’istante qualcuno mi chiamò con il mio vero nome. Mi fermai nel buio e mi guardai intorno. Non riuscii a capire da dove veniva il richiamo. Il cuore mi batteva forte per la paura. Il sudore freddo mi scendeva sul collo. Sentii un’altra volta quella voce e aprii gli occhi a metà.

“Demirtay,” disse il Dottore, “stai parlando nel sonno”.

“Devo essermi appisolato,” dissi guardando i muri bui della cella. Dormire e perdersi nei pensieri mi faceva bene. Immaginavo di essere fuori, ritornavo alla mia vita prima di essere arrestato. Il dopo era sempre terribile. Quando riaprivo gli occhi nella cella, il rimpianto e la disperazione mi attanagliavano. Di fronte a me vedevo un muro color pus. Mi sentivo in colpa per essere stato preso, per non aver corso abbastanza veloce. Volevo un’altra possibilità. La possibilità di cambiare la mia vita alla radice. Poi mi contorcevo per il dolore delle ferite che mi ricoprivano il corpo.

“Küheylan, posso farti un indovinello?”

“Che Dio ci benedica, hai intenzione di mettermi alla prova dopo il mio indovinello di ieri?”

“Il mio è piú difficile. Ascolta. Ci sono una donna e una bambina. Le chiedo se è sua nipote e mi risponde cosí: è figlia di mia figlia e sorella di mio marito. Com’è possibile?”

“L’hai sognato?”

“No,” dissi senza menzionare Serpil e sua nonna.

“Figlia di mia figlia e sorella di mio marito,” ripeté fra sé e sé il vecchio Küheylan. “È una bella domanda. Devo pensarci un po’… Chissà se saprò rispondere”.

Mentre riflettevano sulla domanda, Küheylan e il Dottore si chiedevano anche come mai da due giorni nessuno fosse stato torturato e le celle fossero lasciate a se stesse. Non era stato portato via nessuno, né oggi né ieri. Il cancello di ferro era stato aperto solo per il cambio della guardia e per il cibo.

“Anche i carcerieri sono umani. Si sono stancati di fare dieci, venti ore di tortura al giorno e per riposarsi sono andati tutti insieme in vacanza. Sono su una spiaggia al caldo, magari su un’isola nell’oceano a farsi rinsecchire l’anima”. Küheylan rideva mentre parlava.

“No,” disse il Dottore, “durante le torture hanno sudato, sono usciti senza asciugarsi e a causa del vento freddo si sono ammalati. La malattia si è diffusa velocemente. Adesso sono a casa a riposare e bevono tè al tiglio con menta e limone”.

Mentre il Dottore e Küheylan ridevano, un piccolo bottone scivolò sul cemento del pavimento arrivando fino ai nostri piedi. Non capimmo chi l’avesse perso. Era un bottone a forma di stella, giallo e con due buchi. Il vecchio Küheylan lo prese e lo osservò alla luce. “È il bottone di un vestito da donna,” disse. Ci alzammo insieme e guardammo fuori dalla grata. Zinê Sevda se ne stava lí, nella cella di fronte, come un ritratto in una cornice grigia. Aveva staccato un bottone dal vestito e ce l’aveva lanciato facendolo passare sotto la porta della cella. Quando ci vide sorrise, soprattutto a Küheylan. Gli occhi cerchiati di viola si ravvivarono. Con il dito scrisse nel vuoto: “Come stai?” Küheylan rispose tracciando laboriosamente le lettere come uno studente che ha appena cominciato la scuola.

Li lasciai da soli e mi sedetti al mio posto. Misi i piedi sopra quelli del Dottore. Guardai l’espressione indifferente di Kamo il Barbiere che dormiva con la testa appoggiata sulle ginocchia. Oggi non aveva parlato per niente, si era comportato come se non ci fossimo. Si era ritirato nel suo guscio e aveva dormito.

Il vecchio Küheylan, che era in piedi davanti alla porta, si chinò, e mentre diceva: “Kamo, vieni alla grata, Zinê Sevda vuole ringraziarti,” Kamo alzò la testa con un’espressione piú insofferente del solito negli occhi. Si guardò intorno come per ricordare dove si trovasse. Poi, muovendo la mano in aria con un gesto sprezzante, fece intendere che voleva essere lasciato in pace. Si abbracciò le ginocchia e affondò la faccia nelle braccia, ritirandosi nel suo mondo. Il luogo piú nascosto dove poteva rifugiarsi era il sonno. Era l’unico modo per potersi allontanare da noi.


Il Libro: Una cella, quattro uomini, dieci giorni, una moltitudine di storie: un dottore, un barbiere, uno studente e un vecchio rivoluzionario sono incarcerati in una stanza angusta e gelata nei sotterranei di Istanbul. Fra gli interrogatori, le torture, il tempo sospeso e l’immobilità forzata cui sono inchiodati, scoprono l’incanto e il potere della parola come unica via di fuga possibile. I protagonisti di questo libro, come nel Decamerone, trascorrono il tempo della loro segregazione raccontandosi storie ed è cosí che, in una narrazione corale, svelano il filo che li lega e il motivo per cui si trovano imprigionati: nella Istanbul sopra la cella, quella che vive e brulica tra bellezza e orrore, qualcosa sta per accadere, un cambiamento, una rivoluzione… Ed è la città, con tutti i suoi contrasti, le sue contraddizioni e le infinite realtà che la compongono, la vera protagonista del libro: la Istanbul “di sopra” insieme alla Istanbul sotterranea, quella della speranza e della luce mescolata – fin dal titolo – alla sua gemella, quella dell’ombra, dell’arroganza degli uomini, della brutalità del potere.
In copertina un’opera di Devrim Erbil. (Courtesy)