C’è chi, nella vita, assume sempre un punto di vista interno e non si domanda mai il motivo delle proprie azioni. C’è poi chi rimugina sull’assurdità e l’insensatezza della vita – ma entrambi i punti di vista sono parziali.


In copertina: Artists’ Banquet, Kyung Min Nam, 2009.

(Questo testo è la traduzione italiana di un articolo precedentemente uscito su Aeon)

di Helena de Bres

Il semestre scorso, a metà di un incontro in occasione del mio seminario “Il senso della vita”, mi sono ritrovata sdraiata su una sedia vicina al finestrino della parete orientale dell’aula. Avevo in programma, di lì a breve, un intervento chirurgico alla colonna vertebrale, per questo rimanere seduta o in piedi era difficile. Avevo bisogno di una pausa.

“Sono stati i romantici” ho detto, mentre sistemavo il cuscino sotto la testa, “che hanno sostenuto per primi che vivere “autenticamente” è un fine in sé. Per alcuni, l’autenticità supera addirittura la moralità come ideale di vita. Come disse Ralph Waldo Emerson (e qui ho iniziato a gesticolare energicamente): è giusto solo ciò che è consono alla mia costituzione, è ingiusto ciò che le si oppone!” Poi ho sbattuto involontariamente il gomito contro il muro. E ho aggiunto “Niente è sacro, se non l’integrità della vostra mente!

Ho guardato i miei studenti e ho vacillato. Mi era appena capitato, come forse anche a loro, di vivere una situazione assurda. Di essere assurda io stessa.

Questo è quel che ho pensato allora, e anche dopo qualche giorno, dato che pensar troppo è la mia professione, ho analizzato la cosa. Perché mi sono sentita assurda? Da un lato, l’assurdità deriva da un divario notevole tra aspettativa e realtà, obiettivo e risultato, mezzi e fine. A volte la discrepanza è divertente come quando si osserva la mostra di un artista che ha vinto una residenza di un anno, ma il risultato è solo un piccolo diorama improvvisato, che raffigura l’artista che dorme. Altre volte la discrepanza è terrificante, come quando si nomina un esponente dell’industria petrolifera a capo dell’agenzia per la protezione dell’ambiente. Nel mio caso, la discrepanza era tra l’autorità che ci si aspetta da un professore e il fatto che me ne stavo nascosta dagli studenti, con la testa su un cuscino.

La mia lezione da sdraiata sarebbe stata meno assurda, comunque, se io fossi un’economista o una storica. C’è qualcosa di particolarmente assurdo nei filosofi, che stiano supini o no. La spiegazione potrebbe stare nel più celebre racconto filosofico sull’assurdità, esposto da Thomas Nagel nel 1971. Nagel ha sostenuto che quando percepiamo che qualcosa (o tutto) nella vita è assurdo, stiamo vivendo lo scontro tra due prospettive da cui osservare il mondo. Una è quella dell’engaged agent, che vede la sua stessa vita dall’interno. L’altro è quello dello spettatore distaccato, che guarda l’attività umana con freddezza, tenendosi a distanza, come da un altro pianeta. Nagel osserva che fa parte della nostra natura slittare da un punto di vista all’altro. Un momento siamo pienamente coinvolti in una lezione sulla coltivazione di funghi, in un flirt con il marito di nostra sorella o nella battaglia con l’intrattabile Valentina, la responsabile della contabilità. Il momento successivo, invece, la nostra tettonica mentale si sposta e ci vediamo da una prospettiva priva di emozioni, come un fantasma che sorvola il corpo. In quei momenti ci sembra ovvio che, “dal punto di vista dell’universo”, per usare una frase di Henry Sidgwick, l’utilitarista del diciannovesimo secolo, nessuna di queste cose ha un valore.

Ti potrebbe interessare: “Le radici della notte”

Il nostro senso dell’assurdo entra in gioco quando si scatta rapidamente da una prospettiva all’altra, in uno slittamento mentale simile all’illusione del papero-coniglio (il celebre disegno dove si può vedere, appunto, un papero o un coniglio). L’assurdità dipende da questa instabilità. Se mantenessimo sempre la prospettiva interna, non ci chiederemmo mai se, tutto sommato, quel che facciamo è utile o sensato. Se, in alternativa, potessimo vedere in modo distaccato tutte le attività umane, compresa la nostra, dal punto di vista dell’Universo, non ci troveremmo mai, ad esempio, in un corso dove cerchiamo di far aderire dei funghi a un tronco umido. Saremmo tutti degli asceti a tempo pieno, indifferenti rispetto a qualsiasi questione umana, persone che non potrebbero mai essere colte in flagrante nel prendersi cura di qualche piccolezza.

Anche se Nagel dice che tutti noi nella nostra vita adottiamo sia la prospettiva interna che quella esterna, alcune persone si identificano più con l’una che con l’altra. E alcune di queste persone si raggruppano in professioni in cui una delle due prospettive è valutata in modo sproporzionato. La filosofia accademica è una di queste. Quando si dice: “Analizziamo la cosa da un punto di vista filosofico”, si intende: “Calmiamoci, facciamo un passo indietro, osserviamo la cosa con distacco”. Il filosofo (e la filosofia), nell’immaginario popolare, si discosta proprio dalle preoccupazioni mondane e dalle passioni che governano il resto dell’umanità. È una persona che assume soprattutto la prospettiva esterna. Quando Søren Kierkegaard svenne in occasione di una festa e la gente cercò di aiutarlo, disse: “Oh, lasciatemi stare. Lasciate che la cameriera mi spazzi via domattina”.

Se questa idea è fondata e se il racconto di Nagel è corretto, i filosofi, parcheggiati per sempre in una sola delle due prospettive di Nagel, sfuggiranno all’assurdità della condizione umana. Eppure noi filosofi siamo tra le persone più assurde che io abbia mai incontrato. Il motivo ha un che di paradossale. L’astrazione e il distacco sono gli strumenti del mestiere di un filosofo, ma i filosofi sono spesso molto legati alle loro cose: si appassionano all’assenza di passione e riescono a essere astratti nei modi più concreti. Magari trascorrendo anni lavorando ossessivamente su documenti con titoli come Nonreducible Supervenient Causation e poi facendo scoppiare risse in occasione delle conferenze. Per me tutto questo è parte del fascino della filosofia. C’è qualcosa di particolarmente assurdo, sì, ma anche di accattivante, nelle persone così prese dai loro sforzi da dimenticare i loro aspetti ridicoli, sebbene lo sforzo stesso sia destinato a diventare un promemoria perpetuo dello stesso senso del ridicolo.

Quel giorno in aula ero proprio così, sia distaccata che appassionata, mentre parlavo con la testa appoggiata sul mio cuscino. Ma che cosa c’entra tutto questo con l’assurdo? Molti di noi non associano il concetto a semplici discrepanze, né al più complesso scontro prospettico descritto da Nagel, ma alla futilità. Una bella metafora di tutto ciò è il video di uno show giapponese chiamato Slippery Stairs, diventato virale l’anno scorso. Il gioco richiede ai suoi concorrenti – a piedi nudi e con una tutina striminzita – di arrampicarsi sulla cima di una scala rivestita di quel che sembra ghiaccio. Il video ritrae sei persone che cercano scrupolosamente, disperatamente, di arrampicarsi per scivolare ripetutamente per le scale, coinvolgendo spesso gli altri partecipanti. “Ecco la vita”, ha scritto qualcuno nei commenti.

Che atteggiamento dobbiamo assumere nei confronti della nostra vita o di noi stessi, una volta che capiamo quanto siamo assurdi? Un’opzione è quella di scuotere i nostri pugni contro il cosmo, maledicendo la sua freddezza silenziosa e le sue scale scivolose. Questo atteggiamento calza molto bene con un certo tipo di adolescente maschio. Ma alcuni di noi – donne, disabili, minoranze etniche e di genere, ecc – hanno ricevuto abbastanza presto un memorandum sul fatto che probabilmente non si è il centro dell’universo. Così, quando la nostra attenzione adolescenziale si è rivolta alle delusioni e alla ridicolaggine della vita, siamo diventati più inclini ad alzarci e tornare a quel che stavamo facendo, piuttosto che fare sceneggiate.

Nagel propone qualcosa di molto simile: “Se non c’è ragione di credere che qualcosa conti, allora non importa neanche questo, e possiamo affrontare le nostre vite assurde con ironia, invece che con eroismo o disperazione”. Ma nel 2018 l’ironia potrebbe essere meno attraente che nel  1971. Vedere che tutto quel che ami è sotto attacco costante aumenta la sensazione che alcune cose contino davvero.

La mia opzione preferita è questa. L’assurdità della nostra situazione è preoccupante solo se implica che nulla conta veramente e che tutte le attività umane sono intrinsecamente prive di significato. Ma nessuno dei racconti sopracitati ha questa implicazione. Se ami ciò che stai facendo, e se ciò che ami ha un valore genuino e a misura d’uomo (è più o meno la definizione di significatività della filosofa morale Susan Wolf), la tua vita può avere profondità e uno scopo anche se comporta incongruenza e fallimento, e anche se l’Universo non si preoccupa di te. Parlare seriamente di filosofia con degli adolescenti con la schiena a pezzi, i cuori infranti, i genitori che lottano e il paese che cade a pezzi potrebbe essere definito assurdo. Ma ci si può anche guardare lì, seduti su quella sedia accanto alla finestra, percepirsi nell’atto di esserci, e, dopo un po’ di imbarazzo, dirsi che è splendido. Per poi, ovviamente, tornare al lavoro.


Helena de Bres è professoressa di filosofia presso il Wellesley College, in Massachusetts (USA).

Aeon counter – do not remove