Da George Washington a Orazio fino a Tommaso d’Aquino: elogio della più rara delle virtù.


(Questo testo è la traduzione italiana di un articolo precedentemente uscito su Aeon sotto licenza Creative Commons)

di Aurelian Craiutu

Tre secoli fa, il filosofo e politico francese Montesquieu affermò che gli esseri umani sono più adatti alle vie di mezzo piuttosto che a quelle estreme. Solo qualche decennio dopo, George Washington pregò invece i suoi concittadini di discostarsi dal trend delle polarizzazioni. Nel suo libro Farewell address, del 1796, il primo presidente degli Stati Uniti evidenziò infatti gli effetti funesti della partigianeria e del settarismo. Quest’ultimo, sostenne Washington, pone le radici nelle più recondite passioni umane e può essere notato “al suo massimo grado” nell’atto di governare, dove la concorrenza e la rivalità tra fazioni sono “acuite dal desiderio di vendetta” e dalla mancanza di moderazione.

A osservare il mondo che ci circonda, potremmo essere tentati di dar ragione a Washington e non a Montesquieu. La nostra scena politica offre un chiaro esempio della poca fede che dimostriamo nella virtù della moderazione, senza la quale, come ha ricordato John Adams nel 1776, “ogni uomo al potere diventa un famelico predatore”. Anche se le nostre istituzioni democratiche dipendono da attori politici che possiedono buon senso, autocontrollo e moderazione, viviamo comunque in un mondo dominato dall’iperbole e dall’intransigenza ideologica – in cui i moderati sono quasi una specie in via d’estinzione. Possiamo fare qualcosa per salvarli? Per rispondere a questa domanda dobbiamo guardare con occhi nuovi alla moderazione, che Edmund Burke considerava una virtù difficile, adatta solo a menti nobili e coraggiose. Cosa significa essere una voce moderata nella vita politica e pubblica? Quali sono i principi alla base della moderazione? Che cosa cercano i moderati nella società e come si differenziano dalle menti più radicali o estremiste?

Prima di rispondere a queste domande, dobbiamo affrontare l’idea che vede la moderazione come sinonimo di indecisione, debolezza, opportunismo e codardia. Negli occhi di coloro che sostengono questa interpretazione, la moderazione appare come una virtù blanda, incoerente e indesiderata, l’opposto della fermezza e della chiarezza di coloro che preferiscono contrasti più marcati e sfumature nette. “La moderazione si vede bella”, disse una volta Friedrich Nietzsche, solo perché “non è consapevole che nell’occhio dell’immoderato appare scura, sciatta, e dunque brutta”. Ad altri, più inclini al discorso politico, la moderazione risulta invece insoddisfacente, perché è percepita come un appagamento inadatto al riformismo e alla mobilitazione.

Cosa si pensava in antichità di tutto ciò? Innanzitutto, non c’era l’attuale scetticismo verso la moderazione. Al contrario, la si elogiava e si pensava che i cosiddetti “barbari” fossero, tra le altre cose, incapaci di moderazione, cioè di seguire una terza via razionale. Se gli autori classici accettavano l’importanza della moderazione, insistevano però sul fatto che non si tratta di una virtù facile. Tacito la chiamò “la lezione più difficile della saggezza”, mentre Orazio legò la moderazione all’equilibrio, entrambe buone virtù, ma difficili da realizzare nella pratica. Platone evidenziò sia l’importanza che la difficoltà della moderazione ne La Repubblica, dove la definiva come la virtù che ci permette di controllare o temperare le nostre passioni, emozioni e desideri. Pur con tutte le differenze del caso, la saggezza di Platone continuò col suo più importante discepolo, Aristotele. Nell’etica Nicomachea, infatti definiva la virtù come una media tra gli estremi e insisteva nel dire che “un maestro di ogni arte evita l’eccesso come il difetto”, cercando sempre “l’intermedio” capace di preservare l’ordine e la libertà nella società. Tuttavia, poiché il mezzo non è mai unidimensionale, dobbiamo sempre valutare il contesto delle nostre scelte per decidere l’atto corretto da compiere nel momento “giusto”, nel luogo “giusto” e con riguardo alle persone giuste. Per raggiungere tutto questo, bisogna essere capaci sia di prudenza che di moderazione, ma non c’è alcun algoritmo per ottenerle in automatico: la moderazione può essere appresa e acquisita solo attraverso l’esperienza e la pratica. È una virtù impegnativa, non adatta ai giovani privi di conoscenza e pazienza.

La moderazione, come la temperanza, occupa un posto fondamentale anche nella tradizione cristiana, dove è stata da tempo considerata, insieme alla prudenza, una delle virtù principali. Molti teologi cristiani, tra cui San Tommaso d’Aquino, sostennero che la moderazione non è incompatibile con la forza, il coraggio e la saggezza. Per la precisione, sostennero che nessuno può essere saggio e coraggioso senza essere allo stesso tempo moderato. Per Aquino e gli altri, ciò che è moderato e temperato coincide con ciò che è buono. Come tale, la moderazione appare – per utilizzare una bella immagine dell’autore inglese Joseph Hall, risalente al XVII secolo – come “il filo di seta che attraversa la catena di perle di tutte le virtù.

Sulle orme degli antichi che hanno equiparato la moderazione con la saggezza pratica, Montesquieu ha sostenuto in Lo spirito delle leggi (1748) che la moderazione è la virtù suprema del legislatore, insistendo allo stesso tempo sul fatto che la moderazione è molto più che il giusto mezzo tra due estremi. Scrivendo in questi termini il filosofo si riferiva contemporaneamente a più questioni: a un certo tratto caratteriale (moderazione come prudenza, temperanza e autocontrollo), a uno stile di azione politica (contrariamente all’estremismo e al fanatismo) e a un insieme unico di accordi istituzionali e costituzionali. Le dimensioni istituzionali della moderazione sono emerse chiaramente in The Federalist Papers (1787-88), i cui autori si sono riferiti a Montesquieu in numerose occasioni come «l’oracolo». Gli autori, James Madison, Alexander Hamilton e John Jay, hanno capito che la libertà e la prosperità in qualsiasi stato dipendono dall’esistenza di un saggio equilibrio tra gruppi e classi nella società, nonché su una architettura di potere che includa l’equilibrio e la separazione dei poteri: federalismo, revisione giudiziaria e bicameralismo. È questo equilibrio, fragile e costantemente minacciato, a impedire a ognuna di queste fazioni di sconfinare nel campo altrui ottenendo il potere assoluto sulla società – cosa che Washington temeva per il futuro della sua repubblica statunitense.

Questi paladini della moderazione ci ricordano che è una tradizione del pensiero coerente e diversificata, composta da un vasto arcipelago politico ancora da esplorare. La moderazione, ci insegnano, è molto più di un semplice tratto caratteriale, di uno stato mentale, o di una certa disposizione. Oltre al suo significato etico, la moderazione è parte di una visione politica e di un certo stile di azione politica, che include l’educazione oltre a una certa forma di eclettismo, l’opposto della purezza ideologica. I moderati sono consapevoli della validità relativa delle proprie convinzioni politiche e dell’imperfezione delle loro conoscenze e informazioni. È per questo che preferiscono pensare “politicamente” piuttosto che ideologicamente, vedere il mondo non attraverso lenti manichee, in contrasti tra bianco e nero o “noi contro di loro”, ma in sfumature di grigio. I moderati rifiutano di definire un unico modo come migliore e non cercano di trovare una soluzione definitiva per problemi impraticabili, ma sono preparati a raggiungere compromessi ragionevoli qualora possibile. Come degli “opportunisti” che mancano di un’ideologia ben definita, sono soddisfatti di regolare le vele della barca statale per impedire che si capovolga in tempi di crisi.

In quanto tale, la moderazione è un bilanciamento complesso, non dissimile dall’arte di muoversi su di un lungo filo sottile. La copertina del mio ultimo libro, Facce della moderazione: L’arte del bilancio in un’età degli estremi (2016), non a caso mostra un funambulo. Chi cammina sulla corda ha bisogno di molte cose per evitare di cadere: abilità, formazione, pazienza, determinazione, visione, coraggio, lungimiranza e intuizione. Il funambulo non può né andare indietro né fermarsi. L’unica direzione possibile è in avanti. Per questo, egli deve avere una visione della destinazione finale e non perderla mai di vista, prestando attenzione a ogni passo, sapendo che ogni errore di calcolo può essere fatale.

Un bravo politico somiglia a un buon funambolo: ha bisogno di equilibrio, deve essere prudente, attento, rapido a reagire, deve avere un certo intuito e senso dello spazio. Deve anche avere il coraggio di nuotare controcorrente se necessario, e deve sempre pretendere che chi la pensa diversamente venga ascoltato. Al contrario l’immoderato è colui che conosce le risposte prima di porre le domande, disinteressato all’ascolto e che divide il mondo tra le forze del bene e quelle del male, amici e nemici. Abbondano gli esempi di questi spiriti moralisti in un’epoca di crescente eccesso. Per combatterli con successo, è giunto il momento di riscoprire una virtù – la moderazione –  che, come disse David Hume, “è molto probabile incontrare assieme alla verità e alla certezza”. La moderazione può essere un giusto metodo, capace di tenere aperto il dialogo con tutti coloro che si impegnano a preservare i valori fondamentali della nostra società democratica.


Aurelian Craiutu è professore di Scienze Politiche e di Studi Americani presso l’Indiana University, Bloomington. Il suo ultimo libro è Faces of Moderation: The Art of Balance in an Age of Extremes (2016). Vive a Bloomington.
Traduzione di Enrico Pitzianti.
In copertina: Un’opera di Niro Taka.

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