Nella Grecia antica, Terra e Cielo litigano poco prima della nascita del mondo. Cielo non vuole figli, perché decretano la fine dell’amore sensuale e l’inizio della vecchiaia, ma non c’è via di scampo al Tempo – che infatti lo evira.


In copertina: Richard de Fournivalle, Le Bestiaire d’Amour, Ms. 526, fol. 23v. Crédits: Bibliothèque Municipale de Dijon.

 

(Questo testo è tratto da “Dal cosmo al mare”, di Emanuele Coco. Ringraziamo Olschki per la gentile concessione)

di Emanuele Coco

«All’inizio, per prima, fu il Caos». Dal caos emerse «la Terra dal largo petto» e «la notte». Poi la Terra, da sola e senza alcun aiuto, «generò eguale a se stessa il Cielo stellato».

Comincia così il cosmo dei Greci. Astri, orbite e tutto il resto. Almeno stando a Esiodo che ci racconta che la Terra generò «le ampie montagne, amena dimora delle dèe Ninfe, le quali stanno sui monti selvosi; generò ancora il pelago scintillante, ribollente di flutti, il Mare, senza l’aiuto del tenero amore. Quindi appresso, unitasi al Cielo generò l’oceano dai profondi vortici».

Sono tempi tumultuosi. Terra e Cielo si trovano presto in contrasto a causa della loro opposta natura. Hanno da soffrire i figli. Il cielo li rifiuta. Appena nati li nasconde nei recessi della Terra. Tutti. Nessuno escluso. Ripudiati dalle ariose eventualità di una vita celeste, felice, solare. Il poeta ci racconta cosa accadde:

Intanto la Terra sconfinata gemeva nelle sue profondità, sentendosi oppressa [“poiché era soffocata” dal corpo dei figli che il Cielo aveva ricacciato nel suo grembo] e così meditò un disegno astuto e malvagio. In un baleno ella creò l’elemento del bianco diamante, fece una grande roncola, e svelò il suo piano ai suoi figli, e così disse prendendo coraggio, con l’animo affranto: “Figli miei, nati da un padre scellerato, se vorrete prestarmi fede, noi potremo vendicare l’iniquo oltraggio del padre vostro, dacché egli per primo ha macchinato delle opere infami”.

A mettere in atto il piano materno sarà Crono, «dai tortuosi pensieri, il più terribile dei figli».

«O madre, io posso offrirmi per fare quest’opera, dacché non mi preoccupo affatto del padre nostro infame». Così disse. E «ne gioì grandemente nell’animo la Terra sconfinata». Allora lei lo nascose in agguato e gli pose nelle mani la falce che aveva costruito. Poi restarono in attesa che il consorte rientrasse.

Giunse il grande Cielo, portando con sé la notte, ed attorno alla Terra, avido di amore, si avvolse spandendosi dappertutto; allora il figlio suo uscendo dall’agguato stese la mano sinistra, mentre con la destra afferrava la falce immane, larga, dai denti affilati, ed in un attimo solo falciò i genitali del padre suo, quindi li scagliò lontano gettandoli dietro di lui. […]

Allora non appena ebbe troncato con il diamante i genitali, e scagliati dal continente nel mare molto agitato, questi venivano portati al largo, per lungo tempo, e tutt’intorno una bianca schiuma sorgeva dalla carne immortale. In quella schiuma si formò una fanciulla; ella stette dapprima nella sacra Citera, e quindi andando via di là giunse a Cipro circondata dai flutti; e così venne una dea piena di grazia e di fascino, ed attorno a lei cresceva l’erba sotto i piedi ben fatti: costei chiamano Afrodite [la dea nata dalla schiuma, Citerea della bella corona] gli dèi e gli uomini, per il fatto che nella schiuma ella venne allevata; […] ed ancora Filommede, per essere sorta dai genitali. Con lei si accompagnò Eros (Amore), e la seguì il grazioso Himeros (Desiderio) fin dai primi giorni della sua nascita e quando si avviò al consesso dagli dèi. Questo onore ella ha fin dal principio, questa sorte è la sorte che ha ricevuto fra gli uomini e gli dèi immortali: i sussurri delle fanciulle, ed i sorrisi, e gli inganni, ed il dolce godimento e l’amore e la dolcezza.


Nel momento in cui dal caos (dove niente accadeva a causa dell’inerte omogeneità), si ha una separazione (la Terra si distingue dal resto ed emerge), tutte le altre differenziazioni prendono atto. Vengono generati il mare, i luoghi, una serie di divinità, gli innominabili.


La genesi del cosmo tramandataci da Esiodo parla più degli uomini che degli astri. Si potrebbe anche dire che parli più delle emozioni che della materia. Il suo è un cosmo “emotivo”. Esiodo non pensa al sordo fluire di elementi chimici che, non curanti della condizione umana, circolano nello spazio siderale. Tutto l’opposto. Il suo è un universo di sentimenti. È una realtà fatta di attrazioni e amplessi. È uno scontro tra polarità distinte, tra nature differenti, tra qualità, essenze, che si rispecchiano nei desideri e nei comportamenti.

Nel momento in cui dal caos (dove niente accadeva a causa dell’inerte omogeneità), si ha una separazione (la Terra si distingue dal resto ed emerge), tutte le altre differenziazioni prendono atto. Vengono generati il mare, i luoghi, una serie di divinità, gli innominabili. E soprattutto prendono forma le diverse attitudini delle distinte entità. Esiodo pensa alle pulsioni che governano la vita: la bramosia, l’istinto genitoriale, l’usurpazione, la vendetta, l’inganno, ecc.

Sembra un cosmo emerso dal cuore, un contrappunto di desideri che appartengono all’emozione umana, che provengono dell’esperienza che uomini e donne – allora come oggi – facevano della vita. Sono queste polarità a mettere in movimento l’Universo.

La distinzione accende desideri e crea attitudini. Apparteneva alla Terra l’attitudine a generare e accudire. Apparteneva al cielo il bisogno di concupire e possedere. Ma se il primo appare come un sentimento generoso e nobile, il secondo è indice di brama ed egoismo. Il mito non lascia dubbi. La punizione è inevitabile. E non sarà certo cosa da poco o reversibile.

Il sentimento di Cielo è asociale, è incompatibile con la vita, con lo scopo procreativo che dall’impulso primigenio da cui si sono distinti i primi elementi del cosmo avrà vita ogni altra creatura o elemento. Per questo il suo amore non viene capito e non è ammesso. Il suo è un sentimento puro, inutile, senza alcuno scopo, mentre Terra – la genesi – necessita di un sentimento al servizio, utile, in grado di sublimare la propria animosità nel desiderio di generare altro.


Il Cielo di Esiodo è dunque uno sconfinato desiderio, un bisogno di bellezza e passione che mai vorrebbe spegnersi. È un Cielo che non vuol vedere il tempo, il divenire, il moltiplicarsi delle fatiche, l’invecchiare, il dover lasciare posto agli altri, agli infanti, ai figli che diventeranno grandi vivendo a loro volta il piacere dei genitori e finendo col viverlo al loro posto.


Il desiderio di Cielo – la sua attitudine – non ha altra intenzione se non giusto quella di essere, di essere attrazione e piacere, di essere potenzialità creatrice che rimane tale. È l’amore per l’amore. È la cupidigia per il bisogno di unione. Un desiderio che non vuole giustificazioni o finalità aggiuntive. Una pulsione che non ha bisogno di essere utile agli altri o alla collettività. È una bramosia dell’altro che vorrebbe durare per sempre, che non vorrebbe perdersi mai, che preferirebbe non essere mai smorzata dalle altre eventualità della vita (i figli, le cure, l’invecchiamento, la fine della propria esistenza). Freud parla del fare asociale delle coppie in amore. Nel momento in cui gli amanti più intensamente si attraggono, essi diventano pericolosi per la società poiché rifiutano gli obblighi e vogliono dedicarsi solo a se stessi, al piacere che si danno l’un l’altro, al bisogno di abbracciarsi senza sosta o sazietà. Il desiderio che gli amanti provano reciprocamente non lascia spazio ai doveri e alle imposizioni del collettivo. Nell’apice di quella dolce forma di follia che è l’innamoramento, gli amanti sono gli unici protagonisti dell’istante che stanno vivendo. Un istante che vorrebbero non finisse mai.

Il Cielo di Esiodo è dunque uno sconfinato desiderio, un bisogno di bellezza e passione che mai vorrebbe spegnersi. È un Cielo che non vuol vedere il tempo, il divenire, il moltiplicarsi delle fatiche, l’invecchiare, il dover lasciare posto agli altri, agli infanti, ai figli che diventeranno grandi vivendo a loro volta il piacere dei genitori e finendo col viverlo al loro posto. È un cielo che detesta il mutamento. Detesta il guasto che provoca l’uscita dalla scena sotto l’impietoso sguardo di una natura che ammette solo occhi privi di rughe e pelli lisce come porcellana, a cui affidare il suo proprio eterno perpetuarsi, di generazione in generazione.

È folle e innaturale il desiderio del Cielo. Ma è sublime e appassionato. È il desiderio della sua amata. È l’amore in quanto amore. È un baldanzoso e allegro volere essere amplesso, desiderio e coppia, senza nulla concedere alla natura, ai figli e al resto.

Certo, il mito non si presta a interpretazioni oggettive né a letture univoche. Se così fosse perderebbe la sua forza generatrice. Verrebbe meno la sua capacità di promuovere introspezione, di guardare ai moti dell’animo e alle dinamiche del vivere collettivo. Il mito, al contrario, moltiplica senza sosta la propria simbologia. Si potrebbe dunque avanzare l’idea che la relazione tra Cielo e Terra illustrata da Esiodo non sia conseguenza delle diverse attitudini che il poeta attribuisce ai due protagonisti, ma sia invece conseguenza di un qualche dato contingente. Poco prima, infatti, il poeta ci dice che i figli generati erano «terribili». C’erano gli «innominabili» (solo pronunciare il nome di bestie del genere avrebbe portato sventura al lettore), «stirpe tracotante», «spaventosi all’aspetto». «Cento mani» spuntavano loro dagli omeri, «cinquanta teste» dalle spalle.

Questa cattiva figliolanza è un dato contingente, nel senso che “accade” per via di una casualità. Non è una ragione generale e inevitabile a provocarla. Non è un dato universale. I figli nascono e sono spaventosi e terribili. Se il padre agisse come conseguenza di tale eventualità contingente (è stato il caso a generarli mostruosi) il suo agire non sarebbe conseguenza di un tratto per così dire caratteriale, ma sarebbe solo una reazione – condivisibile o meno – a qualcosa di inatteso che si verifica. Si potrebbe in tal caso ammettere una giustificazione – o quanto meno una spiegazione – a quell’agire ai nostri occhi ripugnante. Si tratterebbe insomma di un genitore che vuole sottrarre al mondo esseri brutali e aggressivi. Li vuole forse nascondere agli occhi della madre per risparmiarle il dolore di sapere che il frutto del proprio grembo è violento e disumano. Se così fosse, il Cielo agirebbe per il bene della sua consorte e della collettività. La punizione che riceve a opera del figlio si rivelerebbe allora più spietata di quanto già non sia. Gli verrebbe inflitto un male quasi gratuito, una vendetta sproporzionata.

Ma questa possibile lettura non mi pare convincente. I versi del poeta – se letti nella loro interezza – non sembrano suggerire nulla del genere. Ecco come recitano:

In realtà, quanti nacquero dalla Terra e dal Cielo furono i figli più terribili, e vennero odiati dal loro genitore fin dall’inizio; così, appena ognuno di essi nacque, il Cielo li nascose tutti nei recessi della Terra, e non lasciò che venissero alla luce del giorno, e godette della sua opera malvagia.

Il gesto di Cielo è un «opera malvagia» di cui egli si compiace («godette»). Il poeta non tenta alcuna giustificazione. Anzi, con questo dettaglio egli pronuncia una sentenza, condanna il Cielo alla colpa e all’antipatia del lettore: se qualcuno poteva in qualche misura provare comprensione per un amante che non vuole figli, nessuno guarderà mai con simpatia chi si compiace di una scelta del genere.


Il problema è che fare qualcosa che non sia solo amplesso – ovvero avere dei figli, nutrirli, crescerli, educarli – implica che il tempo scandisca le età e questo inevitabilmente causerà l’invecchiamento e la fine degli amanti. Un destino che Cielo non riesce ad accettare. Non vuole figli, non vuole rivali, non vuole che lui e la sua compagna sfioriscano. Non vuole impegnarsi in altro se non nel loro piacere.


Ma il punto non è questo. La faccenda è più sottile. La contrapposizione che è in atto è tragica. Talmente devastante che il poeta la pone all’origine dell’equilibrio cosmico. Deve trattarsi di qualcosa di cruciale e universale. La nascita del cosmo non può coincidere con aspetti contingenti e secondari. Non quella descritta in un mito così antico. Il poeta sta pensando a qualcosa di universale, qualcosa che appartiene alla vita dalla sua origine. Ciò che egli vede è uno scontro atavico e generale. Non è un dissidio contingente, un litigio passeggero tra due individualità. Non è una questione di dettagli né una faccenda episodica. Tutto il contrario. Costituisce uno dei drammi dell’esistenza. Provocato dalla profonda intimità dei sentimenti umani. È uno scontro inevitabile e poiché di certo non si tratta della sola sofferenza a cui uomini e donne possono andare incontro nel corso della propria vita, evidentemente il poeta deve averlo visto come il più drammatico, per scegliere di porlo all’origine del mondo. Credo che egli abbia avuto un’intuizione filosofica importante che ritornerà anche in altri pensatori. Per scoprirla dobbiamo riprendere quanto dicevamo poco sopra: l’agire di Cielo non è dovuto a un dato contingente (la nascita di figli violenti), ma alla natura che gli è propria (il suo desiderio di unione con la sua compagna senza che altro mai accada). Questo è il punto. Il dramma inscenato dal mito non riguarda solo una distinzione di attitudini tra un Cielo che vorrebbe solo la sua compagna e Terra che vorrebbe anche i figli. Il vero dramma è temporale. Il problema è che fare qualcosa che non sia solo amplesso – ovvero avere dei figli, nutrirli, crescerli, educarli – implica che il tempo scandisca le età e questo inevitabilmente causerà l’invecchiamento e la fine degli amanti. Un destino che Cielo non riesce ad accettare. Non vuole figli, non vuole rivali, non vuole che lui e la sua compagna sfioriscano. Non vuole impegnarsi in altro se non nel loro piacere.


E non è un caso che sia Crono (divinità del tempo) a finire il padre, evirando la sua sessualità e con essa il suo modo di vivere e il proprio sogno di vita eterna.


La lettura del mito evoca a mio avviso queste immagini. A ben guardare, infatti, cosa hanno di tanto mostruoso gli eredi che ha generato Terra? Hanno cento mani e cinquanta volti. Sono tracotanti. La loro mostruosità coincide con l’esistenza di un mondo in cui si succedono le generazioni (teste e mani) e in cui il più giovane scalza il meno vigoroso (la tracotanza). Da questo momento, la coppia originaria (Terra e Cielo) non vivrà un amore fine a se stesso, ma sarà condannata a un progredire che la condurrà, sotto gli effetti del tempo, a una irreversibile fine; sarà sostituita dal succedersi delle generazioni. «Altri verranno al nostro posto» potrebbe dire Cielo. «La nostra letizia finirà». È questo il suo grande timore. E non è un caso che sia Crono (divinità del tempo) a finire il padre, evirando la sua sessualità e con essa il suo modo di vivere e il proprio sogno di vita eterna.

Chi ha amato con passione conosce il desiderio di Cielo. E conosce la sua propria inimicizia nei confronti della natura, grande architetta e amministratrice delle generazioni, della nascita e del perire, della corruzione dei corpi e della vecchiaia: una condanna che appare quasi più inaccettabile e incomprensibile della stessa morte.

È questo il dramma, la tragedia dell’eterno ritorno, del ciclico succedersi degli eventi in cui ciascuno dovrà lasciare spazio a chi lo scarterà e lo metterà da parte. Il poeta ne mostra tutta l’angosciosa tensione e infine offre l’unica possibilità disponibile a chi entra nel tempo: l’amore, per quanto focoso, deve saper rinunciare al suo desiderio di eternità. In nome del loro amore, gli amanti devono accettare di essere caduchi e di prestarsi alla legge naturale che è quella dell’eterno ritorno. L’esuberanza viene addomesticata. D’ora in poi potrà avere estro e sfrenatezza solo nei primi giorni. Questo piacere non le spetterà in eterno. È la Terra a provvedere. Essa mitiga l’irruenza sessuale del suo sposo. È lei che si adopera per domare il desiderio smisurato del suo consorte. Spinta dalla costipazione di questo desiderio generativo soffocato nel suo ventre, matura un’ostilità nei confronti del compagno che Esiodo usa per esplicitare il suo monito: amanti focosi non speriate di rimanere nelle grazie della vostra compagna se non condividete con lei il desiderio genitoriale.

La Terra che senza alcuna esitazione si era unita al Cielo, adesso vede malvagio e insopportabile il suo compagno. È disposta a infliggergli la più tremenda delle pene possibili: l’evirazione per mano del figlio e per volontà della moglie.

Solo da questa sessualità ricondotta al desiderio di procreazione la cupidigia può riconciliarsi con la natura. Dai genitali evirati – istruiti al bisogno della Terra – nascerà Afrodite, dea tanto della «bellezza» e dell’«amore», quanto della «generazione» e della «fertilità». Dal ricomporsi dei contrasti nasce un desiderio (Himeros) che rende l’amplesso (Eros) un amore in armonia.

Il cosmo raccontatoci da Esiodo è dunque un cosmo fatto di distinzioni e opposti che si riconciliano in un divenire frutto dell’azione di Crono. Da questo momento, il Cielo e la Terra sottostaranno al tempo e le loro opposte nature si ritroveranno ricomposte e tuttavia esse saranno per sempre costrette ad assecondare i dettami della natura, a essere ciò che la natura vuole: il suo continuo perpetuarsi in un eterno ritorno che non si interessa agli individui – li trascende – ma solo alla Storia.

Mi pare dunque che il mito di Esiodo non sia un mito sull’avere o non l’avere figli. Il sentimento che egli racconta è ben più ampio, più universale. Tratta della nascita del tempo e della sua invasione nella vita di tutti. Contro questo Crono “tracotante”, uomini e donne possono ricorrere a una “valente filosofia”, la filosofia che “esorta la mente”: audaci ed entusiasti, allora, si inizia a vivere in modo diverso: le maglie del tempo si allentano e il divenire coincide con la scoperta del proprio vero ed intimo essere. Un’emozione che non teme alcun passar dei giorni.


Emanuele Coco è ricercatore in Storia della Filosofia presso l’Università di Catania. Ex Marie Curie fellow all’École des Hautes Études en Sciences Sociales (EHESS) di Parigi, ha insegnato negli anni passati nelle Università di Lille e Firenze. Si occupa dei rapporti tra filosofia, scienza e immaginario, con particolare riferimento alle scienze della vita. Tra le sue pubblicazioni: Il circo elettrico delle Sirene (Codice edizioni 2012), Egoisti, malvagi e generosi. Storia naturale dell’altruismo (Bruno Mondadori editore, 2009), L’arcipelago inquieto. Una raccolta di saggi interdisciplinari sull’evoluzionismo visto dal mare (Bruno Mondadori, 2009). (settembre 2017)