Inizia tutto con un giornaletto porno, come in questo racconto di Giovanni Bitetto.


di Giovanni Bitetto

1.

Il vuoto oltre i palazzi, pochi alberi che spuntavano come denti rotti. Era solo un campo sterrato, l’ultima propaggine della periferia slavata. Se fossi stato sul balcone di casa avrei scrutato quelle figure brulicanti, membra e teste sudate di ragazzi intenti ad azzuffarsi. Ecco il più grosso mollare un ceffone, assestare un calcio, appropriarsi dell’oggetto alzando il braccio sulla testa dei più piccoli. Alcuni tentavano di salirgli sulla schiena, davano pedate sugli stinchi, lui scattava in avanti, li faceva cadere nella polvere. Un brulicare di teste si lamentava, la figura al centro agitava il trofeo in aria.

Guardando la scena avrei riso – sarei stato indifferente come un dio.

La realtà mi diceva il contrario: io ero proprio lì nel mezzo, nella rissa avevo incassato un pugno. Mi tenevo la guancia, sentivo il pulsare del sangue, il sapore acre che riempie la bocca. Enrico sventolava la rivista, si burlava della vittoria. Non è roba per voi, non ancora, tuonava la voce.

Come non dargli ragione, sulla soglia dell’adolescenza sapevamo che i corpi femminili avrebbero dovuto interessarci – lo avevamo imparato dai nostri fratelli impegnati a immaginarsi figure procaci – ma, mentre i primi peli irruvidivano la pelle, non sentivamo ancora il bisogno di soddisfare l’erezione. Enrico al contrario ne era tormentato: i baffi irregolari e le spalle robuste fugavano ogni dubbio. Per lui la rivista rappresentava un bene prezioso, non poteva esimersi dal conquistarla, anche se questo significava prendere il sopravvento, schiacciare qualche ragazzino. Sarei stato accomodante, gliel’avrei ceduta di buon grado – in fondo lo guardavo con ammirazione, ne cantavo le imprese come fosse un condottiero – anche prima di essere convinto da quel pugno. Ma il danno era fatto: mi tenevo la bocca e lasciavo che gli altri intonassero il coro. Dicci Enrico, dicci perché, che interesse nutri per le donne. E lui si celava dietro il paravento di carta lucida, guardava le macchie rosa, i genitali esposti come in vetrina. Voi, voi non capite, non sapete, ma capiterete. E così si allontanava a ritroso – le ginocchia sporche di fango, il pallone sgonfio sotto il braccio – arrotolava la rivista e la utilizzava a mo’ di manganello.

Cosa ne avrebbe fatto?

Viveva nel caseggiato accanto al mio, lo osservavo mentre spariva nell’androne: il passo pesante, la stanchezza che si manifestava nella solitudine. Enrico si ergeva sulla nostra banda, la guidava con sicurezza, una sua occhiata valeva quanto un giudizio. Eppure ci credevamo in democrazia, ognuno aveva a disposizione le proprie urla, i propri pugni. Ma Enrico no, deformava lo spazio, parlava fermamente. Non poteva essere altrimenti: Enrico era enorme, il ventre esplodeva sotto la maglietta, le cosce premevano contro i jeans stracciati, spuntavano dai pantaloni estivi. Aveva la nostra età – l’età indefinibile di chi frequenta le elementari, le medie, il limbo della preadolescenza in cui avverti la catastrofe – ma ci superava in altezza, in carisma. L’omone dai capelli ricci appiattiti sulla fronte, il ragazzone dagli occhi verdi e la voce arrabbiata. Nonostante la stazza dimostrava un’agilità inusuale: a calcio dribblava, correva e sbuffava, tirava da vero cannoniere; se ci avventuravamo fra le frasche (all’estremo limite del nostro impero di fango) sapeva acquattarsi e sparire, muoversi silenzioso, un terremoto fra la vegetazione bruciata dal sole.

Enrico non lo conoscevamo da sempre, si era trasferito lì solo da qualche anno. La prima sera aveva portato un pallone sfondato, pochi cenni del capo, una sfida ai rigori: noi avevamo perso. Quella notte si spense l’unico lampione del campo, ci sembrò un segno del destino.

Il giorno dopo a scuola gli cedevamo il posto, ci contendevamo i banchi vicino. Lui adottava l’espressione amara di chi sa che avrebbe discusso con l’insegnante. Verrà trattato alla stregua di un delinquente, pensavamo tutti, pensavamo noi che nella scuola di periferia ci comportavamo male. No, Enrico lo lasciano stare, Enrico è in quella classe e non sa niente, si comporta da buffone, prorompe in battutacce, il suo ghigno è troppo sfrontato per qualsiasi docente.

Perché ti nascondevi? Di solito decidevi tu il gioco da fare. Perché un giornalino porno ti metteva in imbarazzo?

A volte si chiudeva in se stesso: avevo notato che in lui c’era un sentimento camuffato, un bambino che cercava di affiorare sotto la precocità dell’uomo.

Quel giorno stavamo giocando sotto il sole che picconava il cranio, lottavamo e scalciavamo, passavamo dal calcio al rugby. I nostri nomi si univano nel concertato, nella catena di urla che ogni mattina si alzava e faceva dei palazzi il teatro del nostro risveglio: tutti i ragazzini – i bocciati e i promossi – lasciavano il proprio caseggiato, si godevano la parentesi infinita dell’estate e del gioco. Un giorno dietro l’altro, un pomeriggio accatastato al precedente, alla sera seguente in cui la stanchezza ronzava come i neon delle nostre stanze. Un mondo lontano dai padri, dalle madri affacciate ai balconi, a parlare fra loro, ad aspettare l’inverno, il marito fracassato di lavoro, a guardare l’infinito spazio di fango e noi nascosti fra i dossi lontani.

2.

Ed è strano trovare il giornaletto nel punto più visibile. Sgombro il campo dalle pietre, conto i passi delle aree, la lunghezza delle porte, alzo un masso che funge da palo. Lo vedo: stropicciato, incrostato di fango, eppure ancora lucido. Lo prendo e impallidisco: vorrei correre lontano, nasconderlo in trincea, in qualche fosso già adibito al covo di un tesoro (di tesori ne troviamo: biglie, monetine, siringhe, bustine granulose), vorrei ficcarlo nella patta dei pantaloni, vedere se anche a me – come a mio fratello, a mio cugino, allo stesso Enrico – fa quello strano effetto.

Non faccio abbastanza in fretta, spuntano le teste alle mie spalle, sento i primo commenti curiosi, le mani che si allungano. Molti di loro tirano, vogliono un po’ di quella carne sognata.

No, non gliela darò. No, devo capire. Devo capire io. Mi oppongo, sono strattonato. Le madri sono affacciate ai balconi, fanno il bucato e guardano con occhi assenti. Sono giochi da ragazzi, ragazzi scalmanati che si picchiano ed è meglio che imparino. Nessuno alza la voce, nessun ferma Enrico mentre si impone con la forza.

Enrico corre e si rifugia nel portone, sparisce nel dedalo delle cantine. Le domande lo hanno fatto arrossire, le nostre domande innocenti, vogliamo sapere cosa desidereremo fra qualche mese. Ci aveva ricordato la rabbia di crescere nelle nostre griglie verticali. Ci aveva dato un saggio di ferocia, di forza bruta. Poi più nulla. Poi il rossore e l’imbarazzo, il faccione che si innervosisce, la decisione di non rispondere. Enrico se ne va senza dare spiegazioni, il bottino ben saldo nei  suoi pugni.

3.

Quando Enrico si ritirava nell’ombra dei palazzi cambiava forma, si sgonfiava. In casa appariva come il normale ragazzetto della realtà anagrafico, nessun randagismo lo salvava dalla fossa del divano.

Si buttava su quei cuscini, accendeva la tv, mangiava i cereali affogati nel latte per replicare i suoi telefilm preferiti. Avrebbe voluto lavarsi e indossare il suo pigiama. Ma il bagno era occupato, qualcuno usava il lavabo, la doccia, cacava nel water.

A volte esplodeva, usciva di casa, si ributtava per strada. Molto più spesso rimaneva inerte, stampava un’espressione ebete, rassegnata, la carne del volto pesava, sembrava un cocomero rosa.

Noi non avremmo capito, non lo avevamo mai visto disfatto a quel modo. Per noi era fatto di roccia, la stazza era un campo magnetico.

Quel signore che sgusciava dal bagno si vergognava, scappava, lanciava sibili comprensibili, ma come, un bambino in questa casa! E lui non ci badava. Non badava neanche all’uomo che gli dava una pacca sulla spalla, gli portava un regalino. A loro quel trattamento: gli altri potevano aspettarsene uno diverso? Il più giovane neanche si lavava, lo guardava e lo salutava – come a dileggiarlo, come dileggiava quando era in moto (e ve lo posso assicurare, lo conosco mio fratello) – lo chiamava per nome e poi andava via. Il più vecchio se ne fregava, gli altri avevano reazione alterne, decidevano di non tornare. I clienti di sua madre.

La confessione: lui parlava guardando il cielo marrone come la terra, faceva gesti ampi, gettava lo sguardo sui palazzi lontani. Io ascoltavo e ingoiavo le sue frasi, ne masticavo le espressioni dure. Mi stai dicendo ciò che voglio sentire. Siamo fuori dal mondo e ti confessi, fra una decina di minuti torneremo all’agonismo dei nostri interessi di bambini.

Tua madre è in vestaglia, si accende una sigaretta, ti passa la mano sulla guancia. Vuoi qualcosa, ti preparo qualcosa. Non hai voglia di rispondere, allora fai un cenno con la testa pesante. Le sue rughe sono trincee in cui si deposita il trucco, ti raggiunge il profumo dei capelli. Sarebbe bella, se non fosse per i segni sulle braccia, sulle spalle, per lo smalto di mille unghie, per la sfacciataggine della scollatura, non c’è niente da alludere. In fondo è solo una donna che sta invecchiando, che mette su qualche chilo e compensa col tacco alto. In fondo nessuno la squadra quando apre la porta, smangiucchia due tesoro, due amore. Hanno già deciso, si trascinano nella stanza.

(Ma come fa a essere bella, ne ha vissute tante, di casa in casa, di città in città, mentre tu diventi grande. Mentre tu combini casini a scuola e sei l’usciere di tua madre.)

Lei è la mantenuta nei momenti buoni, l’instancabile lavoratrice in quelli meno buoni, gli uomini violenti non mancano, lei cerca farsi allungare qualche verdone. Non è bella ma forse è brava, i flussi di clienti s’ingrossano e si diradano, quando si prosciugano bisogna cambiare, spostarsi nel nuovo quartiere. D’altronde non c’è molto da fare se non hai più lavoro o se un folle ti chiama ogni notte, fa sobbalzare te e tuo figlio e vuole insultare. Un folle che potrebbe avere la voce del padre, del marito che non c’è mai stato (ma in fin dei conti non è lui, perché chissà dove sarà finito quell’amante occasionale).

Tu avverti queste cose, sono incistate nella carne. Enrico, tu avverti quando è ora di ritirarsi, di chiudersi in camera perché l’aria è elettrica, l’occhiata della madre si fa eloquente, ecco, il campanello torna a suonare.

4.

Nel tramonto ci muoviamo solo noi. Mi hai condotto a un passo dalla vegetazione. Intervalli il discorso con lunghi silenzi. Io provo a rispondere, tu mi fai segno di tacere. Per te è stato un grande sforzo venire da me, suonare il campanello a pochi minuti dalla cena. I giochi sono finiti, i grattacieli tornano a essere silos di famiglie impilate un piano sull’altro, impegnate in riti sempre uguali. Scendi, ritorna, vieni giù con me, non ci metteremo molto. Avevo acconsentito, ti avevo seguito. E adesso le frasi spezzate, mi porgi la rivista, tieni è tua, non dovevo prenderla. Ti affanni, mi stai per dire qualcosa. Mi stai per spiegare il perché.

Perché avresti dovuto ridarmela? In fondo tu eri il capo. E fra noi le mani si usavano, spintoni e falli a calcio, sgambetti nelle corse, l’ammasso di corpi nel nascondino, il più piccolo schiacciato dal più grosso. Ti facevi largo, l’avevi sempre fatto. Tu svettavi, un calcio non valeva niente, accettavamo di buon grado, purché ci avessi insegnato a maneggiare la fionda, a dribblare con tanta grazia. Io avrei dovuto prendermela per un pugno, per qualche donnina nuda?

Enrico, non era stata la tua vita, non era stato il flusso dei giorni buttati. Non era stato ciò a cui ti eri abituato. Bevevi lo stesso veleno sera dopo sera, incontro dopo incontro, avevi imparato ad affittare l’amore di tua madre (la gelosia sarebbe passata, con l’età avresti apprezzato il sacrificio). Non avevi padre, forse solo un simulacro, per qualche ora, in quel letto. Te ne eri fatto una ragione e adesso cercavi altro.

La pubertà era arrivata, guidava la tua voglia. Bastava avvicinarsi a passi lenti, spingere la porta di un millimetro. Vedevi due corpi avvinghiati, una striscia di vestiti sparsi, vedevi membra pulsanti, muscoli bianchicci. Inquadravi matasse di capelli, chieriche ingrigite, baffi e lingue e la bocca di tua madre che fingeva l’urlo di piacere. Allora sparivi, provavi un brivido di schifo, eppure continuavi a farlo, non riuscivi a sottrarti al desiderio.

Cosa avresti dovuto fartene di quella rivista spiegazzata: gli occhi languidi e i piedi arricciati, ogni vettore di luce scaturiva da un seno, dalla fessura aperta all’inverosimile. Cosa avresti dovuto fartene delle poche pagine, delle didascalie ammiccanti, dei set d’accatto. Fissavi le pagine e ridevi amaramente. In camera avevi il pene stretto fra le mani. Sovrapponevi la faccia di tua madre alle donne anonime, collideva il suo finto piacere alla tua voglia genuina.

Mi stai per dire questo,vero? Hai voglia di raccontare tutto. Adesso sono il tuo confidente, cerchi conforto, mi ridai la rivista come dono d’amico. Di fronte a un compagno non c’è bisogno di fingere, non occorre millantare l’agonismo del nostro microcosmo. E io ti zittisco.

Perché Enrico, perché – dico – nel nostro quartiere non c’è neanche un animale, neanche un gatto, una covata che esplora i davanzali. Neanche un cane che abbaia, stretto sul balcone, tenuto alla catena. Un bastardello spelacchiato che lappa pozzanghere, si aggira nel piazzale. Perché neanche un piccione, perché troviamo rane morte, troviamo vermi senza testa – si muovono ancora – troviamo scarafaggi. Perché neanche un cane, neanche quattro zampe di animale? Siamo generati dal calcestruzzo dei palazzi, dal cemento armato, ci sediamo sulle poche chiazze d’erba malata. Siamo soli sotto la luna e il sole, e siamo soli anche ora a lasciarci dividere o unire dal volto di poche donne nude. Ma perché nella nostra condizione non ci lasciano neanche accudire un cane?

5.

Se avessi fatto quel discorso cosa mi avrebbe risposto? Non lo so, probabilmente niente, si sarebbe messo a ridere. D’altronde a quel tempo mugugnavo, non sarei riuscito a formulare frasi del genere. Ma no, non dissi questo, non dissi niente. E neanche lui mi raccontò la sua storia. Quello che venni a sapere su Enrico me lo disse mio fratello. Me lo disse quasi per noia. Mio fratello lo aveva visto: il suo occhio curioso. Lo aveva visto: la porzione di viso a spuntare dall’uscio. E mio fratello frequentava la madre, si stendeva nel suo letto anche se sapeva di essere spiato. Mi disse che lui lo aveva visto e si era divertito a scandalizzarlo.

Non reagii, non avrei potuto, mio fratello mi rivelava la verità che io avevo travisato.

Fu una corsa verso l’errore. L’errore del credere che Enrico fosse diverso, fosse uguale. Uguale a me che cadevo nei suoi occhi, provavo una spinta disumana, un ripudio e un’attrazione. Uguale a me che desideravo avere quella rivista. Non l’avrei usata per trarne piacere, non mi sarei soffermato sulle vulve spalancate. Vi avrei cercato me stesso, la mia natura. Se fosse accettabile il desiderio che provavo quando sognavo le labbra dei miei compagni, i loro capezzoli inturgiditi nelle zuffe, quando si stracciavano la maglietta e toccava cambiarla. In quel giornale avrei cercato la negazione, il palliativo di appartenere alla presunta normalità. Non mi piacciono i ragazzo, non sono confuso, non avverto strani sentimenti, io non amo Enrico. Lo vedevo grande e squadrato. Provavo ammirazione, covavo amore. Sapevo che quello non era un mondo da checche. Che a me sarebbero dovute piacere le sorelle, avrei dovuto sognare mutandine, rubarle nelle case vicine.

A me piacevano i sudori e le mutande alonate. A me piaceva Enrico e il suo baffo irregolare. E perché a lui non sarei potuto piacere? Avevamo attraversato il campo, credevo che sarei diventato grande. Al diavolo la rivista e la confusione. Enrico era dolce e forse aveva intuito di essere come me.

Enrico mi porta con sé e balbetta. Mi restituisce la rivista. Non la vuole. Allora capisco: prova la stessa confusione, cerca di annullare la tensione. Ho la faccia contratta, articolo un gesto improvviso, mi avvicino, avvicino le labbra alle sue, un bacio.

6.

Il dolore alla bocca di quando mi ha dato lo schiaffo, di quando la mano ha raggiunto la faccia e ha sfilato la rivista. Il dolore di vederlo andare via, la speranza di vederlo tentennare.

Il dolore alla bocca di quando mi ha dato lo schiaffo, sotto il tramonto nel quale mi restituisce quel pezzo di carta. C’è qualcosa di sbagliato, ho sbagliato copione, costruzione mentale.

Non ne parlammo più. Non parlammo del giorno in cui tentai di baciarlo. Lui rimase in silenzio, se ne andò, ritornò sui suoi passi lasciandomi solo. In grembo avevo la rivista. Le donne ammiccavano. Nel resto dell’estate giocammo come al solito, Enrico mi dribblava senza battere ciglio. Dispersi fra la folla di ragazzi: lui continuava a primeggiare e io a scomparire. Non me ne curavo, mi avvicinavo con le solite scarpe inzaccherate, puntavo il capo verso il pallone. Quando alzavo lo sguardo vedevo il volto vicinissimo, fantasticavo sulle sue guance, credevo di scorgervi un rossore.


Giovanni Bitetto vive a Bologna e studia Italianistica. Ha scritto su 404: File Not Found, ha pubblicato racconti su Terranullius e Nazione Indiana. È redattore di Ultima Pagina. Nel tempo libero guarda match di wrestling, mangia gelati e ascolta noise.
In copertina: un’opera di Gil Elvgren