Gli dei non muoiono: si nascondono, si combattono e si trasformano. Alcune riflessioni a partire dalla serie American Gods.


Di Tommaso Guariento

Πάντα πλήρη θεών” «Tutto è pieno di dei»

Talete

Vinti ma non domati, esiliati ma vivi,
e malgrado gli editti dell’Uomo e le sue minacce,
non hanno certo abdicato, serrate le mani tenaci
su tronconi di scettro, e corrono nei venti”

Verlaine, Gli dei

È possibile che il postmoderno sia veramente finito, e che qualcos’altro lo stia sostituendo, qualcosa che ha a che vedere con la forma delle narrazioni condivise, con temi, simboli e personaggi concettuali che riemergono da un passato premoderno, e riappaiono ringiovaniti, up to date, tecnologicamente aggiornati.

La serie American Gods, realizzata da Bryan Fuller e Michael Green a partire dall’omonimo romanzo di Neil Gaiman del 2001 parla di dei, di fede e dell’essenza della cultura americana. La religione sembra godere di un discreto successo in ambito letterario: dall’ultimo romanzo di Don DeLillo (Zero K, 2016), che tratta del rapporto fra tecnologia, spiritualità e desiderio d’immortalità, a Il Regno (2014) di Emmanuel Carrère dove viene raccontata la storia del cristianesimo delle origini e l’opera di evangelizzazione di San Paolo, fino a Sottomissione (2015) di Michel Houellebecq, che ipotizza un futuro di islamizzazione dello stato francese.

Giovanni Bellini, Tiziano, Il festino degli dei. Dettaglio (1514-29)

Che gli dei non siamo mai morti, ma abbiano subito trasformazioni, camuffamenti, alterazioni e risemantizzazioni, è un’idea condivisa da un nutrito gruppo di scrittori e ricercatori. È questo il caso delle ricerche iconografiche condotte presso il Warburg Institute di Londra. Gli allievi ed i collaboratori dello storico dell’arte amburghese Aby Warburg hanno continuato il suo progetto di ricerca: lo studio della sopravvivenza delle immagini degli dei Greci attraverso le loro peregrinazioni nell’astrologia islamica, nella poesia medievale e nelle immagini allegoriche del tardo medioevo, che recuperano infine la loro forma originaria nella filosofia e nella pittura del Rinascimento italiano.

“[…] il rinascimento ci appare come una reintegrazione di motivi antichi nella loro forma antica: non dunque una “risurrezione” come spesso si lascia intendere, ma un ripristino e un rinnovamento. “Rinascendo”, Ercole ritrova la muscolatura atletica, la clava e la pelle di leone, insomma i suoi attributi classici. Non può dirsi invece che risorga, perché, come Marte o Perseo, in realtà non era mai morto. Era andato perduto il suo aspetto esteriore, ma il nome e l’idea si erano conservati nella memoria di artisti e letterati. Allo stesso modo, anche Perseo aveva continua a vivere sotto le spoglie di un turco e Marte sotto quelle di un cavaliere. Bisognerà guardarsi però dal concludere affrettatamente che la forma classica, che era stata caratteristica di queste divinità, si fosse del tutto dissolta. Malgrado lunghe eclissi, il Medioevo ne aveva conservato il ricordo, un ricordo mantenuto e ravvivato, del resto, in certe epoche privilegiate, dalla vista delle rovine antiche e dalla lettura dei poeti” (Jean Seznec, La sopravvivenza degli antichi dei)

In uno degli studi più completi di questa peregrinazione, lo storico dell’arte Jean Seznec descrive dettagliatamente le molteplici traiettorie e le metamorfosi della mitologia greca. Se consideriamo il Medioevo come un periodo caratterizzato dall’esilio delle divinità greche, ed il Rinascimento come l’epoca del loro risveglio, possiamo provare ad ipotizzare una breve filosofia della storia, nella quale assistiamo a più riprese a fenomeni di occultamento e rinascita degli antichi dei. Ne La Letteratura e gli déi Roberto Calasso riscontra un’analogia fra il fenomeno di ripresa della filosofia e della cosmologia greca nel corso del Rinascimento e la genesi del Romanticismo tedesco. A un periodo di critica razionalistica alle religioni (l’ateismo ed il libertinismo settecentesco) succede una fase di ritorno al mito, al linguaggio oracolare e al culto della poesia. Nella fase crepuscolare del movimento romantico – il decadentismo francese di fine ottocento – autori come Baudelaire, Verlaine, Mallarmé e Lautréamont approdano a quella che Calasso chiama letteratura assoluta, una forma di scrittura rituale, esoterica e mitopoietica.

“[La letteratura apre ad] una sorta di realtà seconda: che si spalanca dietro le fessure di quell’altra dove tutti hanno concordate le convenzioni che fanno procedere la macchina del mondo. [Gli scrittori] operavano, come se la letteratura fosse una sorta di metafisica naturale, irreprimibile, che non si fonda su catene di concetti ma di entità eteroclite – brandelli di immagini, assonanze, ritmi, gesti, forme di qualsiasi genere” (Roberto Calasso, La letteratura e gli dei)

Questo movimento risulta ancora più marcato nel caso di Mallarmé, che lavora per anni alla composizione di un Libro archetipico: né un romanzo, né un’opera poetica, ma un vero e proprio testo religioso, come la Bibbia ed il Corano, al quale avrebbe dovuto associarsi un culto. L’insuccesso dell’operazione di Mallarmé, unito al fallimento esistenziale delle vite dei poeti decadenti, diventano un indice della definitiva impossibilità di rievocare le antiche forze immaginarie del mito. Nelle nuove metropoli europee gli dei scompaiono fra le masse acefale che quotidianamente attraversano le strade per recarsi al lavoro o per contemplare le vetrine dei primi shopping mall.

“Spostiamoci ora alla scena di oggi, quale appare ogni giorno sotto i nostri occhi: innanzitutto gli déi ci sono ancora. Ma non sono più una sola famiglia, per quanto complicata, che abita in vaste dimore sparse sulle pendici di una montagna. Ormai sono una moltitudine che pullula in una città sterminata. Non importa se i loro nomi suonano spesso esotici e impronunciabili […] Il potere delle loro storie continua ad agire. Ma la situazione ha questo di peculiare: che la composita tribù degli dei sussiste ormai soltanto nelle sue storie e nei suoi idoli dispersi. La via del culto è sbarrata. O perché non esiste più un popolo di devoti che compia i gesti rituali” (Roberto Calasso, La letteratura e gli dei)

Albert Maignan, La Fortune passe, 1895.

Ma, come dicevano, il problema non è quello della scomparsa degli dei, quanto il loro stato di esilio, occultamento e oscuramento. L’immagine degli dei che assumono sembianze umane, di individui marginali, poveri, mendicanti e dimenticati, è un tema letterario che Calasso affronta in tutte le sue possibili declinazioni, dalle ninfette di Nabokov alla balena bianca di Melville. Il testo più paradigmatico sul tema “dei in esilio” è stato scritto da Heinrich Heine, che, sotto la duplice influenza del romanticismo tedesco e del decadentismo francese, immagina le divinità greche come umili pastori o fanciulle straniere che vivono nascosti nelle foreste germaniche:

“[…] i poveri dei pagani dovettero riprendere la fuga e cercare un rifugio in reconditi nascondigli sotto ogni sorta di travestimenti, quando il vero signore del mondo issò il suo stendardo crociato sulla roccia celeste e gli zeloti iconoclasti, la nera banda dei monaci, infransero tutti i templi e perseguitarono gli dei scacciati con fuoco e anatemi. Molti di questi poveri emigranti, del tutto privi di asilo e di ambrosia, furono costretti a ricorrere ad un mestiere borghese, per guadagnarsi almeno il pane quotidiano. In queste circostanze più d’uno, i cui boschi sacri erano stati confiscati, dovette fare il bracciante da noi in Germania come taglialegna, e bere birra come nettare” (Heinrich Heine, Gli dei in esilio)

Heine attribuisce al Cristianesimo la colpa di questo esilio: per mezzo di Inquisizioni e cacce alle streghe i ferventi credenti avrebbero ridotto ad uno stato di miseria e invisibilità gli antichi signori di questo mondo. Nel ‘900 avviene una seconda morte degli dei, quella per mano dell’uomo, ed è Nietzsche l’autore di questo gesto di blasfemia assoluta. Anche in questo caso l’uccisione degli dei diventa tema letterario, che ritroviamo nelle pagine di un breve racconto di Borges:

“Tutto cominciò per il sospetto (forse esagerato) che gli Dei non sapessero parlare. Secoli di vita randagia e ferina avevano atrofizzato quanto avevano di umano; la luna dell’Islam e la croce di Roma erano stati implacabili con quei profughi. Fronti molto basse, dentature gialle, baffi radi da mulatto o da cinese e musi bestiali manifestavano la degenerazione della stirpe olimpica. I loro abiti non si addicevano a una povertà onesta e dignitosa ma al lusso abietto delle bische e dei lupanari del porto. A un occhiello sanguinava un garofano; sotto una giacca attillata si indovinava il rigonfiamento di un pugnale. Di colpo capimmo che giocavano la loro ultima carta, che erano astuti, ignoranti e crudeli come vecchi animali da preda e che, se ci fossimo lasciati prendere dalla paura o dalla pietà, ci avrebbero distrutti. Estraemmo le pesanti rivoltelle (improvvisamente ci furono rivoltelle nel sogno) e allegramente uccidemmo gli Dei” (Jorge Luis Borges, Ragnarok)

Se la nostra ipotesi è corretta, allora dovremmo aspettarci una nuova rinascita degli dei, ancora un volta sotto forme mediali diverse. Dal Medioevo al Rinascimento gli dei si trasformano in arte (principalmente pittura); nel Romanticismo si nascondono nelle pagine della letteratura assoluta; negli anni quaranta del Novecento un ulteriore trasformazione li attende, quella dei mass media. Avremmo potuto parlare del rapporto che la psicologia analitica di Jung intrattiene con la genesi della saga fantascientifica di Guerre Stellari, per mezzo dell’intermediazione di Joseph Campbell e dei suoi studi sulla figura dell’eroe nelle diverse tradizioni mitologiche, ma abbiamo preferito fare riferimento ad un altro medium, più modesto, ma dalle possibilità immaginative molto più ampie – si tratta del fumetto.

Grant Morrison, All Star Superman (2007)

In un periodo oscuro di totalitarismi, minacce di guerre nucleari e crisi economiche, negli Stati Uniti nasce l’idea di supereroe. Grant Morrison – autore fra le altre cose di The invisibles e di importanti saghe di Batman e Superman – ha scritto la sua personale genealogia del fumetto americano, spiegando la sua personale posizione rispetto alla scrittura di narrazioni con personaggi dai poteri sovrannaturali. La storia di Morrison comincia con la paura della bomba atomica, connessa con un immaginario apocalittico che arresta la fede nel futuro e nel cambiamento. La comparsa di Superman e degli altri supereroi, lungi dall’essere un fenomeno commerciale di letteratura seriale di massa, costituisce un ulteriore passo nell’intricata vicenda di morte e rinascita degli dei greci. Per Morrison i supereroi e gli dei emergono in situazioni di crisi come catalizzatori di speranze e di tutti gli aspetti positivi di cui l’umanità è portatrice. Superman, in quanto reincarnazione di Apollo, non è solo fisicamente invulnerabile e praticamente onnipotente, è anche moralmente inattaccabile e privo dei difetti e delle piccolezze dell’umanità. Gli uomini hanno inventato gli dei come strumenti di identificazione con la loro parte migliore, sono come fari guida nell’oscurità della depressione collettiva di una società secolare ed individualista.

Viviamo nelle storie che ci raccontiamo. In una cultura secolarizzata, scientifica e razionale, lacunosa di una qualsiasi autorità spirituale, le storie di supereroi parlano chiaramente e sfacciatamente alle nostre paure, ai nostri desideri ed alle nostre più alte aspirazioni. Esse non sono spaventate di mostrarsi piene di speranza, non imbarazzate dall’essere ottimistiche e completatamene prive di paura nell’oscurità. [Queste narrazioni] sono lontane dal realismo sociale, ma le migliori storie di supereroi sono connesse direttamente con elementi mitici dell’esperienza umana coi quali tutti siamo in relazione, e lo fanno in modo immaginativo, profondo, divertente e provocativo. Esse esistono per risolvere problemi di ogni tipo e possiamo sempre contare su di loro per toglierci dai guai. Nella loro forma migliore, queste storie ci aiutano a confrontarci ed a risolvere le nostre crisi esistenziali più profonde” (Grant Morrison, Supergods)

Gli dei, i supereroi ed altre entità immaginarie collettive non sono altro che manifestazioni di un bisogno di identificazione e rappresentazione in una figura comune e condivisa. Certo, anche i supereroi possono sbagliare, essere vulnerabili, lottare fra loro in modo insensato, ma la struttura seriale dei racconti di cui sono protagonisti elimina la possibilità della loro scomparsa e ci parla unicamente delle loro relazioni e mutazioni. Per questo è importante comprendere il contenuto delle forme immaginarie che le vicende di dei e supereroi ci mostrano: quali paure e quali possibilità innovative sono preannunciate nelle pagine di un fumetto o nei fotogrammi di un film?

Scena da American Gods (2017)

Non credo che scrivendo American Gods Neil Gaiman abbia pensato a una genealogia simile a quella che ho brevemente ricostruito in questo articolo. È invece possibile che la sua opera di fumettista e scrittore possa essere inquadrata nella categoria di letteratura assoluta elaborata da Calasso, e la storia narrata in American Gods come l’ultimo episodio delle mutazioni del tema degli “dei in esilio”. Nella recente trasposizione seriale del romanzo, appena conclusa, la fede negli dei è da subito presentata come l’energia occulta che permette loro di esistere e di esercitare un dominio sugli uomini. Manifestazioni incarnate delle credenze degli uomini, gli dei possono scomparire se non vengono venerati o se non ci si rivolge a loro con le giuste preghiere. Il problema di Gaiman non è solo quello dell’occultamento/rinascita degli dei greci, quanto la complessa traiettoria percorsa delle divinità germaniche, britanniche, indiane e sudafricane nella loro migrazione verso le Americhe.  Nella serie televisiva la trama principale del romanzo è introdotta in ogni episodio da una digressione che narra le mutazioni degli dei mediterranei ed europei nel transito verso l’America. Così vediamo semidei islamici dispersi fra le strade di una grande metropoli o antiche divinità femminili richiedere fede ed adorazione in forma di rapporti sessuali. Altro tema centrale dell’opera di Gaiman è il rapporto fra gli dei antichi e quelli post-moderni: la sopravvivenza delle divinità nordiche e mediterranee è minacciata dall’emergenza di nuovi dei, come la televisione o internet, dei che manifestano il potere tecnologico di diffusione dei culti ed il narcisismo crescente prodotto dai social media. Sembrerebbe che fra antichi e nuovi dei stia per scatenarsi una guerra, e la prima stagione della serie televisiva si conclude con l’annuncio di un’imminente conflitto.

Gustav Doré, Il Trionfo del Cristianesimo sul paganesimo. Dettaglio (1868)

Il postmoderno è finito, dicevamo all’inizio dell’articolo, nel senso che le narrazioni collettive non hanno più la forma di un universo gnostico, ovvero di uno spazio di infinite rifrazioni illusorie di una realtà inattingibile. La riscoperta dei temi religiosi nelle serie televisive e nei romanzi riflette le paure di una società che trova sempre più difficile assorbire il multiculturalismo. Nell’epoca dell’elezione di Donald Trump e degli attentati dell’ISIS il clima di “guerra al terrore” post-11/09 rivive in una forma ancora più parossistica. Qualche considerazione sulla natura politica di questa espressione narrativa: da alcuni mesi si discute con interesse critico la proposta teorica della panarchia, che vorrebbe far rivivere il principio westfaliano della cuius regio eius religio. Al di là dei giudizi politici sull’efficacia della proposta, mi limito ad osservare la presenza di una struttura policentrica negli immaginari narrativi: non ci troviamo più nell’universo simulato di Matrix, frutto delle macchinazioni di un malin génie cartesiano, ma nel milieu politeista di una nuova guerra degli dei. Dal punto di vista sociologico questo fenomeno è analizzabile nei termini indicati da Bruno Latour: la creazione di dei, le loro dispute e le loro battaglie sono manifestazioni di un sistema di identificazione plurale. Macro-categorie come il Cristianesimo, il Capitalismo o l’Islam hanno perso la loro forza descrittiva. Non si tratta di schemi interpretativi obsoleti, ma di punti di vista troppo onnicomprensivi, che falliscono nella comprensione della forma delle narrazioni contemporanee.

Le metropoli sono il luogo paradigmatico della manifestazione di questi nuovi modelli di soggettivazione plurale, mentre le filter bubbles virtuali costituiscono la forma privilegiata dell’identificazione identitaria con un movimento politico, una causa civile o una divinità (materiale o sovrannaturale). Per ora ci troviamo nel mezzo della battaglia, ancora accecati dalla fog of war non riusciamo a escogitare una soluzione efficace alla proliferazione di punti di vista conflittuali e discordanti. Per ora quello che possiamo fare è ascoltare quello che ci dicono le narrazioni, e cambiarle, quando la loro realizzazione diventa insostenibile.


Bibliografia
Borges, Jorge Luis, L’artefice, (tradotto da) Tommaso Scarano, Milano, Adelphi, 1999.
Calasso, Roberto, La letteratura e gli dèi, Milano, Adelphi edizioni, 2001.
Carrère, Emmanuel, Le royaume, Paris, Gallimard, 2016.
DeLillo, Don, Zero K, New York, Scribner, 2016.
Gaiman, Neil, American gods: a novel, New York, William Morrow, an imprint of HarperCollins Publishers, 2017.
Heine, Heinrich, Gli dei in esilio, Lia Secci (a cura di), Milano, Adelphi, 2000.
Houellebecq, Michel, Soumission : roman, Paris, Flammarion, 2017.
Meillassoux, Quentin, «Spectral Dilemma», Collapse, vol. IV, 2008, pp. 261–276.
Miller, Adam, Speculative Grace: Bruno Latour and Object-Oriented Theology, Fordham University Press, 2013.
Morrison, Grant, Supergods: what masked vigilantes, miraculous mutants, and a sun god from Smallville can teach us about being human, New York, Spiegel & Grau, 2013.
Seznec, Jean, La sopravvivenza degli antichi dei, Giovanni Niccoli (a cura di), (tradotto da) Paola Gonnelli Niccoli, Giovanni Niccoli, Torino, Bollati Boringhieri, 2015.

Tommaso Guariento è nato a Padova (1985). Ha conseguito un dottorato in Studi Culturali all’Università di Palermo. Vive fra Padova e Parigi. Scrive per Effimera, Prismo ed Il Lavoro culturale. Si interessa di immagini, antropologia e filosofia politica.
Copertina: un’illustrazione di Dave McKean per American Gods