Alla radice di ogni diritto c’è un atto di violenza; un’analisi del privilegio attraverso Sade, Sieyès, Boulainvilliers e tanto terrore.


di Erik Boni

Introduzione. Il castello di Silling

Sul finire del regno di Luigi XIV quattro altolocati personaggi, ciascuno appartenente a diverse classi privilegiate della società – ovvero alla nobiltà di spada e di toga e al clero – dopo aver succhiato le risorse dello Stato approfittando delle numerose guerre che ha dovuto sostenere il re, si ritirano in un castello inaccessibile della Foresta Nera, insieme a un certo numero di serventi e di vittime, concependo il progetto di un’orgia straordinaria.

Comincia così il “racconto più osceno che sia mai stato narrato dall’inizio dei tempi”, e per una volta non si tratta di un’esagerazione, trattandosi davvero di un livello di oscenità impossibile da superare per gli scrittori successivi, per quanti sforzi abbiano fatto nel tentativo di épater la bourgeoisie: si tratta de Le 120 giornate di Sodoma del marchese di Sade, opera scritta quando l’autore si trovava prigioniero alla Bastiglia, nel periodo immediatamente precedente a quella Rivoluzione Francese che avrebbe azzerato tutti i privilegi.


In nome della natura ci si diverte quindi a compiere gli atti più innaturali (sodomia, pedofilia, incesto, infanticidio, coprofagia e tutte le combinazioni possibili) godendone in misura direttamente proporzionale al loro livello di perversione.


Nella dialettica libertè/égalitè, che avrebbe segnato il dibattito politico e ideologico degli oltre due secoli seguenti, le 120 giornate rappresentano il polo estremo nel quale la libertà si prende tutto, ma diventa allora e per forza un privilegio di pochissimi. Da un certo punto di vista potremmo anche considerare l’opera, con le sue numerose antinomie, come la reductio ad absurdum involontaria del liberalismo estremo. In essa si annuncia il diritto del più forte basato sulla legge di natura, ma tale natura si rivela puramente autodistruttiva, senza nessun istinto di conservazione, tutta thanatos e quasi niente eros; in nome della natura ci si diverte quindi a compiere gli atti più innaturali (sodomia, pedofilia, incesto, infanticidio, coprofagia e tutte le combinazioni possibili) godendone in misura direttamente proporzionale al loro livello di perversione. Oppure, si proclama la vanità di ogni promessa e impegno solenne, ma non si spiega su cosa si regga l’impossibile alleanza dei quattro protagonisti, che rappresentano, per quanto malvagia, pur sempre una società.

Si può anche considerare l’opera di Sade come una risposta a  Jean-Jacques Rousseau, che, inizialmente nostalgico della libertà dell’uomo allo stato di natura, giunge poi a rappresentare il polo opposto, ovvero quello dove la libertà individuale è sacrificata in nome della “volontà generale”, che parifica tutti gli uomini di fronte allo Stato. La risposta di Sade quindi è un attacco alle idee di Rousseau sotto un duplice aspetto. Primo, perché dissacra qualsiasi idea di “contratto sociale”, col rifiuto di qualsiasi impegno preso di fronte a Dio o agli uomini, in quanto basato su quel che di più inconsistente possa esistere, cioè una promessa; secondo, perché si fa beffe della naturale bontà dell’essere umano: non è la società a corrompere l’uomo, semmai essa gli offre maggiori opportunità di sfruttare il suo naturale egoismo sottomettendo i deboli.

La politica del dover essere. Sieyès

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Da notare che dove Sade è netto nell’affossare ogni ideale di giustizia ed eguaglianza in nome della più assoluta libertà, più frequentemente si tenta di conciliare i due estremi o si prova a difendere un concetto di libertà più alto, non più incompatibile con le esigenze di giustizia della società, ma che anzi dipende dall’abolizione del privilegio stesso. Il tentativo più convincente in questo senso è stato compiuto da uno degli artefici della Rivoluzione, cioè Emmanuel Joseph Sieyès, nello stesso periodo in cui Sade scriveva il suo capolavoro.


È proprio grazie all’efficace prosa di Sieyès, ben più di quella di più famosi e stimati filosofi, che oggi concepiamo la libertà come incompatibile col privilegio.


In due opere successive, il Saggio sui privilegi e il più famoso Che cos’è il terzo stato Sieyès sferra il suo attacco alla società dell’ancien régime, condannandola a morte e proponendo un mondo completamente nuovo, non più fatto di nobili e plebei, di padroni e servi, ma solo di cittadini liberi. In breve, è proprio grazie all’efficace prosa di Sieyès, ben più di quella di più famosi e stimati filosofi, che oggi concepiamo la libertà come incompatibile col privilegio.

Il trucco è reso possibile a Sieyès grazie alle particolari condizioni storiche in cui si trovava a vivere, e alla trasformazione (decadenza) che la nobiltà stava subendo durante un processo plurisecolare, che correva parallelamente alla costruzione dello Stato moderno e all’accentramento del potere del sovrano. Quella dei privilegiati che Sieyès descrive, infatti, è una classe di parassiti, corpi estranei alla nazione, che vivono succhiando il sangue dei ceti produttori (il terzo stato, appunto), e che dipende dalle elemosine e dalle rendite concesse dal re. Essere un privilegiato, da condizione di forza e simbolo di prestigio sociale, si trasforma nella penna di Sieyès in un marchio d’infamia e disonore, in una posizione simile a quella dei mendicanti e dei supplici.

Sieyès diventa allora, più che un teorico dell’uguaglianza, uno dei primi e più convinti teorici della società meritocratica. Non si tratta di annullare le differenze fra gli esseri umani ma anzi di creare le condizioni che facciano emergere il vero valore delle persone, in modo che possano dare il miglior contributo alla società. Affinché questo sia possibile occorre però un nuovo punto di partenza, che livelli gli attuali rapporti di forza tramite un gesto radicale e violento, una rivoluzione. La posizione di privilegio, ereditata con tutta probabilità da un’antica sopraffazione o un dimenticato atto di guerra, può essere cancellata solo grazie a una nuova sopraffazione. Il privilegio, d’altra parte, fonda il suo diritto proprio sulla consuetudine, ovvero sull’antichità dell’originario sopruso, una caratteristica che per definizione manca ai rivoluzionari, costretti a giustificare la loro violenza tramite qualcosa di ancor più fittizio, e cioè il consenso, la volontà popolare.

Non si potrà mai sopravvalutare il contributo di Sieyès quale artefice della contemporaneità: se prima di lui ogni diritto era fondato su uno stato di cose pre-esistente, su un fatto storico, o sulla natura e la ragione ma quali si manifestano concretamente nella realtà, con lui la politica non è più la scienza dell’essere ma quella del dover essere; non si tratta più di ricostruire faticosamente e con un duro lavoro di storico i fatti trascorsi, sui quali si fondano le varie rivendicazioni, ma al contrario di fare tabula rasa del passato per costruire una nuova società. Si comprende quindi come Sieyès, nella sua eccezionale abilità retorica, si permetta una certa disinvoltura sul piano della verità oggettiva, tanto che i suoi pamphlet sono stati definiti da uno storico come un “trionfo della disinformazione”.

Nella sua descrizione la Francia è composta da un esiguo numero di privilegiati, appartenenti alle classi della nobiltà e del clero, e da una stragrande maggioranza di cittadini comuni, che formano la vera linfa della nazione, proprio in virtù della mancanza del privilegio, che fa dei suoi possessori dei nemici dello Stato. Quel che viene passato sotto silenzio è come anche i membri del terzo stato godano in effetti di un gran numero di privilegi, che poi sarebbero stati anch’essi azzerati dalla Rivoluzione. Vengono taciuti per esempio i privilegi assegnati alle varie città, paesi e regioni, o quelli concessi alle varie professioni. La vastissima rete del privilegio non separa una minuscola parte della nazione dal resto, come pretende Sieyès, ma al contrario la sua ricca trama tiene insieme i suoi cittadini conferendo pressoché a ciascuno di essi una sua appartenenza specifica, una sua identità, un modo di distinguersi e soprattutto un modo per far valere i suoi diritti.

La natura del privilegio.

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Ma che cos’è esattamente un privilegio, o meglio, cos’era nella cultura giuridica medievale e moderna, prima della trasformazione semantica operata da Sieyès? Dal punto di vista etimologico si tratta di una disposizione riguardante un singolo, o un particolare. Quindi un provvedimento tramite il quale un’autorità politica (pontefice, imperatore, re) concede particolari favori a un soggetto o una categoria escludendone altri. Se alla nostra sensibilità odierna ripugna l’idea di una legge ad personam, occorre tuttavia ricordare che qui non si tratta di “legge” come noi la intendiamo ma di semplice precetto, comando, decisione, mentre alla cultura giuridica medievale è semmai estranea l’idea di un potere legislativo in grado di fare e disfare delle norme universali. L’esempio più comune e banale di privilegio potrebbe essere l’atto tramite il quale l’autorità concede o conferma il possesso o l’usufrutto di un certo terreno a una chiesa o un monastero; oppure potrebbe trattarsi del permesso di usare un certo stemma, o ancora di stabilire una precedenza in occasione di particolari cerimonie. Se è indubbio che in questi casi si tratta di disposizioni particolari è altrettanto evidente che non potrebbe essere altrimenti, non potendo uno stesso terreno essere condiviso da una generalità di soggetti. In senso più concreto “privilegio” è anche il documento che attesta tale posizione di diritto favorevole (più propriamente, si tratta dei documenti in forma solenne emanati dalla cancelleria pontificia, distinti dalle “lettere” o “brevi”).


Per molti secoli, prima di Sieyès, difesa della libertà e difesa dei privilegi hanno coinciso, nella piena consapevolezza che, se formalmente si trattava di benigne concessioni, erano in realtà l’esito di una durissima lotta e anche uno specchio dei rapporti di forza esistenti.


Un esempio meno banale ma più significativo di privilegio potrebbe essere la cosiddetta “pace di Costanza”. Considerato giustamente dagli storici come un trattato di pace che chiude temporaneamente un lungo conflitto fra l’imperatore e i comuni lombardi relativamente alle loro autonomie, si tratta formalmente di un privilegio che Federico Barbarossa, nella sua magnanimità, concede ad alcuni suoi sudditi. Le battaglie condotte dai comuni in nome della libertà e dell’autonomia dal potere imperiale, ancora oggi rievocate da alcuni politici nostrani magari in riferimento all’Europa e alle banche tedesche, sono battaglie perché non vengano cancellati dei privilegi a fatica conquistati (come il diritto di imporre tasse, di battere moneta, di amministrare la giustizia, tutte prerogative imperiali). Per molti secoli, prima di Sieyès, difesa della libertà e difesa dei privilegi hanno coinciso, nella piena consapevolezza che, se formalmente si trattava di benigne concessioni, erano in realtà l’esito di una durissima lotta e anche uno specchio dei rapporti di forza esistenti.

Boulainvilliers e le origini della nobiltà

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Può essere utile, per comprendere la distanza fra il prima e il dopo Sieyès, analizzare per contrasto il pensiero di un aristocratico liberale vissuto nel XVII secolo, a cavallo del periodo in cui Sade descrive la sua orgia: Henri de Boulainvilliers.

Può essere descritta come liberale, senza contraddizione, una persona nostalgica del sistema feudale, che difende le prerogative della nobiltà ovvero la sua superiorità rispetto ai comuni plebei? Di che tipo di liberalismo si tratta? Boulainvilliers scrive in un periodo storico nel quale la monarchia di Luigi XIV, seguendo le teorizzazioni di scrittori quali Jean Bodin e Thomas Hobbes,  cerca di costruire quello che la storiografia dei secoli seguenti avrebbe chiamato “assolutismo” ovvero la riunificazione di tutti i poteri distribuiti nel corpo della nazione in una singola persona, il sovrano, “sciolto” (absolutus) da ogni limitazione, comprese le sue stesse leggi.  In realtà gli storici più avveduti sanno bene che anche nel periodo in cui il sovrano era politicamente più forte il suo potere fu ben lontano dall’essere assoluto e illimitato, e che forse non ci provò nemmeno a renderlo tale, distinguendo sempre fra esercizio legittimo del potere e dispotismo.

È però innegabile che nel periodo che chiamiamo “era moderna”, di transizione fra il medioevo e la contemporaneità, qualcosa lentamente si trasforma nell’idea di sovranità. Quel che oggi sappiamo (intuito da pensatori come Tocqueville) è che l’assolutismo regio non si pone in antitesi allo Stato sorto dalla Rivoluzione Francese ma è anzi in perfetta continuità con esso, preparandone l’avvento. È la Repubblica sorta dalla Rivoluzione che realizza compiutamente l’unificazione delle fonti del diritto e l’accentramento dei poteri in un unico ente, lo Stato, che, se non è più identificabile in una persona, resta comunque insignito del potere assoluto di fare e disfare le leggi.

È in base a queste considerazioni che un pensatore come Boulainvilliers può essere visto, a seconda della prospettiva tramite cui lo si legge, come un reazionario (difensore dei privilegi dell’ancien régime) o come un liberale (desideroso di limitare il potere del re). Ma sono due aspetti, questi, non in contraddizione e che tali appaiono solo dal punto di vista della contemporaneità. Il fatto è che occorreva Sieyès per dare a quel termine, “privilegio”, quelle odiose connotazioni da cui è oggi inseparabile. In Sieyès il privilegio non è altro, in effetti, che un altro attributo del potere sovrano, spettando al solo principe la facoltà di concederlo o negarlo in base al suo capriccio. Ma questo è proprio ciò contro il quale combatteva Boulainvilliers, il quale ne ha invece una concezione “contrattuale”, di diritto acquisito che non può essere revocato arbitrariamente.

Se i rivoluzionari, dicevamo, si appropriano con violenza della legittimità, i “reazionari” devono invece trarre la propria dalla storia, ovvero sempre dalla violenza, ma collocata nel passato (più è antica la violenza, maggiore la legittimità). La risposta alla domanda «da dove vengono i privilegi della nobiltà?» viene quindi dall’indagine storica e si tratta di una ricerca che ha i crismi dell’obiettività scientifica, piuttosto che della lotta politica. Così Boulainvilliers scopre le origini “germaniche” della monarchia francese: i nobili francesi non sono altro che i discendenti dei conquistatori franchi che sottomisero l’autoctona popolazione gallo-romana. I “barbari” germani non avevano un principe nel senso in cui i romani avevano l’imperatore, ma avevano al massimo un capo che era un primus inter pares al quale spettava di dirimere le questioni di giustizia e i conflitti sorti fra i guerrieri franchi (si opponeva alle conclusioni storiche di Boulainvilliers l’abate Dubos, per il quale i franchi si erano pacificamente assimilati alla popolazione gallo-romana). È questa la struttura originaria del regno di Francia che viene corrotta al tempo di Boulainvilliers nel mentre si degrada la nobiltà di spada, creando sempre più titoli di nobiltà fasulla che vengono acquistati dai borghesi, per la convenienza occasionale del re, e assicurandone la decadenza futura. Con una certa lucidità Boulainvilliers descrive anche la mostruosità del regime fiscale reso necessario dalla creazione di una tale casta che viene a pesare sempre più sulle spalle del popolo.

Così comincia il Saggio sulla nobiltà francese: “È certo che tutti gli uomini sono uguali per il diritto comune. La violenza ha introdotto le distinzioni di libertà e schiavitù, di nobiltà e plebe, ma per quanto questa origine sia viziosa, l’uso ne è stato stabilito da così lungo tempo che essa ha acquisito la forza di una legge naturale”, per proseguire: “si deve convenire che la virtù ha bisogno della spinta della fortuna per potersi segnalare, e questa fortuna, di solito, è fornita dalla nascita o certe fatalità che non dipendono dal merito. Quindi una nobile nascita è il mezzo più comune di far valere e onorare la virtù”.

Il candore col quale Boulainvilliers fonda il privilegio della nobiltà sul puro e semplice fatto della conquista, o sulla nascita, ha qualcosa di disarmante, ma è la stessa ingenuità che costui avrebbe trovato, molto probabilmente, in chi pretendeva di fondare il potere legittimo su un “patto” fra i sudditi e il sovrano in cui i primi cedevano tutta la loro libertà al secondo. Non si tratta, quindi, di mascherare e fingere le origini cruente del privilegio, ma è del tutto evidente che il potere nasca dalla violenza (riflettendo su Boulainvilliers, Michel Foucault in “Bisogna difendere la società avrebbe ribaltato il celebre aforisma di Clausewitz: “la politica è la continuazione della guerra con altri mezzi”). La constatazione che in ogni società vigono rapporti di potere asimmetrici fra i suoi membri, che essa non è mai omogenea e fatta di puri e semplici “cittadini” tutti uguali di fronte alla legge, ha d’altronde qualcosa di liberatorio, è la sincerità di chi si accorge che i vestiti nuovi dell’imperatore, abbigliatosi per l’occasione da stato democratico, sono in realtà composti della stessa materia di cui sono fatti i sogni. È il riconoscimento precoce, anche, che l’eguaglianza formale non è sufficiente ad appianare le disuguaglianze materiali, che potrebbero anzi venirne rafforzate.

Di questo d’altronde troviamo conferma soprattutto se pensiamo alla successiva evoluzione e crisi dello Stato dopo il suo trionfo ottocentesco, quando cioè nel Novecento ha cominciato a perdere le sue pretese di monoliticità in favore di un apparato appunto più stratificato, distribuito, decentralizzato, complesso, e irriducibile. Si tratta di rivendicazioni che però stavolta vengono soprattutto da sinistra: proprio come i ceti dell’ancien régime si frapponevano e mediavano fra lo Stato e i singoli sudditi, in modo tale che l’appartenenza a una certa classe non era solo una questione di identità culturale ma aveva una precisa rilevanza giuridica e politica (e rendendo quindi inesistente l’eguaglianza di fronte alla legge) cosi oggi accade col riunirsi dei singoli in associazioni quali sindacati e corporazioni professionali. Si tratta dei nuovi privilegi, anche questi difesi con i denti contro le pretese dello stato liberale, anzi oggi neoliberista. La dottrina della natura ereditaria del privilegio trova d’altronde il suo corrispondente odierno e di sinistra nella dottrina dell’inviolabilità dei diritti acquisiti.

Epilogo: il Terrore

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Abbiamo visto che amici e nemici del privilegio possono entrambi, in un certo senso, fregiarsi del titolo di “liberale”. I primi in quanto avversari dell’assolutismo statale, i secondi in quanto avversari di ceti e corporazioni che rischiano di ingabbiare e limitare l’iniziativa individuale. L’arcano si spiega col fatto che un certo individualismo caro ai liberali presuppone, come suo fondamento e garanzia, proprio una nozione forte di Stato, di fronte al quale spariscano tutte i corpi intermedi.

Senza la presunzione di risolvere il dilemma, qui si propone piuttosto di spostare l’attenzione, più che sulla questione individualismo/associazionismo, su quella del monopolio della violenza legittima. L’illusione dei moderni liberali è che i diritti possano essere percepiti, riconosciuti e garantiti solo in forza della loro qualità di diritti, senza che nessuno debba alzare un dito, senza che nessuno si faccia del male. Il popolo ha concesso allo stato il monopolio dell’uso della forza proprio a questo scopo: ridurre i conflitti delegando a un potere superiore la loro risoluzione. Ogni iniziativa autonoma rischia allora di essere marchiata come sedizione faziosa contro l’unità nazionale (almeno prima che vengano riconosciuti, sotto la minaccia di quella stessa violenza deprecata, i diritti rivendicati con essa).

Vi è insomma una sorta di oblio volontario di quella violenza, di quella manifestazione di forza e potere che sta alla base di ogni riconoscimento, una censura del fatto che riconoscere i diritti significa piegarsi alla forza di chi li pretende, arrendersi e riconoscere un privilegio, proprio come Federico Barbarossa fece con i comuni lombardi. In Sieyés e nei rivoluzionari esiste ancora una consapevolezza di questo fatto: rispondendo implicitamente a Boulainvilliers, Sieyés afferma che se i nobili hanno sottomesso la plebe tramite una conquista violenta, ebbene, il popolo può riconquistare il potere che gli è stato sottratto. La pericolosa presunzione è che la violenza rivoluzionaria, che cancella tutta la storia precedente, possa anche essere ultima e definitiva, proprio in virtù di quella cancellazione, in virtù della epurazione, dello sterminio dei nemici del popolo.

Questa violenza, che vuol sempre essere definitiva e non lo è mai, che rischia di esplodere con maggiore furia tanto più viene compressa e trascurata, ha d’altronde una sinistra somiglianza con quella ammirata dal marchese di Sade, e proprio Sade d’altra parte insegna come sotto la protezione dello Stato i violenti abbiano ancora più opportunità di esercitare la violenza. Nei primi giorni di settembre del 1792 comincia quello che sarà definito il “Terrore”. La folla entra nelle prigioni dove sono custoditi i nobili e ne fa strage. Fra le tante vittime, una delle amiche più care della regina Maria Antonietta, la principessa di Lamballe. Dopo esser stata sottoposta a sommario interrogatorio ed essersi rifiutata di giurare l’odio per la monarchia, viene uccisa a colpi di picca. Il suo cadavere viene denudato per mostrare alla folla l’aristocratico candore della pelle. Il suo corpo viene profanato, il suo cuore asportato, le sue viscere strappate e la sua testa staccata dal collo. Qualcuno si impadronisce delle sue parti intime e le indossa come baffi. La sua testa poi, dopo esser stata pettinata e truccata in modo da renderla riconoscibile, viene issata su una picca, e il corpo decapitato trascinato per strada fino alla prigione dove alloggia la regina, allo scopo di farla assistere allo spettacolo. Questo bagno di sangue purificatore, dicevamo, non sarà l’ultimo, tanto che Pasolini potrà ambientare il film tratto da Le 120 giornate di Sodoma, e con un con una certa credibilità, nel Novecento, all’epoca dei totalitarismi.


Erik Boni, nato nel 1972, laureato in filosofia, studioso di archivistica, impiegato presso una prestigiosa biblioteca italiana, ha una passione per le idee libertarie che di solito cerca di comunicare tramite un blog L’albero di maggio.
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