È ora di prendere in considerazione la domanda più importante: un percorso da Ligotti a Buddha, da Nietzsche ad Alan Moore.


di Francesco D’Isa

Ma perché dare al sole,
perché reggere in vita
chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,
perché da noi si dura?
Giacomo Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia

Chi sostiene che la vita fa schifo viene definito “pessimista”, ma in realtà è un “ottimista” – più valore si dà alla vita, infatti, più la sua inevitabile perdita sarà dolorosa. Considerato inoltre che la vita è infinitamente più breve dell’eternità che la segue e precede, il fatto che l’esistenza cosciente sia una macchia irrilevante nell’illimitato dovrebbe essere considerata una buona notizia.

Quale che sia il proprio parere, non è un argomento di scarsa importanza, sebbene la maggior parte delle persone preferisca parlar d’altro – il che può esser letto come un ulteriore sintomo della sua rilevanza. A peggiorare le cose, capita che chi prende in considerazione il problema giunga spesso a conclusioni sgradevoli o soluzioni poco convincenti. L’affermazione di Camus, che ne Il mito di Sisifo scrive «vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio» non perde mai di efficacia, sebbene il capostipite della questione resti Buddha, che millecinquecento anni prima ne fa il cardine della propria filosofia (e religione). Parafrasando l’illuminato, la vita fa schifo, ma la cosa può avere un lieto fine, perché il dolore, se si osserva con attenzione, si palesa illusorio – come d’altra parte ogni cosa: non c’è né una vita né un “io” che la subisce.

Un’idea a cui si oppone Thomas Ligotti, che, ne La cospirazione contro la razza umana, offre una scorrevole disamina sul tema “la vita fa schifo”, analizzando con un linguaggio chiaro ed evocativo argomenti e soluzioni. Anticipo il suo punto d’arrivo: sì, la vita fa schifo, dovremmo smettere di procreare e se il suicidio è un’opzione difficile è perché siamo schiavi delle dinamiche dell’esistenza. All’autore però, che appare genuinamente di malumore, non sovviene che questa sia una buona notizia e di conseguenza si definisce un “pessimista radicale”, cosa d’altra parte coerente per uno scrittore di letteratura horror che ha ispirato la serie tv True Detective.


Chi sostiene che la vita fa schifo viene definito “pessimista”, ma in realtà è un “ottimista” – più valore si dà alla vita, infatti, più la sua inevitabile perdita sarà dolorosa.


A difesa del valore della sua tesi, Ligotti propone uno degli argomenti preferiti dei pessimisti (che, ripeto, sono ottimisti), ovvero la giusta osservazione che se una conclusione è spiacevole non vuol dire che sia sbagliata. Come chiunque appartenga alla squadra del “dobbiamo prendere in seria considerazione la questione”, mi unisco al coro e mi domando anch’io se la vita fa schifo.

Tradizionalmente le prove a favore di questa ipotesi si dividono in due gruppi, quelli legati al dolore (la vita offre tanta sofferenza e poca gioia) e quelli legati allo scopo (la vita non ha alcun senso). Sebbene questi ultimi siano considerati generalmente più motivati, è mia opinione che siano i primi a esserlo – d’altra parte, di un mal di denti si odia di più la sua insensatezza o la sensazione che lo accompagna?

Inizierò dunque dal secondo problema, quello più facile. Ligotti scrive:

Non ci sorprende il fatto che nessuno creda che ogni cosa sia inutile, e a buon diritto. Viviamo tutti in parametri di riferimento relativi e all’interno di tali parametri l’inutilità non è certo la norma. Uno schiacciapatate non è inutile se qualcuno vuole schiacciare le patate. Per certe persone un sistema che comprende un aldilà di beatitudine eterna non è inutile. Potrebbero affermare che questo sistema è necessariamente utile perché gli dà la speranza di cui hanno bisogno per attraversare questa vita. Ma un aldilà di beatitudine eterna non è, e non può essere, necessariamente utile perché qualcuno ha bisogno che sia così. Fa solo parte di un parametro relativo, nulla di più; proprio come uno schiacciapatate fa parte di un parametro relativo ed è utile solo se si ha necessità di schiacciare le patate. Una volta che hai attraversato questa vita verso un aldilà di beatitudine eterna, non avrai più bisogno di quest’aldilà. Ha svolto il suo compito e tutto quello che rimane è un aldilà di beatitudine eterna, un paradiso per edonisti riverenti e pii libertini. A cosa serve? Tanto varrebbe non esistere proprio, in vita o in un paradiso di beatitudine eterna. Ogni tipo di esistenza è inutile. Nulla si autogiustifica. Ogni cosa è giustificabile solo in senso relativistico, come lo schiacciapatate.

L’autore, così come i colleghi pessimisti che cita (soprattutto Peter Zapffe, ma il suo vero maestro è Schopenhauer), sostiene che l’inutilità della vita è garantita dalla relatività di ogni significato. Senza entrare nel termine della relatività congenita all’esistenza, va comunque notato che il nichilismo di Ligotti non è radicale, perché non si applica a se stesso: per dirla con Buddha, il filosofo del pessimismo intravede il vuoto, ma non la vuotezza del vuoto.


Se il problema è davvero che la vita non ha senso, perché fingere che ne abbia uno, sostenendo che è orribile?


In breve, disperarsi per l’insensatezza è a sua volta un gesto privo di senso, perché la disperazione le conferisce un significato. Il nichilismo che non si applica a se stesso, dunque, nega le categorie di valore per poi ristabilirle col ritenersi “un male”. Se il problema è davvero che la vita non ha senso, perché fingere che ne abbia uno, sostenendo che è orribile? Ancora una volta il limite del pessimista è di non accorgersi di essere ottimista: al di là del bene e del male, infatti, non c’è il male, ma né il bene né il male. Come scrive Nietzsche, «non esistono affatto fenomeni morali, ma soltanto una interpretazione morale dei fenomeni».

L’assenza di scopo, dunque, non è un buon argomento per sostenere che la vita faccia schifo, almeno dal punto di vista razionale. È piuttosto una reazione emotiva, legata al nostro essere “programmati” per dare uno scopo alle cose, come nel caso dello schiacciapatate di Ligotti. Nel prendere una decisione su un tema così importante però, non possiamo farci dominare dalle emozioni del momento – o meglio, possiamo, purché non si spacci la tesi come valida per tutti. Qui il pessimista che non sa di essere ottimista potrebbe obiettare: ammesso che la questione sia errata, queste emozioni non sono una scelta e non posso liberarmene. Un’affermazione che, nel tirare in ballo la soggettività, ci avvicina al secondo problema, quello del dolore.

Sebbene sia evidente che alcune persone soffrono di più e altre di meno, l’assenza di misurazioni adeguate impedisce un’analisi quantitativa: non resta che accettare che quando il bene sopravanza il male la vita non fa quantitativamente schifo, e viceversa. Anche la questione se “il bene sia più un bene di quanto il male sia un male”, si riduce al peso specifico dei casi particolari. È meglio evitare la morte di un proprio caro che trovare una banconota per terra, così come è preferibile vincere la lotteria che avere un po’ di mal di testa. È raro essere sia felici che tristi e in genere il sentimento più forte detta l’umore generale.

La complessità del problema, inoltre, vanifica un argomento caro agli ottimisti, secondo il quale “senza il male non ci sarebbe il bene” perché i due opposti si implicano a vicenda. È pur vero, infatti, che l’identità delle cose si basa su una reciproca differenza, ma nulla toglie che si possa sperare in una vita in cui si evitano i grandi mali in favore di piccoli fastidi. Dolore e gioia non sono necessariamente l’uno la misura dell’altro, in quanto situati in una scala in cui non è necessario aver provato orribili lutti o degradanti menomazioni per godere del piacere di un caffé o di un bacio – sebbene l’intensità possa variare. Il dolore, dunque, non è necessario al piacere e ancora una volta la questione quantitativa non si liquida facilmente.


Abituati come siamo a cercare una finalità, saremmo disposti ad accettare un bel po’ di dolore se questo portasse a qualcosa – è un principio alla base di molti sacrifici, dal rinunciare a un biscotto per una dieta a dare la vita per una causa.


Prendiamo in analisi la peggiore delle ipotesi – purtroppo comune – in cui il male è quantitativamente maggiore del bene. L’ultima speranza dei sofferenti è che qualunque quantità di bene abbia un valore assoluto; in poche parole, che la bellezza di un fiore o l’emozione di un bacio valga diecimila guerre e un milione di stupri. Purtroppo però, qualora si concordi con i pessimisti-ottimisti nell’affermare che la vita non ha significato se non relativamente a qualcosa, la risposta è no. Il bene non ha un valore assoluto perché nulla ne ha uno.

Abituati come siamo a cercare una finalità, saremmo disposti ad accettare un bel po’ di dolore se questo portasse a qualcosa – è un principio alla base di molti sacrifici, dal rinunciare a un biscotto per una dieta a dare la vita per una causa. L’assenza di un obiettivo, invece, ci sembra una tortura. Una volta scoperto che il senso è legato a una forma, e che questa è in gran parte predeterminata (poco importa se dalla genetica, dalla società, dalla fisica subatomica, da un dio buono o da uno malvagio), pare che non ci sia scampo alla domanda che tormenta Levi Strauss in Tristi Tropici: «A che serve agire se il pensiero che guida l’azione conduce alla scoperta dell’assenza di senso?». Aggiungiamoci un bel po’ di sofferenza e tutto è perduto.


Chi crede di poter sopportare ogni travaglio in nome di uno scopo, ma non ne trova uno soddisfacente, potrebbe azzardare la ribellione più estrema, quella contro il significato stesso.


Dunque la vita fa schifo o no? Bè, dipende. Il problema del dolore, infatti, si intreccia nuovamente a quello dello scopo, perché il peso di quest’ultimo influisce drasticamente nell’equilibrio tra bene e male, a favore dell’uno o dell’altro. La “scoperta dell’assenza di senso” ci riporta al nichilismo che non si applica a se stesso. Ligotti, e con lui molti altri, sostiene che il mondo oltre il bene e il male sia un inutile paradosso e che ogni forma di liberazione sia quasi impossibile. Buddha, e con lui molti altri, è convinto che questo stato sia sì paradossale, ma non inaccessibile. Qui, dove ogni risposta diventa inevitabilmente un’opinione, mi sembra inutile aggiungere la mia.

Da un punto di vista logico però, chi è convinto dell’insensatezza della vita deve anche credere all’insensatezza dell’insensatezza – trasportare la ragione nelle paradossali lande oltre il bene e il male non è arduo. Ma, ahimè, si vive in balia dei sentimenti e il dolore resta; «siamo tutti delle marionette, Laurie. Io sono una marionetta che riesce  a vedere i fili», confessa il Dottor Manhattan, il supereroe in crisi esistenziale di Watchmen. Il fatto curioso è che alcuni vivono la cosa come una liberazione e altri come un tormento.

Dove manca una risposta si può comunque tentare una strategia: se si è stanchi della catena delle finalità, potremmo trovare un sollievo nella sue vacuità. Chi crede di poter sopportare ogni travaglio in nome di uno scopo, ma non ne trova uno soddisfacente, potrebbe azzardare la ribellione più estrema, quella contro il significato stesso. Non è necessario esser santi o illuminati per dare una sbirciatina oltre i valori abituali e intuire dietro alla gioia, alla banalità e persino al dolore, un frammento del vuoto accecante per il quale ogni sentimento è inadeguato. Le sfumature, come si diceva, sono importanti. È un esercizio lungo, faticoso e progressivo, così come il mutare atteggiamento verso ciò che prima ci atterriva. E se proprio dovesse andar male, pazienza: che la vita faccia schifo, come si diceva all’inizio, è comunque una buona notizia.


Francesco D’Isa  (Firenze, 1980), di formazione filosofo e artista visivo, dopo l’esordio con I. (Nottetempo, 2011), ha pubblicato romanzi come Anna (effequ 2014), Ultimo piano (Imprimatur 2015), La Stanza di Therese (Tunué, 2017) e saggi per Hoepli e Newton Compton. Direttore editoriale dell’Indiscreto, scrive e disegna per varie riviste.
In copertina: Le tentazioni di S. Antonio, Max Ernst.