La curiosa scalata dell’alt-right a un genere musicale che nasce scevro da connotazioni politiche.


Copertina: Old Nick, the Devil di George File (1937)

di Andrea Cassini

Portland, in Oregon, è una città peculiare persino nel variegato contesto degli Stati Uniti. Chuck Palahniuk, un autore che a questa città ha dedicato un libro, scrive che a Portland ogni persona vive almeno tre vite, e che anche i ricchi vanno in giro vestiti come dei senzatetto. Una città di contraddizioni, appassionata di musica indipendente; una sera, entrando in un locale che propone musica dal vivo, può capitare di trovare nella lista dei performer i  Wolves in the throne room, autentiche leggende locali. Questo gruppo propone uno dei black metal più hipster in circolazione; suoni intransigenti, in vecchio stile, ma registrati con strumentazione vintage. Sul palco prediligono le luci soffuse, mentre all’aperto amano i falò; in entrambi i casi vige il divieto assoluto di scattare foto col flash. Il loro immaginario è rurale, venato di folk. Aaron Weaver, il bassista, descrive la loro musica come “una ricerca, a livello mitico, di quello che si è perso e non si può più ottenere”. Secondo lui, il black metal trasmette “il senso di disperazione che ti assale quando non sei più in grado di dare un nome a quello che hai perso”. Per alcuni fan del Northwest, che assistono al concerto, l’oggetto perduto si identifica con una terra libera da abitare: la “Cascadia”, ovvero l’ipotetica unione degli stati di Washington, Oregon e British Columbia al fine di preservarne l’ecosistema, una bioregione le cui spinte indipendentiste tornano, di tanto in tanto, sui titoli dei giornali. A Portland però non riescono a guadagnare trazione entità politiche di sinistra, che, imbevute di reminiscenze hippie, cavalchino lo spiritualismo dei Wolves in the throne room ed espandano gli ideali della Cascadia a tutta la nazione.


Quando la musica veicola un messaggio, lo potenzia inevitabilmente. Ce l’hanno insegnato gli anni ’60 e ’70, prima che quel messaggio finisse demistificato, fagocitato, digerito e riciclato dallo stesso sistema a cui si opponeva. Ora c’è una corrente che spinge in direzione opposta che sta tentando di ripetere l’esperimento. L’Alt Right ha preso di mira il metal, specialmente nei suoi sottogeneri più estremi, e minaccia di cooptarlo con successo.


Nel locale accanto potreste invece trovarvi un gruppo chiamato Cladonia Rangiferina. Si tratta sempre di black metal, stavolta in piena osservanza dei cliché del genere, ma il loro milieu di riferimento è quello nazista. Anche tra i loro fan c’è chi si preoccupa della questione Cascadia, con un approccio decisamente più estremo. A spalleggiarli la compagine dei Wolves of Vinland, un movimento neo-nazista che copre l’intero Northwest con capitoli in tutta America, sponsor di decine di gruppi black metal. I Wolves of Vinland hanno ereditato l’area di Portland dal Volksfront, attivo negli anni ’90: nel 2010, proprio in occasione di uno scontro che si animava intorno alla scena black metal tra gruppi come Immortal Pride e Fanisk, un attivista antifascista rimase paralizzato per un colpo di arma di fuoco. A differenza di quanto detto per i Wolves in the throne room – è una differenza cruciale – i metallari del Northwes tdi estrema destra hanno incontrato una voce politica che li rappresenti e sono subito saltati sul treno in corsa. L’Alt Right ha inglobato Volskfront, Wolves of Vinland e dozzine di altri movimenti, senza alcuna vergogna per i testi razzisti e antisemiti urlati dai cantanti. Jack Donovan è il capogruppo per l’area di Portland. Scrive articoli e interviene in conferenze Alt Right; sostiene che la Cascadia dovrebbe essere una bioregione libera, sì, ma abitata solo da bianchi.

Quando la musica veicola un messaggio, lo potenzia inevitabilmente. Ce l’hanno insegnato gli anni ’60 e ’70, prima che quel messaggio finisse demistificato, fagocitato, digerito e riciclato dallo stesso sistema a cui si opponeva. Ora c’è una corrente che spinge in direzione opposta che sta tentando di ripetere l’esperimento. L’Alt Right ha preso di mira il metal, specialmente nei suoi sottogeneri più estremi, e minaccia di cooptarlo con successo. Per capire come ci riesca, però, è necessario fare un passo indietro.

Uno degli esiti più notevoli dell’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti d’America è che ha scatenato un dibattito, fino ad allora sopito, su come la politica sia mutata radicalmente negli ultimi anni, al punto che gli interpreti tradizionali faticano a fare presa sull’elettorato. I meno svegli soccombono, i più furbi si adattano. Quando Hillary Clinton pronuncia il celebre discorso sui deplorables, nel settembre 2016, il dado è già tratto. Trump, o meglio il suo entourage, ha allungato le mani da tempo verso quella fetta di web affezionata all’anonimato e ostile al politically correct, che si annida tra i canali di message board come reddit e 4chan, e produce in catena di montaggio quei trend, o per meglio dire meme, che defluiscono nei social network e nell’internet di tutti i giorni. Sembra che la storia d’amore tra queste comunità e il partito repubblicano sia nata per caso, se non per gioco: dall’idea sprezzante che il successo di Trump, come un gigantesco scherzo, si trasformasse in realtà. In mezzo, a indirizzare il lavoro degli utenti anonimi, le sapienti mani dell’Alt Right; un movimento fluido che, in uno scenario post-idealista, fa del parassitismo la sua forza. Si appropria di razzismo e nazionalismo, lo mescola con le sottoculture e lo spennella tra gli strati del web. È ormai un dato di fatto che questi ambienti abbiano ingrossato i voti a favore di Trump, forti di figure chiave quali Steve Bannon e David Duke, secondo una dinamica che in molti chiamano “Prima Guerra dei Meme” e che si è ripetuta anche in Europa, seppur con risultati meno eclatanti. Sono gli stessi veterani della guerra ad ammetterlo, quelli che producevano in massa meme e fake news in favore di Trump; uno di essi è Andrew Auernheimer, in arte Weev. Ci sono squadroni che con le stesse strategie operano in Francia e Germania, ha rivelato l’uomo a Politico, per favorire le campagne elettorali di partiti come Front National, Alba Dorata e molti altri. In Italia, nonostante l’uscita di ottimi saggi sull’argomento e i risultati delle ultime elezioni – che alcuni descrivono come un trionfo del populismo – continuiamo a pensare che i meme siano innocui gattini o, tutt’al più, i fastidiosi “buongiornissimo” dei quarantenni.


Quel che colpisce di questo fenomeno è la duttilità del metal come contenitore e veicolo espressivo: nell’arco dei soli anni ’80 si passa dall’insofferenza un po’ punk insita nel thrash, quello dei primi Metallica ad esempio, al machismo un po’ modaiolo dei gruppi inglesi, per finire con la violenza sonora del death e con l’ibrida mostruosità partorita in Scandinavia e dotata di un impianto ideologico potente, per quanto deviato.


Questa premessa è necessaria per rendere conto di quanto sia importante riconoscere tempestivamente il modus operandi di quel fenomeno che risponde al nome di Alt Right. Trasporta le spinte estremiste in seno alla politica, le traduce, le rende governabili. Il suo asso nella manica è la capacità di cooptare altre culture e movimenti, di appropriarsi di interi stili e mezzi di espressione. La sottocultura nerd è un esempio dei più noti, senza considerare che in America la galassia Alt Right ha efficacemente unito sotto un’unica bandiera varie tipologie di nazionalisti, indipendentisti, suprematisti bianchi e persino correnti religiose ultra-conservatrici come la Religious Right. Gli stessi che inneggiano a White Lives Matter manifestano spalla a spalla con gli alfieri della Cascadia. Dall’arte alla musica, passando per la letteratura, è difficile trovare un campo che sia rimasto inesplorato nella campagna di espansione dell’Alt Right. La next big thing, la testa d’ariete per arruolare migliaia di giovani, potrebbe essere la musica metal, nello specifico le sue varianti più estreme.

Ma è proprio la storia del black metal a fornirci le chiavi di lettura decisive per comprendere la natura dell’Alt Right insieme, forse ai suoi difetti fatali. Perché in un certo senso il black metal porta con sé, fin dalla nascita, certe pulsioni che l’Alt Right elabora in ritardo di trent’anni.

10 agosto 1993, Oslo, Norvegia. Varg Vikernes uccide Øystein Aarseth in seguito a un litigio. Nonostante si difenda con la teoria dell’autodifesa, verrà condannato a ventun anni di carcere, il massimo previsto dalla legge norvegese. Questo fatto di cronaca nera assume tinte più fosche se consideriamo gli pseudonimi dei due attori. La vittima è Euronymous, leader dei Mayhem e figura di riferimento per la scena black metal scandinava, il carnefice è Burzum, il discepolo, bassista negli stessi Mayhem, che abita nel retrobottega del maestro e finisce per maturare un conflitto di potere nei suoi confronti. Il black metal era nato pochi anni prima proprio a quelle latitudini, declinando i lati più estremi e grezzi del thrash in una creatura nuova, dedita al culto del male come metafora per il ribaltamento dello status quo. Migliaia di parole sono state spese per comprendere come mai la scintilla di un genere così abrasivo si sia innescata proprio in Scandinavia. Tra i punti cardine c’è il sostrato culturale di quelle terre, cristianizzate in epoca tarda e dotate di un senso di appartenenza mai del tutto sopito. Burzum e Euronymous, al centro del movimento che fu battezzato Inner Circle, denunciano la mancanza di un’identità smarrita e intendono recuperarla combattendo il cristianesimo, da rimpiazzare con una religiosità antica, “naturale”. Siccome più che filosofi sono dei ventenni esaltati da pulsioni di ribellione, propagandano il concetto bruciando chiese. Il rogo della bellissima Stavkirke di Fantoft, una chiesa in legno, diverrà la copertina di Aske, il primo album solista di Burzum.

Quel che colpisce di questo fenomeno è la duttilità del metal come contenitore e veicolo espressivo: nell’arco dei soli anni ’80 si passa dall’insofferenza un po’ punk insita nel thrash, quello dei primi Metallica ad esempio, al machismo un po’ modaiolo dei gruppi inglesi, per finire con la violenza sonora del death e con l’ibrida mostruosità partorita in Scandinavia e dotata di un impianto ideologico potente, per quanto deviato. Il secondo dettaglio,non meno importante, è che il black metal nasce scevro da connotazioni politiche. Certe idee si avvicinano a correnti di estrema destra e i personaggi tangenti a quell’Inner Circle finiranno in carcere per aggressioni a omosessuali e persone di colore, eppure un genere così radicale è allergico per definizione ai compromessi tipici della politica. Lo stesso Euronymous, ad esempio, era di fede comunista. Lo sbocco naturale del movimento è quello spirituale, religioso, ma se i gruppi black metal primitivi invocano Satana e demoni vari, lo fanno in riferimento a un certo satanismo d’antan, quello del Sentiero della Mano Sinistra e di personaggi come Aleister Crowley: affascinante ma antiquato, con pochi contatti con la realtà del 1993 e quasi nessuno con quella odierna. Non a caso, quando i black metallers originali si avvicinano alla politica, si rivolgono piuttosto agli anni ’40 e scelgono l’hitlerismo esoterico di Miguel Serrano. Un’ottima facciata, perché se il metal coltiva il gusto per l’immagine eclatante, il black conduce questo concetto all’estremo. Gaahl, leader dei veterani Taake, ha offerto un’eloquente risposta quando è stato accusato di aver mostrato la svastica sul palco, nel 2007. “Non siamo nazisti, assolutamente”, ha spiegato. “Abbiamo usato la svastica come un qualsiasi altro simbolo del male. Quelli classici, il pentacolo e la croce rovesciata, non fanno più paura a nessuno”.

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Tolto tutto ciò che è scenico, quando si entra in una dimensione più profonda, il black metal fa sul serio. Durante la detenzione, Burzum è divenuto una figura di culto pubblicando album autoprodotti – un’originale commistione con ambient ed elettronica – e stampando pamphlet per divulgare le proprie teorie. Il suo rapporto con l’estrema destra è complicato, con periodici deliri razzisti che lo portano a rinnegare e accettare ciclicamente il nazismo, ma il tema portante è quello dell’odalismo. In reazione alla desacralizzazione della società contemporanea, la stessa di cui parla il teorico della Nouvelle Droite Alain de Benoist, Varg Vikernes/Burzum propone una spiritualità strutturata nella forma di una religione primigenia. Il richiamo al paganesimo è evidente. Altri personaggi della scena black metal, con meno interessi filosofici e profondità di riflessione rispetto a Burzum, si aggregheranno senza troppi fronzoli alle più note correnti interne alla galassia del “revival” pagano, quelle sì afferenti a partiti di estrema destra, catturate nel vasto bacino d’utenza dell’Alt Right. Ancora una volta, la contraddizione sta nell’apparenza: caratteri gotici, rune, abiti neri, tutti elementi in comune tra l’immaginario black metal e gli ambienti dove si coltiva fascinazioni per le civiltà antiche, come i nazisti italiani e il culto per l’antica Roma. I fatti, però, raccontano una verità diversa. Lo storico delle religioni Mattias Gardell ha constatato come i gruppi black metal di ispirazione nazista, catalogati sotto l’acronimo NSBM, rappresentino una minoranza di scarso valore numerico. Oltre alle cifre, ci sono dichiarazioni autorevoli. Jon Nödtveidt, Tormentor, King ov Hell, Infernus, Lord Ahriman, Emperor Magus Caligula, Protector, Erik Danielsson, Abbath: tutti nomi di spicco nella scena black metal, e tutti si sono opposti con vigore all’accostamento del loro genere col nazismo. L’argomentazione più convincente la spiega ancora Gardell: il nazismo condivide i suoi tratti principali con il cristianesimo e altre “organizzazioni”, che siano logiche, politiche o spirituali, contro cui il black metal scatena la propria aggressività. Sono entrambi autoritari, collettivisti e promuovono una mentalità di gregge. Benjamin Hedge Olson è un altro ricercatore che ha sdoganato la critica del black metal in ambito accademico. Nella sua tesi di dottorato scrive: “L’odio proposto dal nazismo è troppo specifico e limitante per la misantropia insita nel black metal”.

Il nemico è dunque l’umanità intera, non delle sue categorie: una prospettiva desolante, ma egualitaria. Per questo Satana affascina più di Hitler. Etimologicamente è “l’avversario”, colui che si oppone allo stato delle cose, e non a caso The Adversary è il titolo di uno dei più pregevoli album solisti di Ihsahn. Si tratta di un personaggio affine a Burzum, uno studioso appassionato che è sopravvissuto ai primi, virulenti anni di vita del black metal per sviscerarne ideologia e fondamenti. Coi suoi Emperor fu tra i primi a infrangere i luoghi comuni del genere, come gli abiti neri e la pittura da applicare al viso, il cosiddetto corpse paint. Mentre la sua produzione musicale si faceva più raffinata e sperimentale, i testi di Ihsahn viravano in direzione di una disamina intellettuale del satanismo. Nergal, al secolo Adam Darski, è il frontman dei polacchi Behemoth con alle spalle studi universitari in storia, filosofia e latino. Il demonio dei suoi testi, dal sapore colto, prende il nome di antiche divinità mesopotamiche e simboleggia esplosioni di volontà nietzscheane. Non ci soffermeremo in questa sede su quanto, e quanto indebitamente, le pagine di Nietzsche siano state accomunate al nazismo, ma il parallelo è evidente.

Personaggi del genere riderebbero all’idea di associare la loro musica ai partiti contemporanei di estrema destra, per la netta contraddizione tra un genere musicale significativo e integerrimo e un movimento che fiorisce proprio nei vuoti di significato, piegato ai compromessi della politica – come l’Alt Right quando si mette al servizio di Trump.

C’è un’altra figura da chiamare in causa,non a caso sempre dalla Norvegia. Anders Breivik, autore del massacro di Utøya nel 2011, è legato a doppio filo con l’evoluzione del black metal nei suoi primi vent’anni di vita. Le teorie deliranti che hanno condotto alla strage sono distanti dalla politica tradizionale nella stessa misura di quelle di Burzum, nonostante l’estrema destra tenti di appropriarsi degli scritti di entrambi. Breivik era un fan di Burzum e, mentre era in carcere, gli sottopose parte del suo manoscritto da 1500 pagine. Pare che ne ricevette critiche e incoraggiamenti, una reazione mista che Burzum ripropose sul suo blog all’indomani dell’attentato. Non ci è dato sapere altro sulla reale connessione tra i due, ma la polizia francese svelò i propri sospetti quando arrestò Varg Vikernes nel 2013, insieme alla moglie, con l’accusa di accumulare armi ed esplosivi in preparazione di un attacco simile a quello di Utøya.

Perchè dunque, nonostante queste contraddizioni, l’Alt Right dei giorni nostri riscuote un certo successo nell’appropriarsi di uno stile musicale appartenente a un livello “intellettuale” più profondo? Una ragione è che, di quel coacervo di valori, a distanza di trent’anni è rimasto poco, e la violenza che lo alimentava si è spenta. Come abbiamo visto, il vuoto di significato va pur riempito, e l’Alt Right offre le alternative più accattivanti.

Un’altra ragione ce la mostra ancora Mattias Gardell, spostando il mirino sul suolo americano. Qualcosa del black metal, volando sopra l’oceano, è finito lost in translation. I primi, entusiasti fautori del genere negli Stati Uniti possedevano poche fonti da cui abbeverarsi. Erano i primi anni ’90, la comunicazione di massa era appannaggio dei trend più popolari, negli ambienti di nicchia ci si scambiavano informazioni tramite riviste e demo autoprodotti. Il libro Lords of Chaos giocò un ruolo fondamentale nella divulgazione del black metal in America, il primo a raccontare i misfatti di Burzum e gli atti incendiari dell’Inner Circle. C’è un dettaglio rilevante, però. L’autore, Michael Moynihan, simpatizza per correnti neopagane di estrema destra e il suo punto di vista permea il testo, come mette bene in mostra il giornalista Kevin Coogan nell’inchiesta “How black is black metal?”. Il libro è tappezzato di interviste a Burzum, ma Vikernes ha contestato la paternità delle citazioni e criticato il lavoro di Moynihan, reo di “aver riempito di menzogne la testa di una generazione di metallari”.

Tali menzogne, insieme a un territorio dove le problematiche razziali brulicano sotto cicatrici troppo fresche, contribuirono a scatenare nel nascente panorama black metal americano una nidiata di gruppi NSBM, come i Nachtmystium, ispirati a capostipiti tedeschi quali gli Absurd e pronti a finire nel calderone di suprematisti bianchi e neopagani. Lo stesso da cui, quindici anni dopo, l’Alt Right attinge a piene mani.

E dire che i primi tentativi “ufficiali” di cooptazione non erano andati a buon fine. William Luther Pierce, fondatore della National Alliance, si mise a caccia di gruppi NSBM con la propria etichetta, la Resistance Records. Discusse un contratto persino col frontman degli Absurd, Hendrik Möbus, che si trovava in America in fuga dalle autorità tedesche, ma i due non trovarono l’accordo. Pierce, tutto preso dall’ideologia, ignorava le caratteristiche musicali del genere e quando passò all’ascolto rimase spiazzato: non poteva accettare le “influenze negroidi” (sic) che permeavano lo stile “sex, drugs & rock ‘n roll”. Finora è passato sotto traccia, ma gioverà ricordare che l’estetica metal, coi capelli lunghi e una condotta libertina, è diretta erede di quella hippie.

Non è la prima, e non sarà l’ultima contraddizione che incontriamo in questa indagine. Il caso Pierce-Absurd non fa che sottolineare la portata ribelle del metal, la sua intrinseca libertà e intolleranza nei confronti di contesti formali – ma le sue frange più ingenue e becere caddero poco a poco nella trappola. Adrian Van Young, su Antenna, definisce il metal “an obliterating force of art that sometimes oversteps what’s just”, e non si può che concordare sulla potenza del genere come mezzo espressivo. I contenuti che veicola, però, possono cambiare insieme alle apparenze. Scrive lo stesso Van Young: “Nove volte su dieci, quando il metal si appropria di un certo immaginario o di una certa ideologia carica di significato, non lo fa per predicare o indottrinare, quanto per impressionare l’ascoltatore e immergerlo nell’estetica”. Prendiamo ad esempio la parabola del death metal e dei suoi target. Quando muove i primi passi in Florida, non è altro che una rielaborazione grottesca del thrash e dell’heavy ottantiano, e si rivolge a ragazzi che amano fare casino e bere birra, giusto un po’ più disillusi e nichilisti del fan medio dei Metallica. L’ondata grindcore porta all’estremo il concetto, con l’immaginario sanguinolento che non si fa portavoce di nessun significato, mentre una sua branca riconduce l’attenzione alla musica “pura”: tecnicismi, composizioni velocissime ed elaborate, influenze dai generi colti, tempi dispari alternati su basi matematiche. Una musica da nerd, in tutto e per tutto, tanto che il suo target è lo studente di fisica o matematica, con gli occhiali e i capelli corti. Il black ha seguito una linea simile, commistionandosi ad avant-garde, folk, shoegaze, ambient, suoni elettronici e spaziali. In tempi recenti la svolta chiave è quella del deathcore, genere maggioritario che recupera un approccio più leggero e smarrisce di nuovo il signifcato, confuso tra le pieghe della moda -core. Se l’Alt Right riuscisse a mettere le mani sulle migliaia di ragazzi con dilatatori, cappellini a tesa larga, Vans ai piedi e tatuaggi old school, troverebbe una miniera d’oro.

Il minimo comune denominatore tra correnti politiche e black metal è il neopaganesimo in tutte le sue declinazioni. Ora gode di un nuovo slancio, perché, come scrive la professoressa Cynthia Miller-Idriss nel saggio “Extreme gone mainstream”: “Quando le persone sono turbate dal cambiamento sociale, queste ideologie attingono alle fantasie utopistiche di una restaurazione nazionalista che promuove il ritorno a un periodo più semplice e solido. È un fenomeno simile a quello degli appelli lanciati ai combattenti stranieri affinché contribuiscano a ripristinare il califfato islamico.” Basta dare un’occhiata ai siti web dei gruppi neopagani di estrema destra per accorgersi di quanto la loro proposta si sia fatta smaliziata. Grafica minimale e sobria, simboli ridotti all’osso, nessun rituale dai toni oscuri per entrare nel circolo. Gruppi come l’olandese Erkenbrand o il francese Iliad Institute sono veri e propri think tank, habitat ideali per soldati dei meme – i reduci della campagna pro-Trump di cui parlavamo in precedenza – che intendano manipolare i social network a fini politici. Ci si appropria di vecchie tematiche razziali attraverso la lente della cultura contemporanea, e vengono in mente le strategie interpretative della destra di cui teorizzava il collettivo Wu Ming. La sottocultura di riferimento è quella nerd. L’Iliad Institute presenta una lista di letture consigliate con una folta rappresentanza di graphic novel e fumetti. La musica, nondimeno, non sfugge a questa mistificazione.

Ci sono luoghi dove il NSBM si è già ritagliato uno spazio istituzionale. Al parlamento greco siede Giorgios Germenis, esponente di Alba Dorata, che nel tempo libero fa il frontman per la band Naer Mataron. L’immaginario razzista che esprime dietro la finzione del palco si è trasformato in realtà quando, il 7 settembre 2016, lo stesso Germenis ha guidato una spedizione punitiva contro alcuni venditori ambulanti nei pressi di Atene.

David Anthony ha scritto di recente per A.V. Club: “la musica metal ha un problema irrisolto con il nazismo”. Aggiungerei che la prospettiva muta nel momento in cui la musica entra a far parte di un contesto politico, ma il succo del discorso non cambia, e la sua denuncia resta di invariata importanza. Tale “problema irrisolto” assume sembianze diverse tra Europa e Stati Uniti, ma quelle americane sono forse più preoccupanti, perché ancora in divenire, sotterranee, con una macchina da propaganda già collaudata pronta a spararle attraverso il web nonappena siano mature.

Abbiamo toccato, en passant, una citazione secondo cui il black metal originale si opporrebbe al nazismo, così come al cristianesimo, a causa della mentalità da gregge che impone. Non mancheremo di notare, però, che la potenza del metal sta anche nella capacità di unire chi si sente differente. Chi tra di noi si è definito metallaro almeno una volta, nella propria adolescenza, l’avrà fatto per esplicitare un’affermazione: sono questo, siamo questo, in opposizione al resto. Proprio su tale effetto può puntare l’Alt Right, con la solita strategia: cooptare il black metal, e magari anche generi più popolari, riempiendo il vuoto di significato. Ma il metal è anche spinta anarchica, isolazionista. È spirito critico, contraddizione. Nel momento in cui l’Alt Right dovesse diventare lo status quo, dovesse diventare tutto il resto, è verosimile che il metal sarà il primo a mordere la mano del padrone, rivendicando la propria libertà. Fino ad allora, però, potrebbe aiutarla a raggiungere quel punto.


Andrea Cassini, nato a Pistoia, classe 1988, filologo medievale di formazione. Si occupa di sport per La Giornata Tipo, Play.it USA e BasketInside. Scrive racconti su Spaghetti Writers e ha un romanzo in uscita con Astro Edizioni.