Oggetti e dipinti risalenti a migliaia di anni fa sono degli incredibili strumenti per memorizzare.


(Questo testo è la traduzione italiana di un articolo precedentemente uscito su Aeon sotto licenza Creative Commons)

di Lynne Kelly

Nel romanzo poliziesco di Arthur Conan Doyle A Study in Scarlet (1887) leggiamo che Sherlock Holmes utilizza il sistema mnemonico più efficace mai sviluppato: il palazzo della memoria. Sebbene i palazzi immaginari siano ancora utilizzati dai campioni di memoria e da quei pochi che praticano queste arti, essi erano più celebri ai tempi della cultura greco-romana, quando i grandi oratori, tra cui Cicerone, li usavano per assicurarsi che la loro retorica fosse fluida, dettagliata e impeccabile. Il palazzo della memoria, di solito una strada o l’interno di un edificio, era così familiare all’oratore da essere sempre a sua disposizione nell’immaginazione. “Inserendo” un pezzo di informazione in ciascun luogo, gli oratori potevano passeggiare mentalmente nel loro palazzo della memoria, stanza per stanza, estraendo le varie parti del discorso nell’ordine desiderato, senza perdere alcun elemento.

È opinione comune che questo metodo, detto dei loci, risalga a prima di Simonide di Ceo (556-468 a.C.), spesso accreditato come il suo inventore. Tuttavia ci sono ampie prove circostanziali che le culture indigene di tutto il mondo lo abbiano utilizzato da molto più tempo. È stato riscontrato il suo uso risalente ad almeno 40.000 anni fa nelle culture aborigene australiane. Le loro Songlines, così come i percorsi di pellegrinaggio dei nativi americani, le strade cerimoniali degli isolani del Pacifico e il sistema Inca dei ceques a Cusco, presentano tutti lo schema dei palazzi della memoria descritti da Cicerone. In ogni luogo sacro lungo questi percorsi, gli anziani devono cantare, ballare o raccontare una storia, rendendo memorabili le informazioni associate alla posizione.

La capacità mnemonica degli indigeni anziani supera quella riportata dagli antichi greci. La ricerca sui nativi americani Navajo, per esempio, dimostra che avrebbero memorizzato oltre 700 tipi di insetti, associati al relativo habitat e comportamento. E questo solo per quel che riguarda gli insetti. Un anziano indigeno iniziato alla tecnica sarebbe stato in grado di mettere in relazione informazioni equivalenti a una guida specialistica di tutti gli uccelli, i mammiferi, i rettili, i pesci e le centinaia di insetti del proprio ambiente.

Un altro studio dimostra che il popolo hanunoo delle Filippine era in grado di identificare 1.625 piante, molte delle quali sconosciute alla scienza occidentale del tempo. A questo si aggiunga la conoscenza dell’astronomia, dello scorrere del tempo, della navigazione, di leggi e orientamenti etici, stagioni, complesse genealogie e fedi, ottenendo così una vasta enciclopedia memorizzata in una rete collegata a un luogo reale o immaginario.

Le culture prive di scrittura sono indicate come “incolte”, ma la loro identità non dovrebbe essere associata a ciò che non sanno fare, ma piuttosto a quel che fanno in assenza di tecniche come la scrittura. Tali culture presentano una gamma più interessante di tecnologie mnemoniche, spesso etichettate sotto il termine accademico di “oralità primaria”, tra cui il canto, la danza, la rima e il ritmo, la storia e la mitologia. I dispositivi di memoria fisica, però, sono inclusi di rado in questa lista. Il più universale di questi è il paesaggio stesso.

I palazzi di memoria degli aborigeni australiani sono sparsi in tutto il paese, disposti su percorsi cantati chiamati Songlines. Le vie dei canti del popolo Yanyuwa da Carpentaria nel lontano nord dell’Australia percorrono oltre ottocento chilometri. Una Songline è una sequenza di posizioni, che potrebbe, ad esempio, includere le rocce che forniscono i migliori materiali per gli utensili, un albero significativo o una pozza d’acqua. Sono molto più di un aiuto alla navigazione. In ogni luogo viene eseguita una canzone o una storia, una danza o cerimonia che sarà sempre associata a quel particolare posto, sia fisicamente che nella memoria. Una Songline, quindi, è un riassunto delle conoscenze acquisite, che può essere attraversato sia mentalmente che fisicamente.

Inseparabile dal vivido paesaggio locale, il cielo è anch’esso un dispositivo mnemonico per alcune culture indigene; le storie di personaggi associati con le stelle, i pianeti e gli spazi oscuri rievocano una conoscenza pratica inestimabile, come le variazioni stagionali, la navigazione, il passare del tempo e gran parte dell’etica della loro cultura. Le storie associate alla posizione nel cielo o al paesaggio forniscono una struttura fondata per raggiungere una sempre maggiore complessità con il procedere dei livelli di iniziazione. In genere, solo un anziano completamente iniziato potrebbe conoscere e capire l’intero sistema di conoscenza della comunità. Mantenendo la sacralità delle informazioni più critiche, si può evitare il cosiddetto “effetto del passaparola”, per proteggere le informazioni dalla corruzione.

L’arte rupestre e i messaggi ornamentali sono dei sussidi familiari alla memoria indigena, ma i dispositivi di memoria portatili sono molto meno celebri. Pietre e tavole incise, collezioni di oggetti in sacchetti, pitture su corteccia, pergamene su corteccia di betulla, decorazioni su pelli e corde annodate degli Inca khipu sono stati utilizzati per aiutare il ricordo delle informazioni. Il piatto da pietanza utilizzato da culture aborigene australiane, il coolamon, può essere inciso sul retro, fornendo un sofisticato dispositivo mnemonico che non aggiunge nulla al carico quando si migra. Allo stesso modo, il Tjuringa, una pietra o un oggetto di legno lungo fino a un metro e decorato con motivi astratti, è un dispositivo molto esclusivo per gli uomini aborigeni. Il proprietario del Coolamon, o l’anziano con il suo Tjuringa, toccando le varie marcature, sono in grado di ricordare la storia o canzone appropriata.

Questo metodo è molto simile ala tecnica attraverso cui la gente Luba dell’Africa occidentale utilizza una lavagna di memoria conosciuta come lukasa. In passato i ricercatori hanno sostenuto che gli “uomini della memoria” della società Mbudye impiegavano anni a imparare un vasto corpus di storie, danze e canti associati alle perline e conchiglie attaccate a un pezzo di legno intagliato. Il mio atteggiamento iniziale, quando ho letto questi studi, era di completo scetticismo. Era davvero troppo per un dispositivo così semplice. Così ne ho costruito uno. Ho preso un pezzo di legno e ci ho incollato sopra alcune perline e conchiglie e ho iniziato la codifica dei 412 uccelli del mio stato: i loro nomi comuni, quelli specifici, gli habitat e i comportamenti. Ha funzionato a meraviglia. Non dubito più della ricerca. Anche se semplice, questo strumento è incredibilmente potente. Ispirato dal mio successo con il lukasa, ho anche creato Songlines di più di un chilometro intorno a casa mia. Lungo il mio cammino ho una posizione per ciascuno dei 244 paesi del mondo. Cammino attraverso dalla popolosa Cina fino alla piccola Pitcairn Island. Passeggio anche nel tempo, da 4.500 milioni di anni fa fino ad oggi, salutando i dinosauri, incontrando i nostri antenati ominidi e numerosi personaggi storici. La mia memoria è stata enormemente ampliata utilizzando questa antica tecnica.

È la struttura del cervello che detta le modalità di memoria efficaci usate dalle varie società umane. E la nostra dipendenza dalla scrittura ha eroso queste abilità. Siamo in grado di migliorarle, se scegliamo di implementare queste tecniche insieme ai nostri attuali metodi didattici. Ho insegnato agli studenti a cantare la scienza e a creare sentieri della memoria proprio dietro il cortile della scuola, con ottimi risultati. Possiamo e dobbiamo imparare dalle conquiste intellettuali delle culture indigene, adattando le loro tecniche alla vita contemporanea. Ma quando lo facciamo, dovremmo riconoscere la fonte. Queste tecniche di memoria sono di gran lunga più antiche della nostra civiltà occidentale, e sono molto più efficaci rispetto alle tecniche che le hanno sostituite.


Lynne Kelly è una scrittrice e lavora come ricercatrice onoraria presso la Trobe University di Melbourne. Il suo ultimo libro è The Memory Code (2016). Vive a Castlemaine, Australia.
In copertina: Implosione, Rabarama (2005). Courtesy Pananti.
Aeon counter – do not remove