Appropriarsi di elementi di culture lontane dalla propria è problematico perché può essere irrispettoso. Ma non c’è una soluzione, soprattutto in epoca di globalizzazione degli stili.


di Enrico Pitzianti

Un po’ di giorni fa, aprendo Facebook, leggo uno status di Hamishi Farah, artista australiano di origini somale che ho conosciuto in Australia qualche anno fa. Diceva: «My ex housemate Nai Palm (of Hiatus Kaiyote) is the neo soul Iggy Azalea & supporting her is antiblack no buts about it», tradotto: “la mia ex coinquilina Nai Palm degli Hiatus Kaiyote è la Iggy Azalea neo soul e supportarla è senza dubbio anti-neri”. Inizialmente mi è sembrata un po’ una sparata provocatoria, perché mai dovrebbe essere “anti-neri” supportare chi fa musica “nera” pur essendo bianco, come nel caso di Nai Palm degli Hiatus Kaiyote? Ognuno fa il genere di musica che gli pare, non importa se è bianco o nero.

Poi però quel post di Hamishi mi è riapparso un po’ di volte sulla timeline per via del numero di like e commenti e più lo rileggevo più mi ricordavo come stanno messe le minoranze etniche in Australia: molto male. E mi è tornata in mente la volta che proprio a lui fu interdetto l’ingresso negli Stati Uniti mentre era diretto a New York per una sua mostra, e successe nell’aprile del 2016, ben prima dei ban voluti dall’amministrazione Trump. Più in generale l’Australia vanta una politica di chiusura costantemente pubblicizzata con una retorica trumpiana ante litteram, come nel caso di “Airport security”, il programma – che in Italia è trasmesso su DMAX – dove la polizia di frontiera tartassa di domande, multe e sgridate chi si trova a trasgredire a regole che spesso sono tanto ferree quanto assurde.

Mi sono ricordato anche che quando io stesso ero da poco arrivato in Australia mi venne fatto presente che esisteva il termine wog. Risposi che lo sapevo, quel termine sta per chi ha la pelle scura, africani, indiani e così via. Mi si rispose così: «no, no, wog è chiunque sia “non-Anglo-Celtic European”». Pensai che fosse una scemenza detta tanto per dire, ma non lo era per niente. Tutto vero. L’Australia è davvero un posto dove la bianchezza fa la differenza, ricordo di aver colto più volte questo razzismo latente parlando con la gente in viaggio, confrontando la mia esperienza con quella di altri europei con la pelle più chiara della mia e scoprendo, per esempio, che delle politiche folli di segregazione dei migranti provenienti dal sud est asiatico non importa nulla a nessuno, nemmeno ai “liberal” di grosse città come Melbourne, dove ho abitato per un po’.

Comunque poi del post di Hamishi me ne ero dimenticato, ma mi è riapparso condiviso da Nai Palm stessa (non è mia amica ma abbiamo amici in comune e Facebook ogni tanto mi invita a farmi i fatti degli altri anche se non sono miei amici) che ha screenshottato lo status di Hamishi e l’ha condiviso senza commentarlo. Anche lì i molti commenti l’hanno fatto stare a galla sulla mia bacheca per un po’ e la dimensione del flame che ne è nato mi ha dato un’idea di quanto siano sentiti, in Australia, il problema della discriminazione razziale e quello dell’appropriazione culturale – ma anche di quanto i due problemi siano legati. Perché in pratica la logica dietro l’accusa di appropriazione culturale è quella di un certo “razzismo”, dovuto al fatto di avere un privilegio ma di non vedere questo status come un problema. Si tratta sempre di un privilegio che un gruppo etnico ha per ragioni storiche, qualcosa che noi italiani capiamo fino a un certo punto dato che il nostro passato coloniale è meno forte di quello di altre nazioni europee, come la Francia o il Regno Unito. Ed è per questo che il problema invece è sentito così fortemente nel mondo anglosassone, soprattutto nelle ex colonie, come l’Australia.


E come dovrebbe sentirsi un indigeno australiano emarginato, schifato da tutti e probabilmente alcolizzato, vedendo una band di bianchi fare i soldi con i suoni del didgeridoo? Si sentirà uno schifo, probabilmente.


Da noi, per dirne una, portare la cresta non ha a che fare con l’etnia, per me per esempio è innanzitutto una pettinatura punk, e se penso a una cresta che non sia punk mi vengono in mente solo quelle dei calciatori, al contrario negli Stati Uniti la cresta è quella dei nativi americani che proprio lì furono sterminati e tutt’oggi sono discriminati. È una questione di “tempi di digestione del passato”, perché si riesca a non vedere come un’offesa l’utilizzo di un elemento culturale appartenente a una minoranza. In Italia l’ultima volta che c’è stata la schiavitù erano i tempi dei romani. Per gli afroamericani negli Stati Uniti invece è molto diverso visto che Barack Obama fino a qualche mese fa viveva in una casa costruita da schiavi del suo stesso colore. In Australia la ferita invece non è nemmeno stata chiusa, la ghettizzazione ancora oggi viene inflitta alla popolazione aborigena e il problema è molto lontano dall’essere risolto, figuriamoci se si è vicini al poterlo dimenticare.

Le accuse di appropriazione culturale rivolte al twerking di Iggy Azalea o alla musica soul di Nai Palm vengono dallo stesso humus culturale che ha partorito reazioni come quella dei Divide and Dissolve: un duo doom che si pone come primo obiettivo proprio quello di contrapporsi in modo molto deciso alla “supremazia bianca” e di dare una voce agli indigeni e ai neri. Takiaya e Sylvie, che sono una di Geelong, cittadina vicino Melbourne, e una texana, sono entrambe di base a Melbourne, che è la stessa città di Hamishi e di Nai Palm.

Melbourne è anche la città di Chet Faker, altro nome bianchissimo che fa musica nera e attorno al quale girano un po’ di accuse proprio di “appropriazione culturale”. E forse questa faccenda dell’appropriazione culturale un senso profondo ce l’ha, e va oltre le rovine del colonialismo e l’astio che ne compone il lascito. Certo che ognuno fa la musica che vuole e nessuno può andargli a dire niente, però aver visto questo flame mi ha riportato con la memoria a quel po’ di scena artistica australiana che ho conosciuto di persona, un mondo pervaso dalla tendenza new age a rubacchiare elementi dalle sottoculture per crearsi una propria identità artistica con dietro poca storia e poche radici, per poi camuffare questo vuoto con discorsi a base di spiritualismo spicciolo.

E come dovrebbe sentirsi un indigeno australiano emarginato, schifato da tutti e probabilmente alcolizzato, vedendo una band di bianchi fare i soldi con i suoni del didgeridoo? Si sentirà uno schifo, probabilmente. Perché anche se gli strumenti musicali li usa chiunque li voglia usare quell’oggetto, oltre a uno strumento musicale, è anche un simbolo culturale, qualcosa che rimanda necessariamente a una storia coloniale fatta anche di massacri avvenuti meno di 90 anni fa.


La questione centrale dell’appropriazione culturale non è troppo dissimile dal domandarsi se le piramidi sono capolavori nonostante siano state costruite da schiavi. E la risposta, a conti fatti, deve essere “Sì”.


Magari non c’è una soluzione facile alla questione dell’appropriazione culturale, non si può certo pretendere che i bianchi facciano solo musica da bianchi e i neri solo musica da neri, sarebbe un’assurdità razzista anche solo provare a categorizzare cosa è “da neri” e cosa invece è “da bianchi”. Però forse ci vorrebbe un po’ di comprensione per chi appartiene, suo malgrado, senza meriti e senza colpe, a una fetta di popolazione i cui avi sono stati trucidati e che tutt’oggi viene discriminata, come sono gli indigeni in Australia – ma anche, ampliando il paragone, i neri negli Stati Uniti.

Se poi il dibattito lo volessimo fare senza provocazioni si dovrebbe dire che certo, il successo di Nai Palm non è contro i neri. Ovvio che no. Eppure il successo di chi si cuce addosso un’identità artistica con un collage di elementi scopiazzati qui e lì forse meriterebbe la cara vecchia etichetta di “poser”, parola che non si usa più, ma che a volte ci starebbe bene. E anche il termine hipster, per quanto ora stia andando in disuso, andrebbe visto in un’ottica di critica alla mancanza di “originalità culturale”, perché con “hipster” inizialmente non si intendeva “tizio modaiolo con occhiali a montatura grossa e barba curata”, negli anni ‘40 e ‘50, quando il termine fu coniato, il significato era: “tizio bianco che sente jazz e si appropria del cool nero”, in pratica uno colpevole di appropriazione culturale.   

Alla fin fine però quello che conta è la questione etica in generale. E la questione centrale dell’appropriazione culturale non è troppo dissimile dal domandarsi se le piramidi sono capolavori nonostante siano state costruite da schiavi (anche se in realtà a costruirle furono dei lavoratori salariati). E la risposta, a conti fatti, deve essere “Sì”. Perché la questione simbolica, se messa in rapporto con le possibili “offese” si scontra con un assunto sempre vero e banalissimo: è solo chi schiavizza che va punito, ostacolato e additato come razzista, usurpatore o colonialista. Chi invece utilizza elementi culturali distanti dalla tradizione da cui è nato non ha “colpe”, se di colpe si può parlare, se non al massimo, delle responsabilità dipendenti da giudizi di valore comunque soggettivi. E questo vale con ancora più forza in tempo di globalizzazione dell’informazione e degli stili. È importante fare questa distinzione – al netto di poser, hipster e sottoculture composte a volte di aria fritta – anche perché i risultati dell’appropriazione culturale possono essere inaspettati. Da una parte è bene vedere le cose nella loro interezza, e mettersi nei panni di chi ha avuto genitori e nonni manganellati e incatenati, dall’altra tocca fare i conti con le valorizzazioni di culture che si sono elevate proprio partendo dall’underground e arrivando a contaminare tutto il resto, come è successo con l’hip hop: dove il rap oltre a conquistare fette di mercato sempre più grosse è anche rimasto una via prioritaria per lo sfogo del malessere di intere sacche di popolazione emarginata. Che rap avremmo oggi se non ci fossero stati i Beastie Boys? Di sicuro un rap più povero. Per gli stessi motivi impedire, separare e regolare sarebbe inaccettabile, e il problema dell’appropriazione culturale rimane lì irrisolto.  


Enrico Pitzianti, Cagliari 1988, si occupa di estetica e arte. È parte della redazione de L’Indiscreto, Artnoise e di Dude Magazine. È laureato in semiotica, ha fondato il progetto artistico online GuardieShow ed è consulente per SpaceDoctorsLtd.
Copertina: God of the Grove, Hedi Xandt.