L’arte è una categoria così ampia che per comprenderla dobbiamo basarci sul contesto in cui esiste. Ma come si fa a capire questo contesto in uno spazio come la rete, dove tempi e spazi sono inafferrabili? Dove sta, allora, l’arte?


di Enrico Pitzianti

Cos’è l’arte oggi? O meglio, dov’è l’arte ai tempi di internet e della cosiddetta “società dell’immagine”? Be’, innanzitutto tocca aprire una parentesi (breve, promesso) su cosa sia l’arte.

Aperta parentesi. L’arte è un sacco di cose. A volte diciamo che qualcosa è arte per indicarne l’alta qualità, come quando definiamo un buon prodotto artigianale, altre volte per definire un certo contesto, come quando definiamo arte qualsiasi cosa sia esposta in un museo. Dire cosa sia l’arte è un problema tanto vecchio quanto difficile da risolvere, la soluzione, se c’è, è nel linguaggio: perché le parole che usiamo sono spesso ambigue, come nel caso del termine “arte”. Insomma, arte vuol dire tante cose.

Nonostante le difficoltà ci sono due definizioni di arte a cui potremmo affidarci, una è di Omar Calabrese, semiologo e allievo prediletto di Umberto Eco, la riporto a memoria: “l’arte è qualsiasi cosa venga definita tale”. Certo, quella di Calabrese non è una definizione soddisfacente e una volta letta non ci si sente di aver imparato qualcosa, però, a lasciar rimbalzare in testa la definizione per un po’, ci si accorge che un senso ce l’ha: perché l’arte è una categoria culturale così ampia che non può che essere definita dallo sguardo che le rivolgiamo. In pratica, siamo noi a fare in modo che qualcosa sia arte proprio nel definire arte questo qualcosa. Guardando il mondo lo dividiamo per categorie e questo per ragioni storiche, economiche o di gusto personale.

L’altra definizione è di Scott McCloud, l’autore di Capire il fumetto: “L’arte, per come la vedo io, è qualsiasi attività umana che non ha origine dai due istinti di base della nostra specie: sopravvivenza e riproduzione”. Questa è una definizione ancora più generica, ma è utile per afferrare un altro aspetto dell’arte, quello a cui si fa riferimento quando la parola la si usa in inglese, “art”, termine ancora più generico che in italiano. In questo senso arte coincide con una certa accezione del termine “cultura”, cioè tutto ciò che non è “natura”. Chiusa parentesi.

Insomma, per capire l’arte oggi ci tocca indagare il contesto in cui esiste, cioè com’è la società che decide cosa chiamare arte e cosa no, e come funziona il mezzo comunicativo su cui l’arte circola, che è sempre più spesso internet. La rete infatti è sempre più importante per l’arte perché questa è un oggetto sociale e culturale e internet è sempre più importante per società e cultura.

Un aspetto fondamentale di questa crescente importanza del web è l’ascesa delle immagini che ne deriva – una tendenza a prediligere la vista ai restanti sensi che ha radici talmente antiche che se ne trovano tracce già nella Metafisica di Aristotele. Una supremazia visiva che oggi si rinforza visto che Internet è una rete consultabile e navigabile “con gli occhi”: ci sono testi scritti, immagini, video e gif, ma più che i testi sono le immagini a circolare, e questo perché sono leggibili in modo più immediato. Non è un caso, per esempio, che siano circolate più le immagini dei morti causati dall’attacco chimico avvenuto su Idlib che le parole su quello stesso attacco. Le immagini permettono di immedesimarsi di più. Soffriamo di più nel vedere quei ragazzini morti, che a leggere della loro morte. Questo avviene per un fatto istintivo, vedere ci fa sentire fisicamente più vicini ai fatti che osserviamo.

Per questo stesso motivo su internet vanno tanto le gif, perché sono delle immagini che concedono spazio allo sguardo, ci avvicinano ancor di più all’oggetto osservato. E così anche i video, che grazie a connessioni Wi-Fi migliori sono di sempre più facile diffusione. Il gioco è lo stesso, provare a portare lo spettatore più vicino alla scena, annullare più efficacemente le barriere spaziali che lo dividono dall’informazione che riceve. E la comunicazione darà più spazio all’immagine anche in futuro, con la realtà virtuale e l’immersività, grazie a prodotti come gli occhiali di Snapchat, che permettono di riprendere direttamente dalla montatura senza dover prendere in mano lo smartphone, o con Oculus Rift, cioè il visore indossabile che permette di immergersi (sempre e solo visivamente) in scene tridimensionali.


Per decidere se un certo oggetto è arte o meno, ci servirebbe individuare i modi in cui gli oggetti culturali, come le opere d’arte, rispecchiano determinati contesti. Ma come si fa ad afferrare il contesto culturale se l’arte si muove in uno spazio come la rete, dove la provenienza geografica e sociale di chiunque è difficile da stabilire? Il contesto è importante, ma, purtroppo per noi, su internet è inafferrabile.


Insomma la società e la cultura si vanno “visivizzando” ed è in questo trend che va osservata l’evoluzione artistica contemporanea. L’andazzo “visivizzante” non è per nulla una novità, già Pirandello, ad esempio, si lamentò dell’avvento del cinema perché pensava che avrebbe danneggiato il teatro. E successe qualcosa di simile anche quando la fotografia arrivò per la prima volta nel giornalismo, con un gran coro di voci preoccupate sul futuro del giornalismo stesso. E oggi succede coi videoblog, i meme e le gif. L’arte poi, proprio perché è una categoria porosa, ha a che fare anche con l’informazione e, di conseguenza, con la verità. Ne è un esempio la celebre foto scattata dall’ungherese Robert Capa durante la guerra civile spagnola. Capa divenne famoso proprio per via di quello scatto, raffigurante un miliziano repubblicano colpito a morte da un proiettile franchista, un’immagine che una volta pubblicata funzionò da vero e proprio racconto “virale” di quel conflitto. Quella stessa foto, però, fu anche al centro di un lungo dibattito riguardo la sua autenticità. Ma la questione di fondo era proprio l’ambiguità delle immagini, il fatto che utilizzarle come racconto giornalistico mette il lettore nella condizione di non poter decidere rispetto al loro “dire la verità”: quel miliziano fu davvero colpito da un proiettile o si era messo in posa? Dubbi che poi investiranno la struttura stessa delle immagini: quella foto è stata ritoccata o no? E questi stessi dubbi, che appartengono a tutte le immagini, sono rimasti irrisolti. Con l’aggravante che oggi le immagini sono estremamente più diffuse che ai tempi di Capa.

Insomma, la visivizzazione della cultura ha i suoi problemi, e non sono problemi da poco, ma non servirebbe a nulla mettersi di traverso, assumere un atteggiamento luddista o conservatore. Perché i videoblog, i meme e le gif comunque la si pensi sono il presente dell’informazione (e forse dell’arte) ed è meglio provare a capirci qualcosa anziché pontificare su com’era bello prima.

E capirci qualcosa significa fare analisi, come nei cosiddetti visual studies, dove si studia proprio il modo in cui le immagini rivestono così tanta importanza nella nostra quotidianeità e nei vari rami della cultura contemporanea.

Il dibattito intorno a questo matrimonio tra immagini e cultura dura da decenni e ha coinvolto nomi come quello di Roland Barthes, che, tanto per dirne una, paragonava la fotografia all’haiku giapponese: entrambi forme brevi, chiuse, obbligate a “dare tutto subito” – contrariamente al conforto e la linearità della scrittura, che trova nella successione dei segni il suo modo di significare.

Come nel caso dell’arte, per capirci qualcosa in più bisognerebbe partire dalle definizioni, ma, guarda un po’, anche quella di visual studies è controversa. Il termine “visualism” fu introdotto dall’antropologo tedesco Johannes Fabian per “criticare il ruolo dominante della visione nel discorso scientifico”. Da lì in poi si è sviluppato un filone di studi immenso dove l’immediatezza della comunicazione è la caratteristica di cui occuparsi, proprio come faceva Barthes, ma è anche il “problema” da provare a risolvere. Sì perché, ironia della sorte, questa immediatezza delle immagini è la stessa che, sostituendosi a metodi meno immediati di assumere informazioni (come leggere) lascia indietro il discorso su se stessa. Sembra assurdo, ma ha perfettamente senso: i discorsi sulla cultura visuale e le sue dinamiche si fanno per iscritto, ci sono i libri, i convegni e gli approfondimenti, ma mentre la scrittura, lenta e metodica, cerca di capirci qualcosa, le immagini si sono già prese tutto, lasciando i discorsi complessi e articolati cadere nella cartella delle “cose noiose che parlano del passato” senza la benché minima possibilità di intervenire sul presente.

Per dirla semplice, i visual studies sono l’area di ricerca interdisciplinare che segue la scia degli studi culturali anglosassoni, al cui centro c’è l’indagine della visual culture, termine utilizzato per la prima volta da Svetlana Alpers nel 1972 per indicare un approccio all’analisi delle opere d’arte attento non solo alla storia che le precede e le influenza, ma anche alla cultura che le circonda. Nell’esaminare la pittura fiamminga, ad esempio, la proposta di Alpers era quella di considerare i suoi capolavori come parte di una più complessiva cultura visuale entro cui le opere hanno avuto origine.

Ma se le immagini sappiamo tutti cosa siano, per cogliere il trend di questa visual culture, toccherebbe precisare almeno cosa si intende con “cultura”. E potremmo optare per la definizione che ne dava Lotman, il celebre linguista russo, nel suo “Cercare la strada”, cioè quel “sistema di conservazione, trasmissione e creazione di nuovi tipi di informazione”

Insomma, sia la cosiddetta “società dell’immagine” che l’arte sono porzioni di cultura contemporanea difficili da inquadrare, innanzitutto perché sono difficili da definire, e poi perché la loro diffusione è così ampia da poter essere considerata “monopolizzante”, cioè tanto diffusa da risultare indistinguibile da quelle che potrebbero essere le alternative (lo so, ricorda un po’ ciò che si dice del capitalismo).


Questo contesto, per essere compreso, avrebbe bisogno di essere individuato e poi districato, separato e sezionato, ma niente, su internet non si riesce a districare nulla, ed è un problema strutturale perché parliamo appunto di una rete, qualcosa che è intricato per definizione.


I ragionamenti su questa matassa di arte e immagini riguardano in un certo senso il “come” dovremmo leggere questo strapotere contemporaneo del visuale, ma anche quali sono le caratteristiche dei nuovi processi di distribuzione delle immagini – e quindi anche delle informazioni. E alcune linee guida ci sono già.

Ci sono una serie di caratteristiche che ormai diamo quasi per scontate quando pensiamo ai processi culturali contemporanei. La vasta diffusione delle immagini, la globalizzazione degli stili e delle estetiche, l’influenza della velocità degli scambi comunicativi, la gratuità dei prodotti online, la democratizzazione dei mezzi di produzione di contenuti, il dilagare dell’inessenziale e del falso, l’assenza di (o la difficoltà a individuare le) fonti e il numero crescente di informazioni e prodotti culturali che circolano online. Eppure questi sono solo alcuni dei tratti che andrebbero presi in esame per render conto della complessità della cosiddetta “società dell’immagine” che poi è l’humus da cui viene fuori l’arte oggi.

Per poter definire la natura di una certa esperienza culturale, come per esempio decidere se un certo oggetto è arte o meno, ci servirebbe individuare i modi in cui gli oggetti culturali, come le opere d’arte, rispecchiano determinati contesti. Ma come si fa ad afferrare il contesto culturale se l’arte sempre più spesso si muove in uno spazio come la rete: una dimensione, cioè, dove la provenienza geografica e sociale di chiunque è difficile da stabilire, se non addirittura completamente insondabile. Il contesto è importante, ma, purtroppo per noi, su internet è inafferrabile. Chi è quell’artista? Da quale esperienza e da quale luogo viene quell’opera? E senza contesto ci tocca improvvisare, andare a braccio, scommettere su una certa interpretazione che però poi non possiamo verificare.

Questo contesto, per essere compreso, avrebbe bisogno di essere individuato e poi districato, separato e sezionato, perché è questo che significa “analisi”: dividere l’oggetto nelle sue parti costitutive e operare un esame sistematico, insomma: districare un oggetto unico così da ricavare la massima comprensione possibile. Ma niente, su internet non si riesce a districare nulla, ed è un problema strutturale perché parliamo appunto di una rete, qualcosa che è intricato per definizione.

I nodi della rete, come i nostri account e i contenuti che diffondiamo sono un tutt’uno. Le nostre bacheche sui social network affiancano meme ad approfondimenti, messaggi intimi rivolti ai defunti affianco a battutacce. I blog e le piattaforme come Tumblr sono un ottimo esempio di questo infinito flusso di contenuti fuori contesto, immagini grandi e piccole, significative e insignificanti, tristi e ironiche, tutte mescolate a caso su piattaforme in continua evoluzione, inafferrabili, incomprensibili.

Ricordate Alberto Sordi insieme ad Anna Longhi, quando passeggiavano per la Biennale di Venezia in Dove vai in vacanza? La guida che «spiega ’e cose che noi non potèmo capi’»?. Immaginatevelo oggi Alberto sordi, non a passeggio per la Biennale, ma davanti allo schermo di un laptop a fare scrolling tra meme, gif, video virali e gattini. È lì che ora sta l’arte contemporanea.


Enrico Pitzianti, Cagliari 1988, si occupa di estetica e arte. È parte della redazione de L’Indiscreto, Artnoise e di Dude Magazine. È laureato in semiotica, ha fondato il progetto artistico online GuardieShow ed è consulente per SpaceDoctorsLtd.
Copertina: un’opera di Nico Krijno.