Un inusuale percorso nella storia dell’arte a dorso d’asino, che dimostra come la storia di questo animale parli molto anche della nostra.


In copertina: Giuliano Tomaino, Pablo (2016) – Asta Pananti del 15 Dicembre 2018


(Questo testo è tratto da L’Asino, di Jill Bough. Ringraziamo Nottetempo per la gentile concessione)

di Jill Bough

Gli asini sono comuni. Vivono nella maggior parte del mondo accanto agli esseri umani, una presenza integrata in molte culture. Anche se in gran parte del mondo sviluppato non sono piú utili per gli sforzi umani, in Africa tirano ancora carri, portano carichi pesanti in India, trasportano turisti in Grecia e bambini in gita lungo le spiagge britanniche. Se consideriamo da quanto tempo sono addomesticati e quanto siano stati preziosi nella storia umana, sappiamo ben poco della loro vita o delle loro storie, o anche del loro benessere. Non è che sono sconosciuti, ma generalmente passano inosservati. Mentre attraversavano il mondo al servizio dei loro padroni umani, gli asini sono stati tra gli animali piú usati e abusati della storia. […]

La mutevolezza dei nostri atteggiamenti nei confronti degli asini è rappresentata anche nelle arti visive. Per quanto le immagini possano variare nel tempo e nello spazio, tutte rappresentano una stretta connessione tra gli esseri umani e gli asini. Le prime raffigurazioni della nostra vita in comune, prima della parola scritta, erano pitture rupestri. Erano tentativi dell’essere umano non solo di documentare il mondo circostante, ma anche di dare un senso a esso e al proprio posto al suo interno. Nel corso dei secoli, le rappresentazioni visive hanno raffigurato gli asini come fonte di cibo, come bestie da soma, come compagni, perfino come divinità da adorare. Per narratori e artisti di culture diverse sono stati una costante fonte d’ispirazione e di creazione di miti.

Gli animali sono stati rappresentati prevalentemente nel contesto della loro interazione con l’uomo. Le scene in cui appaiono da soli in un paesaggio naturalistico sono estremamente rare. Per esempio, nelle scene di caccia gli asini selvatici fanno la loro comparsa come vittime dell’uomo, mentre nelle scene domestiche sono raffigurati come suoi aiutanti. Le mura dei palazzi delle antiche civiltà, per esempio di Babilonia e dell’Assiria, erano ricoperte da figure di animali selvatici o domestici. Anche i mosaici romani e altomedievali mostrano uno spirito di osservazione dettagliato e un grande interesse per la vita animale. A Istanbul, un mosaico bizantino del v secolo raffigura un ragazzo che nutre il suo asino dopo una giornata di lavoro, ma anche se disegnato con cura, l’animale ha pur sempre un’espressione umana: rivolge lo sguardo verso l’esterno, allontana la testa dal cibo che gli viene offerto, appare triste e stanco. Disegni simili spesso rivelavano non solo l’attenta osservazione dell’animale, ma anche il significato che aveva per l’uomo. Nell’arte medievale occidentale gli asini compaiono di frequente non solo per la loro importanza nella vita quotidiana delle persone, ma anche per il loro importante simbolismo religioso.

Una delle prime sculture di Cristo su un’asina appare su un sarcofago romano del iv secolo, al Museo Nazionale delle Terme di Roma. L’umile asina è rappresentata mentre cammina stancamente, piccola e umiliata, con la testa verso il basso, le grandi orecchie piegate all’indietro, china sotto il peso del suo carico, il puledrino sotto di sé. L’ingresso di Gesú a Gerusalemme sul dorso di un’asina è rilevante nell’arte paleocristiana e l’evento è raffigurato su numerosi sarcofagi romani. Queste immagini sono volutamente destinate a opporsi alle scene raffiguranti imperatori romani che entrano nella città conquistata con sfarzo ostentato, in sella a un cavallo o su una biga trainata da cavalli. L’asino indicava sia uno status sociale sia una funzione, che metteva in evidenza l’umiltà e la mitezza di Gesú. Lo storico dell’arte Thomas Mathews sostiene che:

L’importanza dell’asino nell’arte paleocristiana indica un nuovo atteggiamento nei confronti dell’intero regno animale. Se il mondo classico a volte traeva insegnamenti morali dal comportamento degli animali e faceva loro impersonare drammi umani, come nel caso delle favole di Esopo, la mentalità cristiana in qualche modo li concepí come dei collaboratori agli sforzi degli umani […].

Tuttavia, nell’arte paleocristiana, l’asino rappresenta sia la differenziazione della nuova religione in crescita dalla religione romana ufficiale, sia l’adozione, da parte di alcuni dei primi artisti cristiani, di immagini delle tradizioni classiche. L’asino era un elemento comune nelle opere d’arte raffiguranti Dioniso e le relative divinità falliche e i loro seguaci. La scena processionale di Gesú che entrava a Gerusalemme sul dorso di un’asina portava già con sé una complicata fusione di tradizioni.

Nell’arte gotica, alcune delle piú famose immagini di questo tenore si ritrovano nelle numerose raffigurazioni della Natività e dell’Adorazione dei Magi: quasi tutte includono l’asino come importante elemento simbolico. Nella tavola della predella della Natività (1423) di Gentile da Fabriano l’asino è al centro della scena, inginocchiato sul presepe per meglio vedere il Bambino Gesú che giace in terra. In quella (1492) di Domenico Ghirlandaio è presente un asino grigio, estremamente dettagliato, con le orecchie rivolte in avanti, che presta tutta la sua attenzione al bambino. La bella ed elaborata Adorazione dei Magi (1423) di Gentile da Fabriano è piena di avvenimenti, di esseri umani e di animali, ma l’attenzione si concentra sul gruppo centrale, che comprende una compassionevole raffigurazione del bue e dell’asino. Il trittico dell’Adorazione dei Magi (1495 ca.) di Hieronymus Bosch, detto anche Epifania e oggi conservato al Museo del Prado di Madrid, raffigura la scena tradizionale in modo inusuale: Maria con il bambino in grembo è seduta davanti a una vecchia stalla di Betlemme in rovina. Al centro del quadro, dall’oscurità dell’interno appare la testa di un asino incorniciata dalla porta, ma del bue non c’è traccia, il che è molto insolito. La testa d’asino potrebbe essere un riferimento alla calunnia nei confronti degli Ebrei come adoratori dell’asino. In questo dipinto l’asino, pur avendo un aspetto assolutamente benevolo, potrebbe avere implicazioni piú oscure.

Oltre a essere utilizzati per fini simbolici, gli asini sono dunque un importante elemento del racconto di una scena: immancabilmente come mezzo di trasporto, soprattutto nelle numerose opere d’arte raffiguranti la Fuga in Egitto della Sacra Famiglia, o Gesú che entra a Gerusalemme. In pratica tutte queste immagini includono un asino, di solito in una posizione che ne sottolinea l’importanza. La Fuga in Egitto (1304-06) di Giotto, nella Cappella degli Scrovegni a Padova, colloca per esempio al centro della scena l’asino realisticamente ritratto. La forma della testa, l’angolazione del collo e l’occhio gentile rivelano un attento studio e suggeriscono una certa comprensione per questi animali. Due importanti raffigurazioni di Cristo che entra in Gerusalemme sono una tavola della pala di Duccio (1308-11) per il Duomo di Siena e quella di Giotto nella Cappella degli Scrovegni. In entrambe, l’asina è al centro dell’azione ed è raffigurata con cura. Nella prima, un puledro accompagna la madre; nel secondo, l’asina è disegnata in modo semplice, potente e con empatia.

Nell’arte religiosa nel Rinascimento gli asini hanno continuato a svolgere il loro ruolo, a volte come bestie da soma, altre con funzioni simboliche. Il rilievo quattrocentesco di Donatello sull’altare maggiore di Sant’Antonio, a Padova, raffigura un asino inginocchiato davanti al Santissimo Sacramento, che forse apre la processione all’adorazione di Cristo, ma in ogni caso è un elemento centrale del rito. Interessante è il dipinto dell’Estasi di San Francesco (1480 ca.) di Giovanni Bellini, ora nella Collezione Frick di New York: sullo sfondo di questa grande scena di san Francesco in estasi fuori dalla grotta, c’è un asinello. Forse l’animale simboleggia la grande umiltà d’animo del santo, ma anche lo stretto legame che lui aveva col suo asino. Si dice che, sul letto di morte, san Francesco abbia ringraziato il suo asino piangente per averlo trasportato. Un altro tema diffuso nei dipinti religiosi è la storia del Diluvio e dell’arca di Noè. In diverse opere che ritraggono questo evento, l’asino si presenta come la bestia domestica da soma piú che come membro di una coppia che entra nell’arca. In Davanti all’Arca di Noè (ca. 1650) di Castiglione, l’asino, che trasporta i beni di Noè, è un elemento importante al centro della scena. Tuttavia, nell’Imbarco dell’Arca (1725) di Jan van Kessel, un magnifico cavallo domina in primo piano: la testa alta, le narici fiammeggianti e la criniera al vento. Sullo sfondo del dipinto, un asino è oberato dai beni di Noè.

Albrecht Dürer, La fuga in Egitto, olio su tavola, 1496.

Nei secoli xviii e xix, con il passaggio dalla società agricola a quella industriale, i cambiamenti di atteggiamento nell’arte visiva occidentale sono particolarmente evidenti. Le scene religiose del passato furono sostituite da una grande varietà di temi e stili, e in molti casi gli animali cambiarono posizione: dallo sfondo emersero al centro della scena. Come abbiamo visto, la crescente consapevolezza e la preoccupazione per il benessere degli animali stavano diventando un importante problema sociale. Le riforme politiche e sociali condussero alla rappresentazione di animali sovraccarichi di lavoro, maltrattati e denutriti, con immagini che catturano le loro sofferenze quali lavoratori dell’industria. Esistono incisioni e dipinti che ritraggono asini trascurati e affamati, che ricordano la poesia di Coleridge To a Young Ass. Inoltre, questo fu un periodo di sconvolgimento religioso perché il concetto di evoluzione mise in crisi le vecchie credenze, e gli atteggiamenti verso gli animali divennero molteplici e complessi. La teoria dell’evoluzione di Darwin, infatti, costituí un’altra influenza che incoraggiò un approccio piú scientifico alla raffigurazione degli animali e dunque a ritrarli in modo dettagliato, quale frutto di un’attenta osservazione. Tuttavia, cosí come cambiarono gli atteggiamenti nei confronti di animali, soprattutto tra le élite, anche il modo di rappresentarli si modificò: divenne sempre piú comune l’idea che li si dovesse trattare e raffigurare con maggior rispetto.

Le espressioni delle emozioni degli animali divennero un soggetto considerevole per gli artisti romantici dell’Ottocento, i quali iniziarono ad abbattere le tradizionali distinzioni tra la pittura a carattere storico e l’arte con soggetto animale. In molti dipinti cominciarono ad apparire animali in ambienti nobili, come fossero uguali agli esseri umani. Un esempio ovvio è costituito dai maestosi cavalli che in tempo di guerra portavano eroici conquistatori. Napoleone che attraversa le Alpi (1848-50) di Paul Delaroche è un quadro insolito, anche se realistico, dove il protagonista conduce le sue truppe attraverso l’insidioso passo di montagna a dorso di mulo. L’animale è visibilmente denutrito e stremato dallo sforzo di attraversare le Alpi sotto un vento gelido e in condizioni estreme. Il dipinto cattura le difficoltà condivise da animali sia umani che non umani. Delaroche dipinse questo quadro in contrasto con la famosa serie di dipinti del viaggio di Napoleone che Jacques-Louis David realizzò (1801-05) in modo idealizzato e romanticizzato, dove Napoleone è raffigurato, a torto, a cavallo di un magnifico destriero bianco.

Edwin Landseer (1802-1873) è probabilmente l’autore piú rappresentativo della pittura romantica a soggetto animale. I suoi dipinti, che rappresentano gli animali e le loro emozioni in maniera estremamente dettagliata, divennero molto popolari. Il suo amore per gli animali, soprattutto per quelli domestici, toccò il cuore delle persone e portò l’arte a coloro che quasi non la conoscevano, proprio quando avevano perso il contatto con gli animali da lavoro e stavano sviluppando relazioni piú strette con i loro animali domestici. La passione di Landseer per gli asini è evidente nei numerosi schizzi, incisioni e dipinti che ha realizzato. Nella Ferratura (1844), una bella cavalla viene ferrata sotto lo sguardo dei suoi due fedeli compagni, un asino e un segugio. La cavalla è l’ovvio centro dell’attenzione e il suo brillante manto lucido contrasta con quello ispido dell’asinello. L’aristocratica cavalla volge il suo potente collo verso l’umile asino: con grazia accetta il rapporto con lui mentre questi piega la testa con disapprovazione. L’asino, che attende con pazienza e docilmente, sopporta la sua sella mentre sulle briglie rosseggia un papavero. Non è né una bestia umiliata, né una bestia da soma: è un asino soddisfatto, un membro apprezzato del gruppo.

Per quanto Landseer sia stato spesso ritenuto un pittore sentimentale, molte sue opere hanno un intento sociale. In Il ragazzo, l’asino e il puledro – birichinata in pieno svolgimento (1822), per esempio, stigmatizza fortemente il modo in cui gli asini erano considerati e quello in cui venivano trattati. L’immagine potrebbe illustrare la convinzione di Bartolomeo Anglico sul fatto che, sebbene gli asini nascano puri e aggraziati, con gli anni diventano “sempre piú viziosi”: lo dimostra il contrasto tra l’accattivante bellezza del puledro e il miserabile aspetto dell’asino adulto. Ci vengono fatte presenti, tuttavia, le probabili cause di tutto ciò: le condizioni climatiche e ambientali inadeguate, e i maltrattamenti. Nonostante il ragazzo lo stia picchiando sulla schiena, l’infelice asino non può muoversi perché è incatenato.

Gustave Courbet, che dipinse la durezza della vita rurale, ritrasse quest’asino nel 1863.

Thomas Sidney Cooper (1803-1902) aveva una passione simile per gli animali domestici britannici e ha dipinto molte scene romantiche e bucoliche di mucche, pecore, cavalli e asini nella campagna inglese. Quelle che raffigurano asini includono Un asino su una spiaggia (1879) e Un asino e pecore in un prato (1880). Sono tutte raffigurazioni dettagliate che catturano la natura dolce, paziente, anche se un po’ oppressa, di questi animali. Dalla fine del xix secolo all’ingresso nel xx, gli asini continuarono a essere raffigurati, negli stili piú diversi, quali affascinanti animali domestici, per esempio in Aia con asini e galli (1880 ca.) di Adolphe-Joseph- Thomas Monticelli e in Amici dell’aia (1921) di Edgar Hunt. L’orto con asino (1918) di Joan Miró è un ritratto dettagliato della vita rurale di Motroig, che vividamente restituisce le lunghe giornate estive dell’infanzia. I colori brillanti e dorati rivelano la magia dei ricordi d’infanzia e il desiderio nei confronti della semplicità della vita contadina che include l’umile asino di famiglia, unica figura presente in questo paesaggio idealizzato.

Paul Delaroche, Bonaparte attraversa le Alpi, olio su tela, 1850.

Nel xx secolo, gli animali hanno continuato a crescere in popolarità come soggetti per le arti visive in termini scientifici, estetici e simbolici. Benché l’apprezzamento della bellezza dell’animale in sé e la nostra crescente comprensione della sua vera natura rendano l’approccio simbolico meno rilevante, esso rimane evidente in molti dipinti. L’asino blu (1925) di Marc Chagall è una miscela di fantasia, nostalgia, folklore e immaginario religioso. In questo quadro solo apparentemente ingenuo, la passione per la vita e il colore sono piú importanti delle rappresentazioni realistiche. Eppure questo capriccioso asino azzurro, con connotazioni religiose, evoca ricordi d’infanzia felici e una concomitante simpatia per gli asini. Lo stretto legame tra bambini e asini è stato un soggetto che ha segnato il lavoro di molti artisti: il dipinto piú famoso è forse è quello di Pablo Picasso di suo figlio in groppa al suo esemplare domestico, Paolo su un asino (1923).

Constant Troyon (1810-1856), Il riposo del pastore, olio su tavola.

Il fregio di Marc si ispira all’antico fregio murale egizio con asini (2700-2600 a.C.) conservato al Rijksmuseum di Leida e “in tal modo unisce una delle piú antiche rappresentazioni di asini come bestie da soma e l’interpretazione moderna”. L’interesse principale di Marc era la connessione dinamica tra animali, uomini e il mondo naturale che condividevano, e che l’artista esplorò mediante composizioni radicali e audaci esperimenti cromatici.

Ispirato ai fregi delle mura egizie che ritraggono gli asini da lavoro, il Fregio d’asino di Franz Marc è tutto centrato su un branco di asini blu fieri e liberi (1911).

Nel tentativo di trasmettere lo spirito e l’interiorità dei suoi soggetti, Marc spesso ritraeva gli animali con colori non naturalistici. Associava il blu alla mascolinità e lo considerava il piú profondamente spirituale dei colori che usava. I suoi potenti asini sono fieri e liberi, membri soddisfatti della mandria a cui appartengono, non avvilite e isolate bestie da soma. Questo tipo di tentativo di capire un animale in sé porterà a un maggiore apprezzamento di ciò che significa essere un animale e a una visione piú compassionevole. Per usare le parole di Mahmoud Darwish:

Il migliore spettatore sulla scena mondiale è l’asino

Un animale pacifico e saggio che affetta stupidità Ma egli è paziente e piú intelligente di noi
Nel modo distaccato e calmo con cui contempla Lo svolgersi del progresso e della storia

Gli eserciti gli marciano accanto e le bandiere cambiano

Come gli uccelli dipinti su di esse
E intanto, lui, guarda indifferente.