Come il sessismo si manifesta in modi inaspettati, anche da parte di chi vorrebbe eliminarlo (o finge di volerlo).


di Fabio Cantile

A cavallo tra gli anni ‘80 e ‘90, dalle critiche interne alla seconda ondata femminista che s’era infranta sulla società statunitense ne emergeva una terza, carica di nuove istanze che le generazioni precedenti non avevano saputo affrontare. Non solo rimaneva molto da fare, ma i diritti faticosamente strappati erano di nuovo a rischio: «Contrattacco» – intitolava il suo libro Susan Faludi – era in corso una rappresaglia anti-femminista, una «guerra non dichiarata contro le donne». Che le donne fossero vittima di un pregiudizio negativo generalizzato era opinione comune anche nelle scienze sociali, mancava solo, in effetti, uno studio empirico chiaro che potesse sostenerlo. Da questa premessa partì il lavoro dei ricercatori Alice Eagly e Antonio Mladinic, che nel 1994 pubblicarono uno studio (il terzo sull’argomento) per investigare l’esistenza di questo bias di genere. Il risultato sorprendente, invece, contraddiceva le aspettative al punto tale di meritare di essere battezzato con un nome tutto suo: “women are wonderful” effect. Secondo lo studio l’idea della donna nella società statunitense (e non solo) attrae di gran lunga più valutazioni positive rispetto a quelle riservate agli uomini, sia che il giudizio venga dai maschi sia che – e in questo caso è addirittura amplificato – venga dalle donne stesse. La singolarità di quest’ultimo risultato sta nel fatto che in genere i gruppi che non percepiscono avere un buon status sociale tendono anche a non avere un bias intergruppo connotato così positivamente. Secondo alcuni, però, il fenomeno andrebbe chiamato “women are wonderful when” effect, le donne sono meravigliose ma – ecco il when aggiunto – fintanto che rispettano i ruoli tradizionali. Lo svantaggio femminile maggiore risulta nella percezione di una scarsa competenza in ambiti che sono stati tradizionalmente occupati dagli uomini, pregiudizio che tuttavia si attenua tra le fasce d’età più basse.

Quindi le donne se la passano meglio? Qualche anno dopo l’individuazione del “women are wonderful” effect, gli psicologi Peter Glick e Susan Fiske provarono ad andare più in profondità presentando una teoria del sessismo composto da due anime, una benevola e una ostile, che coesistono nel sessismo ambivalente. La forma ostile non ha bisogno di presentazioni. Quella benevola è più subdola, abita gesti e giudizi apparentemente gentili ma che in realtà nascondono pregiudizi radicati. La troviamo nella cavalleria (aprire la portiera, pagare il conto, offrire la giacca) che risiede nell’idea che la dama, la donna, sia una creatura fragile, da curare e proteggere; nell’esaltazione delle caratteristiche materne (sensibilità, tenerezza, empatia) che diventano per estensione proprietà muliebre; nell’idealizzazione dell’oggetto d’interesse romantico (puro, nobile), indispensabile per rendere un uomo veramente completo. «Tutti gli uomini dovrebbero proteggere le donne», «i mariti dovrebbero mettere le loro mogli su un piedistallo», «prima donne e bambini!», «se il mondo fosse governato da donne non ci sarebbero guerre», sono tutte frasi che si sentono spesso ma il cui sessismo implicito difficilmente è percepito. Mentre, almeno in Occidente, l’ostilità verso le donne è generalmente rigettata, l’atteggiamento benevolo, proprio in quanto suadente (e in parte conveniente) è più spesso accolto con piacere. Siccome questa attitudine, insieme al “women are wonderful” effect, sono tanto più presenti quanto più è forte la diseguaglianza di genere, dovremmo forse accogliere con sollievo certi commenti risentiti alla stregua di «visto che avete voluto la parità allora cambiate la ruota/aggiustate il rubinetto/apritevi i barattoli da sole», anche quando sembra che nascondano il vuoto cosmico della mente di chi li articola.

Antonio Bueno, Impronta (1960) – Monotipo su carta

Ma l’analisi del fenomeno può essere portata ancora oltre. Mentre sappiamo che oggi in Occidente le attribuzioni d’inferiorità al genere femminile sono accolte con avversione, le esaltazioni della sua superiorità raccolgono approvazione e successo. Se ne potrebbero riempire di raccolte di canzoni celebrative sulle donne («dududu») tirate fuori ogni 8 marzo per cantarle «dolcemente complicate», eppure il migliore inno per l’occorrenza resta Le donne lo sanno di Luciano Ligabue, se non altro per come lui stesso spiegò il pezzo in un’intervista: «Il titolo basterebbe. Forse bastava che avessi anche solo ripetuto quella frase durante tutto il brano. Ammetto semplicemente la superiorità del genere femminile rispetto al nostro e ammiro la loro potenza. E come sembrino frequentare mondi che noi non conosciamo.» Non che si metta in discussione l’onestà di Ligabue, d’altronde la fascinazione sessuale è uno dei tanti motivi per cui le donne sono ritenute delle creature misteriose e inaccessibili, ma è ammissibile il sospetto che determinati atteggiamenti non siano altro che un’astuzia ruffiana per far felice il pubblico femminile: in fondo non costa nulla, non ci si beccano critiche e ci si fa voler bene.
Il gioco è talmente semplice che anche l’attuale demonio del maschilismo occidentale, Donald Trump, può partecipare. Al suo primo raduno dopo aver conquistato la presidenza, con lo stesso tono condiscendente e finto che si usa in presenza di un bambino, si lasciò andare ad una confessione: «Mi dispiace dovervelo dire, cari uomini, in genere loro [le donne] sono migliori di voi!» Giro d’applausi. Ma Trump non resse e, tornando a parlare in tono normale, si tradì: «Se avessi detto il contrario ora sarei nei guai.»

C’eri quasi, Donald. Le regole del gioco sono quindi queste: il sessismo ostile è esecrabile, quello benevolo verso gli uomini è percepito malevolo per le donne («gli uomini sono forti/coraggiosi/competenti», «e le donne no?»), ma soprattutto esaltare il mondo femminile significa segnalare di essere dalla sua parte. Il “women are wonderful” effect non è solo un’idea interiorizzata, è anche una strategia comunicativa consapevole. E proprio come nella teoria del sessismo ambivalente, tutto si bilancia. Quindi, in ambito giornalistico, spesso convivono nella stessa testata le gallery morbose, le vignette sulle cosce della ministra, i titoli sulla patata bollente della sindaca insieme alla rubrica della femminista, lo speciale sul femminicidio e l’ennesimo studio su quanto le donne siano migliori in qualcosa. Stabilire chi è il migliore nella guerra tra i generi è un onere che è meglio lasciare ai tempi della querelle des femmes o quelli a della scuola primaria; dire che le donne non sono meravigliose – in questo senso il titolo – non è disprezzo, è un passo per avvicinarsi.

Se negli ultimi anni sono stati ottenuti grandi risultati nel migliorare la rappresentazione mediatica dei generi, parallelamente alla diffusione del personaggio femminile forte si è affiancata la caratterizzazione del maschio immaturo e incapace. Questo fenomeno è particolarmente osservabile nelle sit-com e pubblicità a tema familiare, nelle quali spesso la donna è l’unica persona in grado di tenere in piedi la casa nonostante l’idiozia del compagno. Ma il fenomeno è più ampio.

Da quando il femminismo ha invaso la cultura mainstream è stato partorito un connubio bizzarro di radicalizzazione e banalizzazione all’interno degli stessi contenitori mediatici. Si possono prendere ad esempio casi come quello di Babe, costola di The Tab, il sito femminile dalla crescita più veloce osservata, o dei modelli più oliati come quello di BuzzFeed e Jezebel (partito dalla defunta Gawker Media). Tutte queste compagnie hanno fondato il loro successo a partire dalla capacità di creare contenuti estremamente virali, e in questo senso trattano l’attivismo femminista come uno strumento di guadagno attraverso il click facile. La natura stessa dei meccanismi di viralità fa sì che non venga ricercata la profondità del contenuto quanto il potenziale di diffusione, favorendo quindi idee autocelebrative e divisive, se non paranoie di discriminazione pienamente pretestuose. Che la difficile scelta di un esempio tra i tanti interventi involontariamente autocaricatuali cada sulle «36 domande che le donne hanno per gli uomini» (ma non è da perdere la volta che le «donne provano il manspreading per una settimana»):

La comunicazione delle questioni di genere rimessa a chi, piuttosto che informare, ha interesse a scandalizzare, lascia un clima ostile basato sul nulla, allontanando l’obiettivo più che sostenendo la causa.

Il femminismo facilone e di facciata è una fruttuosa posa propagandistica anche in politica, come dimostrano i casi eccellenti di Obama e Trudeau, ma soprattutto la campagna presidenziale di Hillary Clinton che tanto slancio prendeva dal suo sesso, a partire dallo slogan «I’m with her». Al di là delle posizioni della candidata che avevano diviso lo stesso panorama femminista statunitense in sostenitori e oppositori, si presentarono momenti ilari di autogol sessisti come Madeleine Albright che in supporto alla candidata dichiarò che «c’è un posto speciale all’inferno per le donne che non si aiutano le une con le altre» o Gloria Steinem che affermò che la porzione più giovane dell’elettorato femminile preferiva Sanders solo per fare colpo sui ragazzi (con Bill Maher, intervistatore per l’occasione, che faceva notare: «Certo che se l’avessi detto io…»).

Il femminismo, pur con i suoi limiti nella teoria e nella prassi, è stato in grado di conseguire risultati imprescindibili – e per tutti -, ma cosa ci si può aspettare oggi con queste premesse? Alimentare le spinte paritarie a colpi di sessismo benevolo ha le sue ripercussioni, tanto più quando si crede che sia necessario sminuire gli uomini per affermarsi positivamente. Il femminismo di facciata, virale, propagandistico o à la Beyoncé, è a vantaggio dei pochi che lo sfruttano, ma non è certo più produttivo per la causa di quello cieco ed ideologizzato. Per contro, il risvolto negativo è il sessismo ostile di risposta che va a generare, come la galassia di siti e canali youtube di successo incentrati sull’antifemminismo esplosa negli ultimi anni la cui minaccia si estende al di là del sessismo, perché avvicina molti spettatori ad altre idee diffuse parallelamente in questi contesti, generalmente razziste e nazionaliste. Se personaggi come Milo Yiannopoulos sono riusciti ad avere così tanto successo non è solo merito del clima esageratamente ostile ma anche dell’incapacità sistemica del femminismo di trattare determinati temi. Se con l’intersezionalismo sono stati fatti passi avanti nel considerare le dinamiche di interconnessione del mosaico delle disuguaglianze, il modello si inceppa in un meccanismo dicotomico oppressore/oppresso dal quale il maschio eterosessuale bianco, in quanto entità privilegiata nella società, non solo non è nella posizione di essere sistematicamente vittima di sessismo, non può neanche introdursi all’interno del discorso della parità di genere perché non gli vengono riconosciute possibilità di essere discriminato se non a causa del modello patriarcale di cui è colpevole. Allo stesso tempo, il senso di protezione verso l’oppresso rende accettabili chiari episodi di dissonanza cognitiva come l’hijab femminista.

Grafico esplicativo dell’intersezionalità in termini di rapporti tra privilegio e oppressione.

Inoltre, secondo alcuni, non è neanche lecito che un uomo si dica femminista, può al massimo dichiararsi un “alleato”, al quale ovviamente non spetta che ascoltare e non mettere troppo bocca in questioni che non è in grado di comprendere. È sicuramente vero che bisogna accogliere con umiltà l’esperienza di chi rientra in categorie nelle quali non si è rappresentati (d’altra parte l’inconoscibilità del vissuto altrui è alla base dei comportamenti discriminatori), e anche per questo motivo va rigettata l’arroganza di chi ritiene illegittima ogni critica. Quando alcuni temi che riguardano gli uomini sono trattati, lo sono sempre in modo collaterale, come eventuale conseguenza della lotta per la liberazione femminile e non come intento di risolvere un problema che li riguarda direttamente. Anche se il femminismo non è un blocco monolitico (sarebbe meglio parlare di “femminismi”) ed esistono posizioni più morbide, la definizione che lo vuole per i pari diritti di tutti viene a volte dimenticata nel dizionario, lasciando un senso di alienazione e ingiustizia che finisce per polarizzare le varie parti. Con la formazione della quarta ondata per mezzo della digitalizzazione, il rischio di intensificazione dell’ostilità aumenta ancora di più per la natura stessa dello strumento informatico, che si pone a barriera rispetto all’umanità dell’altro. Insomma, le reazioni a una sparata sessista fatta da qualcuno che ci si trova davanti in prima persona non sono cattive quanto quelle che ispira uno schermo. Fortunatamente, internet sta anche permettendo l’incontro delle parti di questi mondi che sono più propense al dialogo. Magari alla prossima ondata andrà meglio.


Fabio Cantile vive in Germania (ma non rimane mai troppo a lungo nello stesso paese) e lavora come traduttore. Si occupa di scienza e cultura.
In copertina: Daniele Villa, Posthumous Self-Portrait, Dreams of Escape, 2009-2012