Il pessimismo del filosofo e scrittore norvegese Peter Wessel Zapffe, da Thomas Ligotti al nichilismo del protagonista di True Detective.


Copertina: Franco Mazzucchelli: Senza titolo (2005) – Pvc gonfiabile su tavola. Nell’articolo opere di Jeff Koons: Rabbit – Offset litografia a colori e di Enzo Cacciola, 3-8 1974, 1974

di Andrea Cassini

“Una notte, in tempi remoti, l’uomo si svegliò e vide se stesso.

Si scoprì nudo al sotto il cosmo, senza casa nel suo stesso corpo. Ogni cosa si dissolveva al cospetto del proprio pensiero indagatore; meraviglia dopo meraviglia, orrore dopo orrore si dispiegavano nella sua mente.

Poi anche la donna si svegliò e decise che era tempo di andare a caccia. L’uomo prese arco e frecce, frutti del sodalizio tra spirito e mano, e uscì sotto le stelle. Ma quando le bestie si affacciarono presso le pozze d’acqua dove lui le attendeva, non avvertiva più il balzo della tigre nel proprio sangue; al suo posto, un grande salmo di fratellanza nella sofferenza che è condivisa da tutto ciò che vive.

Quel giorno non tornò a casa con la preda, e quando lo trovarono, alla successiva luna piena, il suo corpo giaceva morto presso le pozze d’acqua”.

Leggere l’apertura de L’ultimo Messia è il modo migliore per scoprire il pensiero del filosofo norvegese Peter Wessel Zapffe. Nessuno dei suoi scritti è stato tradotto in italiano e anche la circolazione dei suoi testi in lingua inglese non è capillare; le sue idee però hanno viaggiato per altri vettori. Il principale è Thomas Ligotti che ne La cospirazione contro la razza umana offre generose citazioni da Om det tragiske (Sulla tragedia) di Zapffe, presentandolo come una figura chiave nello sviluppo delle proprie teorie pessimiste. Anche nel caso di Ligotti stiamo parlando di un autore meno conosciuto di quanto meriterebbe, per valore e originalità della proposta, ma l’americano si è comunque conquistato una certa risonanza con racconti horror molto apprezzati dalla critica. Di recente ha persino fatto breccia nella cultura pop grazie alla prima, memorabile stagione della serie True Detective, che l’autore Nic Pizzolatto ha letteralmente imbevuto del pensiero di Ligotti: uno dei personaggi, Rust Cohle, interpretato da Matthew McConaughey, parla, in sostanza, con la sua voce.


“Credo che la coscienza umana sia un tragico passo falso dell’evoluzione.”


Viviamo in tempi dove pessimismo, nichilismo e antinatalismo possono ritagliarsi uno spazio anche all’interno di produzioni di grande successo commerciale ed è proprio una delle citazioni più preziose di Rust Cohle ad aprirci la strada per capire le fondamenta di quanto ha da dirci Zapffe. Il parallelo che corre tra la paludosa Louisiana di un serial televisivo e la Norvegia degli anni ’30 è singolare, ma funziona. Ci fornisce una proporzione su quanto le riflessioni di Zapffe fossero in anticipo rispetto alla propria epoca; di quanto fosse, per dirla con Nietzsche, un filosofo nato postumo.

“Credo che la coscienza umana sia un tragico passo falso dell’evoluzione. Siamo troppo consapevoli di noi stessi. La natura ha creato un aspetto della natura separato da se stessa. Siamo creature che non dovrebbero esistere, per le leggi della natura. Siamo delle cose che si affannano nell’illusione di avere una coscienza. Questa escrescenza di sensi, esperienze e sentimenti è programmata per darci l’assicurazione che ognuno di noi è importante, quando invece siamo tutti insignificanti. E io credo che la cosa più onorevole per la nostra specie sia rifiutare la programmazione, smetterla di riprodurci, procedere mano nella mano verso l’estinzione… un’ultima mezzanotte in cui fratelli e sorelle rinunciano a un trattamento iniquo”.

L’incidente evolutivo è il medesimo fatto che Zapffe definisce “un paradosso biologico, un abominio, un’esagerazione contro natura”. In altre parole, la nascita della coscienza: quella materia oscura che persino le avanzatissime neuroscienze dei giorni nostri faticano a inquadrare. Alcuni studiosi la paragonano a un campo magnetico, altri la descrivono come “inquinamento” causato dai continui impulsi prodotti dai neuroni. Un materiale di scarto, insomma, un’escrescenza, un gradino indesiderato in quella stessa scala evolutiva che – qui sta l’ironia insieme al paradosso – ha reso la mente umana talmente potente da affrancarsi dalle leggi naturali. Se consideriamo quanto di ciò che identifichiamo come “cultura” e “identità” sia un sottoprodotto della coscienza, sopravviene un senso di vertigine del tutto simile allo smarrimento carico di orrore di cui parla Zapffe. Escludiamo l’apprendimento di quelle tecniche basilari che ci hanno permesso di divenire un poco più abili delle scimmie: accendere un fuoco, affilare la punta di una lancia, costruire una capanna. Tutto il resto, dal primitivo che si chiede chi abbia scagliato il fulmine fino alle guerre mondiali, è frutto di un inconveniente che per l’autore è scollegato dall’evoluzione darwiniana. Anzi, in questo particolare ambito la selezione naturale opera al contrario. Secondo Zapffe fare i conti con la propria coscienza è un’esperienza disorientante e debilitante. Si ricorre così a quattro protezioni, per limitarne il raggio d’azione e proteggersi: lui le chiama isolamento, ancoraggio, distrazione e sublimazione E sono proprio gli uomini esposti al pieno potere della propria coscienza, privi cioè di questi filtri o incapaci di adoperarli, a essere i più sofferenti. Rigettati dalla natura, se ne sentono comunque attratti. Lucidi a sufficienza per comprendere la vacuità del desiderio, non possono tuttavia elevarsi al di sopra delle proprie pulsioni come novelli Buddha, in una classica prospettiva schopenhaueriana. Sono uomini che anelano la morte, ma la loro immaginazione costruisce scenari spaventosi anche al di là di quel sipario; prigionieri dell’universo, come l’uomo di Zapffe davanti alla preda, sperimentano ciò che l’autore chiama “sentimento di dolore cosmico”, una compassione verso tutto ciò che è vivente. Uomini malinconici, depressi, isolati, autistici. Appaiono pessimi partner riproduttivi, perché la selezione naturale è una macchina perfetta che si adopera per cancellare i bug apparsi nel proprio codice. La nostra specie, tuttavia, anche attraverso questo bug ha costruito intere civiltà, in cicli immensamente più veloci di quelli su cui lavora la selezione naturale.

Ne L’ultimo Messia Zapffe, che era un ambientalista ante litteram e appassionato di alpinismo, trova nella natura un parallelo alla condizione umana: il Cervis Gigantus, lo chiama lui, o com’è più propriamente classificato oggi Megalocerus giganteus. Un cervo preistorico alto due metri al garrese, con palchi di corna così grandi da indebolire l’animale col proprio peso, accompagnandolo così a una prematura estinzione. Una storia per metà leggenda e per metà confermata da prove paleontologiche, potente metafora per la misera condizione del depresso.

L’evoluzione però ha dotato l’uomo di quattro meccanismi di difesa. L’isolamento, cioè l’espulsione arbitraria di qualsiasi pensiero o sentimento negativo e distruttivo. L’ancoraggio, con cui si originano costrutti sociali del tutto fittizi come stati, religioni, ideali, valori e modelli di comportamento. La distrazione, nient’altro che il divertissment di cui parlava Blaise Pascal nonché fatale premonizione dell’attuale società fondata sull’intrattenimento, per tenere occupata la mente con un’alternativa al reale. E infine la sublimazione, tecnica cara a chi possiede un animo fantasioso e indagatore, la più efficace per chi nasce sprovvisto degli altri filtri – adatta insomma a chi è provvisto di corna assai ingombranti: consiste nel più nobile degli escapismi, da operare attraverso l’estetica, l’arte e un gusto per l’umorismo, che Zapffe descrive con piglio pirandelliano.

L’uomo nudo al cospetto del cosmo, dunque, sperimenta ogni meraviglia e ogni orrore. La coscienza, in altre parole, proietta l’uomo sulle più alte vette e lo scaraventa sul fondo degli abissi. Perché, allora, il pensiero di Zapffe sorvola sui momenti più nobili dell’esperienza umana per contorcersi in un pessimismo cupo, dove l’esistenza si identifica in tragedia?  I libri di Arthur Schopenhauer furono i suoi mentori, gli lasciarono in eredità una precisa cognizione sul valore negativo della vita, spogliata di connotazioni morali, laddove la sofferenza prevale sempre sulla felicità – ridotta all’assenza di sofferenza. Nel primo volume de Il mondo come volontà e rappresentazione, Schopenhauer piantava la bandiera del pessimismo anticipando i toni ironici che Zapffe delineerà con lo stesso paradosso.

“E in questo mondo, in questo palco popolato da esseri tormentati e agonizzanti, che continuano a esistere solo divorandosi l’un l’altro, nel quale, quindi, ogni bestia vorace è la tomba vivente di migliaia di altre, e il suo stesso mantenimento è una catena di morti dolorose; e nel quale la capacità di provare dolore aumenta di pari passo con la conoscenza, e perciò raggiunge il suo apice con l’uomo, un grado che si innalza più l’uomo stesso è intelligente; in questo mondo, si ritiene che si debba applicare il sistema dell’ottimismo, e ci viene dimostrato che questo è il migliore dei mondi possibili. L’assurdità è palese”.

Con simili presupposti, è singolare come Zapffe affidi il messaggio conclusivo del suo saggio a un profeta che si rivolge alla platea, piuttosto che a un asceta chiuso in muta riflessione. L’ultimo Messia, appunto, ha scalato il monte e ora torna tra gli uomini per proclamare la verità, come lo Zarathustra di Nietzsche. Anch’egli ha scoperto l’eterno ritorno dell’uguale, ma di fronte al dipanarsi di infinite esistenze indirizza un appello oscuro all’umanità: “La vita dei mondi è un fiume ruggente, ma la Terra è acqua stagnante. Il fato ha apposto un marchio sulle vostre fronti; quanto a lungo lotterete contro il vento? Ma c’è una conquista e una corona, una redenzione e una soluzione. Conosci te stesso – Sii infertile, e lascia che la terra sia silente dopo di te”.

Nonostante le conclusioni all’apparenza opposte, c’è tanto Nietzsche in Zapffe – e, di conseguenza, in Ligotti. “Time is a flat circle (il tempo è un cerchio piatto)”, dice Rust Cohle in quella che è forse la citazione più celebre di True Detective. “Ogni cosa che abbiamo mai fatto o faremo in futuro, siamo destinati a ripeterla e ripeterla di nuovo, per sempre”. Se è vero che il tempo è un cerchio piatto, i pensieri che si spingono all’estremo sono destinati a sovrapporsi almeno in un punto, dove vita e morte sono la stessa cosa.

“Il fardello più grande – E se, un giorno o una notte, un demone ti seguisse nella tua solitudine più intima e ti dicesse: questa vita, come la vivi nel momento presente e come l’hai vissuta, dovrai viverla di nuovo, e per innumerevoli altre volte ancora; e non ci sarà nulla di nuovo in essa, ma ogni dolore e ogni gioia e ogni pensiero e sospiro, e ogni cosa infinitamente piccola o grande ritornerà a te, nella stessa successione e sequenza – persino questo ragno e i raggi di luna tra gli alberi, persino questo momento, e la mia stessa presenza. L’eterna clessidra dell’esistenza sarà ribaltata ancora e ancora, e tu insieme ad essa, granello di polvere!

Ti getteresti forse al suolo, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure, quanto ben disposto nei confronti di te stesso e della vita dovresti diventare, per bramare ferventemente nient’altro che la sua definitiva, eterna conferma e sigillo?”

Così si esprime il Nietzsche de La gaia scienza, ma serve una distinzione tra cerchio e spirale. Quest’ultima è il modello a cui, in definitiva, si ispira lo stesso True Detective, nonostante le argomentazioni pessimiste di Rust Cohle. Lo si evince dalla struttura avviluppata, ma non ciclica, della narrazione, che poi si mostra palese nel labirinto palustre di Carcosa, palcoscenico del finale. Nell’ultima scena della serie TV è proprio il sopravvissuto Cohle ad ammettere la fallacia delle proprie convinzioni granitiche, uno spiraglio di luce che si fa strada nel suo pensiero nero, al pari delle stelle che sottraggono porzioni di cielo all’oscurità notturna. “Una volta”, risponde al collega Marty, “c’era soltanto buio. Se me lo chiedessi, ti direi che la luce sta vincendo”.


“Secondo la mia concezione della vita, ho scelto di non portare al mondo figli. Una moneta è esaminata, e solo dopo un attento esame data a un mendicante, mentre un bambino è gettato nella brutalità cosmica senza esitazione”


Labirinto e spirale vanno di pari passo, in termini di simbologia, perché entrambi suggeriscono una possibilità di evasione dall’eterno ritorno; che sia un’autentica via di fuga – il labirinto – o un progresso teso verso l’infinito – la spirale. Un altro show televisivo, più recente, ha sfruttato la stessa simbologia. In Westworld, del 2016, raggiungere il centro del labirinto significa spezzare le catene che tengono prigionieri gli androidi del parco divertimenti, intrappolati dal creatore in quello che a tutti gli effetti è un ciclo di reincarnazioni – rompere il vincolo karmico e incastrare un bastone nella ruota del samsara.

L’ultimo Messia di Zapffe non parla di spirali nel suo discorso né ha in mente un progresso tendente all’infinito, ma diversamente dallo Zarathustra propone una via di fuga, che coincide con l’eradicazione del male. La specie umana è colpevole delle sue stesse sofferenze e per redimersi deve estinguersi, come il cervo dalle grandi corna. Sii infertile – e lascia che la terra sia silente dopo di te. Il richiamo alla massima greca gnōthi sautón (“conosci te stesso”) sta a sancire un dialogo tra l’alfa e l’omega: ancora una volta i punti estremi si sovrappongono, e l’inizio della filosofia coincide con la sua fine.

La posizione antinatalista del filosofo norvegese diventa ancora più esplicita in questa affermazione: “secondo la mia concezione della vita, ho scelto di non portare al mondo figli. Una moneta è esaminata, e solo dopo un attento esame data a un mendicante, mentre un bambino è gettato nella brutalità cosmica senza esitazione”. All’analisi metafisica Zapffe unisce una visione da biologo, schietta e neutra. Il cosmo è brutale perché il dolore, in sé, non possiede alcun valore, nemmeno in contrasto. Si prenda ad esempio Ovidio, che scrive: “accogli questo dolore, perché imparerai da esso”, o ancora Schopenhauer, seppur convinto che, in base a “un atto di pura ragione” la razza umana non avrebbe dovuto appesantire le nuove generazioni col fardello della nascita, afferma: “abbiamo bisogno in ogni momento di una certa quantità di dolore o di privazione, come una nave ha bisogno della zavorra per mantenere la stabilità”. Nel mondo di Zapffe tutto si muove nel vuoto della ragione, sottoposto alle cieche leggi della natura; quello che avviene tra i gangli della nostra coscienza ci pare gran cosa, ma è in verità solo un transitare di fantasmi. È così che il suo antinatalismo asettico finirà per anticipare di alcuni decenni le argomentazioni dei contemporanei David Benatar, Emil Cioran, Ray Brassier e Thomas Ligotti.


Immaginiamo un teorico governatore onnipotente, che sieda nella stanza dei bottoni con l’intero armamentario nucleare del pianeta a disposizione. Secondo l’ipotesi del benevolent world-destroyer (il benevolente distruttore del mondo), date le premesse di Benatar e degli altri antanatalisti, egli avrebbe l’obbligo morale di scatenare l’olocausto ed estinguere la specie umana: sradicare il male per perseguire il sommo bene.


I movimenti che si propongono di spostare l’antinatalismo dalle aule accademiche al contesto sociale hanno preso in simpatia le idee di Zapffe. Il motivo sta nell’approccio anti-antropocentrico del norvegese, assai sensibile ai danni che l’uomo infligge al pianeta, al punto che egli stesso si collocò nel solco della biosofia. Già nel 1933, all’alba del dominio della tecnica, è significativo che il suo ultimo Messia si preoccupi del destino della terra una volta conclusa la parentesi dell’uomo. Augurandosi “che la terra rimanga silente” sottintende che l’intero sistema biologico abbia un futuro, quello che all’uomo è invece negato, e anzi avrà la possibilità di rimettersi in moto terminata la cattività imposta dal giogo umano. Non solo: lo stesso saggio ospita vibranti descrizioni di flora e fauna e pone l’accento sul contrappasso che l’uomo sconta in vita. Per via dell’empatia che lo lega a ogni essere vivente, è condannato a provare sulla propria pelle il dolore che infligge. Per Zapffe animali e piante, ed è una concezione che farebbe storcere il naso ai moderni ambientalisti, vivono in un mondo interamente sensoriale, fatto di ciechi istinti che non si coagulano mai a formare una coscienza. Ma questa tenebra della ragione è in realtà una benedizione sotto mentite spoglie; risparmia agli animali la sofferenza dell’uomo ed è garanzia di sopravvivenza.

Per descrivere la civiltà lanciata verso la Seconda Guerra Mondiale, Zapffe sceglie la metafora dell’aeroplano. Come una macchina volante, che galleggia in aria, seppur pesantissima, con sommo sforzo di motori e consumo di carburante – destinata a una “caduta controllata” – così l’uomo sbatte vigorosamente le braccia, credendosi capace di volare, mentre in realtà sta solo spiccando dei lunghi balzi. Non sarà casuale ritrovare la medesima metafora in un testo di sessant’anni più giovane, caposaldo di certe correnti ambientaliste sebbene poco diffuso oltre i confini americani. Ishmael, di Daniel Quinn, saggio dialogico dove un gorilla senziente s’improvvisa insegnante alla maniera maiuetica, e come un Socrate introduce l’umano a un punto di vista neutro sulla storia del mondo. La conclusione di Quinn è ben più ottimista – con la speranza che l’uomo possa divenire guida e tutore delle altre specie animali, ripristinando una leale concorrenza una volta riconosciuto il proprio posto nell’ecosistema – ma forse pecca in realismo.

Il VHEMT (Voluntary Human Extinction Movement), fondato da Les U. Knight, cita spesso i lavori di Zapffe e ne recupera la verve ironica – il norvegese fu anche autore di libretti umoristici e commedie, segno che un pessimista non dev’essere necessariamente di cattivo umore. Il suo slogan segue da vicino l’appello de L’ultimo Messia: “may we live long, and die out” (si possa noi vivere a lungo, ed estinguerci) e uno dei punti fermi consiste nel non prendersi troppo sul serio, onde non sprecare il poco tempo residuo. Il VHEMT non è un gruppo di ecoterroristi, né vaneggia di sterilizzazione obbligatoria perché pone l’accento sulla volontarietà dell’estinzione. L’obiettivo è perseguito pubblicando un’ampia documentazione sui danni che l’uomo infligge alla biosfera, accompagnata da sillogismi proposti in forma di schemi, secondo la precisione analitica ereditata da David Benatar, per dimostrare l’asimmetria tra dolore e piacere. Ecco che la morale, quella che Zapffe aveva allontanato dalla porta, rientra dalla finestra per farci chiedere: che differenza corre tra antinatalismo e promortalismo? Immaginiamo un teorico governatore onnipotente, che sieda nella stanza dei bottoni con l’intero armamentario nucleare del pianeta a disposizione. Secondo l’ipotesi del benevolent world-destroyer (il benevolente distruttore del mondo), date le premesse di Benatar e degli altri antanatalisti, egli avrebbe l’obbligo morale di scatenare l’olocausto ed estinguere la specie umana: sradicare il male per perseguire il sommo bene.

David Benatar si è affrettato a rinnegare l’appartenenza a tale visione, ma per motivi pratici e logici, più che morali. Il dispiegamento di forze necessario per l’operazione causerebbe ingenti danni collaterali, e dal suo punto di vista ogni atomo di dolore è equivalente al male assoluto, da evitare a ogni costo. Per non parlare della prospettiva più tragica: e se la manovra del benevolent world-destroyer fallisse, lasciando pochi superstiti in un mondo post-nucleare? Si intuisce come la presenza dell’uomo generi un altro paradosso nell’ecosistema: le varie forze, in competizione tra loro, si mantengono in equilibrio, ma l’intervento umano è in grado di far saltare l’intero meccanismo in barba alle leggi di natura. È come se, per usare l’analogia dell’evoluzionista Richard Dawkins, ci trovassimo in un mondo popolato da miliardi di colombe e da un unico falco. Che destino spetterebbe agli individui pacifici? E se il falco bloccasse la catena delle nascite a suon di bombe nucleari, sarebbe un salvatore che ha risparmiato al pianeta e alle sue migliaia di specie – meno una – indicibili sofferenze, o un grande bastardo che concentra tutto il male nelle proprie mani? È possibile, inoltre, concepire un male minore e uno maggiore?

Viene da pensare nuovamente a quella differenza critica tra cerchio e spirale, e alla precisione automatica con cui i quattro meccanismi di autodifesa identificati da Zapffe ci proteggono dal peso della coscienza. Mentre il corpo vive la sua vita, nel mondo fisico, noi attraversiamo a tutti gli effetti una “foresta di simboli” restando impigliati nella tela del ragno. Il terrore di quell’uomo primordiale, scrive Ligotti, nasce da questo contrasto tra corpo e mente. È l’urlo di chi precipita nell’abisso che separa i due.

Consapevoli della propria impermanenza, desideriamo tuttavia vivere in un eterno presente. Sorge allora un dubbio: e se il nostro continuo dibattere su questo dilemma non fosse altro che una strategia della mente, uno dei quattro meccanismi di autodifesa delineati da Zapffe? Un’abile prova di escapismo, insomma: pur di distrarci dall’orrore cosmico, dialoghiamo coi fantasmi e ci interroghiamo sulla realtà. In altri tempi e in altri luoghi, già l’antico pensatore cinese Zhangzi si chiedeva se fosse il filosofo che sognava di volare come una farfalla, o la farfalla che sognava di essere il filosofo.

“Il seme di una sconfitta metafisica o religiosa è in tutti noi” scriveva Zapffe, e qui sta il nucleo del suo nichilismo. “Tuttavia, per l’indagatore onesto, che non cerca rifugio in qualche fede o fantasia, non ci sarà mai una risposta”. Il tempo, in definitiva, è cerchio e prigione; non si rompe in una spirale e non consente vie d’uscita. Rust Cohle aveva qualcosa da dire anche su questo argomento: “Tutta la tua vita, tutto il tuo amore, il tuo odio, la tua memoria, il tuo dolore erano la stessa cosa. Erano semplicemente un sogno, un sogno che si è svolto in una stanza sprangata… e grazie al quale hai pensato di essere una persona. E come in molti sogni, c’è un mostro che ti attende alla fine”.


Andrea Cassini, nato a Pistoia, classe 1988, filologo medievale di formazione. Si occupa di sport per La Giornata Tipo, Play.it USA e BasketInside. Scrive racconti su Spaghetti Writers e ha un romanzo in uscita con Astro Edizioni.
Le traduzioni dei testi citati sono dell’autore.