Non ho mai dormito bene, fin da bambino, da quando durante la grande febbre vidi per la prima volta le nonnine, coi denti digrignati e le mani per aria, venire verso il mio letto per strapparmi gli occhi e sbranarmi la pancia.

Da piccolo abitavamo in una palazzina all’angolo di una strada solitaria, circondata su tre lati da tigli infestati dal caprifoglio e in cui i rumori dalla strada erano rari. Dopo il telegiornale della sera, finita la cena, restava solo il ticchettio dell’orologio a muro a rompere il silenzio ed era allora che la mamma mi si faceva più vicina con gli occhi che brillavano come l’acqua del fiume in cui lo zio una volta mi aveva portato a pescare i gamberi. È tardi, è ora di andare a dormire diceva e a me venivano i brividi all’idea di dover restare nuovamente da solo nella stanza dalle tendine rosse e gli aeroplani disegnati. Mentre il cuore mi ballava nel petto, mio padre si affrettava senza dir nulla verso la camera grande, dall’altra parte della casa. Mamma allora col sorriso di pagliaccio sulle labbra mi prendeva in braccio per portarmi a letto stringendomi così forte da togliere il fiato.

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Adesso che è lei a stare a letto sembra una bambina albina, ha i capelli come un groviglio di seta bianca, il corpo in miniatura ma rimane ancora traccia di quel suo sorrisetto, nonostante tenga gli occhi chiusi e io non capisco se stia dormendo davvero o stia soltanto facendo finta. Difficilmente supererà la notte ha detto stamattina il dottore mentre l’infermiera intenta ad aggiustarsi la sottana mi faceva l’occhiolino.

Quando cinque anni fa fu il babbo a essere ricoverato in un letto di ospedale dove rimase poco più di una settimana io venni ogni sera a trovarlo, gli portavo giornali sportivi e l’ultima sera anche una pianta di ciclamini bianchi ma lui era già stato sedato e non la vide mai. Il babbo ha sempre amato i fiori, li coltivava in cortile, in piccoli vasi e quando al tramonto li annaffiava lo sentivo che fischiava sempre lo stesso motivetto. In quei suoi giorni di agonia come al solito non ci dicemmo niente più del buongiorno e delle impressioni sul tempo, mamma rimase sempre presente, non si allontanò mai pur rimanendo perlopiù in silenzio seduta accanto alla testata del letto.

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Nel letto a cinque anni avevo pochi alleati: c’erano alcune conchiglie che tenevo strette in un pugno, sul comodino la cornicina con l’immagine dell’angelo e il peluche dell’orso grigio senza un occhio accanto al cuscino. Tuttavia erano alleati muti e tutte le volte che, a partire dalla grande febbre, le vecchie coi denti a punta e gli occhi brillanti, le nonnine, come le aveva ribattezzate la mamma, si manifestarono, non riuscirono ad essermi d’aiuto e io smisi di dormire.  Le nonnine si infilavano sotto al letto, entravano sotto le coperte, mi afferravano per i piedi e le braccia, mi ficcavano le dita in mezzo alle costole e si avvicinavano coi  denti al mio collo, alle ascelle, alla pancia. Sono solo delle vecchiette, delle povere nonnine, non devi aver paura diceva mamma per cercare di calmarmi mentre sorridendo mi faceva un’ultima carezza sulla fronte prima di lasciarmi nel buio.


Sono solo delle vecchiette, delle povere nonnine, non devi aver paura diceva mamma.


Nonnine non mi sembrava però il nome più appropriato per quelle creature che sempre più spesso di notte venivano a terrorizzarmi infilandosi sotto le mie coperte o che vedevo materializzarsi accanto allo specchio del bagno o all’angolo della porta. A volte le vedevo sorridere da sopra la madia che si sfregavano le mani con le unghie lunghe e ingiallite. Ha ancora sognato le streghe sentii dire una volta il babbo certo che io non lo sentissi. Streghe pensai con un brivido, quello era il nome adatto per quelle creature, erano streghe, come quelle delle fiabe e volevano mangiarmi.

L’ultima volta che le vidi avevo dodici anni e il babbo come spesso accadeva era andato fuori città per lavoro, era inverno e quella notte come mai prima si scatenarono mentre io come al solito ero steso irrigidito e con gli occhi spalancati su ogni ombra. Apparvero all’improvviso, sghignazzanti, io cominciai a urlare, chiamai la mamma con tutte le forze che avevo ma lei non venne e loro mi saltarono addosso, mi conficcarono le mani ovunque, alcune mi trapanarono la pancia con mammelle metalliche che vorticavano, altre mi tirarono i capelli e mi diedero morsi sul collo. Non so come riuscii a scappare fino alla camera grande, ma quando arrivai mamma non c’era. Scoppiai a piangere e fu a quel punto che sentii che lei mi chiamava e diceva di non aver paura, che era tutto a posto e che lei mi voleva bene. La sua voce proveniva dalla stanza con le tendine rosse e gli aeroplanini e lì la trovai seduta accanto al cuscino, di fianco al pupazzo dell’orso cieco, in mezzo alle conchiglie. La mattina seguente venne il dottore e mi prescrisse delle medicine per dormire, lo sentii che diceva alla mamma che erano delle bombe e avrebbero funzionato. Da allora sentii una sensazione strana alla testa, smisi di aver paura e non vidi più le nonnine ma lo stesso non riuscii a dormire.


Ha ancora sognato le streghe sentii dire una volta il babbo certo che io non lo sentissi. Streghe pensai con un brivido, quello era il nome adatto per quelle creature, erano streghe, come quelle delle fiabe e volevano mangiarmi.


LENINSKOE VILLAGE, Kyrgyzstan – Bardina Ivanovna of Leninoskoe Village came outside to greet the Airmen from the Transit Center at Manas who arrived with a box of gifts. She gave Maj. Elliot Safdie a big hug before the Airmen left. (U.S. Air Force Photo/Tech. Sgt. Jennifer Buzanowski)

Anche stanotte non dormirò, la mamma si agita tra le lenzuola, è chiaro che questa è la sua ultima notte. Io non so bene cosa provo, mi sento svuotato e ho addosso il disagio per ciò che poco fa ha detto mamma sghignazzando dopo aver spalancato gli occhi all’improvviso. Con una mano mi ha stretto il polso e il freddo dei suoi polpastrelli mi ha fatto rabbrividire mentre lei si avvicinava al mio orecchio e  bisbigliava: ti aspettano sai? Le nonnine ti stanno aspettando, io sarò con loro.

di Luca Saracino


Luca Saracino è
a) Nato a Fiesole nel 1980. Laureato in letterature comparate, vive e lavora a Firenze. Ha pubblicato le raccolte di racconti Prima del capolinea (2012) e Silenziosamente (2014) con Edizioni della Meridiana. Dal 2008 al 2015 ha scritto su Siamelli, blog di cui è cofondatore. Da Febbraio 2015 scrive sulla rivista on line L’irrequieto. Da gennaio 2016 scrive sul suo nuovo blog, Dinosauri.
b) Un pettine.
Testo e fotografie (c) Wikimedia.