Una ricognizione nel cuore del pessimismo, la corrente filosofica “del ghiaccio e del fuoco”, da Eraclito a Cioran


In copertina: Armando Marrocco, Senza titolo(1939), Asta Pananti del 14 Giugno

di Claudio Kulesko

Il Divenire: un’agonia senza epilogo
M. Cioran

Definire il termine “pessimismo” significa sintetizzare i tratti principali di quello che più che un corpus, o una tradizione, appare come una dottrina, ovvero un complesso di principi che confluiscono in una certa visione del mondo. Per facilitare l’opera sarà perciò necessario sfrondare il superfluo, finché non ci si troverà dinanzi a un concetto stilizzato e scevro di raffinatezze – una versione pura del pessimismo. Otterremo così una sorta di malevola pietra filosofale che rappresenterà il pessimismo “in sé”, nella sua essenzialità, nella sua più totale impraticabilità e ostilità all’esistenza. In questo modo giungeremo al pessimum: il peggiore dei mondi possibili, l’incubo che nomina la visione del mondo pessimista.

Per cominciare, si potrebbe dire che il pessimismo è quella corrente speculativa che, anziché fluire, rimane immobile, congelata in uno stato di perpetuo orrore. Di fatto, da Eraclito in poi, la predicazione pessimista ha conservato intatto il proprio nucleo teorico, nonché il suo peculiare disgusto per il tempo e tutto ciò che esso dispensa. Andando dritti al nucleo di questa dottrina, si può notare come la principale acquisizione del pessimismo – la sua sola, misera, conquista – sia l’ovvia osservazione secondo la quale al divenire corrisponde la metamorfosi, e a questa un certo grado di sofferenza. Ad esempio, l’essere vivente (figura necessaria affinché il pessimismo abbia luogo), passa dalla fame al sonno, dall’agitazione alla noia, senza mai quietarsi, avvicinandosi passo dopo passo al momento in cui incontrerà la propria fine, per consunzione o per altrui mano. Questo smembramento dei corpi immersi nel flusso del divenire è il tema centrale del pessimismo; un’immagine che, una volta sottoposta a un fast forward speculativo ed estesa a livello cosmico, pone il soggetto in una posizione di straniamento sovratemporale. Con l’occhio della mente osservo il tempo nel suo svolgersi, lo vedo consumare ogni cosa, estirpare ogni singola vita, oscurare le stelle e inghiottire galassie, per poi ricominciare ancora una volta. Riecco che spuntano le prime particelle, i primi segni d’ordine e armonia, le masse incandescenti dei pianeti e, da qualche parte, le prime forme di vita; poi, d’improvviso, un nuovo annientamento e così via, ancora e ancora, all’infinito. Di tanto in tanto, partorita dal caso e dal silenzio, la vita ricompare, portando con sé il terrore e la carneficina – quasi fosse un laboratorio, in cui ci si ingegna a inventare e sperimentare torture sempre nuove e sempre più raffinate.


Per cominciare, si potrebbe dire che il pessimismo è quella corrente speculativa che, anziché fluire, rimane immobile, congelata in uno stato di perpetuo orrore.


Il pessimista, perciò, non è semplicemente, come generalmente si crede, colui che si addolora – d’altronde, non tutti gli addolorati sono pessimisti e non tutti i pessimisti sono degli addolorati – ma colui che muore sub specie aeternitatis (“sotto l’aspetto dell’eternità”), l’individuo divenuto vasto come l’universo: «Io sono tutti i nomi della storia», scrive Nietzsche nelle sue lettere della follia. Egli si è disfatto in una totalità impersonale: la notte in cui tutto affonda. La visione pessimista del mondo effettua le proprie analisi da questa angolazione in cui il soggetto è già deceduto, e ogni cosa è stata inghiottita dal buio cosmico.

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Come evidenziato da Ray Brassier in Nihil Unbound, questa “accelerazione” speculativa della decadenza proietta ogni prospettiva e ogni opinione in un vortice, in cui ciascuna determinazione singolare (ciascun “io”, “qui” e “ora”), diviene radicalmente irrilevante, facendo spazio a una presa oggettiva sulla realtà. Questa visione dal Nulla, o “da nessun luogo”, per dirla con Thomas Nagel, non farebbe altro che compendiare la verità assoluta, ossia, ancora una volta, l’ovvio: tutto è destinato a scomparire e la sparizione è il destino finale di ogni cosa. In questo senso, le riflessioni escatologiche sulla morte del sole di Brassier e, ancor prima, di Lyotard, non farebbero altro che replicare la lugubre favola nietzschiana, che narra: «In un angolo remoto dell’universo scintillante […] c’era una volta un astro, sul quale animali intelligenti inventarono la conoscenza [ma] Dopo pochi respiri della natura, l’astro si irrigidì e gli animali intelligenti dovettero morire». È grazie a questo dislocamento temporale che il pessimista riesce a sottrarsi rocambolescamente alle pretese di certa filosofia accademica, così come a quelle della religione: la sua dottrina, di fatto, fornirebbe una conoscenza radicale dell’ovvio – un tipo di conoscenza particolarmente dura e rigorosa, che sgombra il campo da ogni retorica e da ogni parto dell’immaginazione. Come scrive Sgalambro in De Mundo Pessimo:

“Colui che è stato educato al pessimismo e ne è divenuto il discepolo e, per giunta, in qualità di epigono […] vede in esso un tema classico, un tema eterno […] Il pessimismo onora la verità […] percorrere il cammino che percorre ogni uomo che si sia accostato alla verità, sino al suo nucleo più crudele, là dove essa non è più con lui. Perché la verità è il tutto contro la parte, il tutto contro di te”.

A differenza dell’allievo, l’epigono non si limita a ribadire i precetti dei maestri, ma si lascia invadere dallo spirito della dottrina, è contagiato dalla medesima febbre. L’imitatore si fa ricettacolo della verità auto-evidente del pessimismo, una verità che non dà luogo a ricerca alcuna – che non attende né di essere “scoperta” né di essere “trovata”. Dai suoi maestri il pessimista eredita una miseria, null’altro che il Nulla stesso, da cui viene invaso e pervaso. Perciò il pessimismo, più che una soddisfacente conclusione intellettuale, è una vampata, un’eruzione e una catastrofe in grado di sospendere il tempo (la Pompei della filosofia occidentale). A essere messo in discussione è il valore del tempo trascorso, delle teorie elaborate e degli stili di vita di un’epoca o dell’intera storia umana.

È proprio questa stasi metafisica – questa vaga sensazione che l’eternità possa essere raccolta in un istante – a rendere tale posizione speculativa simile a una soglia verso il buio eterno. Ciò che il pessimista trova insopportabile è che tra l’apparire e lo scomparire di tutto ciò che è, vi sia qualcosa, e che questo qualcosa non sia altro che sofferenza.


Tuttavia, l’elemento d’immobilità glaciale del pessimismo è complementare a un’incandescenza, a un dinamismo che ci riconduce alle sue origini in quanto “filosofia del fuoco”.


In tale frangente il classico interrogativo: «Perché c’è qualcosa anziché il Nulla?» assume tutt’altra portata, rappresentando, più che un tema d’indagine filosofica, un grido disperato. Non potendo proiettarsi con un balzo fuori dal tempo, il pessimista giace ai suoi margini. E forse è questa marginalità cosmica a caratterizzare lo spirito pessimista, al punto che il pessimismo stesso potrebbe essere identificato con un tentativo fallimentare di fuga verso il Nulla – e, in questo senso, l’inadeguatezza di Cioran farebbe eco all’impiccagione di Mainländer. Il pessimista bussa alle porte della notte poiché vorrebbe disertare il tempo, ma, come professò Epitteto, solo il suicidio è in grado di mostrare che «La porta è sempre [stata] aperta».  

Tuttavia, l’elemento d’immobilità glaciale del pessimismo è complementare a un’incandescenza, a un dinamismo che ci riconduce alle sue origini in quanto “filosofia del fuoco”. Tale ambivalenza non può essere sottovalutata, perché costituisce il corpo stesso del pessimismo – segnandone la differenza tanto dalle filosofie del Divenire, quanto da quelle dell’Essere. Soffermiamoci sulla fiamma, volgendoci al crepitio delle parole di uno dei più grandi precursori della dottrina. A proposito del divenire, Eraclito ci rammenta che: «Questo ordinamento del mondo […] né uno degli dèi né degli uomini lo fece, ma sempre era e sempre sarà: fuoco sempre vivo, che in misura si accende e in misura si spegne». Si tratta della proposizione fondamentale del pessimismo: afferma, di fatto, l’eternità dell’universo, la sua spontaneità e autonomia, ponendo l’accento sulla carica distruttiva del divenire – riconducendoci al cuore della questione. Nel commentare questo celebre passaggio eracliteo Giuseppe Rensi annotò nei suoi Frammenti:

“Il pessimismo radicale di Eraclito non emerge tanto da questo o quel pensiero […] quanto dalla sua concezione fondamentale: il Fuoco [un] flusso in cui tutto è perennemente travolto e scompare […] Poiché ogni cosa perisce, trapassa, si muta: e mutarsi significa ancora perire, progressivamente perire […] pura attività di distruzione […] Il Distruttore dell’essere, la Nullificazione e il Nulla è Logos [ordine e ragione]”.

Quel che Rensi intende dire è che il fuoco eracliteo incarna l’impermanenza delle cose. Nella sua interpretazione “il Nulla” non è l’assenza di qualcosa (o il vuoto assoluto), ma l’atto stesso dello scomparire, “la Nullificazione”. Il nichilismo, anziché rappresentare un’alternativa o una risposta all’interrogazione pessimista, ne è il compimento e la sua logica prosecuzione. Questo perché il Nulla, l’annientamento in atto, non è altro che il divenire colto nella sua natura di costante scivolamento di ciò che è nel non-essere. Il pessimista si fonda su questo presupposto e non è realmente pessimista finché non si fa carico di pensare il divenire nel suo ciclo infinito da essere a non essere. Tracciando una linea di fuga verso il vuoto, ossia in direzione di un grado zero dell’annientamento (come fanno Schopenhauer con la sua “nolontà”, Mainländer con la “volontà di morte” e Zapffe e Ligotti con l’estinzione volontaria), il pessimista concede ancora qualcosa alla trascendenza – egli è, in fondo, ancora un ottimista. Un universo dal quale si potrebbe fuggire volontariamente e una volta per tutte sarebbe ancora ottimo – o, per lo meno, non il pessimum dei mondi. Figurarsi la vita in tutto il suo orrore, concepirne la reale insignificanza, costringe a riconoscere che essa potrebbe tornare sempre, ancora e ancora, sotto forme sempre nuove.

Rinunciare a soluzioni in “grande stile” come, appunto, l’estinzione della specie umana, è propedeutico all’aggravarsi di questa malattia che chiamiamo pessimismo – e, dunque, a un suo approfondimento speculativo.

Piuttosto che grattare ostinatamente alle porte della notte, situarsi dalla parte della verità significa gettarsi nelle fiamme e bruciare: «L’anima asciutta [è] la più sapiente e migliore», chiosa Eraclito, e si oppone all’anima umida di chi è attaccato alla vita e non ha accolto il fuoco del divenire in sé. Per questo motivo il pessimista è un moribondo divenuto autocosciente della propria condizione e il pessimismo è un fuoco che non scorre. Si tratterebbe, di fatto, dell’unica dottrina che possa davvero dirsi eterna, poiché fa dell’eternità non il suo traguardo (come la religione), ma il suo fulcro. In questa paradossale dottrina, il divenire entra in un rapporto di stridente ambivalenza con se stesso: da una parte esso è dinamismo infuocato, dall’altra ha tutte le caratteristiche della staticità, apparendo come immortale e immutabile. Il risultato di questa strana commistione è la totale assenza di di vie di fuga dalla carneficina: non vi è nessuna soluzione allo scorrere del tempo, nessun dio che faccia da garante al divenire. Questo è l’orizzonte lungo il quale il pessimista scorre lo sguardo, il suo milieu speculativo. Il pessimismo è il memento di chi ha visto e riporta ciò che ha visto, ma ciò che è testimoniato è sotto gli occhi di tutti: l’insignificanza degli esseri viventi, l’impermanenza delle cose e del mondo stesso, l’inconsistenza delle illusioni. Come precisa Sgalambro in La Conoscenza del Peggio: «Quella che siamo soliti chiamare “filosofia pessimistica” è la […] filosofia dei morenti. Sennonché non ci sono altri viventi che i morenti». Nel medesimo istante in cui viviamo, transitiamo perennemente e progressivamente al Nulla e siamo, in certa misura, già morti. Questa morte vivente, la “non-morte”, è la condizione in cui versa l’universo, e di essa il pessimismo – condotto al suo apice – fornisce il più tetro dei resoconti. Il mondo pessimo è come un’orrida tomba sospesa nel vuoto, gravida di creature oscene e paradossali che esso vomita in questo tritacarne che è il tempo.


Claudio Kulesko ha collaborato con la rivista Alphaville – Per un’ecosofia del futuro, e si occupa principalmente dell’opera di Deleuze e Guattari, di realismo speculativo, di filosofia delle scienze e pessimismo filosofico. È organizzatore e ideatore, assieme a Giuseppe Molica e Lorenzo Marsili, del Seminario Musica e Filosofia dell’università Roma Tre.