E se la Modernità occidentale fosse figlia del paganesimo (e non del cristianesimo)?


(Questo testo è tratto da “La Rivincita del Paganesimo”, di Riccardo Campa. Grazie a D editore per la gentile concessione)

di Riccardo Campa

La rivincita del paganesimo, di Riccardo Campa (D editore, 2014)

1. Due parole impronunciabili

Ci sono due parole che sono ormai divenute impronunciabili: eugenetica e superuomo. Sono i due pilastri, il mezzo e il fine, di un’annunciata – e forse già in corso – rivoluzione biopolitica che trova in Friedrich Nietzsche il suo principale profeta e teorico. Altro nome, quello di Nietzsche, che si esita a pronunciare nell’ambito del dibattito bioetico, nonostante la sua attualità e pertinenza. Il motivo della messa al bando di questi termini è noto e non necessita di troppe analisi: rievocano il nazismo. Ogni persona “benpensante” o interessata ad apparire “perbene”, per ragioni di carriera o di quieto vivere, si guarda bene dal pronunciare queste parole, se non per prendere le distanze dai concetti che esprimono, mostrando perlopiù indignazione, sconcerto, riprovazione – autentica o recitata.

Eppure, i concetti e le “cose” (i fenomeni, i processi) che stanno dietro questi due termini impronunciabili sono ancora una presenza ingombrante nella nostra vita culturale e sociale. Altrimenti non si spiegherebbe il fatto che sono stati prontamente sostituiti da altri termini non compromessi con l’avventura nazista. Non si parla più di eugenetica, ma di potenziamento umano (human enhancement). Non si parla più di superuomo, ma di transumano o postumano (transhuman, posthuman). Naturalmente, questo accade anche con altre parole, nella medesima condizione. Non pronunciamo più la parola “razza”, ma parliamo spesso e volentieri di “gruppo etnico”. Non esistono più le “guerre”, ma le “operazioni di polizia internazionale” (le nostre) e le “offensive terroristiche” (quelle dei nemici).

Non è per mera curiosità sociolinguistica che sollevo il problema. E nemmeno perché io tenga particolarmente al recupero di questi termini. La questione che mi preme è un’altra ed è di natura storiografica e genealogica: se questi termini sono autentiche mostruosità, tanto da essere ritenuti impronunciabili, perché li abbiamo prontamente sostituiti e non semplicemente obliterati, cancellati, dimenticati?


I germi della rivoluzione biopolitica sono nelle radici culturali pagane dell’Europa. Agli albori dell’età contemporanea, la componente pagana della cultura europea, dopo millenni di lotta incessante, ha preso il sopravvento sulla componente giudeo-cristiana.


Il termine “fonografo” è scomparso dall’uso, perché è scomparsa la “cosa” a cui si riferiva. Questo non è però vero per i nostri due termini. Dunque, il problema va spostato dal concetto alla cosa. Possiamo infatti chiederci: perché tali “cose” esistono ancora nella realtà e nei nostri discorsi, nonostante il tabù che le caratterizza? È questa la domanda a cui vogliamo dare risposta.

Vediamo allora di mettere in ordine le idee. Il legame dei due concetti con il nazionalsocialismo hitleriano è solo un accidente storico. Di eugenetica e superuomo – fino alla seconda guerra mondiale – hanno parlato i fascisti come i comunisti, i liberali come i democratici, gli atei come i cristiani. Ne hanno parlato tutti, perché il problema della “rivoluzione biopolitica” era (ed è) giunto a maturazione nella coscienza europea. I germi di questa rivoluzione – come mostreremo – sono nelle radici culturali pagane dell’Europa. Agli albori dell’età contemporanea, la componente pagana della cultura europea, dopo millenni di lotta incessante, ha preso il sopravvento sulla componente giudeo-cristiana (curiosamente, anche grazie al contributo di tanti intellettuali europei di origine ebraica). Una serie di eventi storici – l’Umanesimo, il Rinascimento, la rivoluzione scientifica, la rivoluzione industriale, le rivoluzioni politiche – hanno dato all’uomo gli strumenti etici e tecnici per decidere il proprio destino di specie, per prendere per mano la propria evoluzione, in misura che non trova precedenti nel passato. La ragione per cui il passo falso del nazismo non è ragione sufficiente per mettere da parte la rivoluzione biopolitica è che essa è il risultato finale di almeno tremila anni di storia dell’Occidente e non delle elezioni vinte dallo NSDAP nel 1933. La catastrofe della seconda guerra mondiale ha prodotto quella che sembra una pausa di riflessione, più che un cambio di rotta. Altro non poteva essere.

Vediamo allora di analizzare in dettaglio quella potente forza storica che, riemergendo inesorabilmente, ci spinge con forza crescente in direzione di una rivoluzione biopolitica.

2. Atene e Gerusalemme

La cultura europea si è retta per secoli e continua a reggersi prevalentemente su due gambe, due tradizioni, due radici culturali: quella greco-romana e quella giudeo-cristiana. Per dirla con le parole di Tertulliano, alla base della cultura europea ci sono: «Atene e Gerusalemme, l’Accademia e la Chiesa» – le quali, sempre secondo il Padre della Chiesa, non avrebbero molto in comune. Punto su cui concordava l’avversario Celso, per il quale la filosofia pagana era «la ragione», mentre la fede cristiana era la «negazione della ragione». Dunque, la nostra cultura sarebbe affetta da un sorta di schizofrenia congenita.

Nonostante i ripetuti tentativi di conciliazione, resta innegabile che i conflitti tra queste due visioni del mondo sono stati continui e laceranti. Luciano Pellicani rileva infatti che «la tradizione religiosa giudaica e la tradizione filosofica greca sono quanto di più antinomico si possa immaginare, essendo la prima interamente dominata dalla fede e dal dogma e la seconda altrettanto interamente dominata – quanto meno nelle sue punte più alte – dalla ragione e dal libero esame».

Il conflitto si palesò sin dal primo momento in cui le due tradizioni vennero a contatto. Sempre Pellicani ricorda che «il cristiano Tertulliano e il pagano Celso convenivano su un punto: che nel seno dell’Impero era in atto una vera e propria guerra culturale fra Atene e Gerusalemme. Ed entrambi erano fermamente convinti che la conciliazione fra la filosofia greca e la religione cristiana era impensabile, poiché le verità dell’una non potevano non apparire follie per l’altra; e viceversa».


I due diversi ed antitetici approcci alla spiritualità, alla politica e alla conoscenza che hanno caratterizzato l’epoca antica sono ancora alla base dei diversi modi di pensare e agire che confliggono nell’epoca contemporanea.


Nelle Sacre Scritture – tanto nell’Antico quanto nel Nuovo Testamento – si prescinde infatti completamente dall’argomentazione razionale, elemento centrale del metodo scientifico elaborato dai Greci. Ma le antinomie non riguardano solo l’approccio alla conoscenza. Nelle due tradizioni si notano profonde differenze nei tre ordini fondamentali della vita sociale e culturale: l’ordine mitico-religioso, l’ordine etico-politico, l’ordine tecnico-scientifico. Detto in una formula: oltre ad essere fedele alla ragione, la tradizione greco-romana è anche “fedele alla Terra”, mentre la tradizione giudeo-cristiana sembra piuttosto “fedele al Cielo”. Le scelte nei tre ordini riflettono, in varia misura, anche questa filosofia di fondo.

Ed ecco l’ipotesi centrale di questo scritto: i due diversi ed antitetici approcci alla spiritualità, alla politica e alla conoscenza che hanno caratterizzato l’epoca antica sono ancora alla base dei diversi modi di pensare e agire che confliggono nell’epoca contemporanea, anche se di ciò non siamo sempre del tutto consapevoli. In particolar modo, questa pressione del passato ci pare evidente in relazione allo sviluppo delle scienze biomediche e del correlato dibattito bioetico.

Oggi la Chiesa cattolica e i partiti conservatori insistono sul fatto che le radici dell’Europa sono cristiane. Insistono anche ossessivamente sul fatto che c’è un’unica bioetica “vera” ed è quella cristiana. Detta bioetica proibisce o limita fortemente un numero elevato di pratiche biomediche (aborto, eutanasia, eugenetica, procreazione artificiale, fecondazione eterologa, terapie geniche, cure con staminali embrionali, modifica della linea germinale, ecc.). Ma, allora, come si spiega la rivoluzione biopolitica in atto? Se è in atto una rivoluzione, è plausibile che ci sia un’altra irresistibile forza etica e spirituale che spinge in quella direzione.

Naturalmente i cristiani respingono questa tesi, ritenendo di avere il monopolio della spiritualità. Sostengono infatti che è Mammona, l’interesse, il denaro a spingere in quella direzione. Ma che si tratti di una lettura parziale e di comodo è piuttosto evidente. Anche l’aspetto “commerciale” esige una spiegazione. Perché ci sono tanti acquirenti di soluzioni biomediche? Perché si vogliono figli sani e non malati? Perché si vuole rallentare il proprio invecchiamento? Perché si affrontano con mezzi tecnici le malattie e le menomazioni? Perché si usano rimedi farmacologici per agire sulla propria psiche? Perché si cerca di migliorare innanzitutto questo mondo, la propria esistenza terrena, il proprio corpo, e si guarda con timore alla morte?

«Perché tutto questo è in vendita»: non è una risposta soddisfacente. Ci sono migliaia di prodotti che sono stati proposti sul mercato e poi ritirati perché non hanno suscitato sufficiente interesse.

Qualcuno risponde semplicemente: perché è il buon senso che ci dice che è preferibile essere sani, intelligenti, belli, forti, giovani e longevi, piuttosto che malati, stupidi, brutti, deboli, vecchi e moribondi. C’è qualcosa di vero in questo. Ma nemmeno questa è una risposta completa. Se la tradizione mistica giudeo-cristiana, che qualcuno vorrebbe egemonica in Europa e America, ci trasmette un messaggio del tutto diverso – volto a rivalutare la sofferenza e la carità in vista di un premio post mortem – donde deriva questo buon senso terrestre, questa etica alternativa?

Basta scavare ancora più indietro nella tradizione occidentale e si scopre che le radici della rivoluzione biopolitica sono proprio nel paganesimo europeo. Una tradizione millenaria che il cristianesimo ha inizialmente cercato di estirpare e, poi, nel Basso Medioevo e nel Rinascimento, di riassorbire parzialmente, nella speranza di poterne trarre qualche frutto. Sennonché, nella Modernità, la tradizione pagana è sfuggita del tutto al controllo della Chiesa ed è riemersa prepotentemente, diventando di nuovo egemonica. Se non nelle forme, almeno nei contenuti più profondi e autentici.

Dunque, la rivoluzione biopolitica (laica) e la reazione bioetica (cattolica) traggono linfa vitale da radici antiche. La forza spirituale che spinge e sostiene lo sviluppo biomedico e biotecnologico mantiene un legame ontogenetico privilegiato con il paganesimo, mentre la forza spirituale che si oppone al processo con gli strumenti della bioetica si rapporta alla tradizione giudaica. Ma si badi che il Cristianesimo odierno rappresenta addirittura una radicalizzazione della visione giudaica, giacché le altre due religioni monoteistiche che si innestano sullo stesso ceppo culturale – Ebraismo e Islam – sono in realtà più aperte e possibiliste nei confronti della biomedicina, rispetto al culto fondato da San Paolo. E ciò accade anche per via della ellenizzazione di queste tradizioni, della vittoria del partito erodiano sul partito zelota.

Mettiamo in chiaro che non è nostra intenzione svalutare in toto la cultura giudeo-cristiana, in rapporto a quella greco-romana. In altri ambiti della cultura, in particolare nell’etica dei rapporti interpersonali, si sono registrati contributi importanti e originali nell’ambito delle culture semitiche monoteistiche. Né qui si vuole in qualche modo associare troppo strettamente la “cultura” alla “razza” (o all’etnia). Questo è improponibile, ma non perché violerebbe la regola del “politicamente corretto”. La scienza cerca e afferma la verità, non le affermazioni politicamente corrette (altrimenti dovremmo dare ragione al Cardinale Bellarmino nella disputa con Galileo). La questione è che una simile associazione si scontra con dati empirici che non possono essere ignorati. Il numero di scienziati e filosofi di origine ebraica che hanno prodotto scoperte e teorie scientifiche di prim’ordine, soprattutto negli ultimi due secoli, è elevatissimo. E questi risultati non possono essere messi in relazione diretta e inequivocabile né alla religione (dato che Marx, Einstein, Freud, Durkheim, ecc., erano apostati), né alla genetica. La scienza viene fondata nell’Antichità dai Greci, che sono un popolo di origine indoeuropea, sviluppata nel Medioevo da Arabi e Cinesi, rivitalizzata in età moderna dagli Europei delle diverse nazioni, nonché arricchita da numerosi e preziosi contributi di scienziati di origine ebraica in età contemporanea. La genetica sembra dunque giocare un ruolo non decisivo, anche se future ricerche biologiche potranno dirci di più su questo argomento.

Il discorso che stiamo facendo in rapporto alla genesi della scienza e dell’etica del potenziamento umano è dunque più sottile e filosofico. Ci sono idee sorte migliaia di anni fa in seno alla cultura europea pagana che portano in una precisa direzione e idee sorte migliaia di anni fa in seno alla cultura mediorientale monoteistica che portano in un’altra direzione. Questi “memi” circolano liberamente nella cultura odierna. Perciò, può accadere benissimo che, oggi, interiorizzi la visione etica di origine giudaica chi ha un “pedigree” perfettamente indoeuropeo o caucasico; o, viceversa, che intellettuali con ascendenti ebraici pensino in modo assolutamente “greco”.

Per sostenere la nostra tesi faremo riferimento, seppur in modo necessariamente sommario e non sistematico, a mitologie, dottrine politiche e scoperte scientifiche di quelle civiltà antiche, mettendole in relazione con la situazione presente. Siamo consci del fatto che le civiltà millenarie sono fenomeni storico-sociali di una complessità inaudita e, perciò, ogni tentativo di coglierne lo “spirito” complessivo potrebbe apparire un’ingenuità. All’interno di una stessa società, nel corso della storia, cambiano i costumi, le regole etiche, le conoscenze, le istituzioni, la lingua, la cultura. Faremo dunque attenzione a distinguere i periodi. Ma, persino nello stesso periodo storico e nella stessa comunità, vi sono individui e gruppi che hanno idee e stili di vita diversi e spesso in contrasto. D’altronde, chi critica questi tentativi di cogliere sommariamente lo spirito di un popolo, di una civiltà, di un’era, di un periodo, molto spesso non si fa scrupolo di parlare dei «valori universali dell’uomo», il che significa – se ben ci si pensa – avere la pretesa di cogliere lo spirito complessivo di tutti i popoli, di tutte le civiltà, di tutte le ere, di tutti i periodi. Il nostro obiettivo, seppur similmente improbo, è tutto sommato più modesto.

3. L’ordine mitico-religioso: la divinità della tecnica

Per farsi un’idea degli orizzonti valoriali e normativi della civiltà greca antica, risultano fonti preziose i miti, non meno delle opere filosofiche e scientifiche. I miti greci insistono molto sul tema della tecnica, in particolare quella siderurgica e meccanica. Insistono sulla divinità della tecnica. Ma non lo fanno in modo ingenuo. Entra nel discorso, infatti, anche l’ambivalenza morale dell’invenzione, ovvero, l’argomento della tecnologia come arma a doppio taglio, dove una lama è benefica perché rivolta verso i nemici dell’uomo e la seconda malefica perché rivolta verso l’uomo stesso. Questo per dire che i moderati, quelli che salomonicamente resuscitano l’argomento dei pro e dei contro della tecnica nelle dispute tra tecnofili e tecnofobi, saranno anche saggi, ma di certo non sono originali.

Sulla questione della tecnica, appare fonte di basilare importanza innanzitutto il mito di Prometeo. Ci ricorda infatti Umberto Galimberti che «la tecnica si salda, fin dalle sue origini, con la volontà di potenza, e il sapere che dalla tecnica scaturisce è sapere che può. Il detto baconiano scientia est potentia è iscritto nella natura stessa del sapere tecnico, e la cosa non sfugge a Zeus che per questo incatena Prometeo».

3.1. Prometeo, il padre nostro

Prometeo è una figura che si distingue dalle altre divinità del mondo classico per avere instaurato un rapporto privilegiato con l’uomo. Si tratta di un personaggio antichissimo, anteriore a Zeus e agli dèi olimpici. Questo non stupisce, dal momento che la nascita delle tecniche precede quella delle religioni. Prometeo intrattiene un rapporto speciale con gli uomini, perché ne è creatore, maestro e protettore. È figlio della ninfa Climene e fratello di Epimeteo, Atlante e Menezio. Meno certa la paternità, attribuita da alcuni al Titano Giapeto e da altri al Titano Eurimedonte.

Il mito di Prometeo è piuttosto noto. Quando Zeus si ribella a Crono e inizia la guerra contro i titani, Prometeo si schiera con gli dèi dell’Olimpo e ne favorisce la vittoria. I rapporti con Zeus rimangono però sempre tesi per due ragioni: innanzitutto perché Prometeo dimostra un’intelligenza superiore ad ogni altro dio e quindi suscita i timori e le gelosie dello stesso Zeus; in secondo luogo perché Prometeo difende strenuamente gli interessi degli uomini contro quelli di Zeus. Come accennato, sarebbe stato lo stesso Prometeo a creare l’uomo, plasmandolo con l’argilla. E, dopo il fallimento del fratello Epimeteo nel distribuire le facoltà, avrebbe insegnato al genere umano anche l’arte del vivere civile ed i segreti della tecnologia – sebbene tali conoscenze siano in realtà di seconda mano, dovendo essere ricondotte in primis ad una dea: Atena. Tra l’altro, Atena compartecipa alla creazione, immettendo la coscienza nei corpi creati da Prometeo.

Così Graves si esprime sul titano: «Prometeo era… il più intelligente della sua razza; aveva assistito alla nascita di Atena dalla testa di Zeus e la dea stessa gli insegnò l’architettura, l’astronomia, la matematica, la medicina, l’arte di lavorare i metalli, l’arte della navigazione e altre utilissime, che egli a sua volta insegnò ai mortali».

Nella lotta tra gli uomini e gli dèi, Prometeo è sempre dalla parte delle sue creature. Quando Zeus decide di sterminare la razza umana con i suoi fulmini, è Prometeo che lo induce a cambiare idea. Quando Zeus provoca il diluvio universale, Prometeo non può impedirlo, ma riesce almeno ad avvertire Deucalione che si mette in salvo garantendo la prosecuzione del genere umano. Ancora una volta, è il tentativo di favorire gli uomini che mette Prometeo nei guai. Dovendosi stabilire quale parte di un bue sacrificato tocchi agli uomini e quale agli dèi, Prometeo cerca di ingannare Zeus dando al dio le ossa e ai mortali la carne.

Per punizione Zeus nega agli uomini il fuoco, obbligandoli così a mangiare carne cruda. Ma Prometeo ruba il fuoco dall’Olimpo e ne fa dono alle sue creature. Sempre più adirato, Zeus si vendica mandando la donna fra gli uomini (Pandora, la prima donna, reca con se un vaso contenente tutte le disgrazie del genere umano) e incatenando Prometeo al Caucaso. Non contento gli incita contro un’aquila che gli divora il fegato. Prometeo è immortale e quindi il fegato divorato di giorno gli ricresce in eguale misura di notte. La condanna doveva essere per l’eternità, ma Ercole, l’uomo che diventa dio in virtù delle famose fatiche, corre in aiuto del dio più vicino all’uomo e uccide l’aquila. Infine, il centauro Chirone decide di espiare le colpe del titano rinunciando all’immortalità per sottrarsi alle sofferenze provocate da una dolorosa ed inguaribile ferita infertagli da Ercole, e Zeus accetta di liberare Prometeo. Secondo un’altra versione, sulla decisione di Zeus influisce la capitolazione di Epimeteo, il quale accetta in sposa la bella ma stolta Pandora.

Numerose interpretazioni di questo mito sono state proposte dagli specialisti di cultura classica e non intendiamo addentrarci in una dettagliata discussione delle stesse. Ci limiteremo alle idee su cui c’è ampio accordo.


Il mito contiene una valutazione positiva delle tecniche, ma anche la consapevolezza che esse sono invise alla natura deificata, dal momento che danno troppo potere agli uomini, facendoli diventare insidiosi.


Zeus, dio del Cielo e della luce, garante del destino del mondo, rappresenta in forma mitica le forze della natura, in particolar modo la natura celeste – con le sue piogge e i suoi fulmini, con i suoi giorni e le sue notti, con le stelle fisse e i suoi moti planetari – che l’uomo può solo subire o osservare, ma non cambiare. Prometeo rappresenta invece la forza dell’intelligenza, dell’invenzione, della precognizione, di cui anche l’uomo è partecipe. La lotta tra Zeus e Prometeo può anche essere letta come una rappresentazione mitica dell’eterno tentativo dell’uomo di sottrarsi, per mezzo della scienza e della tecnica, alle minacce e alle limitazioni di una natura spesso ostile o comunque disinteressata alle sorti dell’uomo. In altre parole, era chiaro ai creatori di questo mito che la scienza e la tecnica sono ciò di quanto più vicino all’uomo (e quindi di “umano”) vi possa essere. Anzi, in questo mito greco, come nei lavori scientifici dei moderni paleoantropologi, la tecnica è trattata come l’essenza stessa dell’uomo. Si inizia a parlare di “homo” (homo habilis) quando appare la prima rudimentale pietra scheggiata, il primo strumento tecnico.

Dunque, il mito contiene una valutazione positiva delle tecniche, ma anche la consapevolezza che esse sono invise alla natura deificata, dal momento che danno troppo potere agli uomini, facendoli diventare insidiosi. C’è un ordine stabilito, un destino, di cui il dio supremo, Zeus, è garante. Secondo questo ordine, gli uomini sono dèi imperfetti: hanno la coscienza al pari degli dèi olimpici, ma non l’immortalità. Per questo, a differenza degli dèi, mancano anche della felicità, della beatitudine. Chi cerca di rompere l’ordine, che sia uomo, titano o dio, viene punito dal Dio del Cielo. Per fare solo un esempio, Asclepio, dio della medicina, quando inizia a resuscitare i morti viene fulminato da Zeus. Nella mentalità greca, la tecnica è dunque un’arma il cui uso è tanto necessario quanto rischioso. L’uomo la usa, portando la sua sfida al Cielo, ma correndo il rischio di essere punito.

Si notano certe somiglianze tra questi racconti mitici e quelli biblici. Zeus (deus, dio) che si adira e punisce gli uomini con il diluvio universale, Atena che – come il serpente – aiuta gli uomini ad acquisire la coscienza. Gli uomini che conquistano l’immortalità, per l’intervento di Asclepio, e poi la perdono. E si notano anche similitudini con il cristianesimo. Bacco, figlio di Dio, trasfigurato in agnello o capretto da Ermete, trasforma l’acqua in vino (come la vite, del resto), viaggia in Egitto, afferma il suo culto in tutto il mondo e, dopo la morte, ascende in Cielo, e siede alla destra del Padre.

Ciò non stupisce. I culti religiosi e i miti non sono inventati di sana pianta, ma sono in certa misura interpretazioni e rappresentazioni di una realtà percepita. Di qui le similitudini. Il Dio Padre è il Cielo in Europa, come in Cina, come nelle civiltà precolombiane in America. E suo figlio è il Sole, la cui nascita è celebrata un po’ ovunque il 25 dicembre, il solstizio d’inverno, ovvero dal momento in cui la giornata inizia a crescere. E in molte religioni la vittoria della vita sulla morte, della luce sulle tenebre, è festeggiata in marzo, all’inizio della primavera, in occasione dell’equinozio, quando il giorno pareggia la lunghezza della notte e poi la supera, e quando la natura inizia a fiorire. Allo stesso modo, in molte civiltà, la Dea Madre è la Terra, fecondata dal Cielo (con le sue piogge) o incendiata dal Cielo (con i suoi fulmini), sempre mutevole, ma fertile e produttrice di vita.

Eppure, una differenza fondamentale tra i miti greci (europei) e giudaici (asiatici) c’è. Nel mito greco la realtà appare più fluida. L’universo sembra essere in eterno divenire. La lotta tra le diverse “comunità di esseri” che popolano il cosmo – titani, dèi, semidèi, giganti, ciclopi, uomini, animali, ecc. – si presenta come una situazione naturale (e non come un peccato, un abominio). È normale che ci si sfidi a vicenda per conquistare una posizione di dominio nel cosmo. Il che significa che tra i creatori e le creature non c’è veramente una gerarchia prestabilita ed eterna. Le creature possono ribellarsi ai creatori e prendere il loro posto, se solo hanno volontà e forza sufficiente. Non ci si può sentire in colpa per aver lanciato una sfida ai creatori, né si può pensare che la sfida sia persa in partenza. Semmai ci si può vergognare per una sconfitta.

Ci sono diversi miti della creazione nella tradizione pre-ellenica ed ellenica, dal mito pelasgico al mito omerico, dal mito olimpico ai miti filosofici, ma hanno tutti in comune questa fluidità. Non c’è semplicemente un Dio increato ed eterno che pone in essere il Creato e lo domina, come nella tradizione giudaica. Chi crea non necessariamente domina, chi domina può essere scalzato dal suo regno.

Per fare un esempio, nella Teogonia di Esiodo – una fonte fondamentale della mitografia risalente al 700 a.C. – e nelle successive rielaborazioni, emerge un quadro di eterno divenire. Inizialmente regnano le Tenebre, quindi emerge il Caos, e dalla loro unione l’Erebo, la Notte, il Giorno, e l’Etere. Dall’unione di questi fratelli nasce una serie lunghissima di “divinità”. Tra queste: Madre Terra, il Cielo e il Mare. Da ulteriori unioni tra fratelli o tra figli e genitori nascono anche i giganti e i titani. La questione fondamentale è che queste entità sono in lotta. «Urano (il Cielo stellato, nda) generò i titani dalla Madre Terra dopo aver cacciato i ciclopi, suoi figli ribelli, nel remoto Tartaro, un sinistro luogo che dista dalla terra quanto la terra dista dal cielo (…). Per vendicarsi, la Madre Terra indusse i titani ad assalire il padre loro; e così essi fecero, guidati da Crono, il più giovane dei sette che si era armato di un falcetto di selce. Colsero Urano nel sonno e Crono spietatamente lo castrò col falcetto…». Ecco allora che Crono, il dio del tempo, assume il dominio dell’universo dopo avere detronizzato Urano, il Cielo, che a sua volta aveva preso il comando laddove prima regnavano il Caos e le Tenebre. Ma anche Crono è destinato ad essere detronizzato. Stavolta sono gli dèi, guidati da Zeus, figlio di Crono, a portare l’assalto. Ancora una volta le creature, i figli, si ribellano ai creatori, i padri. E vincono.

Dopo dieci anni di guerra i titani sono sconfitti. Da notare, tra l’altro, che a guidare i titani non è più Crono, ma Atlante, più giovane e aitante. Anche gli esseri divini invecchiano? Alla fine Zeus stabilisce il suo regno. Ma possiamo dire davvero che questo ordine sarà eterno? Lo stesso Zeus – per quanto potente – è una creatura, non un creatore increato. Tra l’altro deve il suo potere ai ciclopi (i fabbri ferrai) che gli hanno dato la folgore.

Il corollario della religiosità pagana è che gli uomini hanno il diritto di portare una sfida agli dèi. Se tutto è sacro, nulla è sacro. Così come gli dèi hanno scalzato i titani, gli uomini possono benissimo sconfiggere gli dèi e prendere il loro posto. Non a caso Eracle riesce a ferire in battaglia Ares, dio della guerra. Una situazione simile è impensabile nelle tre religioni monoteistiche. In esse, un uomo, per quando valoroso, non potrebbe mai ferire in battaglia e mettere in fuga Dio, Yahweh, Allah. Dio è troppo distante dall’uomo nella scala gerarchica e la scala gerarchica è troppo rigida, perché una “rivoluzione” possa avere successo. L’idea stessa di rivoluzione è pagana, europea. Nella cultura asiatica, Dio è distante dall’uomo, come l’imperatore dai sudditi. Nella cultura europea invece il capo è sovente un primus inter pares. Un guerriero tra guerrieri di pari valore. Il pilastro dell’etica pagana non è dunque il senso di colpa per avere violato un limite invalicabile, una regola supposta eterna, ma il senso della vergogna che interviene in caso di sconfitta o di comportamento codardo.


Se i nostri antenati paleolitici avessero applicato il principio di precauzione oggi tanto invocato dagli ambientalisti radicali, per cui non si dovrebbe adottare una tecnologia se non è provato con certezza assoluta che non può provocherà alcun danno, oggi non avremmo il fuoco.


Ma torniamo a Prometeo. È interessante notare che a Prometeo è attribuita una storia d’amore con Atena. È Zeus stesso a mettere in giro la voce che Prometeo si è incontrato nel Caucaso con la dea sacra ad Atene, ma secondo alcuni lo ha fatto soltanto per coprire il suo vergognoso desiderio di vendetta. Così, Graves sulla questione: «Gli Ateniesi vollero negare a tutti i costi che la loro dea avesse avuto Prometeo come amante, e in quella città egli fu dunque identificato con Efesto, un altro dio del fuoco e inventore…». Per gli Ateniesi la questione era importante perché la verginità di Atena simboleggiava l’inespugnabilità della città. È, però, evidente che ai Greci veniva piuttosto spontaneo stabilire un legame tra la ragione scientifica e le arti pratiche.

Venendo al fuoco, è evidente che si tratta di una tecnica rivoluzionaria, tanto utile quanto pericolosa. Non è solo la tecnica che banalmente scalda i cibi, rendendoli più appetibili, o l’ambiente nei giorni invernali. È la tecnologia alla base della lavorazione dei metalli e pertanto della costruzione delle armi di rame, bronzo e ferro. Milioni di persone sono morte trafitte da una lancia o da una spada forgiata con il fuoco. Inoltre, il fuoco è una tecnologia che, anche con le migliori intenzioni, se sfugge accidentalmente dal controllo umano, può bruciare intere città o foreste. Dai tempi del Paleolitico, questo è successo innumerevoli volte, provocando disastri ambientali e stragi. Insomma, se i nostri antenati paleolitici avessero applicato il principio di precauzione oggi tanto invocato dagli ambientalisti radicali, per cui non si dovrebbe adottare una tecnologia se non è provato con certezza assoluta che non può provocherà alcun danno, oggi non avremmo il fuoco. Il che significa che oggi non esisterebbe l’homo sapiens. Perché questo essere è com’è, anche grazie al fuoco. È una scimmia nuda, senza pelo, perché scalda gli ambienti con il fuoco. Ha il cervello di certe dimensioni, perché le mandibole si sono ridotte non essendo più costrette a masticare carni e vegetali crudi. Probabilmente, anche il linguaggio si è potuto sviluppare grazie alla trasformazione della mandibola, riconducibile alla conquista del fuoco. In definitiva, gli ecologisti radicali non potrebbero essere qui ora a parlare, se il loro principio fosse stato applicato in passato.

Di tutto questo i Greci non erano probabilmente consapevoli. Lo sappiamo noi oggi grazie alla teoria darwiniana. Tuttavia, quest’ultima non rende desueta la prospettiva dei Greci. Essi, pur riconoscendo i pericoli che si annidano in ogni tecnica e in particolare in quella rivoluzionaria del fuoco, non negano la dimensione umana della tecnica. Attribuendo a Prometeo la qualifica di creatore dell’uomo, sembra quasi che avessero intuito che siamo come siamo grazie alle tecniche (ma affermare questo sarebbe un deliberato anacronismo).

I pagani mostrano una grande consapevolezza meta-tecnica quando mettono in luce l’ambivalenza non solo della tecnica in sé, ma anche dell’atteggiamento umano nei confronti della tecnica, personificata nel loro creatore e protettore Prometeo. Dopo avere ottenuto soltanto benefici dal titano, non esitano a denunciarlo a Giove per sottrarsi alla punizione. Il “vile” tradimento della tecnica è un atteggiamento che possiamo notare anche nella società odierna. Ogni giorno gli esseri umani si lamentano e denigrano oggetti tecnologici di cui non vorrebbero o non potrebbero fare a meno.

L’eredità culturale del mito di Prometeo non può essere sottovalutata. Il mito viene richiamato ogni qual volta entra nella storia una tecnologia rivoluzionaria. In particolare quelle legate al controllo e all’uso dell’energia. Ci limitiamo a qualche esempio. La magistrale biografia di Robert Oppenheimer, co-inventore della bomba atomica, firmata da Kai Bird e Martin J. Sherwin, inizia non a caso con le parole di Apollodoro d’Atene, scritte nel II secolo a.C.: «Prometeo donò il fuoco agli uomini di nascosto da Zeus. Quando lo venne a sapere, Zeus ordinò a Efesto di inchiodare il corpo di Prometeo sul Caucaso, che è un monte della Scizia. Per molti anni Prometeo rimase inchiodato al monte e ogni giorno un’aquila volava a divorargli i lobi del fegato, che ricrescevano durante la notte». Il parallelo venne spontaneo, anche perché Oppenheimer fu divorato dai sensi di colpa, oltre che dal cancro, e la sua reticenza a lavorare sulla bomba a idrogeno gli procurò non pochi problemi nel mondo politico e militare. Perciò i due biografi spingono l’analogia fino in fondo: «come Prometeo, il dio greco ribelle che rubò il fuoco a Zeus e lo diede all’umanità, Oppenheimer rese disponibile il fuoco atomico. Ma poi, quando provò a controllarlo, quando cercò di avvertire dei suoi terribili pericoli, i potenti (come Zeus) si sollevarono con rabbia per punirlo».

Analogamente, lo scienziato Tullio Regge, grande sostenitore dell’energia nucleare, per il suo libro sui problemi energetici, non poteva trovare titolo più azzeccato de: Gli eredi di Prometeo: L’energia nel futuro. Inoltre, la NASA ha denominato “Prometheus” il progetto volto a mandare nel cosmo veicoli a propulsione elettrica alimentati da un reattore a fissione nucleare. Lo Jupiter Icy Moons Orbiter (JIMO) è stato progettato per raggiungere le tre lune di Giove, Callisto, Ganimede ed Europa, sotto la cui crosta ghiacciata la sonda Galileo ha rilevato la presenza di oceani. Gli scienziati della NASA hanno riproposto l’analogia mitica: «Prometeo ci ha donato il fuoco. Il progetto Prometheus ci darà la capacità di rispondere ad alcune delle domande più affascinanti: c’è vita nel sistema solare? Com’è stato creato il sistema solare, e qual è il suo futuro?». In altre parole, quando si parla di nucleare – che siano bombe, centrali o propulsori – viene spontaneo pensare al titano della mitologia greca.

Questi riferimenti simbolici testimoniano tutta l’attualità del mito greco. Anche le tecnologie nucleari sono armi a doppio taglio: possono consentirci di produrre energia e quindi vita, ma anche di distruggere tutte le forme di vita su questo pianeta. Molti umani tendono a vedere solo il secondo aspetto. Inoltre, poiché gli umani hanno una sorta di istinto che li porta a generalizzare, a fare di ogni caso una legge generale, essi levano la loro condanna non contro certi usi della tecnica, ma contro tutta la tecnica, contro Prometeo stesso, chiedendo aiuto al Cielo, a Zeus. Sennonché Zeus non potrebbe fare altro che intervenire contro di noi, perché noi siamo la tecnica, noi siamo Prometeo. In altre parole, la denuncia umana della tecnica ha una dimensione schizofrenica, di cui i Greci antichi sembravano essere consapevoli.

Si badi, tuttavia, che ai fini della nostra ricerca non è questo l’aspetto più interessante del mito. Si tenga piuttosto a mente il canovaccio base del mito: i Greci hanno divinizzato la tecnica in Prometeo ed hanno attribuito al dio della tecnica la creazione dell’uomo.

3.2. Dedalo, l’uomo potenziato

Il biologo britannico John S. Haldane, noto soprattutto per l’invenzione della maschera antigas, è convinto che «l’interesse sentimentale attribuito a Prometeo abbia ingiustamente distratto la nostra attenzione dalla figura molto più interessante di Dedalo». Lo scrive nel 1923, in quello che da molti è considerato un manifesto del transumanesimo. Qui, Haldane presenta la scienza come «la libera attività delle facoltà divine dell’uomo della ragione e dell’immaginazione» e profetizza la separazione dell’attività sessuale da quella riproduttiva, grazie all’ectogenesi, ossia allo sviluppo di feti umani in uteri artificiali. Nessuno meglio di Dedalo può simboleggiare la pulsione dell’uomo a potenziarsi, a superare se stesso, a varcare la soglia dei propri limiti biologici.

Dedalo era un fabbro, un artefice, dunque un ingegnere dell’era pre-scientifica. Sappiamo che di ogni mito esistono diverse versioni e che le discrepanze cronologiche e genealogiche sono la regola, piuttosto che l’eccezione. Robert Graves sottolinea però che tutti i miti concordano nell’attribuire a Dedalo l’appartenenza alla famiglia reale ateniese e la discendenza da Eretteo. La notizia è interessante, perché in genere i lavori manuali non erano tenuti in gran conto nella società greca e gli aristocratici si dedicavano piuttosto alla politica, alla filosofia, alla guerra. Sempre secondo Graves, Dedalo è una figura mitica che coincide con Efesto, il dio della metallurgia, e anche con Talo, il figlio Icaro, e il dio latino Vulcano. Sono tutte identità mitiche e religiose dell’ingegneria, della tecnica, del genio meccanico. Ça va sans dire che nella Bibbia non viene posta un’enfasi paragonabile su queste forme di conoscenza ed attività, né tantomeno vengono divinizzate. Quindi, anche in relazione alla figura di Dedalo, l’attenzione deve andare innanzitutto al fatto che, nel paganesimo greco-romano, la tecnologia appartiene al sacro.

Vediamo una ad una le invenzioni attribuite a Dedalo e il giudizio morale, implicito o esplicito, che le accompagna. Dedalo deve la sua buona reputazione all’arte della metallurgia che apprende direttamente da Atena, dea della guerra ma anche della ragione (e di conseguenza della guerra ragionata, ben più efficace della guerra istintiva e violenta di Ares). Dunque, la metallurgia è un prodotto della ragione ed è un prodotto divino, perché consente di vincere le guerre. Le armi di rame spezzano i bastoni, ma cedono all’urto di quelle bronzo. Il più evoluto ferro le supera tutte. A nulla valgono l’ira e il valore, se il nemico ha armi tecnologicamente più avanzate e si organizza meglio sul piano tattico-strategico.


La tecnica crea costantemente nuovi problemi etici, perché rende possibile ciò che prima sembrava impossibile.


Oltre alla supremazia bellica, la tecnica garantisce il benessere. Talo, l’apprendista di Dedalo, è molto intelligente e già a dodici anni è superiore al maestro. Inventa vari strumenti di lavoro: la sega, la ruota da vasaio e il compasso per tracciare i cerchi. Diventa perciò famoso in tutta la città. Dedalo, che si attribuiva il merito delle scoperte, invidioso, lo uccide facendolo cadere dal tempio di Atena. Un primo atto immorale è dunque associato alla tecnologia. C’è un significato simbolico nascosto in questa storia? Viene subito da pensare alla lotta per il riconoscimento di cui ha parlato il sociologo Robert K. Merton nei suoi studi di sociologia della scienza. Poiché a scienziati e inventori non spetta altra ricompensa che la fama e il rispetto, la lotta per vedersi riconoscere la paternità di una scoperta è aspra e ai limiti della moralità. Ma, forse, c’è dell’altro. La giovinezza e la precocità di Talo potrebbero volere simboleggiare l’inarrestabile prolificità della tecnica, che impedisce all’inventore di sedere sugli allori. Per quanto geniale e utile possa essere un’invenzione, dietro l’angolo sta già spuntando una nuova invenzione capace di relegare nella storia quelle precedenti. La caduta dal tempio di Atena, il tempio della ragione, potrebbe anche significare che spingersi troppo in alto costituisce un pericolo. Tuttavia, questa interpretazione acquisterebbe un certo valore soltanto se avesse ragione Graves nell’identificare Dedalo, il fabbro, proprio con Talo, l’apprendista. In questo caso la sfida dell’inventore sarebbe sempre con se stesso, e spingendosi sul tetto del tempio della ragione finirebbe per cadere, uccidendosi.

A causa dell’omicidio, Dedalo è costretto a fuggire dalla città (o ne viene espulso, secondo altre versioni) e approda a Creta, dove il re Minosse lo accoglie a braccia aperte. Vediamo, allora, che la tecnica e il tecnico, nonostante tutto, conservano una reputazione positiva. Sapere è potere, come dirà poi Francesco Bacone, e quindi ogni re vuole avere gli uomini di genio dalla propria parte. Fino a un certo punto, però. Fino a che il gioco non inizia a sfuggire di mano.

La tecnica crea costantemente nuovi problemi etici, perché rende possibile ciò che prima sembrava impossibile. Dedalo costruisce infatti una macchina che permette a Pasifae di accoppiarsi con il toro bianco di Posidone e di generare un organismo ibrido: il Minotauro. L’inventore è costretto di nuovo alla fuga, inseguito da Minosse con tutta la flotta. L’ira di Minosse si comprende alla luce delle conseguenze politiche dell’invenzione. Possiamo chiederci, infatti, che senso ha inseguire Dedalo con tutta la flotta, finendo poi per perderla insieme alla propria vita. Tutto per una perversione erotica di Pasifae?

Azzardiamo un’interpretazione più audace. La legge che intende regolare la tecnica arriva sempre in ritardo, perché non si può legiferare su ciò che ancora non esiste. Perciò, se da un lato il potere politico si serve della tecnica e dei tecnici, da questi è continuamente insidiato nelle proprie ansie di egemonia e di controllo totale sulla vita dei sudditi o dei cittadini. Di fronte al potere della tecnica, il sovrano avverte tutta l’insicurezza del proprio potere. Egli ritiene infatti che la propria autorità sia fondata su un diritto naturale, ma la tecnica dimostra costantemente che il concetto di natura (e di naturale) è sfuggente. Essa è in grado di realizzare ciò che prima sembrava contronatura. E sembrava tale, perché impossibile. Ma una volta che si dimostra fisicamente possibile è ancora contronatura? Evidentemente no. La sfida della tecnica è dunque portata non soltanto alla morale “naturale”, che si disintegra, ma anche e soprattutto alla politica. La tecnica rappresenta un costante pericolo per ogni potere politico che pretenda di essere assoluto ed eterno.

La storia poi è ben nota. Con l’aiuto di Pasifae, Dedalo fugge prima dal labirinto in cui era stato rinchiuso. Quindi costruisce le famose ali, legando saldamente le penne più grandi con un intreccio, ma saldando le più piccole con la cera. Con lui c’è il figlio Icaro, concepito con una schiava di Minosse. Le raccomandazioni di Dedalo a non avvicinarsi troppo né al sole né all’acqua cadono nel vuoto. Icaro, preso dall’ebbrezza del volo e dalla nuova condizione sovrumana, si avvicina alla stella e il calore scioglie le ali facendolo precipitare. Siamo sempre nel caso della tecnologia come arma a doppio taglio. Da un lato essa libera l’uomo dalle sue catene fisico-biologiche e lo difende dalle insidie di altri uomini. Dall’altro, può condurlo all’autodistruzione, se l’uomo, preso dall’entusiasmo, non ne comprende bene i limiti e i pericoli. Si presti però attenzione anche all’avvertimento di Dedalo. Esso è indicativo del fatto che gli effetti collaterali negativi della tecnica sono prevedibili.

Qualcuno sostiene che Dedalo ha in realtà inventato le vele, innovando le arti della navigazione, prima basate sulla propulsione a remi. Quale che fosse l’invenzione, reale o fantastica, l’ingegnere riesce a mettersi in salvo grazie alle ali (e questo dimostra che chi usa la tecnica in modo corretto né trae vantaggi, piuttosto che svantaggi). Raggiunge prima Cuma, nei pressi di Napoli, e poi la Sicilia, dove ancora una volta viene accolto a braccia aperte. Qui, ospite di Cocalo, inizia a progettare e costruire edifici, e giocattoli per le figlie del re. Minosse, partito con tutta la flotta, riesce però a scovarlo con un tranello. Ha con sé una conchiglia di Tritone e promette una ricompensa a chiunque riesca ad attraversarla da capo a capo con un filo di lino. Cocalo, sfidato, passa il compito a Dedalo che risolve il problema in modo ingegnoso. Pratica un foro sulla punta della conchiglia, vi fa scivolare del miele, quindi lega un filo ad una formica, la quale seguendo la pista di miele si intrufola nelle spirali della conchiglia. Al filo sottile è legato un filo di lino, cosicché la richiesta di Minosse può essere infine soddisfatta. Naturalmente, il re di Creta aveva proposto l’enigmatico gioco soltanto al fine di scoprire il nascondiglio dell’odiato ingegnere.

Chiede a Cocalo di consegnargli Dedalo, ma questi – con l’aiuto delle figlie del re – capovolge la situazione a proprio favore. Mentre Minosse sta facendo un bagno tiepido, lo investe con un getto d’acqua (o di pece) bollente fatto giungere da un tubo appositamente sistemato nel tetto della stanza da bagno. Morto il re, la flotta cretese allo sbando viene facilmente sbaragliata dai Siciliani. Ancora una volta, dunque, l’intelligenza vince. Ma qual è la morale della storia? Intanto, l’enigma dimostra che l’intelligenza pratica è cosa rara. Questo rende gli inventori celebrati, ma anche vulnerabili. Alla fine, però, essi sono vincenti, perché coloro che beneficiano della tecnica sono riconoscenti ai propri benefattori e li aiutano nei momenti di pericolo. Così come Pasifae aiuta Dedalo a fuggire dal labirinto, le figlie di Cocalo lo aiutano ad uccidere Minosse. Sono tutti messaggi che conservano una certa attualità. Ma – lo ripetiamo – quello su cui deve soffermarsi la nostra attenzione è il ruolo che la tecnica riveste nella religione greca. Un ruolo che appare ancora più pregnante nella figura di Atena.

3.3. Atena e gli Illuminati

Abbiamo già visto che la mente di Atena partorisce la metallurgia, forse la più strategica delle tecniche, in quanto legata all’arte della guerra. Ma i Greci attribuiscono ad Atena tutte le più importanti scoperte dei primi passi della civilizzazione, quelli del salto dalle società nomadi dei cacciatori-raccoglitori alle società stanziali agricole. Come ricorda Graves, infatti, «Atena inventò il flauto, la tromba, il vaso di terracotta, l’aratro, il rastrello, il giogo per i buoi, la briglia per i cavalli, il cocchio e la nave. Fu la prima a insegnare la scienza dei numeri e tutte le arti femminili, come il cucinare, il filare, il tessere… [S]e si trova impegnata in guerra non perde mai una battaglia, sia pure contro lo stesso Ares, perché più esperta di lui nell’arte strategica; i capitani accorti si rivolgono sempre a lei per avere consiglio».

Atena è dunque l’intelligenza, sia pratica che astratta (la scienza dei numeri). Molti dèi, titani e giganti ambiscono a sposarla, ma lei finisce più nolente che volente nelle braccia di Efesto, il dio della metallurgia. L’amplesso è parziale – perché Atena deve conservarsi pura – ma il contatto è sufficiente per partorire un figlio, con l’aiuto di Madre Terra. Ecco i dettagli della storia. Durante la guerra troiana, Atena chiese ad Efesto di fabbricarle un’armatura. Efesto si assunse l’incarico per amore e rifiutò un corrispettivo in denaro. Posidone lo aveva ingannato, dicendogli che Atena andava alla sua officina perché intendeva unirsi a lui. Quando la dea arrivò, Efesto si gettò su di lei. Atena cercò di sottrarsi, ma Efesto eccitato eiaculò e lo sperma finì su una gamba della dea, poco sopra il ginocchio. Atena afferrò della lana, con essa si ripulì e poi la gettò a terra. Madre Terra rimase feconda e partorì un fanciullo con la coda di serpente al posto delle gambe, ma sapendo che Efesto intendeva fecondare Atena e non lei, si rifiutò di allevarlo. Atena decise quindi di prendersene cura e lo chiamo Erittonio. Lo allevò con molta cura, tanto che molti lo credettero veramente suo figlio. Erittonio diventò poi re di Atene, dove instaurò il culto di Atena (sua “quasi madre”), introdusse il carro trainato da quattro cavalli e insegnò ai concittadini l’arte di lavorare l’argento.

Secondo Graves, Erittonio era stato dal principio inteso come figlio di Efesto (la tecnica) e Atena (la ragione), due divinità che non potevano che sposarsi. Poi essendosi accorti della contraddizione, dato che Atena doveva diventare madre pur restando vergine (non è l’unica del resto), ingarbugliarono la faccenda fino alla versione finale del mito che abbiamo esposto. «Per gli Ateniesi la verginità della dea era simbolo dell’inespugnabilità di Atene stessa: modificarono dunque e alterarono i miti secondo i quali Posidone (…) e Borea (…) le usarono violenza, negando che Efesto l’avesse resa madre di Erittonio, Apollo e Licno (“lampada”). Fecero derivare il nome di Erittonio da erion (“lana”), oppure da eris (“contesa”) e chtonos (“terra”) e inventarono il mito della sua nascita per spiegare la presenza, in pitture arcaiche, di un fanciullo serpente che sbuca dall’egida della dea».

Nella realtà, il matrimonio tra ragione e pratica ci fu, generando le arti meccaniche. Ricordiamo che l’ingegnere Dedalo discendeva dalla famiglia reale degli Eretteidi, dunque da Erittonio ed Eretteo, e di conseguenza dalla dea Atena stessa. Morale della storia: la tecnologia è figlia illegittima della ragione, ma sebbene concepita per errore, ripudiata, non amata, allevata quasi a malincuore, alla fine domina la città e occupa il posto di potere che le spetta.

Se è vero che la “massa” usa i simboli spesso per inerzia e abitudine, senza conoscerne o capirne il significato profondo, è anche vero che intellettuali e politici sono molto accorti nella scelta e nell’uso dei simboli. Il fatto che Minerva-Atena abbia conosciuto una seconda giovinezza nell’era moderna, a partire dal Rinascimento, è un fatto che non può essere sottovalutato. Il simbolo della sapienza è stato innalzato su vessilli, impresso su monete, posto in forma di dipinto o di statua a presidio di importanti istituzioni scientifiche e politiche. Per restare solo ai dipinti, come non ricordare “Minerva e il centauro” di Sandro Botticelli, “Minerva che caccia i vizi” di Andrea Mantegna, “Minerva respinge marte” di Jacopo Tintoretto, “Minerva trattiene Achille dall’uccidere Agamennone” di Giovanni Battista Tiepolo, “Minerva distoglie il giovane dai piaceri di Venere” di Pietro da Cortona, “Minerva vittoriosa sull’ignoranza” di Bartholomaeus Spranger, “Minerva protegge la pace da Marte” di Pieter Paul Rubens, “Lotta di Marte e Minerva” di Jacques-Louis David, ecc. La statua di Minerva, che nell’Antichità si ergeva a protezione di templi, città e accademie, torna a presidiare in età moderna le piazze, le università e i tribunali.

L’immagine della Minerva, a rappresentazione della Sapienza, collocata sullo sfondo di un profilo della città di Milano, riconoscibile da alcuni dei suoi edifici più caratteristici, è inserita nel logo dell’Università degli studi di Milano. A Minerva è intitolata un’importante piazza della città di Pavia, dove è rappresentata con una statua. Minerva è rappresentata all’ingresso della biblioteca della Columbia University con l’appellativo di “Alma Mater”. Minerva è rappresentata con una statua nella zona Est della University of North Carolina at Greensboro. Minerva viene usata come ornamento da cofano per le automobili Minerva. Minerva è il logo della famosa società tedesca “Max Planck Society for the Advancement of Science”. Minerva è una rubrica del British Medical Journal. Minerva Medica è il nome di un editore italiano di riviste e libri medici. Minerva è il nome di un istituto inglese di ristrutturazione immobili. Il loro logo è basato sulla scultura in pietra della testa di Minerva trovata ad Aquae Sulis (Bagni Romani). Minerva è raffigurata nello stemma della California perché è entrata nell’Unione in modo “pro forma”, senza passare per il periodo di prova.

Minerva è inoltre raffigurata in stemmi e loghi di molte istituzioni di grado superiore, senza considerare l’effige della dea sulle cento lire del vecchio conio. Tra le istituzioni che fanno uso di questo simbolo ricordiamo l’Università di Albany, New York. Qui Minerva è “venerata” dagli studenti anziani e l’antica cerimonia delle torce viene riprodotta nel rituale che precede la laurea, detto “Torch Night”. Il simbolo è anche utilizzato dall’Università dell’Alabama e dall’Union College di New York, il quale ha usato il nome di Minerva anche per il proprio programma spaziale, il Minerva House System. Minerva compare anche nel logo di UFRJ, la Federal University of Rio de Janeiro, in Brasile, della Ghent University, in Belgio, dell’Università di Roma La Sapienza. È noto che, all’interno dell’università è presente una statua della Minerva. Significativamente, intorno a questo monumento si sono stretti gli studenti che protestavano contro la lectio magistralis di Benedetto XVI, indicato da un gruppo di docenti e studenti come «nemico di Galileo e della scienza», nel gennaio del 2008.

L’enciclopedia della rete ci ricorda anche che «all’inizio del ventesimo secolo, Manuel José Estrada Cabrera, Presidente del Guatemala, tentò di riproporre il Culto di Minerva nel proprio Stato, creando piccoli templi all’interno dei parchi», e anche che «secondo quanto riportato nell’opera Proofs of a Conspiracy di John Robison (1798), il terzo livello degli Illuminati Bavaresi era chiamato Minerval o Fratelli di Minerva, in onore della dea della conoscenza. In seguito, questo titolo venne adottato per il primo grado dei riti Ordo Templi Orientis descritti da Aleister Crowley».

Sugli Illuminati e i loro riferimenti a Minerva e al paganesimo possiamo spendere qualche ulteriore parola. Mario Iannaccone racconta che «l’Ordine degli Illuminati nacque dalla volontà e dall’ambizione di Johann-Adam Weishaupt (1748-1838), di Ingolstadt, figlio di Johann-Georg Weishaupt, professore universitario, e di una nipote del barone Johann-Adam von Ickstatt (1702-1776), potente amministratore e uomo di cultura bavarese esponente dell’Aufklärung, l’Illuminismo germanico». Gli Illuminati sono ricordati come una società segreta piuttosto ambigua, a metà strada tra il razionalismo di stampo illuminista e il culto esoterico. Qual è la verità? «Weishaupt, da parte sua, sosteneva che la conoscenza fosse una conquista del raziocinio e della logica; tutto ciò che ci ha lasciato di scritto (e non è poco) ce lo descrive come un razionalista e un materialista, che non ammetteva la possibilità di accedere alla conoscenza usando l’ermetismo o la magia. Anzi, le pratiche esoteriche di qualsiasi genere erano, per lui, “chimere”, “superstizioni”, come le religioni rivelate». Dunque, l’orientamento magico-esoterico non può essere attribuito al fondatore, ma eventualmente ad altri influenti membri che hanno aderito successivamente, in particolare al barone Adolph von Knigge (1752-1796), «brillante libertino, sedicente alchimista, coltivatore, industriale, poeta, scrittore e persino musicista, che sognava di fondare un proprio ordine massonico. Knigge disponeva di ricchezza, fantasia e d’ottimi contatti con aristocratici e potenti. Lui e Weishaupt si conobbero, convincendosi che l’uno avrebbe potuto servire all’altro. Erano diversissimi, non furono mai amici, e probabilmente si detestavano. Ma il matrimonio d’interesse si fece. Weishaupt, mettendo da parte il proprio orgoglio, affidò la riforma del suo Ordine al vulcanico barone».

Fu proprio Knigge ad introdurre rituali ed elementi esoterici nell’ideologia della società. Una costante della simbologia e della ritualità delle due fasi della società degli Illuminati fu per l’appunto il riferimento a Minerva, dea della sapienza. Infatti, «fulcro del sistema erano le Accademie Minervali, circoli culturali di copertura, dove si leggeva, si discuteva, si studiava per “illuminarsi” e “illuminare”. I gradi, inizialmente, erano i seguenti: Novizio, Minervale, Minervale Illuminato e Aeropagita (il nome derivava dalla magistratura suprema dell’Antica Atene), ma Weishaupt considerava provvisoria questa gerarchia, (chiamata Classe Minervale) poiché ad essa avrebbe dovuto seguirne una completa, provvista di gradi superiori (Classe dei Misteri)».

L’ideologia di Weishaupt si comprende soprattutto alla luce delle numerose lettere inviate agli adepti, in cui espone i suoi insegnamenti (nei quali si intravede l’influenza di Jean-Jacques Rousseau). Il fondatore mirava all’affrancamento dell’umanità dalla religione e dai poteri feudali. Il fine della “cospirazione” era arrivare progressivamente all’ateismo, al comunismo e ad un governo mondiale retto da filosofi, ovvero alla condizione in cui l’umanità avrebbe finalmente potuto dirsi “adulta”. «La simbologia degli Illuminati si ricava dai rituali e dalle descrizioni degli arredi di loggia a noi pervenuti, e comprendeva l’immagine della dea Minerva con la civetta, simboli della sapienza e della sua capacità di vedere nell’oscurità. Minerva, del resto dava il nome alle Accademie Minervali, e ai gradi Minervale e Minervale Illuminato nelle due versioni della gerarchia, quella di Weishaupt (1776-1781) e quella di Knigge (1782-1786)».

Con questa associazione, non vogliamo ora sostenere la teoria “cospirazionista” che vuole gli Illuminati reggere le sorti del mondo e lasciare i propri segni in forma di monumenti a Minerva in università o altre istituzioni. Piuttosto vogliamo dire che chiunque, per qualunque ragione, si richiama a questa simbologia fa ipso facto riferimento a valori fondamentali del paganesimo greco-romano. Chi nei secoli passati ha lottato per superare il cristianesimo – in nome della ragione, della scienza, della tecnica – lo ha fatto innanzitutto aggrappandosi ad una tradizione più antica, pagana, greco-romana. Se non altro, perché questa tradizione aveva una dea della ragione, della scienza, della tecnica.

Per concludere, i quattro aspetti fondamentali della religione pagana che vanno tenuti a mente sono i seguenti: a) i pagani avevano dèi della tecnica (Prometeo, Atena, Efesto, Dedalo, Asclepio, Ermete, ecc.); b) essi sono i nostri creatori o alleati; c) gli uomini hanno il diritto di ambire a una condizione divina (potenza, immortalità, conoscenza); d) la condizione divina può essere acquisita con la tecnica. Nulla di simile si trova nella Bibbia o nei Vangeli, perlomeno in modo così esplicito.


Riccardo Campa è professore di bioetica e sociologia medica all’Università Jagellonica di Cracovia. Nel 2004 ha fondato l’Associazione Italiana Transumanisti di cui è tuttora presidente. Particolarmente attivo a livello pubblicistico, è curatore della collana Vestigia Idearum Historica (mentis Verlag), direttore editoriale della rivista accademica Orbis Idearum: History of Ideas NetMag, e curatore della serie Divenire: Rassegna di studi interdisciplinari sulla tecnica e il postumano. Tra i suoi libri spiccano i volumi Etica della scienza pura (2007), Mutare o perire (2010) e Trattato di filosofia futurista (2012). Per D Editore ha pubblicato “La specie artificiale” (2014), “La Rivincita del Paganesimo” (2015) e “Creatori e creature” (2016).
In copertina: Paganesimo, di Fernand Khnopff, 1910.