La variolizzazione, o preistoria della vaccinazione.

Esiste una pratica medica che permette di acquistare l’immunità da una pericolosissima malattia infettiva, molto contagiosa e spesso mortale; quando non procura la morte c’è comunque il pericolo di riportare danni permanenti, di perdere la vista o rimanere con cicatrici devastanti sul volto. Ci sono anche dei rischi, modesti, associati a tale pratica ma statistiche alla mano gli esperti assicurano che conviene e che se fosse universalmente adottata molte vite umane sarebbero salvate. Tuttavia, vi sono molte resistenze all’adozione di questo rimedio, tante persone non si fidano o comunque ritengono legittimo anteporre le loro personali preferenze, anche di tipo morale, al benessere della collettività, resistendo alla invasione da parte delle autorità, sia mediche che politiche, nella sfera che riguarda la loro salute e il loro corpo. La parte migliore della società, quella più illuminata, reagisce denunciando la superstizione, la credulità popolare e l’oscurantismo che impediscono alle ragioni della scienza di trionfare. Inutilmente, perché il popolo ignorante non si lascia convincere.

Non è l’anno 2015, e non stiamo parlando delle vaccinazioni. Siamo nel XVIII secolo, e infuria nei salotti europei il grande dibattito sulla ‘variolizzazione’, ovvero l’inoculazione di materiale infetto, preso dalle pustole di un altro malato di vaiolo, a scopo di immunizzazione. Non si tratta della vera e propria vaccinazione, introdotta da Jenner solo alla fine del secolo, anche se le affinità tra i due metodi sono piuttosto evidenti, e identico lo scopo: conseguire l’immunità, non isolandosi ed evitando l’agente infettivo ma anzi venirgli incontro, scendere a patti col nemico, in quella che può essere considerata una strategia di riduzione del danno. Nel caso della variolizzazione si tratta della materia presa da un ammalato lieve e quindi si spera sostanzialmente benigna nonostante non vi siano garanzie riguardo al decorso della malattia (sappiamo oggi che esistono due forme del virus, variola maior e variola minor), mentre nel caso del vaccino si tratta di una variante del morbo che colpisce le vacche (‘vaccino’, appunto) e ritenuto innocuo per l’uomo.


“Siamo nel XVIII secolo, e infuria nei salotti europei il grande dibattito sulla ‘variolizzazione’, ovvero l’inoculazione di materiale infetto, preso dalle pustole di un altro malato di vaiolo, a scopo di immunizzazione.”


La variolizzazione, già conosciuta in Oriente da secoli, viene introdotta in Europa all’inizio del Settecento poco dopo che Lady Wortley Montagu segue suo marito, l’ambasciatore inglese in Turchia, a Istanbul. Colta e affascinante, molto famosa per le sue lettere ricche di acute osservazioni sui costumi di quel paese – frutto anche di un punto di vista privilegiato, quello di una donna europea che ha finalmente accesso agli spazi riservati alle donne turche – l’aristocratica inglese si accorge dell’usanza e decide di sperimentarla sui suoi figli. Una volta tornata in patria nel 1718 la promuove con entusiasmo, e in occasione di un’epidemia scoppiata nel 1721 convince pure la principessa di Galles Carolina di Brandeburgo-Ansbach – futura regina consorte – a sperimentarla. Dopo il buon esito di una prima prova su sei condannati a morte (ai quali viene offerta in cambio la libertà, due dei nipoti di re Giorgio I vengono immunizzati con identico successo.

Mary_Wortley_Montague

La madrina dei vaccini

La pratica insomma comincia a diffondersi specialmente fra l’aristocrazia. Questa differenza di classe è dovuta soprattutto a ragioni pratiche: il buon esito della variolizzazione dipende dal fatto che l’innesto venga eseguito nelle condizioni più favorevoli (quando il soggetto è in buona salute) e richiede un certo periodo di riposo e isolamento per evitare il contagio di altre persone, cose che non tutti possono permettersi. Ma per l’aristocrazia è anche un modo appunto per distinguersi dalla massa, per mostrare il proprio eroismo sfidando la morte ed esibendo con orgoglio le ferite inferte dal nemico sul corpo.
Non mancano episodi spiacevoli, come quello di sei domestici che si ammalano in una casa nella quale è stata effettuata l’inoculazione su un bimbo, cosa che conduce a vedere nella variolizzazione un possibile focolaio di infezione piuttosto che uno strumento di salvezza, e che così rimane più che altro un’eccezione o una moda aristocratica. Il metodo conosce da subito anche le sue deviazioni, come denuncia Lady Montagu: i dottori che accettano di praticare l’innesto – gelosi delle loro prerogative professionali – a volte modificano la procedura originale, alla portata di tutti, complicandola con salassi, purghe, e profonde incisioni sulla pelle piuttosto che semplici punture, cosa che purtroppo non sembra destinata ad aumentare né le possibilità di successo né la popolarità dell’inoculazione.

Gli scettici in ogni caso non scarseggiano, inizialmente giustificati dall’incertezza riguardo all’effettiva efficacia del metodo e i suoi possibili rischi, e anche dal fatto che esso si oppone a tutte le ipotesi della vecchia medicina scolastica, secondo le quali il morbo è innato, il veleno essendo già presente nel corpo e la malattia non essendo altro che la liberazione dal veleno (l’inoculazione quindi invece di proteggere inibirebbe questo salutare processo di disintossicazione). L’effetto del dibattito nella temperie dello sperimentalismo settecentesco d’altronde è proprio quello di ribadire la necessità di rinnovare il sapere medico alla stregua di quanto accade in altre discipline, rifiutando l’autorità e sottoponendo a verifica il sapere che si crede acquisito, tramite la raccolta dei dati e l’esperienza. Non è forse un caso se alcuni degli sviluppi significativi del metodo si avranno nella Toscana di Galileo, grazie all’opera di Giovanni Targioni Tozzetti e Angelo Gatti.


“Gli scettici in ogni caso non scarseggiano, inizialmente giustificati dall’incertezza riguardo all’effettiva efficacia del metodo e i suoi possibili rischi, e anche dal fatto che esso si oppone a tutte le ipotesi della vecchia medicina scolastica”


Alle obiezioni più marcatamente scientifiche però si accompagnano scrupoli morali e anche teologici, non aiutando il fatto che la pratica era stata importata da esotici e barbari paesi abitati da infedeli. È lecito iniettare volontariamente un agente infettivo nel corpo di un soggetto in precedenza sano? Non è contrario alla morale e alla stessa missione medica? Non è contrario alla religione interferire così con i disegni divini e, invece di limitarsi ad allontanare il male o contrastarlo, prevenirlo col modificare e migliorare il proprio corpo? Dove può condurci questo principio interventista? Se cominciamo a giocare con la natura, chi ci avvertirà quando sarà il caso di fermarsi?

La matematizzazione del rischio.

Se questa è la situazione in Inghilterra nel continente la variolizzazione stenta ancora di più a prendere piede. Come scriverà Voltaire nell’undicesima delle sue Lettere filosofiche, del 1734, prendendo una netta posizione a favore della variolizzazione: «si dice piano, nell’Europa cristiana, che gli inglesi sono dei pazzi furiosi: pazzi perché danno il vaiolo ai loro bambini per impedir loro di averlo, e furiosi perché trasmettono con serenità di cuore a questi bambini una malattia orribile e certa, in vista di un male incerto. D’altra parte gli inglesi dicono: “Gli altri europei sono deboli e snaturati: deboli perché temono un piccolo male per i loro bambini; snaturati, perché li espongono a morire di vaiolo in futuro”». Quella di Voltaire è la discesa in campo dei Lumi a favore delle novità mediche che devono soppiantare i vecchi modi di pensare, ma soprattutto segna l’introduzione del freddo calcolo razionale anche in ciò che riguarda la salute, bandendo l’emotività e il sentimento morale e religioso da quelle che sono pure questioni di numeri. Voltaire in effetti ricorre a una spiegazione piuttosto cinica del come l’usanza abbia avuto origine in Circassia: le femmine circasse sono bellissime e valgono molto come prostitute o favorite all’interno degli harem orientali, e i loro parenti non possono certo permettersi il rischio di perdere il prezioso investimento rappresentato dalla loro bellezza.


«si dice piano, nell’Europa cristiana, che gli inglesi sono dei pazzi furiosi: pazzi perché danno il vaiolo ai loro bambini per impedir loro di averlo, e furiosi perché trasmettono con serenità di cuore a questi bambini una malattia orribile e certa, in vista di un male incerto. D’altra parte gli inglesi dicono: “Gli altri europei sono deboli e snaturati: deboli perché temono un piccolo male per i loro bambini; snaturati, perché li espongono a morire di vaiolo in futuro”» (Voltaire)


Qualche anno più tardi il matematico e geografo Charles Marie de La Condamine nelle Memorie sull’innesto del vaiolo (scritte nell’arco fra il 1754 e il 1765) affronta la questione facendo esplicitamente ricorso al calcolo probabilistico: le probabilità di morire in conseguenza di un’infezione naturale sono una su sette, mentre fra gli inoculati il conto delle vittime è da una su cento – nelle peggiori stime – a una su trecento. L’argomento probabilistico viene poi portato alla perfezione da Daniel Bernoulli, che in alcuni suoi scritti a partire dal 1760, e facendo ricorso alle tecniche matematiche più sofisticate, riesce a calcolare l’aumento dell’aspettativa di vita della popolazione se il vaiolo sparisse (tre-quattro anni). Quindi sottrae il rischio dato dall’inoculazione, calcolando che per non essere più conveniente questa dovrebbe risultare mortale in più dell’undici per cento dei casi. Ma la mortalità è molto più bassa, ergo inocularsi è razionale (per un’analisi dei calcoli di Bernoulli si veda il saggio di Camilla Colombo e Mirko Diamanti).

Sītalā, dea del Vaiolo, menzionata sia nei Tantra sia in alcuni testi vernacolari, adorata soprattutto nelle caste più basse.

Sītalā, dea del Vaiolo, menzionata sia nei Tantra sia in alcuni testi vernacolari, adorata soprattutto nelle caste più basse.

Si può notare un certo slittamento nel tipo di argomento prodotto dai propagandisti, effetto dell’attenzione ai grandi numeri: essi sembrano rivolgersi non più all’individuo che deve immunizzarsi per proteggere i suoi stessi interessi ma al potere sovrano che deve massimizzare il proprio patrimonio costituito dalle vite dei sudditi. Ma come farà notare l’enciclopedista e matematico d’Alembert in una serie di critiche svolte all’opera di Bernoulli non è affatto detto che l’interesse dell’individuo coincida con quello della comunità. Le obiezioni di d’Alembert a Bernoulli d’altronde meritano di essere approfondite in quanto attualissime per quel che riguarda l’odierno dibattito in materia di vaccinazione, in un momento nel quale sembrano risvegliarsi delle ostilità a pratiche mediche che ormai credevamo non più suscettibili di essere messe in discussione se non dai più eccentrici e folli personaggi. È davvero il rifiuto dei vaccini nostalgia di una medievale barbarie, di un’epoca dominata non dalla ragione ma dalle paure e dalle credenze più irrazionali? O piuttosto non è il caso di riconoscere che la nostra applicazione del calcolo della probabilità, assiomaticamente perfetto, incontra dei limiti nella realtà concreta, che ad esso sfugge qualcosa?


“Si può notare un certo slittamento nel tipo di argomento prodotto dai propagandisti, effetto dell’attenzione ai grandi numeri: essi sembrano rivolgersi non più all’individuo che deve immunizzarsi per proteggere i suoi stessi interessi ma al potere sovrano che deve massimizzare il proprio patrimonio costituito dalle vite dei sudditi.”


La più generale delle obiezioni di d’Alembert, dalla quale seguono in un certo senso tutte le altre, riguarda proprio il senso ultimo della scienza che studia le probabilità, la sua stessa essenza. Ovvero, si tratta di una scienza prescrittiva cioè utile a prescrivere i comportamenti che occorre seguire, o piuttosto descrittiva, il cui scopo non è quello di guidare l’azione ma di scoprire quali siano le credenze e le preferenze nascoste alla base di un comportamento (come il rifiuto di inoculare i figli) e quindi comprenderlo?
Una delle cose che secondo d’Alembert Bernoulli non prende adeguatamente in considerazione, per esempio, è la generale preferenza per il presente rispetto al futuro (quel che fa sì che il denaro prestato abbia un interesse). Il rischio concreto di perdere la vita oggi stesso non può essere messo sul medesimo piano di un rischio puramente astratto proiettato in un lontano e incerto futuro. D’Alembert illustra il punto con un esperimento mentale molto semplice. Si immagini la seguente lotteria: un biglietto perdente (uno su due) causa la morte immediata, mentre un biglietto vincente garantisce una durata della vita fino a cent’anni. Questo innalzerebbe la vita media fino a cinquant’anni (superiore a quella che era in Europa al tempo di d’Alembert) quindi sembrerebbe razionale partecipare alla lotteria, eppure non sono molti quelli che accetterebbero, sopraffatti dal terrore per la perdita immediata della vita. Di nuovo, ciò dimostra che il criterio della massimizzazione della durata media della vita non è adeguato a tutte le circostanze, in quanto può corrispondere all’interesse dello Stato ma non è detto che corrisponda alle preferenze dell’individuo (restare in vita, oggi).

Inoltre non possono essere messe sullo stesso piano, dal punto di vista della morale e delle preferenze individuali, le conseguenze dirette di una mia azione con l’esito di una fatalità non dipendente da me. D’Alembert tematizza e nobilita cioè un aspetto del quale tutti gli inoculatori erano al corrente, ovvero il terrore da parte dei genitori di uccidere o danneggiare la loro prole, di esserne considerati direttamente responsabili. Terrore che secondo d’Alembert non può essere semplicemente ignorato o liquidato come puro moto irrazionale dell’animo ma anzi deve entrare a far parte del calcolo utilitaristico degli ingegneri sociali.


“D’Alembert cioè mette in dubbio la possibilità stessa di quantificare con precisione le probabilità riguardanti fenomeni dei quali ignoriamo la natura. Egli ritiene che il calcolo vada bene per fenomeni circoscritti dei quali si conoscono esattamente i meccanismi sottostanti, come succede nel gioco d’azzardo”


Jean_d'Alembert

Quel furbino di Jean d’Alembert

Se queste sono le due principali obiezioni di d’Alembert a Bernoulli in realtà il suo attacco alla teoria della probabilità è ancora più radicale e anticipa sorprendentemente quelle che sono le più recenti idee di Nassim Nicholas Taleb espresse in Giocati dal caso o Il cigno nero. D’Alembert cioè mette in dubbio la possibilità stessa di quantificare con precisione le probabilità riguardanti fenomeni dei quali ignoriamo la natura. Egli ritiene che il calcolo vada bene per fenomeni circoscritti dei quali si conoscono esattamente i meccanismi sottostanti, come succede nel gioco d’azzardo – nel lancio di dadi che si sanno perfettamente simmetrici o di carte che si sanno mescolate con cura. Si tratta insomma della ‘fallacia ludica’ di cui parla anche Taleb: generalizzare all’intera natura ciò che è valido solo per fenomeni artificiali rigorosamente controllati dall’uomo e costruiti secondo determinate e conosciute regole. Non è applicabile invece il calcolo alle grandi scelte politiche e sociali – essendo vano il tentativo di quantificare i sentimenti morali degli esseri umani – e nemmeno ai fenomeni naturali che non conosciamo interamente dove, come direbbe ancora Taleb, tra mille cigni bianchi è sempre in agguato un cigno nero. In particolare ai tempi di d’Alembert troppo poco si sapeva riguardo alle cause del vaiolo e al modo in cui agiva la variolizzazione nel conferire l’immunità.

Il trionfo del vaccino.

Il dibattito settecentesco intorno alla variolizzazione, come spero di aver mostrato, non può assolutamente essere descritto come uno scontro fra scienza e ignoranza, fra i Lumi e l’oscurantismo, fra progresso e arretratezza. Gli inoculatori avevano ragione, come oggi possiamo riconoscere, ma la diffidenza nei confronti dei loro metodi era giustificata; possiamo anche spingerci oltre e affermare che essa non proveniva dalla semplice e cieca ignoranza ma anzi da un eccesso di informazioni che circolavano. Non è proprio vero infatti che la scienza ha bisogno di tutti i dati che è possibile raccogliere al fine di raggiungere delle conclusioni: essa al contrario ha bisogno di filtrare, di selezionare ciò che è significativo e nascondere il rumore. Ma può essere molto difficile convincere un genitore il cui bambino è morto in seguito alle complicazioni di un innesto che quel bambino fa parte del rumore. Gli aneddoti inevitabilmente circolano e non possono non influenzare il giudizio. E piena di aneddoti, anzi soprattutto aneddotica è la letteratura sulla variolizzazione, piena di casi clinici descritti con accuratezza, spesso dagli stessi soggetti che si sottoponevano all’inoculazione, lieti di partecipare con le loro osservazioni a un esperimento scientifico su grande scala.


“Il dibattito settecentesco intorno alla variolizzazione, come spero di aver mostrato, non può assolutamente essere descritto come uno scontro fra scienza e ignoranza, fra i Lumi e l’oscurantismo, fra progresso e arretratezza. Gli inoculatori avevano ragione, come oggi possiamo riconoscere, ma la diffidenza nei confronti dei loro metodi era giustificata”


Curiosamente, e inversamente rispetto al dibattito attuale, se la variolizzazione riuscì a penetrare in Europa questo lo si deve in gran parte proprio all’iniziativa dei profani come erano Lady Montagu, Voltaire, La Condamine, e all’insistenza di questi profani sull’esame dei grandi numeri. Una gran parte di medici professionisti (a onor del vero non la totalità) invece si opponeva all’inoculazione, in qualche caso anche per interesse personale-corporativo e in malafede, e proprio da loro venivano i racconti terrificanti, spesso anche non verificati o inventati di sana pianta, riguardanti casi di inoculazione non riuscita che conducevano a una morte orribile, o di recidiva della malattia anche anni dopo l’intervento (che quindi non sarebbe stato efficace nel fornire l’immunità).

Nonostante il superamento di certe iniziali diffidenze – una volta divenuta non più ignorabile l’evidenza empirica a favore del metodo – la variolizzazione non riuscì mai a imporsi come fenomeno di massa. Non possiamo dire se col tempo ci sarebbe riuscita, perché alla fine del secolo venne infine soppiantata dalla vaccinazione. Ma si pone quindi la domanda: come poté la vaccinazione superare le diffidenze che aveva suscitato l’inoculazione del vaiolo e imporsi come pratica di massa, fino ad arrivare al trionfale eradicamento del vaiolo nella seconda metà del XX secolo? Sicuramente grazie agli immensi vantaggi rispetto al precedente metodo: la vaccinazione non era soltanto molto più sicura in termini di sopravvivenza del soggetto trattato, ma più pratica perché eliminava l’inconveniente del possibile contagio e quindi la necessità dell’isolamento. Tuttavia non era nemmeno essa, e specialmente all’inizio, del tutto esente da rischi, quindi si impone un’altra ipotesi che fa appello alle strategie di comunicazione: la soppressione del dibattito, il controllo centralizzato dell’informazione, il silenziamento del dissenso, ovvero la fabbricazione dell’ignoranza e la divisione dell’umanità in due nette categorie separate, gli esperti autorizzati a parlare e prendere decisioni e tutti gli altri obbligati a tacere e adeguarsi.

baron-jean-louis-alibert-constant-joseph-desbordes
Nella Francia post-rivoluzionaria la volontà generale, unica sorgente di potere legittimo, è considerata in ogni caso superiore a qualsiasi volontà particolare e può imporsi su di essa in un modo che non era stato mai concepito nemmeno nei sogni dei sovrani più assolutisti. Napoleone, grande fautore della vaccinazione, decide che questa deve coinvolgere o tutti o nessuno, in una battaglia senza quartiere contro il vaiolo condotta con metodi militari. Prima viene vaccinato tutto l’esercito, poi si dà ordine ai vari prefetti, sottoprefetti e sindaci di vaccinare l’intera popolazione. Non ci sarà bisogno di instaurare un vero e proprio obbligo (che sarà introdotto in Francia solo nel 1902), ma l’opera di persuasione passa attraverso una deliberata opera di disinformazione.

Sebbene dichiarata più sicura, in realtà alcuni dei rischi associati alla variolizzazione non sono affatto scomparsi con la vaccinazione: basti pensare che inizialmente il vaccino è estratto dal braccio degli stessi vaccinati in un ciclo di produzione continuo, anzi è importante trovare nuovi soggetti da vaccinare proprio per ‘tenere viva la fiamma’ del virus, il quale viaggia quindi attraverso centinaia di corpi possibilmente contaminati da altre malattie, come la sifilide. Non solo il rischio viene dichiarato falsamente inesistente (solo nella seconda metà dell’Ottocento verrà riconosciuto il rischio della contaminazione), insistendo sulla assoluta innocuità del vaccino, ma il beneficio viene dichiarato eterno, l’immunità conferita permanendo per tutto il corso della vita, cosa che all’epoca poteva essere soltanto sperata e non certo conosciuta. Al fine poi di esaltare i risultati positivi si ricorre persino alle ipotesi ad hoc più sfacciate, come l’invenzione di una tipologia di ‘falso vaccino’ non realmente in grado di conferire l’immunità desiderata.

In una campagna di vaccinazione così massiccia gli incidenti, anche gravi, sono assolutamente inevitabili ma possono essere minimizzati, se non messi a tacere, grazie alla gestione piramidale delle informazioni. L’osservazione degli effetti collaterali e delle eventuali complicazioni (come pustole vaiolose che diventano gravi ulcere al braccio) è prerogativa dei medici che effettuano il vaccino, i quali comunicano tutte queste complicazioni ai loro superiori in un registro, in una colonna apposita. Al gradino ancora superiore, però, che è soprattutto interessato alle statistiche e ai dati puramente numerici, queste informazioni espresse in forma verbale arrivano di rado. Anche l’informazione dei giornali è controllata, il comitato per la vaccinazione ha il potere di censurare la stampa medica e di sanzionare i medici non allineati, impedendo loro di esercitare la professione. Il filtro così ottenuto, che elimina l’inessenziale lasciando parlare solo i numeri, è determinante per il successo dell’impresa scientifica (su questi aspetti si veda questo saggio di Jean-Baptiste Fressoz).

Il dibattito insomma scompare dai salotti mondani e non è più argomento di conversazione raffinato tra intellettuali, o se lo è non riesce comunque a diventare pubblico, essendo pubblico solo ciò che lo Stato vuole rendere tale. Le ipotesi sui meccanismi causali, sulla natura delle malattie e sulla loro trasmissione, sul funzionamento dei vaccini e la loro efficacia diventano monopolio della classe medica inquadrata in una professione regolata a livello statale. Tutto questo contribuisce certamente al successo della campagna di vaccinazione in Francia, e sarà alla base del grande successo dei vaccini nello sconfiggere le malattie, dalla totale eradicazione del vaiolo in tutto al pianeta (per il quale il vaccino non è più nemmeno necessario) alla scomparsa, almeno nei paesi più ricchi, di mali terribili come la poliomelite. Almeno fino a oggi.

Il ritorno dell’antivaccinismo.

Nonostante la continua menzione del solito colpevole, il famigerato e mitico analfabetismo funzionale, il calo delle vaccinazioni odierno e la crescita del movimento antivaccinista che stanno destando tanto allarme in questo periodo sono evidentemente associati a una maggiore informazione disponibile al grande pubblico. Ovvero una maggiore facilità nel diffondere e comunicare le informazioni, e anzi nel ritorno e nella concreta realizzazione –grazie alla tecnologia e alla cultura di massa – di quella ‘grande repubblica delle lettere’ che era l’utopia illuminista, nella quale tutti gli uomini sono invitati a prendere parte, senza complessi, ai più astrusi dibattiti filosofici e scientifici. Occorre riconoscere che la nostra attitudine nei confronti dell’istruzione è profondamente contraddittoria: esaltiamo la formazione umanistica e il suo contributo nel formare una mente critica, ma siamo anche pronti a deplorare e mettere alla gogna con l’etichetta di ‘complottista’ chiunque decida di fare uso di quegli strumenti forniti dalla scuola per dubitare delle informazioni messe a disposizione delle autorità scientifico-sanitarie; esaltiamo la diversità e il dissenso ma allo stesso tempo vogliamo che su almeno certi argomenti tutti la pensino in maniera identica.

6292021393_a80bea1c8b_bNon tutte le informazioni sono egualmente affidabili, e certamente fa parte dell’intelligenza e della buona istruzione delle persone essere in grado di discernere fra le buone e cattive informazioni, ma anche se potessimo neutralizzare l’effetto sulla pubblica opinione di bufale come il presunto nesso causale fra autismo e vaccini – io credo sia una bufala, ma volendo proprio giustificare i complottisti non sarebbe certo il primo caso di negazione di danni collaterali da vaccino, come abbiamo visto – resterebbe il problema di come minimizzare il danno fatto dalle informazioni veritiere. È inevitabile che le persone si chiedano come mai le vaccinazioni obbligatorie (quattro nel nostro paese) non siano tali in molti paesi dell’Unione Europea (Austria, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Irlanda, Islanda, Lituania, Lussemburgo, Norvegia, Olanda, Portogallo, Regno Unito, Spagna, Svezia) e quindi perché dovrebbero essere obbligatorie anche da noi. È inevitabile che si chiedano per quale motivo – se le vaccinazioni obbligatorie sono quattro – il vaccino sia quasi sempre disponibile solo come ‘esavalente’, obbligando di fatto ad assumerne sei. È inevitabile chiedersi perché si debba criminalizzare chi decide di non vaccinare i figli per il morbillo o la pertosse, dal momento che queste vaccinazioni appunto non sono fra quelle obbligatorie ma fra quelle soltanto ‘raccomandate’. Eccetera.


“Non tutte le informazioni sono egualmente affidabili, e certamente fa parte dell’intelligenza e della buona istruzione delle persone essere in grado di discernere fra le buone e cattive informazioni, ma anche se potessimo neutralizzare l’effetto sulla pubblica opinione di bufale come il presunto nesso causale fra autismo e vaccini – io credo sia una bufala, ma volendo proprio giustificare i complottisti non sarebbe certo il primo caso di negazione di danni collaterali da vaccino, come abbiamo visto – resterebbe il problema di come minimizzare il danno fatto dalle informazioni veritiere.”


Io credo che se vogliamo capire il movimento antivaccinista, però, occorra soprattutto tornare a d’Alembert. Occorre capire che non basta, ad esempio, opporre la fredda logica dei numeri alle paure o alle idiosincrasie ideologiche di chi non vuole vaccinarsi, e che non c’è nulla di irrazionale in queste preferenze, ma semplicemente non tutti adottano per forza lo stesso sistema di valori, o danno lo stesso peso a certi rischi o certi benefici. Fra i valori che vengono rifiutati da alcuni antivaccinisti vi è per esempio l’uso della tecnica per risolvere i problemi di salute, il rifiuto dello stesso progresso scientifico e un culto della ‘natura’ che si traduce in un certo fatalismo riguardo a quel che può riservarci il futuro, sempre accettato purché ‘naturale’. L’opposizione ai vaccini è abbastanza simile all’opposizione agli Ogm, nel senso che per quanto siano rassicuranti i dati sulla loro sicurezza e l’elenco dei possibili benefici, le unità di misura usate sono evidentemente altre (non sono quelle usate da chi scrive, che però non vede quale statistica possa confutarle).

6292255333_208a113a12_bL’altra idea fondamentale di d’Alembert è il contrasto fra benessere pubblico e interesse individuale: occorre rendersi conto che l’appello alla razionalità nel caso della propaganda sulla vaccinazione può rivelarsi controproducente, visto che può essere nell’interesse di una persona non vaccinarsi. Questo non solo per le sue personali idiosincrasie, dalla banale preferenza per il presente rispetto al futuro alle più bizzarre idee religiose o mistiche delle quali dicevamo sopra, ma per una questione molto più banale che gli economisti conoscono benissimo: un individuo potrebbe decidere di essere un free-rider, di sfruttare i benefici che gli provengono dal fatto che tutti gli altri si vaccinano senza assumersi nessun rischio. Chiaro che nel momento in cui i parassiti della società superano un certo numero (secondo le indicazioni dell’OMS l’immunità di gregge richiede che sia vaccinato almeno il 95% delle persone) torna ad essere conveniente vaccinarsi, ma il problema è cosa fare per impedire che si raggiunga questa situazione. Come nota anche Dario Bressanini vaccinarsi è un gesto altruistico, e quindi il problema non è tanto quello di educare la gente al pensiero scientifico, ma quello ben più difficile di renderla maggiormente altruistica, la natura umana essendo quella che è.

In ultima analisi lo scontro fra antivaccinisti e vaccinisti è quello che oppone il rispetto dei diritti della persona a gestire come crede il proprio corpo e rifiutare le cure (diritto ormai riconosciuto dall’ordinamento italiano) e il diritto alla salute come benessere collettivo. Naturalmente non posso offrire soluzioni, in quanto non possono esservene di facili, quel che posso dire è che occorre ascoltare e che atteggiarsi a difensori della scienza e del pensiero razionale in ogni questione controversa, accusando gli altri di immaturità, di analfabetismo funzionale, di ignoranza, non sempre è la migliore delle strategie di persuasione. Il rischio è anzi quello di offrire una caricatura troppo semplificata di quel pensiero critico e razionale che vorremmo difendere.

di Erik Boni

Immagini da: Wikimedia, BibliOdyssey.