Ognuno di noi sente le voci. In molti casi, il nostro pensiero è una sorta di conversazione che riempie la mente di tanti linguaggi: le voci della ragione, della memoria, della creatività, il dialogo interiore che ci aiuta a prendere decisioni difficili o a risolvere problemi complessi.


In copertina: Carla Accardi, Piccolo ovale (1960) – Asta Pananti del 14/03/2018

(Questo testo è tratto da “Le voci dentro”, di Charles Fernyhough. Ringraziamo Raffaello Cortina Editore per la gentile concessione)

di Charles Fernyhough

Chiudete gli occhi ed elaborate un pensiero. Non importa che cosa scegliete: l’argomento può essere profondo o banale. Trattenetelo. Assaporatelo. Ripetetelo nella vostra mente. Adesso domandatevi che effetto vi abbia fatto formulare quel pensiero. Alcuni tipi di attività mentale sappiamo come sono: sognare, per esempio, o risolvere un’addizione usando l’aritmetica mentale. Ma pensare, che tipo di attività è? In quali forme si manifesta? Come ci si sente nel fare questa cosa tanto comune quanto del tutto straordinaria?

Innanzitutto, mi aspetto che non abbiate avuto alcuna difficoltà a riempire la vostra mente per un secondo o due (sarebbe stato decisamente più difficile se vi avessi chiesto di svuotarla). Pensare è qualcosa che facciamo continuamente, non solo quando abbiamo decisioni da prendere o problemi da risolvere. Anche quando il nostro cervello è apparentemente a riposo, è probabile che la nostra mente sia tutt’altro che silente. I risultati di alcune ricerche in psicologia confermano ciò che suggerisce la nostra introspezione: per la maggior parte dei nostri momenti di veglia, veniamo trasportati da una corrente interiore di idee e impressioni che guida le nostre azioni, fonda i nostri ricordi e forma il filo conduttore della nostra esperienza.

Adesso fatevi qualche altra domanda sul pensiero che avete appena avuto. Somigliava a una persona che parla? In questo caso, la persona in questione eravate “voi”? Vi ha fatto sentire qualcosa o era solamente il sottoprodotto di un’attività cerebrale privo di qualità fenomeniche che lo potessero distinguere? Se capitasse di nuovo, lo riconoscereste? Come sapevate che era il vostro? Credo che tutte queste domande abbiano senso, ma che trovare delle risposte sia molto difficile. Abbiamo accesso diretto ai nostri pensieri, ma solo ai nostri, e questo complica sensibilmente la possibilità di studiarli. In particolare, è molto difficile che abbiate la certezza di stare valutando le vostre esperienze in modo affidabile, perché non potete confrontare i vostri giudizi con quelli di nessun altro. Nell’ultimo capitolo, illustrerò alcuni dei motivi che ci portano a credere che l’esperienza interiore di molte persone contenga un mucchio di parole. Ma sarà vero? Come possiamo rispondere “veramente” a questa domanda – e qual è il significato di questa domanda quando si tratta di interrogarci sul nostro mondo interno? Come facciamo a studiare i contenuti della nostra mente?

Il modo più semplice è usare qualcosa di cui già disponiamo: l’accesso diretto alla nostra esperienza. “Cos’altro dovremmo fare”, chiede il filosofo Socrate nel Teeteto di Platone, “se non riesaminare con calma, senza spazientirci ma sottoponendo davvero noi stessi a un’analisi approfondita, quali siano queste immagini mentali che si trovano in noi?” Il filosofo francese del xvii secolo René Descartes accettò quest’idea con disinvoltura. Seduto accanto al fuoco e avvolto nella sua vestaglia invernale, rivolse lo sguardo ai propri processi di pensiero e si accorse che la loro esistenza era l’unica cosa di cui non poteva dubitare. Cogito ergo sum: penso, dunque sono. Riflettere sui propri stati mentali fu il “principio primo” del metodo di Descartes. William James, che scriveva nel 1890, pensò che sebbene l’esistenza degli stati di coscienza fosse innegabile, osservarli dentro di noi era un compito “difficile e fallace”. Ma questo tipo di osservazione era comunque possibile; in linea di principio, non era diverso da qualunque altro metodo per descrivere il mondo. Con un approccio sufficientemente accurato, una persona potrebbe essere addestrata a osservare il proprio mondo interno nel modo più accurato possibile.


Per dirla con una celebre frase di James, cercare di riflettere sui propri pensieri era come “cercare di girare l’interruttore di una lampada elettrica abbastanza velocemente per riuscire a vedere col lume di essa com’è l’oscurità”.


A traghettare il metodo dell’introspezione dalla poltrona del filosofo al laboratorio scientifico fu il lavoro dello psicologo tedesco Wilhelm Wundt. Fondatore del primo laboratorio di psicologia sperimentale, istituito a Lipsia nel 1879, Wundt si conquistò un altro motivo di vanto come autore del primo manuale di psicologia che sia mai stato scritto. Per quanto riguarda l’esperienza interiore, Wundt distingueva tra due tipi di introspezione. Il primo, che definì “auto-osservazione” (Selbstbeobachtung), si riferiva a quel genere di disamina casuale dei propri processi mentali che è in grado di compiere qualunque individuo dotato di una mente. Non è necessario essere Descartes per sedersi davanti al fuoco e pensare ai propri pensieri; ma si tratta di un metodo valido da un punto di vista scientifico? Molto diversa, per Wundt, era la categoria più formale di “percezione interna” (innere Wahrnehmung). Laddove possibile, il metodo scientifico richiede che l’osservatore cerchi di porsi al di fuori del processo di osservazione ed è questo ciò che aveva in mente Wundt per il suo secondo approccio: una scrupolosa separazione tra osservatore e soggetto osservato. Nella tecnica della percezione interna di Wundt, il ricercatore assumeva realmente una posizione clinicamente distaccata nei confronti dei propri pensieri. Stando alla versione di Wundt, di per sé la percezione interiore non era un metodo scientifico valido; tuttavia, lo poteva diventare a condizione che i partecipanti avessero affrontato un meticoloso addestramento.

E così Wundt addestrò i partecipanti delle sue ricerche. I critici di questo metodo hanno talvolta riferito l’impressione che l’introspezione di Lipsia coinvolgesse una riflessione piuttosto casuale sui processi mentali, cartesiana, per l’appunto. Ma chi praticava l’introspezione nel laboratorio di Wundt era sicuramente un professionista ben addestrato. È stato documentato che, con l’obiettivo di ottenere dati sufficienti per pubblicare le sue ricerche scientifiche, Wundt chiedesse a ogni partecipante di eseguire non meno di diecimila “reazioni” introspettive. Anche nell’analisi di William James l’introspezione non era diversa da qualunque altro tipo di osservazione: poteva essere eseguita bene oppure male. Insomma, per poterla fare, era necessario essere bravi. Avere semplicemente esperienze interiori non garantisce una buona capacità di osservarle o descriverle; altrimenti, come ha sottolineato James, i bambini potrebbero definirsi straordinariamente introspettivi.

Gli sforzi di Wundt permisero l’affermarsi di una nuova metodologia per lo studio dell’esperienza interiore, che finì per attraversare l’oceano Atlantico e approdare in America. Nelle mani dei seguaci di Wundt (per esempio, Edward Titchener), la metodologia dell’introspezione divenne più ristretta e meccanicistica, e le sue debolezze – in particolare la sua dipendenza da auto-osservazioni non verificabili – diventarono più evidenti. Dalla metà del xx secolo, la psicologia angloamericana fu presa d’assalto dalle teorie comportamentiste di John B. Watson e Burrhus F. Skinner, con la loro convinzione che solamente la misurazione dei comportamenti osservabili potesse garantire una scienza rigorosa della mente. L’introspezione sembrava consegnata alla storia. Un problema sollevato da William James era il fatto che l’introspezione, in qualche misura, avesse a che fare con il ricordo di un’esperienza invece che con l’esperienza che si intendeva osservare – e la memoria è notoriamente fallibile. Oltretutto, c’era la crescente consapevolezza che l’esperienza non potesse essere descritta senza che venisse distorta dall’atto stesso di osservarla. Per dirla con una celebre frase di James, cercare di riflettere sui propri pensieri era come “cercare di girare l’interruttore di una lampada elettrica abbastanza velocemente per riuscire a vedere col lume di essa com’è l’oscurità”.


Charles Fernyhough è autore di numerose pubblicazioni scientifiche sulla relazione tra linguaggio e pensiero, e le sue ipotesi sulla natura del pensiero come dialogo con se stessi hanno avuto importanti ripercussioni in ambiti molto diversi. Insegna Psicologia alla Durham University (Regno Unito) e dirige Hearing the Voice, un progetto di ricerca sulle voci interiori.