Talvolta si può scalare contemporaneamente due vette. Un racconto psichedelico di Federico Di Vita.


Copertina: Eyvind Earle, Mystic Mountain (1989)

Questo racconto è stato pubblicato originariamente sul Corriere Fiorentino (che ringraziamo) in occasione della rassegna di racconti estivi curata da Vanni Santoni.

di Federico Di Vita

Ci incontriamo sempre all’inizio dell’estate, siamo sei o sette, dipende dagli anni, ci si trova in montagna, ora in questa valle ora in quella. Siamo armati di zaini e tende, l’idea come sempre è di ascendere il monte e passare una notte all’addiaccio, trovando di che mangiare mentre si va su – nei borghi lungo il cammino o magari nei boschi. L’incontro ha il valore di un rito. Oggi si parte da Pontremoli. Ci sono Gianni il farmacista, Caterina (bancaria), Sandro, un usciere del tribunale, Valentino, giornalaio, il medico Corrado e Lucia, un’affittacamere. Eccoci dunque qui, tra i bei palazzi signorili di questa antica dogana, dove nei passaggi stretti che si allungano sotto le case venivano stipate le merci e messi a riposare gli asini, e dove oggi si scova qualche trattoria, in cui pranziamo in attesa dell’avventura. I testaroli e l’agnello fritto ci daranno la forza di affrontarla, e lo spettacolo di uno dei fiumi che bagnano la cittadina ci predispone nel modo migliore. Col passare degli anni crescono gli acciacchi, ci domandiamo per quanto tempo ancora ci sentiremo di compiere questa piccola follia, quanto ci vorrà prima di sbatterci il muso, su queste impennate rituali, ogni anno qualcuno non viene ma in compenso salta sempre fuori un altro pronto a prenderne il posto.

Mangiando dimentichiamo i nostri dubbi, la testa è alla vetta, indugiamo il tempo di un caffè e partiamo. Vorremmo varcare il Passo della Cisa come gli antichi mercanti, arrivare di notte e dominare la distesa di monti da cui i librai erranti della Lunigiana si spartivano l’Italia cent’anni prima di fondare il Premio Bancarella – immaginare di fare qualcosa del genere con le nostre vite. Ma niente in queste avventure va mai come ci si aspetta. Arrivati al borgo di Groppodalosio, inaccessibile pugno di case di pietra grigia tra i boschi di castagni, la bancaria compra da un anziano un cesto di funghi, sono appena colti, si possono mangiare anche crudi, assicura: saranno la nostra cena. Poco oltre siamo sul Ponte della Valle Oscura, un ardito passaggio che svetta con un’arcata su un torrente impetuoso. Tutti gli altri ponti gettati in questo tratto, il fiume se li è portati via; questo resiste da secoli. Qui, tra le fronde degli alberi, pensiamo di cambiare destinazione. C’è una discussione, non piacciono a tutti i cambi di programma, ma il giornalaio ci persuade di voltare per Zeri, da cui pure c’è una bella vista e dove nessuno di noi è stato mai. La variazione ci impone un giro molto più lungo. Ci trasciniamo tra i boschi col sudore che ci gronda dalla fronte. Le bisacce pesano sulle spalle, ora siamo come viandanti, custodi di un annuale segreto, di più, siamo uno sgangherato ordine di cavalieri in cerca di un varco sconosciuto. Il farmacista dà a tutti un giro di pastiglie ricostituenti, le usano perfino in borsa per star dietro al ritmo forsennato dei tassi e dei rilanci, dice, ci aiuteranno lungo il cammino. Il rumore dei passi che affondano nel sottobosco croccante è interrotto dal gracidare delle rane e dal canto di qualche uccello, si riconosce il chiurlo di un assiolo, forse lo stridere di una civetta. Passate altre ore siamo tra i villaggi delle valli di Zeri, è sera ma la meta si avvicina, distante appena pochi chilometri. Vogliamo accamparci più in alto possibile. In alcuni punti la valle si apre all’improvviso, da qui si scorgono, lontane e maestose, le Alpi Apuane.

L’affittacamere tira fuori un piccolo stereo dallo zaino e se lo carica in spalla, parte una musica ritmata che ci dà la cadenza per le ultime salite. Si parla poco, la stanchezza è sublimata dall’idea del picco, mentre la fatica è stemperata dalla catarsi musicale. Ancora qualche passo, ancora un ultimo sforzo ed eccoci in un’ampia radura. È notte e ci pare di poterla considerare una vetta, del resto oltre non possiamo andare. Il medico estrae delle pagnotte dalla sacca, sono di farina di Kamut, ci dice. L’usciere raccoglie dei ciocchi e li dispone in cerchio, accende un fuoco per riscaldarci. Alcuni montano le tende, altri si sistemano accanto alle fiamme. Più tardi, dal fondo dell’oscurità, sorge uno spicchio di luna. L’immagine è potente e disegna con perfezione la valle. La nostra immaginazione si innesca grazie al bagliore dell’astro, spuntato nel punto esatto in cui due monti si congiungono. La falce dorata è il saluto di un dio, diadema di Shiva pronto a vegliare sulla nostra battaglia. Il lucore dell’astro ha anche qualcosa di minaccioso. Sfoghiamo l’inquietudine con gesti pratici. Piantiamo i picchetti, accatastiamo le bisacce in un mucchio accanto al fuoco e ci abbandoniamo a un sonno labile e confuso, agitato dal bagliore lunare. Le forme prodotte dalla mente non tardano a scomporsi in frammenti di visioni che affondano nell’oscurità, precipitandoci in un paesaggio trasfigurato, in cui ogni foglia è in perfetto equilibrio e parla una lingua intonata a quella di tutte le altre mentre tutta la valle pulsa in accordo col firmamento.

Il mattino è annunciato da un calore di ovatta rosata. Corrado, tra il sonno e la veglia, affonda in una vasca di miele tiepido; Gianni apre un occhio e scopre i petali di origano selvatico tra cui danzano i bombi, proprio qui dove restiamo distesi, incoscienti, col pensiero fuso in un sogno in cui ci muoviamo come un banco di salpe; Sandro dichiara di aver perso le chiavi, qualcuno prova a dirgli che saranno tra le bisacce, ci penseremo domani; Lucia sorride divertita insieme a Caterina, che tuttavia non schiude gli occhi. Valentino si passa una mano tra i capelli, coi polpastrelli gli pare di riuscire a contarli. Una vasca di miele liquido piena di chiavi tiepide e petali! Esclama, a metà tra il sonno e la veglia. Veglia che finalmente arriva, nella sinestesia di un’alba arpeggiata. Immersi tra petali di origano fondiamo l’Ordine della Chiave Tiepida. Una volta svegli scopriamo di essere in cima alla più lunga delle piste da sci di Zum Zeri, con davanti il fuoco spento, un mattino smaltato e lo sguardo che da quassù vola fino al mare.


Federico di Vita è nato a Roma e vive a Firenze. Ha curato la raccolta di racconti Clandestina (effequ, 2010), è autore del saggio-inchiesta Pazzi scatenati (effequ 2011, poi Tic, 2012) – Premio Speciale nell’ambito del Premio Fiesole 2013; e, insieme a Ilaria Giannini, del libro “I treni non esplodono. Storie dalla strage di Viareggio” (Piano B, 2016).