Dietro la polarizzazione delle reazioni al Weinstein-Gate, si nasconde un problema linguistico. Dietro il problema linguistico, si nasconde Lovecraft.


di Luca Pappalardo

A quasi due mesi dalle scuse di Louis C.K., continuo ad avere qualche difficoltà nel formarmi un’opinione coerente sul Weinstein Gate. Da una parte è evidente che i singoli fatti individuati dalla cronaca siano tutti legati dal medesimo fil rouge: tanto le azioni di Louis C.K. quanto quelle attribuite a Harvey Weinstein o Kevin Spacey affondano le proprie radici nel medesimo retroterra culturale (Hollywoodiano e non solo), basato sull’idea che tutto sommato, se l’altro è una donna e/o tu sei famoso, le regole sono diverse.

D’altro canto gli anni di formazione giuridica mi costringono a individuare anche le caratteristiche individuali di ciascun fatto: giacché è altrettanto evidente che ogni fatto è diverso e, se è vero che le pippe di Louis C.K. gemmano dal medesimo fiore marcio che ha prodotto le azioni di cui è accusato Harvey Weinstein, comunque le due cose non sono ontologicamente equivalenti.

Altro discorso è però quello delle conseguenze che dovrebbero derivare da tale differenza. Limitandosi a un ragionamento descrittivo, prettamente giuridico e de iure condito, viene da pensare che saranno (dovranno essere) diverse le conseguenze penalistiche/giuridiche –  a prescindere dall’ordinamento preso a riferimento, giacché è probabile che in ogni ordinamento quei fatti siano qualificati da diverse fattispecie penali (o quantomeno ricevano diversi trattamenti sanzionatori).


Il discorso non viene affrontato su un terreno linguistico condiviso, e non solo per questioni di idiomi differenti: all’interno del medesimo idioma, identici fatti vengono descritti con termini diversi. Tralasciando lo stupro propriamente detto (che richiede un rapporto sessuale), per Kevin Spacey si parla indifferentemente di sexual misconduct, sexual assault, sexual abuse e sexual harassment; per Louis C.K. si va da misconduct ad  abuse a harassment. Nella traduzione italiana, il pendolo oscilla fra violenza e molestia.


De iure condendo il problema diventa prescrittivo, e a monte di ordine etico/morale: se è vero che oggi esiste un consenso trasversale alle varie culture giuridiche circa la diversa “gravità” dei fatti individuati, non è necessariamente vero che su di essi il giudizio morale diverga. Anzi, a dirla tutta – se la divulgazione e le piazze digitali sono uno specchio un po’ sghembo dell’etica corrente – il giudizio morale parrebbe proprio essere lo stesso (fatte salve le poche ma aspre prese di posizione  in senso del tutto opposto). E di conseguenza un domani potrebbe essere identico anche il giudizio giuridico.

L’esistenza di un identico e diffuso giudizio morale non è esplicita, certo, ma si intuisce dalle identiche conseguenze professionali, dai toni del dibattito (nessun articolo ha mai scritto a caratteri cubitali “Louis C.K. è come Harvey Weinstein” ma qualcuno ci è andato vicino) e più in generale dall’assenza di quei puntini sulle “i” che (diciamolo)  sarebbe un po’ di cattivo gusto mettere – salvo dover stilare un’improbabile classifica dei cattivi. Si potrebbe obiettare che in tutto questo non ci sia niente di strano: i vari episodi ricompresi nel Weinstein Gate sono spia del medesimo problema culturale, e dunque sul piano delle conseguenze non penalistiche ricevono il medesimo trattamento; nelle difese a spada tratta della diversa gravità si celerebbe il desiderio di confondere il piano sociale con quello giuridico, se non lo spettro un po’ viscido di chi non sa proprio rinunciare ai propri eroi e magari alla parola femminismo si scopre un po’ Göring. Il problema però è che il piano giuridico e quello extragiuridico non sono così facilmente separabili, e lo si nota andando a guardare il lessico del dibattito.


Cosa significa violenza? Cosa significa molestia? Cosa significa comportamento sessualmente inappropriato? Ed entro quale fattispecie lessicale possiamo ricomprendere le singole azioni individuate? I più scafati fra i divulgatori si attestano su un cauto utilizzo della categoria generale: sanno bene, infatti, che non è possibile definire la fattispecie lessicale senza automaticamente individuare una fattispecie giuridica.


Tanto per cominciare, il discorso non viene affrontato su un terreno linguistico condiviso, e non solo per questioni di idiomi differenti: all’interno del medesimo idioma, identici fatti vengono descritti con termini diversi. Tralasciando lo stupro propriamente detto (che richiede un rapporto sessuale), per Kevin Spacey si parla indifferentemente di sexual misconduct, sexual assault, sexual abuse e sexual harassment; per Louis C.K. si va da misconduct ad  abuse a harassment. Nella traduzione italiana, il pendolo oscilla fra violenza e molestia. La confusione non è tanto figlia della sciatteria, quanto più dell’oggettiva difficoltà di attribuire a ciascun termine dei confini netti; difficoltà che come vedremo nasce proprio dall’intersezione del piano extragiuridico con quello giuridico.

Qualche parallelismo e timida definizione perimetrale, comunque, può essere azzardata: “sexual misconduct” è il genere ampio di comportamenti sessualmente inappropriati (e in effetti sotto questo cappello ricade tutto il Weinstein Gate), “sexual assault” è la violenza (che diventa “abuse” se ripetuta), “sexual harassment” è la molestia. La molestia, però, è a sua volta anche la “sexual misconduct”, quantomeno nella misura in cui la divulgazione italiana usa “molestia” a mo’ di categoria generale.

Detto questo, cosa significa violenza? Cosa significa molestia? Cosa significa comportamento sessualmente inappropriato? Ed entro quale fattispecie lessicale possiamo ricomprendere le singole azioni individuate? I più scafati fra i divulgatori si attestano su un cauto utilizzo della categoria generale: sanno bene, infatti, che non è possibile definire la fattispecie lessicale senza automaticamente individuare una fattispecie giuridica. E qui sta il cuore del problema. Vorremmo chiamare ciascun fatto con il suo “vero” nome senza dover tracimare nel terreno del diritto, ma non ne abbiamo gli strumenti: il linguaggio comune non riesce ad andare oltre l’individuazione di una categoria e deve necessariamente guardare a quello tecnico-giuridico per attribuire a ciascun episodio l’etichetta più appropriata. Il che, tanto per cominciare, rende impossibile la creazione di un vero discorso unico sul tema, subordinando invece i significati dei concetti alle diverse norme di ciascun ordinamento e dando vita ad almeno duecento differenti logoi. Se è vero che Louis C.K. ha fatto qualcosa di diverso da Harvey Weinstein, è difficile mettersi d’accordo su cosa, dato che definire il “cosa” da un punto di vista non prettamente penalistico richiede comunque l’utilizzo di un lessico che è innanzitutto tecnico-giuridico. Si aggiunga poi che per sua natura il linguaggio giuridico non offre parametri infallibili di valutazione ex ante: offre invece fattispecie la cui effettiva qualificazione nel singolo caso è rimessa alla valutazione ex post di un soggetto terzo (il giudice). Il che aggiunge un’ulteriore difficoltà al tentativo di individuare i termini più appropriati.


Il tema della distinzione fra violenza sessuale e molestia sessuale è ampio e per chi vuole c’è una galassia giurisprudenziale da esplorare. Il punto che mi interessa rilevare è che anche guardando ai dispositivi normativi non è possibile individuare dei paletti linguistici assoluti. Anzi, arrivati a un certo punto è proprio il diritto che torna a guardare alla società civile: per riempire di significato i termini in questione,  si rende necessaria  l’intermediazione del potere giudiziario.


Per esempio: in Italia il reato di molestia propriamente sessuale non esiste, esiste però quello di violenza sessuale, definito da una costrizione fisica o psicologica a compiere atti sessuali; ma cosa significa “costrizione fisica o psicologica”? Cosa significa “atti sessuali”? Guardandola da un altro punto di vista, la violenza sessuale sarebbe allora definita dal fatto di coinvolgere a titolo sessuale la fisicità della vittima, ma nemmeno questo a volte basta, e il vero discrimen diventa così quello del bene giuridico tutelato, che nel caso della violenza sessuale coincide con la libertà di autodeterminazione sessuale della vittima (laddove nella molestia coincide con quello della tranquillità della sua sfera privata). Ma cosa significa “libertà di autodeterminazione sessuale”? La domanda non è peregrina, in quanto la fisicità ha il vantaggio di essere valutabile secondo criteri oggettivi, laddove la libertà di autodeterminazione sessuale richiama più che altro la dimensione soggettiva/psicologica della vittima.

Potremmo continuare a lungo. Il tema della distinzione fra violenza sessuale e molestia sessuale è ampio e per chi vuole c’è una galassia giurisprudenziale da esplorare. Il punto che mi interessa rilevare è che anche guardando ai dispositivi normativi non è possibile individuare dei paletti linguistici assoluti. Anzi, arrivati a un certo punto è proprio il diritto che torna a guardare alla società civile: per riempire di significato i termini in questione,  si rende necessaria  l’intermediazione del potere giudiziario. Lì dove il “passo” del legislatore è più lento di quello della società civile, il giudice interviene plasmando la semantica del lessico tecnico-giuridico per venire incontro alle mutate esigenze del contesto; il che piazza la sua attività a cavallo fra misura di incertezza della realtà e strumento di vivificazione di una roba fondamentalmente legnosa quale è il codice penale. Concetti come “violenza sessuale” e “molestia sessuale” si rivelano privi di significati assoluti e dotati piuttosto di significati storicamente contingenti; significati che il giudice un po’ indaga (osservando il contesto circostante) e un po’ crea (lavorando all’interno degli spazi giuridici), attraverso un’interpretazione del testo normativo che non sia mera esegesi ma vera e propria ermeneutica.

Certo, non siamo in regime di common law: il “formante legislativo” (vale a dire il diritto di fonte parlamentare o comunque non giurisprudenziale) avrà sempre e comunque un primato nel sistema delle fonti. Ma questo non fa venire meno gli effetti che la dinamica descritta produce sul linguaggio, e che si piazzano all’origine della confusione: la società civile guarda al diritto per definire i confini del lessico, ma il diritto guarda alla società civile per chiudere il cerchio. La continua e circolare dialettica “società civile -> diritto, diritto -> società civile” è scontata, ma nel Weinstein Gate mostra tutta la sua attitudine corto-circuitale: nel mezzo, a fare da liaison, sta un lessico che vorremmo cristallino e statuario, ma che in realtà è fangoso, malleabile e in continuo mutamento. Potremmo dire che è in corso un processo di risemantizzazione dei termini di riferimento, non fosse che questi termini sono costantemente protagonisti di una mobilità semantica; al più, è un processo che si sta facendo più evidente, più rapido, e maggiormente localizzato negli spazi extragiuridici.

La confusione che sentiamo di provare, dunque, è in realtà senso di abbandono: l’illusione delle forme è crollata, e il lessico della violenza si scopre più simile a un Lovecraftiano Colore venuto dallo spazio.

[…] La povera donna cominciò a urlare che nell’aria si vedevano cose impossibili da descrivere. In quei discorsi sconclusionati non c’era un solo sostantivo, ma solo verbi e pronomi. C’erano cose che si muovevano, cambiavano, fluttuavano; le orecchie erano stuzzicate da impulsi che non si potevano definire veramente suoni; c’era qualcosa che veniva portato via, o forse qualcosa da cui era prosciugata… qualcos’altro l’abbracciava, mentre non avrebbe dovuto… che qualcuno la mandasse via… nella notte niente era stabile, pareti e finestre si muovevano. […]

Si sta mostrando nel suo eterno farsi, e noi possiamo solo osservarlo – impotenti – cambiare; sperare che prima o poi il processo si fermi, o quantomeno che una qualche illusoria parvenza di forma torni a imporsi, convincendoci che il nostro eroe, se non proprio uno stupratore, sia quantomeno qualcosa.


Luca Pappalardo nasce a Bergamo nel 1989 e in realtà si chiama Luca Marco. Dottore di ricerca in Scienze Giuridiche, scrive di diritto col suo nome esteso e di altre cose con quello ridotto. Ha scritto per Prismo, Not, The Towner e altri.
In copertina: What Does Human Dream About, di Chang Hong Ahn, 1992.