Dal terrorismo alle distopie, dalla paura al disagio generalizzato, fino alla ferocia e al risentimento. Dietro mille facce il nemico è sempre lo stesso ed è invincibile perché non ha movente


di Enrico Pitzianti

Era sabato 5 marzo dell’anno scorso quando nella periferia est di Roma i carabinieri facevano irruzione nell’appartamento di Manuel Foffo. Dentro avrebbero trovato una delle bestie più indomabili dell’essere umano: la ferocia. E di questa si sarebbe parlato nei giorni e nelle settimane successive. La ferocia sembrava aver abbandonato l’astrattezza delle passioni per impossessarsi di un corpo, farsi oggetto nello spazio e abbattersi sulla carne, quella di un altro ragazzo, Luca Varani, che in quello stesso appartamento se ne stava con un coltello da cucina conficcato nel petto.

La ferocia si era palesata nelle torture, nella violenza gratuita e nella futilità del movente. Se ne parlava come se un sentimento potesse concretizzarsi, farsi materia e manifestarsi di colpo, ricordando a tutti un potere fino a quel momento sopito. In una di quelle sere, vedevo RaiNews24 alla TV e l’intervistato era lo scrittore Premio Strega Nicola Lagioia, autore di un libro intitolato proprio “La Ferocia” e uscito solo due anni prima. “Questo è il periodo della ferocia?” domandava l’intervistatore.

Nei mesi successivi l’attualità della ferocia è andata a rarefarsi insieme a quella dell’omicidio di Varani, ma senza svanire del tutto. Roberto Saviano intitolerà il suo romanzo “Bacio feroce” e, in una sorta di coda lunga sentimentale, questa specie di malvagità inaspettata e viscerale rimarrà fuori dal discorso pubblico, ma suggerendo un suo ritorno in un futuro non troppo lontano.

Nei mesi successivi mi è capitato di sfogliare molti libri, tra romanzi e saggi, e per quanto trattassero temi differenti ho avuto il sospetto che ci fosse un orientamento comune. Come se negli ultimi tempi si fossero insinuate nel discorso pubblico delle venature coerenti fatte di disorientamento, incubi distopici, dubbio e sfiducia generalizzata, volontà di evasione dalla realtà e dalla routine, ma soprattutto un desiderio di eversione delle regole, del senso civico e della stessa morale. C’è una sorta di generalizzata “tendenza al male”?

Ricordo di aver dato un po’ più di peso a questa ipotesi dopo aver letto un’intervista a Vanni Santoni in cui lo scrittore toscano diceva di credere che le distopie siano attuali perché in tempi di stallo e difficoltà (economica, politica e sociale) si tende ad allontanarsi dalla pretesa di un racconto del reale. Si farebbe quindi viaggiare la mente libera – ma disturbata – verso possibilità irreali, più o meno utopiche, ma affascinanti.

Solo qualche settimana fa, mi è capitato di presentare un libro che mi è parso da subito capace di inquadrare aspetti importanti di questo momento storico e culturale, un saggio dedicato al disagio e ai sogni che si infrangono sul muro delle possibilità economiche e lavorative, Teoria della classe disagiata di Raffaele Alberto Ventura. Molti l’hanno letto come un invito a fare i conti con l’inesorabilità della realtà sociale. Io, mentre prendevo appunti per presentare il libro, ho avuto la sensazione di avere tra le mani, più che un testo autoconclusivo, un segmento di un continuum fatto di dissociazione, delusione e tragedia.

Poi, solo qualche giorno fa mi capita di recensire un altro libro molto chiacchierato: La Gente, di Leonardo Bianchi, saggio della stessa collana di quello di Ventura, ma questa volta interamente dedicato al risentimento politico e alla violenta surrealtà che questo causa quando è generalizzato. Mi è sembrato l’ennesimo tassello.

Fino a quando, qualche ora fa, ricevo Odi, una raccolta di racconti sull’odio pubblicata da Effequ. Leggo tutto, poi ci penso e in qualche modo il cerchio mi sembra chiudersi. Perché sentimenti come ferocia, risentimento, disagio e paura sono rami di uno stesso albero, e la radice sembra essere proprio l’odio.

L’interdipendenza tra i componenti di questa galassia sentimentale è così forte che, prendendo appunti qua e là, mi rendo conto che esiste una sorta di gerarchia lessicale (e forse semantica) tra i vari: ferocia, disagio, risentimento, paura e sospetto. Come se fossero tutti sentimenti prodotti da una frizione scomposta e clandestina, tanto potente quanto sotterranea, l’odio, appunto. È questo – nelle sue varie declinazioni – l’odio rivendicato dalla classe disagiata di Ventura, dal politicamente scorretto, dai neofascisti di cui parla Leonardo Bianchi, dalle periferie, dai feroci di Lagioia e dagli eversivi, dagli impauriti e dai forconi che riempiono le piazze e le pagine dei giornali.

Il nostro modo di concepire l’odio è ancora quello di equipararlo a una negazione, come fosse la mancanza qualcosa di giusto o di buono. Per questo storicamente abbondano le coppie di opposti, da Empedocle a Freud, con l’amore opposto alla discordia, amicizia e odio, philìa e neikos, pulsione della vita e pulsione della distruzione e così all’infinito. Ma l’odio rimane innanzitutto un sentimento che non ha nulla a che fare con la ragionevolezza. Un puro istinto, una specie di resurrezione dell’anima primordiale dell’animale umano sopita attraverso la cultura e la “civiltà”, ma che riaffiora non appena le condizioni sociali o economiche lo permettono. L’odio è insieme istinto di sopravvivenza e voglia irrefrenabile di distruggere, recidere, uccidere. Non importa la maniera in cui si declinerà, quella è questione di contingenza, di casualità. A subirne l’impeto può essere chiunque e qualsiasi cosa, un monumento di Palmira, un villaggio coreano, la vittima di un abuso o chiunque si trovi a passeggiare nelle ramblas di Barcellona, in un mercato di Sarajevo, sulla Promenade des Anglais a Nizza o nel centro di Raqqa. Non a caso Lagioia parla di «un istinto di prevaricazione che nasce da una violenza originaria». E ne fa quasi poi una questione di bagaglio evolutivo ormai ingombrante: «l’uomo per sopravvivere come specie doveva essere per forza violento. È chiaro che come razza dovremmo staccarci da questa violenza, ma lo facciamo troppo poco».

Anche Elisabetta Meccariello, come lo scrittore barese, descrive l’odio come un inestirpabile fantasma comportamentale, insieme sociale e viscerale, e nel suo racconto, contenuto nella stessa raccolta di Effequ, scrive di come:

i rancori si insinuano sottopelle, scavano tane in cui annidarsi, invisibili succhiano le energie, sviliscono. Lavorano silenziosi, di notte, con lanterne a olio scavano tunnel e gallerie e tu ti giri nel letto, senti il calore, stai sudando, scosti il lenzuolo ma loro percorrono ogni centimetro del tuo corpo e strisciano nei punti più estremi, si infilano tra le membrane, si confondono nei pensieri

Poi ci si domanda come quest’odio nasca e possa espandersi, e c’è chi lo descrive come fosse l’inizio di una valanga interiore: qualcosa che affiora e si autoalimenta grazie al vuoto lasciato dalla ritirata della ragione. Come Flavio Pintarelli, che parla di:

un puntino nero e freddo, perso da qualche parte in fondo al tuo cervello o al tuo cuore. Mano a mano che recuperavi la calma e la lucidità l’avevi sentito ingrandirsi dentro, quel puntino. Mentre ricostruivi quello che ti era successo lui era cresciuto, si era espanso come una galassia che occupa il vuoto siderale con stelle e pianeti e orbite e asteroidi

Sempre Meccariello dice poi di un altro pilastro dell’odio, che è la sua insensatezza, la sua intrinseca illogicità. Un po’ come se il sentimento avesse vita propria. L’idea è resa bene attraverso il racconto dell’odio più astruso e incondivisibile che si possa immaginare, quello verso le piante, addirittura verso i gerani, emblema di armonia e di distensione. Quello della scrittrice è uno dei racconti che colpisce di più del libro curato da Gabriele Merlini perché emblematico di un sentimento che non deve dialogare, ma solo esistere in modo unilaterale per riaffermare delle priorità egoistiche, orrende e animali.

Tale è la separazione tra ragione e sentimento che non c’è capacità di dialogo sull’esistenza del secondo.

La naturale conseguenza dell’odio è il generalizzato tentativo di spiegarlo (anche il mio in queste righe), in modo da umanizzarlo, riportarlo su un sentiero di comprensibilità. Di fatto si tratta di un tentativo di esorcismo laico che risulta spesso vano, compiuto attraverso una ricerca delle “ragioni” tanto ostinata quanto inutile.

Dal racconto di Meccariello:

«Ma io non capisco» era la risposta «non posso odiare le piante e basta?» «Non dica assurdità. Come saprà la normativa è rigida su questo punto: è necessaria una specificità per identificare l’odio».

«Ah».

«Ci deve essere qualcosa che ha fatto scatenare tutto questo, no? È sempre così, c’è sempre un colpevole, una causa, un principio del male. Perciò deve scavare, interrogarsi, guardarsi dentro e se non basta scendere ancora più a fondo. Strappare le erbacce, grattare il muschio, livellare gli strati che ha costruito per nascondere a se stessa la verità. Mi segue?»

Ma no, l’odiatrice non segue per niente.

Come non seguiamo noi nel caso dell’odio rivendicato dai tristi haters del web, col loro tentativo di rivincita sociale che genera un’autonoma marea di cattiveria depensante. Dico “depensante” perché ogni insulto alla Boldrini non è davvero un messaggio rivolto alla presidente della Camera, nessuno di questi odiatori resisterebbe più di qualche istante davanti a un vero dialogo con Laura Boldrini. L’impeto crollerebbe davanti alla formalità del momento e l’odio non si metterebbe in mostra, non si farebbe acciuffare.

Negli Stati Uniti, paese protagonista di odi razziali mai sopiti e carneficine inspiegabili, oggi esistono delle vere e proprie calamite per l’odio, i nemici giurati del cosiddetto politicamente scorretto: i safe spaces. Spazi dove, per farla breve, non si può odiare, o meglio, non si può esternare l’odio, non lo si può indirizzare, liberare nell’etere come una sorta di escremento derivante dall’attrito tra il pensiero e l’istinto. In questi spazi l’odio viene arginato, immobilizzato, perché è fine a se stesso, quindi dannoso. Per questo motivo la ragione lo ripudia e ne ostacola la manifestazione, eppure è necessariamente in questa dimensione, quella sociale, che l’odio pretende di esistere – con lo scopo di spingere in basso l’asticella del senso civico. Ed è nello stesso spazio sociale che l’odio è mantenuto in vita in quanto motore trainante di istanze altrimenti destinate a spegnersi, come in politica con la creazione di falsi nemici ad hoc e il lavoro ideologico (tipico dell’estrema destra) mirato a polarizzare le posizioni politiche attraverso l’utilizzo strumentale del malcontento.

È ciò che succede col risentimento in programmi come Quinta Colonna o La Zanzara, ma purtroppo fare debunking o affrontare questo rancore con gli strumenti del raziocinio significa ignorare che in fondo si tratta semplicemente dell’odio che bussa dall’ennesima porta.

Chiunque si sia trovato in una situazione di violenza, attuale o potenziale, sa che in quei momenti i sensi rispondono a una logica tutta loro, distinta e lontanissima dalla pianificazione razionale, incoerente persino con l’immagine che abbiamo di noi stessi. L’odio, è difficilissimo da mettere in parola e quasi impossibile da giustificare. Come l’amore, è una mancanza della ragione a lasciarne andare il flusso, per poi interromperlo con un tampone di ragionevolezza dopo averne permesso lo sfogo in una certa quantità – come un salasso viscerale auto-impostoci dalla nostra biologia o da chissà quale fantasma dell’evoluzione. 

L’odio un senso ce l’ha, ed è la sua insensatezza: che ragioni si possono avere per uccidere cinquanta persone a un concerto folk a Las Vegas? Che senso ha rifugiarsi nell’utopia del Daesh, nel razzismo, nel luddismo e nella paura. Quali ragioni ha un violento, un fascista? Nessuna. Non ci sono ragioni, non c’è un significato. C’è solo la negazione della ragionevolezza, della regola, del senso civico e della possibilità stessa del ragionamento. L’odio è insieme un’arma per l’autoannichilimento e un’insondabile e irreprimibile sentimento animale. È il grado zero su cui si misura la nostra quotidianità, è la minaccia che ci infliggiamo quando c’è un contesto che non permette felicità, è l’ultima orribile scappatoia per la celebrità e il successo – altri due demoni non da meno.

Dopo ogni tragedia, strage o cataclisma naturale, la paura ci spinge verso il focolare della ragione, si cercano “motivi”, “significati” per una sofferenza insopportabile. Quando ci chiediamo questi perché, ogni volta che parliamo di “moventi”, che indaghiamo i “perché del terrorista” – o che un giudice stabilisce l’aggravante “per futili motivi” – si spiana la strada a un silenzio che è la vittoria dell’odio sugli altri sentimenti. Quei momenti di affannosa ricerca di senso costituiscono la polpa dell’odio, la sua stessa fibra e la sua vivacità indistruttibile.

La potenza dell’odio oggi è tale che paradossalmente esso diventa un meccanismo di socialità, una mutazione genetica dell’affetto, una esternazione che – per quanto versata alla disforia – deriva dal bisogno di dialogo. L’odio come la miglior leva degli strumenti comunicativi, perché colpisce, perché funziona. L’insulto rancoroso paga più di una pacata analisi, rimane impresso, accalappia gli sguardi e certifica passione, la stessa passione di cui si nutre il sentimento amoroso – quella che ci sta a cuore perché è l’unico nemico della noia di cui possiamo fidarci. Anche per questo nell’immediatezza della comunicazione online l’odio è così proficuo, capace di instaurare rapporti, addirittura assicurare engagement.

Ma l’odio non è una malattia contemporanea, non viene da internet e non nasce sui social, è semmai un lascito antico con cui tocca fare pazientemente i conti, proprio come la sua conseguenza più diretta e concreta: la violenza.

Una volta Kierkegaard, il famoso filosofo danese, riuscì in un’impresa rara, trasformò l’odio in amore. Lo fece con una specie di détournement sentimentale: interruppe di colpo e senza motivo la relazione con la ragazza che amava, Regine, e non le rivolse più la parola. Si rifiutò di dare spiegazioni nonostante ogni tanto la incrociasse per le vie del centro di Copenaghen. Eppure, così pare, non smise mai di amarla fino all’ultimo dei suoi giorni. Il perché non lo si sapeva allora e non lo si sa oggi, il teologo non lo disse mai a nessuno e ancora ora c’è chi si domanda le ragioni di quel gesto. Eppure quel farsi odiare dalla sua compagna in modo così giusto e così deciso gli importava. Il filosofo si informava e si assicurava che quell’esperienza desse alla giovane forza e animo combattivo. Un regalo quindi, fatto attraverso l’odio e sacrificando un sentimento, l’amore, che dovrebbe esserne l’esatto contrario.

Certo, sarebbe difficile mettersi in testa di seguire l’esempio di Kierkegaard e usare l’odio per fare del bene a chi amiamo (comunque egoisticamente), attraverso l’odio. Però, ecco, i sentimenti, anche i peggiori, dovremmo forse provare a incanalarli, per limitarne i danni e magari rassegnarci a conviverci, più che intestardirci nel volerli estirpare.


Enrico Pitzianti, Cagliari 1988, si occupa di estetica e arte. È parte della redazione de L’Indiscreto,  Artnoise e di Dude Magazine. Scrive per Il Foglio e cheFare. È laureato in semiotica, ha fondato il progetto artistico online GuardieShow ed è consulente per SpaceDoctorsLtd.
In copertina: dettaglio di copertina di Edward Gorey.