Come i cambiamenti storici sono sempre stati accompagnati dal mutare di barbe e baffi.


(Questo testo è tratto da “Barbalogia”, di Giuseppe V. Vannetti. Ringraziamo Armillaria per la gentile concessione)

di Christopher Oldstone-Moore

Giuseppe Vannetti scrisse il suo studio sulla barba in un’epoca glabra. La messa al bando dei peli sul viso della buona società del XVIII secolo ebbe l’effetto di renderli affascinanti per gli uomini del tempo. Tuttavia, questo non fu l’unico motivo di Vannetti. Era un uomo dell’Illuminismo e, come altri intellettuali di quel periodo, era interessato al potere della ricerca storica per svelare i segreti della natura umana. Non fu il primo a pubblicare una storia del costume della barba. L’onore va ad un altro italiano, l’umanista e teologo del Rinascimento Pierio Valeriano. Però Vannetti fu il primo a produrre uno studio sistematico della barba dalla creazione ai giorni suoi.

Così facendo diede vita a un nuovo trend. Sei anni dopo, il gesuita francese Francis Oudin pubblicò Recherches sur la barbe sul Mercure de France e nel 1774 l’erudito abate Augustin Fangé scrisse Mémoires pour servir à l’histoire de la barbe de l’homme. Nel 1786, Jacques Antoine Dulaure, giovane storico e politico, pubblicò Pogonologie, ou Histoire philosophique de la barbe. Tutti questi nuovi studi in ‛pogonologia’ traevano ispirazione da una nuova consapevolezza sul potenziale della storia della barba per svelare verità fondamentali sull’umanità, e sul genere maschile in particolare. Secondo gli autori illuministi, i peli del viso, sebbene fossero una creazione della natura, erano stati addomesticati dalla cultura per scopi sociali e per questo fungevano da indicatore dei mutamenti negli ideali e nei costumi. Vannetti e i suoi successori illuministi furono i primi ad adottare una prospettiva relativista, rifiutandosi di considerare barba e baffi una questione morale o teologica, come faceva Van Helmont, ma, al contrario, guardandoli come un’istanza di cambiamento e sviluppo sociale.


Dal IV secolo a.C. in poi il viso rasato fu lo stile principale per i gentiluomini delle società europee, interrotto solo da periodi relativamente brevi di barbutaggine. Questo suggerisce che la rasatura prevalse perché solitamente associata alla superiorità, alla virtù e alla disciplina sociale.


In questo senso Vannetti fu un pioniere della storia della barba, tema che oggi vive una rinnovata popolarità e attenzione accademica in quanto aspetto della storia culturale e di genere. Questo tema porta due grandi domande: perché gli stili e la considerazione verso la barba mutano nel tempo? Cosa ci dicono del nostro passato questi mutamenti?

Il fattore chiave da considerare è che dal IV secolo a.C. in poi il viso rasato fu lo stile principale per i gentiluomini delle società europee, interrotto solo da periodi relativamente brevi di barbutaggine. Questo suggerisce che la rasatura prevalse perché solitamente associata alla superiorità, alla virtù e alla disciplina sociale. Per periodi relativamente brevi gli europei adottarono una logica della rispettabilità maschile alternativa, e questi ribaltamenti sono rivelatori di più profonde forze sociali all’opera.

Questo schema di base prese forma al tempo di Alessandro Magno. Prima di Alessandro, un greco rispettabile aveva una florida barba e lo stesso dicasi per i persiani, gli arabi, gli ebrei e il resto del Mediterraneo e del Medio Oriente, Egitto escluso. Dall’inizio del IV secolo a.C., però, gli artisti classici greci iniziarono a raffigurare dei ed eroi come giovani senza barba nello sforzo di rappresentare la loro immortalità. Alessandro adottò questo aspetto giovanil-eroico per rafforzare la sua pretesa di farsi riconoscere origini divine. Ancora più significativo fu che Alessandro obbligò i suoi ufficiali e soldati a radersi. Così definì un nuovo standard visivo della perfezione virile che perdurò incontrastato per i successivi quattrocento anni, durante i quali fu adottato con entusiasmo dai romani. Dopo questo lungo periodo, solo lo sforzo continuo di filosofi ribelli riuscì a far riguadagnare favore alla barba naturale, e comunque solo per brevi periodi.

Dopo Alessandro, i primi importanti campioni della barba furono Musonio ed Epitteto, filosofi stoici del II secolo, che chiesero agli uomini di lasciarsi crescere la barba per rispetto delle leggi di natura. L’imperatore Adriano, sperando di governare con filosofica saggezza, seguì le istruzioni di Epitteto e abbandonò il rasoio, inaugurando un nuovo stile per l’élite greco-romana. Poco più di un secolo dopo, però, l’imperatore Costantino e i suoi successori tornarono al vecchio stile ben rasato, con l’unica eccezione dell’imperatore pagano Giuliano, che preferì la moda e gli ideali di Adriano e Marco Aurelio.

Le invasioni germaniche e il collasso dell’Impero colpirono la cultura classica, ma la chiesa lottò per conservare quel che poteva e la tradizione romana dei capelli corti e dei visi lisci fu perpetuata nella pratica della tonsura e dalla rasatura dei sacerdoti durante il Medioevo. Entro il XI secolo, un volto rasato era ufficialmente riconosciuto come segno di chiamata spirituale sia per i monaci che per il clero secolare e venne sancito nel diritto canonico. In questo periodo la rasatura era già emersa come motivo di contenzioso tra i rami del cristianesimo di Occidente e Oriente e veniva abitualmente indicata dalle autorità ortodosse come uno dei seri errori teologici dell’Occidente latino. L’adempimento della rasatura sacerdotale stabiliva volutamente una forte distinzione sica tra clero e mondo laico, che spesso preferiva la barba. A volte questo contrasto fu assorbito positivamente, come nel caso dell’ordine cistercense, per il quale i fratelli laici dovevano far crescere una barba di media lunghezza per distinguersi dai monaci veri e propri. Questa tradizione determinò la nascita del primo libro in assoluto sulla barba, l’Apologia de barbis dell’abate Burchard (1160), che giustificava la pratica della rasatura come segno di un più alto stato di grazia spirituale. Inoltre, secondo Burchard era giusto che i fratelli laici portassero la barba, considerandola un’indicazione appropriata della loro chiamata a lavori terreni.


Il trionfo della rasatura nel tardo Medioevo determinò la rinascita di nuovi campioni della barba.


Per gli uomini di chiesa come Burchard, una distinzione sica tra laici e clero era utile a ricordare la speciale chiamata dei sacerdoti. Altri ecclesiastici medievali, però, adottarono un approccio diverso e incoraggiarono i laici a seguire l’aspetto della santità. I crociati, ad esempio, solitamente rasavano o tenevano la barba molto corta, assumendo un distintivo aspetto cristiano-latino tra le lunghe barbe degli ortodossi e dei musulmani dell’Est. In particolare, a metà del XII secolo Luigi VII adottò la rasatura (e le crociate) come atto di pietà, stabilendo un duraturo precedente per i monarchi e i cortigiani francesi. Col tempo, sempre più laici rivendicarono la virtù simbolica di un volto glabro, quindi per la ne del XIV secolo le barbe divennero molto rare.

In ultimo, il trionfo della rasatura nel tardo Medioevo determinò la rinascita di nuovi campioni della barba. Gli umanisti rinascimentali abbracciarono il mondo senza riserve rispetto ai pensatori medievali. Di conseguenza, prese piede un ideale di mascolinità fortemente secolare che trovò la sua giusta espressione nel viso barbuto. Secondo questo nuovo pensiero, la barba è naturale e rappresenta orgogliosamente la rispettabilità di un uomo. Era dal tempo dell’imperatore Adriano che la barba non giocava un ruolo tanto importante nel definire la vera mascolinità. Umanisti italiani come Raffaello, Michelangelo e Castiglione divennero un esempio per l’Europa e papi, re e nobili li seguirono.

Ora il pendolo oscillava lontano dall’ideale medievale e anche gli uomini di chiesa iniziarono a richiedere il diritto di portare il peloso emblema dell’onore virile. Nel 1513, Pierio Valeriano pubblicò un libretto intitolato Pro Sacerdotum Barbis. In questo primo grande manifesto della barba dei tempi moderni, fa eloquentemente appello al clero affinché rafforzi la propria autorità abbandonando la timidezza, la morbidezza e l’autoindulgenza insite in un uomo rasato in favore del coraggio e della fermezza di una barba naturale. Valeriano fu il primo a parlare dei bene ci della barba per la salute, che riecheggiano negli scrittori dei nostri giorni, in particolare l’idea che la barba protegga dal caldo e dal freddo e dalle malattie di gola.

Con la restaurazione degli uomini barbuti nel Rinascimento, era solo questione di tempo prima che qualcuno indagasse la scienza delle barbe. Quell’uomo fu Marco Antonio Olmo, professore di medicina all’Università di Bologna, che pubblicò Physiologia Barbae Humanae nel 1603. Nel suo lungo lavoro Olmo propone una spiegazione della barba in cui la teoria medica si unisce ai principi teologici. Il suo pensiero centrale è che i peli sono parte del corpo e come lo scopo del corpo è servire l’anima, così anche i peli devono servire l’anima in qualche modo. E lo fanno fornendo un segno esterno degli ‛spiriti genitali’ e della maturazione virile, indicando così la condizione dell’anima maschile. Olmo non spiega con precisione cosa si possa sapere dell’anima in questo modo. È più focalizzato sul principio che sulla pratica della barbalogia.

Nonostante l’entusiasmo rinascimentale per la barba, essa fu abbandonata poco dopo un secolo, ridotta ai piccoli baffi della metà del XVII secolo per finire del tutto rifiutata verso il 1680. Gli europei avevano seguito l’esempio degli umanisti italiani nel riportare in auge la barba nel XVI secolo ma in quello seguente preferirono l’esempio della corte di Francia, che adottò le parrucche ricciolute piuttosto che barba e baffi come segno di eleganza virile. Era l’epoca dell’Assolutismo, quando i governanti europei centralizzarono il potere e pretesero maggior decoro e disciplina dai loro sudditi. La Riforma aveva contribuito alle guerre civili nel continente; la successiva richiesta di ordine sociale esigeva che le persone disciplinassero corpi e volti e mostrassero di essere in grado, e disposte, a tollerare elaborate regole di condotta ed etichetta. Questa richiesta di attenersi a norme estetiche più stringenti non mancò di contestazioni, però, e la resistenza fu particolarmente forte in Sassonia e Russia. Nel 1690, ad esempio, Samuel Theodor Schönland, ministro luterano di Lommatzsch, tenne un discorso sul positivo contributo della barba alla virtù maschile, mentre nel 1698 un professore dell’Università di Wittenberg, Georg Caspar Kirchmaier, denunciò gli ‛odiatori di barbe’ affermando che la natura aveva dato agli uomini la barba come segno di onore e supremazia. Il dissenso sassone risultò inutile quando i protestanti tedeschi si unirono al resto dell’Europa occidentale e centrale sottomettendosi al rasoio.


Per evitare che i russi ricadessero nelle cattive abitudini, nel 1705 Pietro varò una tassa nazionale sulla barba.


Ma mentre la Sassonia capitolava, una battaglia più intensa e letale cominciava in Russia. Nell’agosto del 1698, lo zar ventiseienne Pietro il Grande tornava dal Grand Tour in Europa e riuniva i suoi nobili per dichiarare l’avvento di una nuova era di modernizzazione per il paese. Come simbolo di questa trasformazione mostrò un paio di forbici e lì sul posto tagliò la barba dei cortigiani più importanti. Con questo ordine tagliente Pietro tracciò la linea tra la nuova Russia e la vecchia, e gli oppositori dello zar poterono disporre di una nuova lamentela nei suoi confronti. I conservatori erano oltraggiati dall’affronto di Pietro alle tradizioni del cristianesimo ortodosso e dal suo sostegno a quelle dell’Occidente corrotto, in particolare il fumo e la rasatura. Lo zar rispose arrestando e torturando migliaia di nemici. Centinaia di cadaveri pendevano dalle mura della città o dal Cremlino come testimoni disgustosi della spietata determinazione dello zar. Per evitare che i russi ricadessero nelle cattive abitudini, nel 1705 Pietro varò una tassa nazionale sulla barba. Il successo di questa misura fu evidente perché le entrate della tassa furono minime. Gli uomini preferivano tenersi i soldi piuttosto che la barba.

In Europa, le pressioni sociali e politiche avevano fatto assorbire un regime rasato che rimase per altri 150 anni, finché i disordini delle rivoluzioni industriali e politiche spinsero gli uomini a ricorrere alla barba in difesa del privilegio maschile. La rivoluzione francese ispirò gli uomini ad abbandonare parrucche e calze di seta, invece la rasatura rimase un baluardo contro il radicalismo. I giovani di sinistra si lasciarono crescere barba e capelli all’inizio del XIX secolo, rendendo tale sfoggio sommamente indecoroso no a quando, nel 1849, la sconfitta delle rivoluzioni liberali mise ne all’immediata minaccia del radicalismo. Ne seguì un rapido ed entusiastico fiorire di barbe in tutta l’Europa e il Nord America. Una nuova ondata di sostenitori della barba osannava i peli del volto come simbolo della libertà individuale e innegabile evidenza fisica della rispettabilità maschile. Nell’Europa urbana e industriale, e nel contesto delle sue condizioni socio-economiche fluide, un uomo barbuto trovava conforto dal sapere che la natura gli aveva assegnato una misura di forza e dignità che esigeva rispetto. Era più che una questione di sicurezza di sé, però. Le parole dei sostenitori della barba tradivano anche una crescente preoccupazione riguardo l’aumento del potere delle donne. Molti uomini amavano sostenere che la barba era prova del fatto che la natura avesse stabilito come superiori le qualità siche e mentali degli uomini rispetto a quelle delle donne.

Farsi crescere la barba aiutò gli uomini del XIX secolo a ritrovare la virilità primordiale durante l’era industriale. La peluria sul viso affermava la ‛naturale’ forza d’animo di un uomo, che gli conferiva il diritto di comandare in famiglia e di costruire imperi. Ma i peli da soli erano insufficienti a definire l’uomo moderno. Con l’arrivo del XX secolo, gli uomini europei e americani abbracciarono anche la competizione atletica e il bodybuilding per le stesse ragioni per cui, per lo più, si facevano crescere la barba. Col tempo, l’enfasi crescente sul vigore giovanile e i muscoli virili resero i peli sul volto indesiderabili, tanto che il XX secolo è uno dei secoli più sbarbati della storia.

Poi arrivò l’imprenditore americano King C. Gillette, che brevettò il suo famoso rasoio di sicurezza nel 1904 e questo, a prima vista, sembra spiegare il rifiuto della barba nel XX secolo. L’invenzione di Gillette, tuttavia, fu più beneficiaria che causa della scomparsa della barba. Sostanzialmente, gli strumenti per una migliore rasatura furono utili alla mobilità della classe media, rendendo gli uomini comuni in grado di arrivare agli standard di cura personale dei capi aziendali. Nel XVIII secolo la rasatura era parte del codice di buone maniere dei gentiluomini. Nel XX aiutò gli uomini a esibire un’energia giovanile e una disciplinata affidabilità, caratteristiche adatte all’impiego aziendale e professionale. I cambiamenti nel pensiero scientifico sostennero le pressioni sociali e aziendali volte alla rimozione dei peli sul volto. La scoperta che i microrganismi causavano malattie provocò un totale e drammatico voltafaccia rispetto alla salute e a barba e baffi. Nel XIX secolo i medici erano soliti asserire che barba e baffi aiutavano a proteggere la pelle e i nervi dal sole e dal clima, nonché a filtrare la polvere e l’aria malsana. Le scoperte di Pasteur cambiarono tutto e dall’inizio del XX secolo i dottori denunciarono esponenzialmente la barba come rifugio dei microbi.

Nel XX secolo, una faccia rasata faceva parte dell’uniforme di un uomo pulito e normale. Resisteva comunque un impulso ribelle a testare questi limiti, almeno nella fantasia. Le star di Hollywood come Clark Gable con i suoi baffi a matita esprimevano lo spirito audace e malandrino che voleva spezzare le catene sociali. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, la generazione più giovane adottò capelli lunghi, menti pelosi e musica alta per comunicare il proprio rifiuto delle norme sociali. I Beatles rispecchiarono precisamente questo sviluppo, facendosi crescere i capelli sempre più lunghi negli Anni ’60 e poi le barbe nel 1968.


La Disney Company vietò risolutamente barba e baffi ai propri impiegati, tanto da entrare in conflitto con il sindacato francese sulle regole di cura personale all’apertura di Euro Disney nel 1991.


In Europa e America, il radicalismo giovanile portò la reazione dei conservatori, che pretesero limiti alla disobbedienza e ai peli. Un esempio rilevante è la Disney Company, la quale vietò risolutamente barba e baffi ai propri impiegati tanto da entrare in conflitto con il sindacato francese sulle regole di cura personale all’apertura di Euro Disney nel 1991. Un tribunale francese rifiutò i severi codici di condotta Disney nel 1995 e l’azienda fu obbligata al compromesso. Nel 2012 la Disney finalmente allentò le sue regole anche negli Stati Uniti e permise agli impiegati di farsi crescere delle barbe modeste, fintantoché apparissero pulite e professionali. Anche se, di sicuro, non si è trattato di un grande gesto a sostegno della barba, questo cambiamento indica un mutamento reale nell’atteggiamento del nuovo secolo. Se l’azienda più anti-barba del paese più anti-barba si era piegata un po’, si poteva dire che il ‛rasaturismo’ stava tramontando.

In termini più ampi, la storia della barba offre una cronologia della storia maschile segnata da grandi cambiamenti nell’atteggiamento verso barba e baffi . Una costante è la tendenza ad associare i peli con la natura e, al contrario, la rimozione dei peli con il controllo o la trascendenza della natura. I campioni dei vari movimenti per la barba nel II, XVI e XIX secolo (e sforzi minori e parziali nel frattempo) fecero tutti riferimento esplicito ad una immagine pubblica maschile basata sul corpo fisico. Era il corpo maschile, sostenevano, e la forza mentale e morale latente al suo interno che alla ne giusti cavano la rivendicazione maschile dell’autorità, dell’orgoglio e del dominio. La principale alternativa a questa idea fu la nozione opposta per cui la vera virilità si basasse sul potere e su ideali oltre il sé, fossero questi Dio, la comunità, la nazione o l’azienda. I rasatori per antonomasia, sin dall’inizio della civilizzazione, furono i sacerdoti. La logica della rasatura sacerdotale – tagliare via il peccato e la corruzione della nostra natura sica per avvicinarci a un piano dell’essere più alto – era manifesta nelle prime tradizioni della civiltà occidentale e fu riscoperta dalla chiesa medievale. L’idea della trascendenza maschile non era limitata al contesto sacerdotale. Rasandosi, Alessandro Magno enfatizzava la sua natura divina su quella umana; per uomini meno eroici, rasarsi significava riconoscere di fare affidamento su un potere e un’autorità fuori da sé stessi. Un gentiluomo del XVII secolo come Vannetti, ad esempio, si conformava attentamente al gusto raffinato della sua epoca per dimostrare il suo valore sociale mentre un uomo del XX secolo usava il rasoio per guadagnare fiducia e un impiego sicuro. Lo schema che si evince dalla storia della barba rivela che, a parte qualche eccezione degna di nota, la rasatura si è dimostrata un’utile pratica culturale nel definire una identità maschile socialmente disciplinata.

La storia della barba ci avverte dell’importanza sociale dei peli sul volto sia nel passato che nel presente. Come in passato, la condizione dei nostri tempi è visibile sui volti degli uomini. La sperimentazione nelle acconciature di oggi riflette una rinegoziazione attiva di cosa ci si aspetta dagli uomini, e cosa gli uomini vogliono per sé stessi per quanto concerne l’autonomia personale, le regole sociali, l’identità religiosa, i ruoli di genere e l’attrazione sessuale.


Il Libro: Non solo moda, ma un modo d’essere. Un vezzo per alcuni, uno slancio di gusto o d’abito, ma anche un atto di fiducia in colui che se ne prende cura, che maneggia la vita a distanza ravvicinata. Oggi collocata nel dominio estetico ed elemento di tendenza, nel 1759 la barba è il presupposto teorico per un appropriato ragionamento. È il tentativo, insieme erudito e stravagante, di un intellettuale roveretano che sceglie un’esplorazione accurata per disseminare relativismi culturali in un’attenta collazione di fonti. Emblema del preilluminismo italiano, la Barbalogia definisce alla perfezione i risvolti dell’otium più ammodernato e assicura unitamente una polifonia di scenari e contaminazioni, tutti insaporiti da credenze e affabulazioni, abitudini e repertori sofisticati, usanze condivise e interdetti.
In copertina: Ritratto di gentiluomo con baffi su fondo verde (dettaglio), Courtesy Pananti.