Rinchiuso in una prigione metafisica, un uomo, affetto da uno strano morbo che gli impedisce di leggere i libri, cerca la guarigione nel rapporto epistolare con una principessa.


(Questo testo è tratto da L’illettore, di Hermann Burger, tradotto da Anna Ruchat. Ringraziamo L’Orma per la gentile concessione)

di Hermann Burger

Cara Signora e sovrana di Blankenburg, Amica del cuore, eccelsa Lettora, La ringrazio anzitutto per l’indefessa lettura, chi meglio di me, affetto da illessia – e così dicendo rigiro il pugnale insanguinato nelle profondità della carta – può mai immaginare cosa significhi vivere nel castello della Simmental immersi nel parco, all’ombra di olmi e abeti, dunque ancora al di qua della linea degli alberi, protetti dai monti Wildstrubel e Spillgerte, insomma vivere in mezzo ai libri – tanto più che il sottoscritto un tempo è stato egli stesso una lettera dell’alfabeto –, e l’invito a pernottare nella Sua biblioteca, luogo che tra tutti Le è più prossimo al cuore, sì, proprio di fronte alla distesa di fiori, con i giochi d’acqua nelle orecchie, a rimboccare le lenzuola del mio letto di degenza, del mio giaciglio di dolore, nel profumo del cuoio marocchino o della pelle di capra delle oasi (di cui consiste la rilegatura di tutte le opere complete ch’Ella possiede), pungolato, per così dire, dalle sottane oscillanti della letteratura mondiale, questa offerta di grande e nobile generosità – che comprende un camion di libri camuffato da ambulanza per il trasporto delle mie spoglie imbottite di pillole a Blankenburg (oh come si staglia nitido questo nome sul cielo blu acciaio!) –, questo invito come aratro mi ha tracciato il solco verso la Sua munificenza, per poi gettarmi però come vanga nelle segrete della mia illessia. E debbo innanzitutto, contessa Donna von Fürstenfeldt, avendo io il privilegio di potermi annoverare tra i Suoi amici di penna, e affinché Lei capisca il valore che ha per me la Sua offerta, intrattenerla su Schruns- Grächen – che è come dire Austrizzera – in contrappunto permanente con Blankenburg e nella speranza che il fedele Loontien nel suo blu slavato di Blankenburg non intercetti le mie segrete missive. Come tutti i domestici originari della Marca brandeburghese, Loontien teme in cuor suo che un giorno gli si affidi una lettera di cui non è all’altezza. Il mio scritto lo sventra, povero Loontien, e dunque la mia strada, si potrebbe credere, non può che passare attraverso il Suo segretario privato Immanuel Arpagaus. Ma – ed è più intelligente che battibeccare con inservienti ingrigiti e con istanze per direttissima – lasciamo parlare Schruns vicino a Grächen, solo così, a margine, per portare un saluto a Blankenburg dalla ferrovia che collega Montreux all’Oberland Bernese.

La prego, venerata contessa e principessa del mio continente sommerso, di voler immaginare che una notte la Sua residenza di campagna – non posso impedirmi di pensare, guardandola, al barocco della Bregaglia, forse per via delle tante finestre ovali: li confronti con i cerchi decorati sulle case contadine della Simmental del XVIII secolo – venga assalita da crudeli libricidi che passino a fil di spada i preziosi volumi della Sua biblioteca, assassini della letteratura capaci di massacrare qualunque cosa capiti loro a tiro, il che, sebbene non esista una compagnia assicurativa in grado di rifondere le Sue prime edizioni scricchiolanti dall’appetitoso odore di bei tomi antichi, non sarebbe poi così grave, persino Loontien saprebbe farsene una ragione. Lei potrebbe comunque dire, a se stessa e a lui, cosa me ne importa di un tale saccheggio? Io, Signora di Blankenburg, sono L’idiota, io sono Le affinità elettive, sono Lo Stechlin, sono la Recherche, sono Enrico il Verde, sono I sonetti a Orfeo, ho assorbito così in profondità queste pietre preziose dell’umano spirito che nessuno le potrebbe estirpare dalle mie viscere e dalle mie ghiandole. Nelle pieghe più interne brilla l’ametista, l’opale nelle fenditure, incastonati nel petto il turchese, lo smeraldo, lo zaffiro, il rubino.

Cos’è però il Suo petto, veneratissima contessa, che le persone a Lei più care chiamano anche Benigna? Conca, fosso, pozzo, fauce, abisso, segreta? C’è forse una cassaforte per La casa nel roseto di Stifter, c’è un prato recintato per La metamorfosi di Kafka? Molto peggio che essere derubati dei libri – stia attenta al genitivo – sarebbe rimanere sepolti – per via del crollo di un masso o a causa di un terremoto – dagli in folio e dagli atlanti. C’è poco da scherzare con lo Spillgerte, anche se ci si può fregiare dell’autorità di una castellana. Lei annasperebbe, allora, inseguendo quell’aria che proprio il Körner Le impedirebbe di inalare: morte bianca per soffocamento in una marea di carta. E tutto questo ancora non è niente se paragonato a Schruns- Grächen. Qui ci mancano tra l’altro parallelismi adeguati, soffriamo di atrofia del tertium comparationis. Schruns-Grächen sembra il nome dell’inventore di una malattia. Chi scopre una malattia mima in anticipo tutti coloro che in seguito la contrarranno, contessa von Fürstenfeldt, proprio come il suo soprannome Benigna, destinato a chi Le dà del tu – Arpagaus, ad esempio, le dà invece del lei –, nome sommamente femminile accanto a Donna, rimanda alla salvezza, alla sopportazione. Alla quiete dei giorni a Blankenburg. Ascolti questo tintinnio, scintillante quanto un pulviscolo, pare quello che risuona ogni vigilia di Natale – argento per zucchero a velo –: ancora una volta a Blankenburg è l’ora del tè. Loontien serve in guanti color panna, Arpagaus interrompe le sue attività. Si racconta che Lei, contessa Donna von Fürstenfeldt, nei giorni di tempo incerto – quando la lettura e il passeggio risultano poco invitanti, quando non si sa se si debba passare dal libro al paesaggio, o se non sia meglio rifugiarsi dal paesaggio nel libro –, che Lei inviti il Suo domestico e il Suo segretario privato a cimentarsi nel seguente gioco: si portano dalla biblioteca al giardino d’inverno un paio di pile di volumi in quarto, in ottavo, in sedicesimo, dopodiché si sorteggia a testa o croce per sapere chi comincia. Se Loontien per primo sceglie l’Enrico di Ofterdingen, lei, contessa, ribatte con l’Andrea di Hofmannsthal, cosa che svergogna Arpagaus e addirittura lo smaschera, costretto com’è a impugnare le conversazioni di Goethe con Eckermann. Ma ecco che il brandeburghese escogita un colpo raffinato: Effi Briest. Una volta che lui ha Effi, Lei si rivolge al Suo segretario e gli dice: ora prendo l’Anna Karenina e offro a Lei la possibilità di decidersi per Madame Bovary, e così un giro dopo l’altro. Poi Loontien si cimenta negli scambi: pretende a tutti i costi Il mondo come volontà e rappresentazione. Lei confabula con Arpagaus e vi accordate per chiedere in cambio l’epistolario di Mörike e magari anche un volume in bazzana degli Studi di Stifter. Ma se il domestico fa le bizze, Lei può anche cambiare tattica: con un rastrello da croupier si accaparra l’opera omnia di Balzac.

Ecco come si gioca nella penombra del giardino d’inverno di Blankenburg, Signora Benigna, i preziosi scritti vengono smazzati e scartati; Lei li chiama scacchi d’ambra; se per un verso non si fa che annusare i libri, per l’altro ognuno tenta, con la biblioteca che via via ha costruito, di far scacco matto all’avversario tramite la supremazia bibliofila o quella letteraria. Così un Kotzebue su pergamena trionferà facilmente su un Corneille in brossura. Come mi piacerebbe, mia bella Signora di Blankenburg, prendere parte ai giochi ambrati dalla mia cisterna di Schruns, tanto più che condivido l’opinione di Arpagaus, quando dice che in fondo si tratta solo di mantenere i volumi in circolo, proprio come si fa fare un quarto di giro alle bottiglie di champagne nelle cantine, dal momento che per un libro restarsene inutilizzato è dannoso quanto essere dimenticato; ma ciò che io Le ho descritto fin qui è solo Schruns- Grächen per principianti e non iniziati, io, che un tempo ero una lettera dell’alfabeto. Mi ascolti, crede che i neurologi si curino mai delle voci? Niente affatto, egregia Signora, le voci dei libri, come quelle degli uccelli, degli alberi, delle pietre, sono ammutolite. La nefasta domanda sulla mia salute, che considero un vero e proprio oltraggio, non fa che riportarmi al Nebnet, al mio buco di Accantato. Una cisterna, se la faccia descrivere da Loontien, il quale a sua volta farà appello ad Arpagaus, poiché io non mi presterò. Ci si può gettare dentro una moneta, che, si dice, porterà fortuna agli innamorati. I sassolini hanno invece lo scopo di scandagliarne il fondo. Anche il filo a piombo potrebbe andar bene. Ma se il gluglu che dovrebbe rivelare la presenza dell’acqua non si dovesse udire? Se Lei porgesse l’orecchio a un deserto? È proprio così che io sto in ascolto, rivolto verso l’alto; l’orrore del Gobi, si direbbe a Blankenburg citando Benn, e lì queste parole avrebbero un senso. Così come io riesco a pensare solo l’interno di questo mio tubo a partire da Lei e mai l’esterno a partire da qui. Ci sono frasi che bussano sulla pietra tombale, ma nessuno ha la forza di capirle. Christoph Wilhelm Hufeland, Lo stato di morte apparente. Casistica degli episodi e delle osservazioni più rilevanti in ordine alfabetico, propone una tabella di quei morenti che sono particolarmente esposti al pericolo di venir sepolti ancora vivi: gli affannati, gli ammutoliti, gli angosciati, gli apoplettici, gli appestati, gli asmatici, gli assordati, i bastonati, i catatonici, i congelati, i convulsivi, i demotivati, i deperiti, i disonorati, gli epilettici, i flemmatici, gli impiccati, gli inconsolabili, gli indignati, gli ipocondriaci, gli isterici, i mucositici, le partorienti, i passionali, i pertossici, i sonnolenti, i sovraccarichi, i sottomessi, gli strangolati, gli stretti di torace, i surriscaldati (nel ballo), i tormentati, i vaiolosi. Gli illettori non vengono citati, stimata principessa, prima dovrebbero candidarsi a quell’orrenda fine. Invano cerco un posto libero tra gli affannati e i congelati.

Oh, se almeno potessi starmene seduto, per una sola giornata in piena estate, immerso nella Rodogune di Corneille accanto all’aiuola, e meditare, umettarsi le dita e sfogliare, non foss’altro che per accarezzare il cuoio liscio di un’edizione del granduca Wilhelm Ernst e sentir crepitare la carta India! Ronzii e brusii collegano tra loro la phlox e la speronella con la flora del giardino roccioso della Simmental, con la campanula del Moncenisio, con il ranuncolo del ghiacciaio o erba storna. In fondo all’orecchio si polverizzano le cascate della Simmental e, quando cambia il vento, rimbomba un basso continuo che sale dalla gola di Weissenburg. Proust sarebbe a portata di mano, in marocchino rosso carminio, ma è preferibile abbandonarsi al blu intenso della piena estate sulla sedia sdraio, ricordando quel punto della Recherche in cui il ragazzino descrive le avventure della lettura nel capanno in fondo al giardino di Combray. Lo schermo interiore teso per le immagini e la natura che un po’ s’avvicina e un po’ s’allontana. La lettura nell’atto di metter radici. Combray che germoglia sulla pagina, il ricordo che fiorisce a Blankenburg. Poi la serata sulla terrazza, il rianimarsi della fontana nel buio, il bordeaux nel bicchiere cesellato, il sapore di noce dell’avana Romeo y Julieta, la domanda di Loontien: Ha ancora bisogno di me, Illustrissima?, il Suo desiderio che egli deponga sulla piccola credenza da toletta il volume di Rilke con il raccontino autobiografico Ur-Geräusch e poi di fronte il nero dello Spillgerte.

In un Donna tutti questi nomi, tutte queste frasi prendono posto in modo diverso rispetto a quanto accade in cervelli come i nostri, e ben oltre Blankenburg, nel mondo intero, non dev’esserci niente di più dolce dell’esser letti, non solo letti, divorati, non solo divorati, capiti, non solo capiti, nominati, non solo nominati, battezzati da una Donna, addirittura dalla contessa von Fürstenfeldt. Lettrice suprema, se Lei volesse potrebbe far saltare Schruns- Grächen, non con frasi capaci di fendere i muri delle segrete, non ne esistono. Seguire il sangue dentro i vasi, perdersi nei meandri più intimi dell’organismo fino al punto in cui troneggia la facezia. Una rotazione consonantica delle sinapsi, è tutto. Vincere il De Profundis della legastenia con un letturoshock. Vede, la medicina specialistica non ha mai difettato di buona volontà, ma solo di fede. Un aiuto potrebbe venire da Bregenz. Avrei bisogno di una ricetta che trasferisse su carta la mia esistenza, e così Lei potrebbe guarirmi tramite la lettura.

Una passeggiata con Lei, egregia contessa, lungo il viale che per amor mio, e un pochino anche di Loontien, Lei ci onora di chiamare chaussée Grodey, una camminata avanti e indietro o anche solo una sgranchita per il podere del castello, come dispose nel suo testamento Monsieur Robert, prevedrebbe che la mia testa si ergesse nel mondo dei libri come una pagoda. Solo così, captandola dall’alto in basso come da una torretta e a mo’ di coperchio, la natura è diventata per me natura. Questo, dicevo allora a prima vista, è un santabete, quello un cespugliodichì. Un torsolo di pino cembro centenario davanti a una pianasombra come un cactus despinizzato nella prateria. Noi legastenici dell’ambiente perdiamo la forza e la voglia del dire correttamente: la metà sinistra – è lei che ha la responsabilità di riconoscere e differenziare i suoni – la metà sinistra del cervello non collabora più con la destra. Dietro la facciata intonacata di bianco ghiaccio delle cucine nell’ala nordest di Blankenburg la roccia sale verticale. Chi concentra ogni sua attività nella lettura ha bisogno di una parete protettrice, cosa che, secondo Le Nôtre, è confermata dalla geometria dei parchi e dei cimiteri. Decifrare una pietra tombale, sussurrare per esteso l’iscrizione di una croce in legno è possibile solo dando le spalle a un bosco di tuie. Ad esempio potrebbe esserci nel salotto giallo – che dà sulla terrazza come il giardino d’inverno – un paravento in seta rosso veneziano che scherma le lampade nella stanza degli ospiti, un angolo delle incisioni particolarmente riuscito, nel fumoir esalazioni di avana e di Dunhill, tenebre alpestri, naturalmente, in camera da letto, e già si dispiega ovunque aprendosi senza far rumore, simile ai libri tridimensionali per bambini, il leporello dei pensieri di Schopenhauer. La miglior protezione ce la forniscono le coste stesse dei libri, che ci difendono dalla bassa Simmental, tengono in scacco Mannried e Grubenwald, Garstatt e Weissenbach, mentre noi leggiamo Poesia e verità in direzione del massiccio del Wildstrubel. Non c’è niente di più bello di questa solidarietà tra gli scritti rilegati ad arte – o forse si tratta soltanto dell’aiuto reciproco che nasce di fronte alle catastrofi, come quando s’approssima una tempesta di grandine? –, in ogni caso, se un titolo viene tirato fuori, i vicini rinserrano le fila senza far rumore, così che la semenza possa germogliare protetta dal vento, foss’anche semenza di cardi.

Io però, mia bella Signora di Blankenburg, devo rendere conto di una notte diversa da quella in cui risplendono, alcuni in un lilla lascivo, altri in un neon verde fluorescente, i testi originali, di una notte di portali chiusi a colpi di martello a Schruns vicino a Grächen. Se almeno quaggiù si mordesse la polvere, e invece no, non si fa che aggrapparsi al cuscino di cartone. Se almeno si soffrisse di dolori che portano un nome gotico, romanico, ottomano, macché; il supplizio sta nel fatto che le torture non si occupano più di noi. Tutte queste innocenti sofferenze periferiche hanno altre vittime da conquistare, in operosa diplomazia corrono da un ospedale all’altro e trattano con il patrimonio dei pazienti, si conquistano un moribondo. Siamo stati a tu per tu con spasmi di ogni genere e ora improvvisamente i libri ci abbagliano, la natura ci assorda, e veniamo abbandonati a Schruns – niente cascate della Simme, niente pini cembri dello Spillgerte, niente Schnurenloch, il «buco di Schnuren». Come devo formulare il messaggio centrale per Blankenburg? Non c’è un colpevole, nessun soggetto si presta a questo ruolo. Invece devo parlare di noi: noi, le più fitte schiere.

Siamo abbandonati in tutte le direzioni, in tutte le profondità, storti, amorfi, non dormire, non sognare, lavorare duro al sudario, uno sbatacchiare e traspirare, un mettersi di spigolo e affogare di continuo, strato di piume dopo strato di piume, tavolato grigio, armadio grigio, tappeto grigio, un padrenostro di solchi del pensiero accatastati, fregi di cerchi e tulipani, ma sempre come un ripetersi di bestemmie; sprecati, buttati via, persi come un paio di occhiali, rifiutati, rimasti orfani e mandati a servizio, un deserto di stoppa; giacere lì, cara contessa, come un pianeggiante tentativo di sopravvivenza, brama di febbrilità, della benedizione del termometro, e il giorno grigio come il cartone che sfuma nel grigio della notte, il perpetuum mobile dell’annichilimento, la perseità sforacchiata, in poche parole: un’esistenza di Accantato.

E nel bel mezzo di questa esistenza arriva, come uno sparo attutito, l’invito a Blankenburg. E via verso le nevi granulose, verso i gheroni splendenti che sorvegliano l’alpestre giardino alla francese, in cui i massi erratici affiancano siepi di bosso, aiuole fiorite, e statue, prima dei pascoli. È una vera e propria chiamata quella che mi raggiunge, Donna von Fürstenfeldt: sii lettera, diventa parola e trova il modo di tornare alla scrittura, affinché tu non sia estromesso dal libro della vita, perché la natura ha dato a ogni cosa il proprio linguaggio secondo la sua essenza e conformazione, e dall’essenza si origina la lingua, o il suono, e ogni cosa possiede una sua bocca per rivelarsi. Addirittura, chissà che non vi sia imprigionato un poeta a Schruns-Grächen! La principessa di Thurn und Taxis Hohenlohe si rivolse a Rilke, Hugo von Hofmannsthal si avvaleva dei favori di Andrea von Andrian. Ci sono innumerevoli esempi di queste linee del cuore tra poesia e nobiltà, si pensi a Tasso o a chi si vuole. Ma noi, le più fitte schiere?

Questa terribile moria di alberi e di libri nella testa, arrangiamoci con il morbus lexis che impedisce il congresso dei sussurri; col che intendo dire, illustre principessa del mio continente sommerso, non il bisbiglio dei salotti, le allusioni sul lucido parquet, ma l’elisio delle più eleganti figure e degli avvenimenti che si librano sopra coloro che sono immersi in un libro. Immersi ne L’uomo senza qualità e non in Schruns-Grächen. Ecco che lì una primavera russa ne incontra una francese e si scambiano le esperienze che hanno avuto nelle teste dalle quali sono uscite. Non serve certo che Le rammenti l’immagine del lettore alla luce della lampada, il quadro è appeso nell’atrio della biblioteca del Suo castello e ricorda a ogni visitatore il necessario raccoglimento: il ragazzino con il ciuffo al vento come in Pierino Porcospino, la carta geografica arrotolata, la corda della campanella ben tesa, i drappeggi, un gabinetto in cui regna il più perfetto silenzio. E poi la lampada davanti alla spoglia parete verdastra, e le ombre che si sottraggono a qualsiasi interpretazione geometrica. Non sono queste le tracce lasciate dai fantasmi dei lettori passati? Il sobrio studiolo non si riempie forse di tutto il pensato? Buio pesto fuori, una luce da lettura all’interno. O è il demone della noia a gettare quelle lance d’ombra? L’universo s’impossessa forse di questa cella?

Questa conversazione elisia e sferica e serafica ed eolica che aleggia su di noi è l’ossigeno dei librofili, è l’ozono liberatosi in innumerevoli tempeste di decrittazione. Che noi, o meglio i nostri inviati, si riesca a parteciparvi o meno, lo si capisce, nel ritmo della giornata, notando se ci svegliamo con una frase o ci addormentiamo con un verso in testa. Per quanto il sogno possa essere stato cubista-immaginifico e sottomarino noi ne riemergiamo e impariamo di nuovo a parlare, dall’interno. Biascicando, ci tiriamo su e continuiamo ad annodare la rete. Epigrammi come sonniferi. Se non ci svegliamo formando una frase non c’è niente da fare: ischemia, apoplessia, insulto apoplettico, secchezza delle fauci. Siamo ormai ridotti un colabrodo, tutto un foro. Intuiamo la minaccia dell’Accantamento, della deportazione nella penombra, sotto terra, sulla terra. Anche i prigionieri torturati implorano il foro, quel processo che gli viene negato. Ma cos’è questo orripilante penitenziario, tu setaccio annientato?

Loontien, le lampade – sì, Blankenburg, che conosce i servitori Jeserich ed Engelke de Lo Stechlin di Fontane, tiene in piedi queste tradizioni. L’ora del crepuscolo borghese, e il castello si stacca dal paesaggio quasi stiriano e ripiomba in se stesso come una povera cascina. La proprietaria della tenuta rientra a casa da una lunga passeggiata, nel corso della quale ha digerito le letture del mattino e quelle del pomeriggio – Würzacker, Riedwald, Lochflue –, e si ferma per farsi togliere il mantello col cappuccio. Ora le luci, Loontien, e il punch. Se il clima non permette il libero passeggio delle letture compiute, vale la regola: dieci pagine, dieci passi, dieci inspirazioni profonde. Nel fumoir accanto al camino, sfregare teneramente le mani per poter voltare le pagine sottilissime. Passare dall’aria montana della Simmental, che corrobora l’organismo, al regno della magia.

La Sua residenza di campagna, nobile Signora Benigna della scrittura, me la immagino ricca delle più diverse lampade, un paradiso di illuminazioni personalizzate, ogni autore, ogni epoca richiede una luce diversa. Non ci sono vetri di Murano, né sfere in lega smaltata in oro, una persona come Lei può senz’altro rinunciare ai cristalli di Boemia, invano si cercheranno abat-jour etnici o vasi di vetro di Peill velo grafite. Di che natura è – si chiedono nella cisterna le più fitte schiere – la luce da lettura? Suppongo che nei salottini, in particolar modo in quello verde, domini il rinascimento fiammingo. La colonna fiamminga del lampadario poggia sulla spalletta, e questa si sviluppa nella sfera fiamminga con il pomello decorativo. Il piatto reca un’aquila bicipite, il braccio a s presenta ornamenti a forma di delfino, i bocciuoli dei candelabri sono senza cartocci. Si abbinano con i rigidi paralume di pergamena color miele. È compito di Loontien, al crepuscolo, quando l’udito è particolarmente attento agli ospiti in arrivo e alle voci dei libri, sgattaiolare di sala in sala, di nicchia in nicchia, e mettere il castello nelle condizioni di accogliere la lettura. Attenersi scrupolosamente al triplice passaggio hegeliano: oscurare, rischiarare, superare nella sintesi del chiaroscuro. L’atrio è ornato da un ricco lampadario classico carico di cristalli pendenti, rombi, pere, prismi, rosette, sfere e gocce. Vien voglia di mettersi in bocca uno a uno questi pezzi di carbonato di potassio che frantumano la luce in festose sfaccettature, e succhiarli come caramelle. Blankenburg deve tutto il suo sfavillio di gala a questa lumiera – un tempo, com’è noto, al suo posto era appeso un lampadario Maria Teresa del tutto fuori luogo –; l’atmosfera intima invece prende corpo grazie alle lampade da tavolo, a stelo e a parete con i loro paralumi di feltro verde o rosso scarlatto, e questa intimità è così raffinatamente calibrata che il buio del parco filtra senza soluzione di continuità in un angolo del muro esterno arredato con un cassettone. La lettura e la regia della luce: un tema infinito, venerata contessa. Dobbiamo stare attenti non solo ai nostri occhi ma a dozzine di altri occhi che ci vogliono spiare. I Demoni di Dostoevskij a cento watt, per fare solo un esempio.

Se un conoscitore del luogo, un camminatore solitario della Simmental, passa di notte dalle parti di Blankenburg, tenuto a dovuta distanza dal latifondo, e la sua attenzione è attratta da una finestra sul giardino o da un ovale che sembra la luna, subito sa che lì qualcuno sta leggendo, probabilmente Nietzsche, probabilmente, a giudicare dalla luce, Così parlò Zarathustra; strappato alla barriera del buio tra lo Spillgerte e l’Hunsrügg, può allora tranquillamente continuare a camminare lungo la Simme in direzione di St. Stephan, Grodey, verso le proprie letture. Lei, contessa, gli ha illuminato la notte. Se quello stesso viandante fosse capitato in pieno giorno a Schruns-Grächen, avrebbe percepito, trapassandoci con lo sguardo come fossimo un’ombra spettrale, il risucchio di sabbie mobili nauseabonde da cui è raccomandabile tenersi alla larga. Abbiamo intravisto un rettile per pochi attimi, eppure non lo abbiamo davvero visto. Putrefazione inodore nell’erba pallida.

Tutte le lampade vengono accese una dopo l’altra, così Loontien, secondo un antichissimo rituale tramandato fino a Lei, regina della lettura; da ultimo nel salotto delle signore dove si trova il pianoforte Blüthner, il Suo arredo preferito, un semplice zoccolo triangolare dalle superfici concave, con piedi ad artiglio, per fusto una colonna stile impero con sottili solchi verticali che fuoriescono da un anello di perle e coronata da un capitello, una lampada con figure, sormontata da un raro paralume diafano sul quale sono disegnati gli eroi greci, la lanterna magica, così Loontien, le Sue letture più intime nella Sua suite privata. Noi pelli stanche, conciate e perforate a Schruns-Grächen potremmo almeno fungere da paralumi! E invece Lei, come reparto di rianimazione, propone la biblioteca, in cui il cuoio profuma appena un po’ di manzo, e a me non resterebbe che il motto: ciò che agli altri dispiace a me distrugge. Accerchiato, abbracciato, circondato di cure, decifrato da così tante frasi, doni dello spirito universale, dovrei davvero riuscire a guarire.

Dovrei però guarire, se Lei fa sul serio, anche in questo paesaggio della Simmental che pullula di geologismi. Pensi al Trümlihorn, quella cima di massiccio alpino porosa e piena di crepacci che pare un relitto. Costituita di migliaia di strati di roccia, tutta la catena del Niesen è un conglomerato di scisti argillosi e brecce. Gli scisti non assorbono bene l’acqua e sono perciò responsabili dell’umidità costante dei terreni del fondovalle. Invece le croste carsiche, i campi calanchivi nella pietra calcarea degli Spillgerten sono una scrittura runica di solchi e scalfitture, impressa dall’acqua che scorre sotterranea.

Pensi al buco di Schnuren, Signora Benigna, quella caverna dell’età della pietra in cui sono state trovate centinaia di scheletri, resti di un picnic paleolitico. Oppure alla cima del Chilchli nel massiccio dello Stockhorn, un occhio di teschio di centosessanta metri cubi. Tronchi di abete si ergono verso il cielo come immense forchette di fuoco. E le vette tra il Wildstrubel e il Mittagshorn formano una muraglia bianca. La cresta principale delle Alpi Bernesi occidentali sbarra la valle che sale su torcendosi dalla gola di Weissenburg, e il ghiacciaio della Plaine Morte sovrasta tutto: la riserva naturale di Koppelwiesen, pascoli digradanti pieni di lapiés, sentieri impervi, massi erratici, flora alpestre, volatili e fiere rampanti; ecco il clima da sanatorio e da terme di libri di Blankenburg. Non ha davvero mai temuto che potessi annidarmi anch’io come un parassita nella preziosa carta India, piccolo insetto dal corpo cilindrico, la testa ritratta nel prescuto, intento a deporre larve nei corridoi assiduamente scavati, rosicchiando frasi e versi, come il bostrico, ips typographus, per esempio? Io che sono stato una lettera dell’alfabeto, ora divento un bostrico cosiddetto «calcografo»?

Donna e Benigna, mia nobilissima, e lei Arpagaus, strumento di scrittura della sua sovrana, e tu Loontien, ultimo sopravvissuto tra i diplomati della leggendaria scuola per domestici di Berlino, noi non partiremo all’attacco della magione degli antichi castellani. Accettiamo persino la ferrovia panoramica Montreux- Oberland Bernese, che vorrebbe rompere il nostro isolamento. E approviamo addirittura il gusto superstizioso per i trenini privati. Nel vagone ristorante del treno a scartamento ridotto che dal Lemano porta fino al Wildstrubel, la parola d’ordine è passare dal vino del Vaud alla Dôle des Monts. Da quale frase di quale libro di quale epoca Lei solleva lo sguardo, quando il serpente blu e giallo tuba nel tornante?

Noialtri a Schruns-Grächen – Accantati, Accantati –, le più fitte schiere, noi sappiamo bene che non ci sarà ritorno, che questa vita esiste, e c’inchiniamo davanti a essa più a fondo di quanto non abbia mai potuto costringerci a fare il peggior incubo, perché la vita ha ragione, noi dobbiamo sottometterci a questa che è la più dura delle sentenze pronunciate dal demone di Laplace. L’illettore vegeta quasi fosse un torso, tagliato fuori com’è da ogni legame. Un’amputazione a tutto tondo. Non sono solo le aziende agricole di Curlandia del conte Eduard von Keyserling ad abbandonarci, ma l’intera natura non è più niente per noi perché, come è detto nella Bibbia, ogni cosa è stata fatta per mezzo della parola, e senza di essa neppure una delle cose fatte è stata fatta. L’illettore viene restituito alla materia, polvere alla polvere, cenere alla cenere. Il cratere del principe Myškin, la gola di K., il buco di Lenz.

Fu in parte una Sua proposta, in parte di Arpagaus, quella di evacuarmi, nel caso di una mia caduta, dal regno interno della biblioteca per spedirmi su nel cosiddetto «Simmetli», quel capolavoro della falegnameria barocca dell’alta valle della Simme, tinteggiato di marrone per proteggerlo dalle intemperie e dal vento secco, situato in un lieto praticello, paragonabile soltanto al capolavoro architettonico del Knuttihaus del Därstettener Moos. Ornamenti circolari neri rossi e verdi, motti in caratteri antiqua incisi in profondità nel legno. Mi sarei dovuto mettere a giacere nella stanzetta centrale – alle spalle della cucina col grande camino e la catena del paiolo –, e lasciarmi circondare dalle pareti intagliate, fasce di cubi, rombi, monete, teste di animali, dalle fauci di leoni e di draghi che si affacciano dalle travature in rilievo. Una casa contadina della Simmental è uno scrigno, decorato sistematicamente dalle cantine fino alle travi del tetto e ai paraneve. Teste di legno gravano solaio e massetto. L’arte della carpenteria ha preso qui avvio con la croce pagana e l’incorsatoio, per culminare poi nei fregi a scacchiera e nelle scanalature che imitano le creste delle montagne, fino a superare se stessa nell’intaglio delle ghirlande floreali. Casa Tscharner ad Altenried, coi tumidi tulipani e i fiori a quattro petali. Lassù, principessa, al riparo dalle valanghe ma in balia delle frane dello Spillgerte, io, l’illettore, dovrei tornare in me. Dovrebbe tornarmi appetito di lettere. Cara contessa, Lei sta quasi sperimentando una terapia naturale: al posto di piedi di lupo e zampe di gatto, fregi di lettere sulle pareti del solaio. Lei, l’alfabeto, me lo vuole intagliare, incidere addosso un’altra volta. Grazie, grazie, Signora Benigna, per l’incessante lettura nella Simmental! Delle dee di quaggiù, infatti, – e a volte spuntano anche i bambini che si affacciano da sopra il bordo della cisterna cercando la palla o credendo di aver trovato la fonte miracolosa – si può parlare solo finché le Sue lampade, in numero di quarantasei, rimangono accese.


Il libro: Rinchiuso in una misteriosa e metafisica gattabuia, un uomo, affetto da uno strano morbo che gli impedisce di leggere i libri e di decifrare i segni del mondo, cerca la guarigione nel rapporto epistolare con una radiosa principessa, vestale dei classici letterari di ogni tempo. In sette vertiginose missive l’«illettore» racconta la propria vita come una «morte apparente». La narrazione, pagina dopo pagina, si trasforma in terapia per riaffacciarsi alla speranza e all’immaginazione, un percorso capace di regalargli infine l’euforia della convalescenza. Libro ossessionato dai libri, corso intensivo per lettori convulsi e dissennati, questo romanzo è un viaggio all’interno di una miniera oscura, ricca di frasi e immagini lucenti, sfaccettate ed enigmatiche come pietre preziose. Allucinato esperimento su «quanto in là si possa andare nello spingersi troppo in là», la confessione di Burger è anche – come rivela il breve saggio autobiografico che chiude il volume – il documento unico di un’esperienza di depressione clinica, un ironico «tentativo di sopravvivenza in prosa» scritto contro l’oblio: «Lo scrittore non dimentica mai, serba rancore in eterno».
In copertina: Rene Magritte, La Lectrice Soumise.