Alessandro Gori, in arte lo Sgargabonzi, è un ottimo autore comico. Ma non sembra voler (o poter) diventare “mainstream”


di Federico Di Vita

In questi ultimi dieci anni mi è capitato di vedere alcuni straordinari spettacoli dal vivo in dei pub scalcagnati, sul fondo di certi locali notturni, nell’angolo cafè di piccole librerie o magari in occasione di qualche festa paesana. Il primo artista che mi viene in mente parlando di queste cornici è un cantautore romano, Andrea Belli, raffinatissimo e dalla voce ipnotica, un autore di levatura nazionale. Lo seguo da parecchi anni convinto che prima o poi dovrà pur uscire dal cono d’ombra dell’anonimato, ma, perlomeno in Italia, non è ancora accaduto.

Ci deve essere un limite strutturale nel nostro sistema di reclutamento dei talenti artistici, mi dico, se uno come Belli resta sconosciuto e la conferma mi viene con la più recente scoperta – ormai anche questa vecchia di qualche anno – di un comico che si esibisce in spazi analoghi, lo Sgargabonzi. Essendo arrivato dopo, in piena epoca social, lo Sgargabonzi è più conosciuto (benché, per sua precisa volontà, non circolino foto né video delle sue esibizioni), e alle sue performance in giro per l’Italia ci va la gente “giusta”. Negli anni lo Sgargabonzi, un ragazzotto (benché vada per la quarantina) aretino che legge i suoi monologhi su fogli volanti che estrae da un raccoglitore ad anelli, ha affinato la sua capacità di stare sul palco, probabilmente grazie a nient’altro che all’esperienza (parte del fascino delle sue divertentissime esibizioni risiede anche nell’approssimazione scenica e in quella che si potrebbe definire una complice, scafata rozzezza). Negli anni, insieme alle doti da performer è cresciuto anche il suo repertorio (oltre agli spettacoli live ha scritto tre libri e gestisce una spassosissima pagina Facebook), e io non sono certo il primo ad accorgermene: Claudio Giunta su Internazionale ne ha parlato come del “miglior comico italiano”, Francesco Bianconi (il leader dei Baustelle) lo ha definito “più bravo e soprattutto cattivo di Paolo Villaggio”, e ha addirittura subito un surreale attacco sulle dinamiche della sua comicità dall’ “integerrimo” Daniele Luttazzi. Qualcuno ha anche provato a coinvolgerlo come autore televisivo – ma un simile tentativo con Alessandro Gori (questo il suo vero nome) non poteva che fallire: principalmente perché credo che sia impossibile stanarlo dal suo nido, Arezzo, e poi perché un lavoro del genere ne limiterebbe la libertà creativa. È geloso delle sue passioni (i giochi da tavolo, gli Oasis, il mostro di Firenze, Matteo Renzi) come della sua indipendenza. Non è uno che scende a compromessi lo Sgargabonzi, per farlo sostanzialmente non lavora, e se questo da una parte gli consente il margine di autonomia creativa necessario, dall’altro può diventare l’ostacolo più grande alla sua definitiva consacrazione (la maggior parte dei suoi pezzi non sarebbero digeribili da una tv come quella italiana).

E temo di intuire nella combinazione tra sistema di reclutamento degli artisti, perbenismo (di fatto censura), e l’altro lato della medaglia della sua integrità, ossia la sua rigidità – un cocktail che potrebbe contribuire in modo fatale a limitare l’orizzonte di crescita del suo pubblico. Riflettendo su queste dinamiche ho deciso di intervistarlo, tentando un’impresa che immaginavo difficile sin dall’inizio: volevo spingerlo a parlare anche di sé, oltre che della sua comicità.

Una volta ti ho paragonato agli stand up comedian statunitensi, rispondesti che lo prendevi come un insulto. Però nelle tue performance interpreti pezzi comici di cui sei autore, in piedi, di fronte a un pubblico seduto in un locale: le analogie non sono poche. Anche i temi provocatori e una certa visione del mondo sembrano affini ai loro – come mai non ti era piaciuto il paragone?

Se permetti, io modestamente sono più imbranato e molto meno incisivo di uno standup comedian, fosse anche uno mediocre. È per questo che la prendevo un po’ come un’offesa. È che spesso quando vedo uno standup comedian che ci crede particolarmente non mi viene da concentrarmi su quello che mi sta dicendo, ma me lo figuro davanti allo specchio del bagno di casa sua che si prova le battute, le mosse, le pause, gli ammiccamenti tipo il barman Isaac nella sigla di Love Boat e come posiziona precise precise queste famose “punchline” che io non ho. Io modestamente sono un campagnolo della Valdichiana che affronta il pubblico con la dermatite, un foglio a protocollo in mano e la gente dice “che è ’sta roba?” e va al bancone delusissima ad ordinarsi uno spritz. Vuoi mettere?

Perché non levi mai il cappellino in scena?

Perché sono pelato. Oltre a questo ho un occhio sfregiato. Non si nota perché è proprio sulla testa.

In rete non si trovano tuoi video né tue foto. Soprattutto i video, non pensi che potrebbero aiutarti a promuovere Lo Sgargabonzi?

Pensa che a me fa specie il contrario. Chi ha l’ansia di comparire in foto e video, chi lascia in giro decalcomanie a sempiterna memoria di momenti aleatori che, per me, dovrebbero nascere e morire nel loro presente e sopravvivere solo nei ricordi. Ho un Io osservante troppo forte perché possa accettare che uno mi guardi mentre dormo o mentre sono morto. Oltre a questo preferisco che di me si sappia il meno possibile e che si pensi che sono un bifolco sulla quarantina, so che pare strano detto da una ragazza nativa digitale ma è così.

Sei sicuro che non c’entra col fatto che sei pelato, cioè con la vanità? 

Mi stai dando del ciccione?

Forse la cosa che mi piace di più è il fatto che tu in fondo prenda per il culo il tuo pubblico. Hai identificato un segmento piuttosto preciso, il trenta-quarantenne impegnato, “radical chic”, di sinistra; e tenti di provocarlo, colpendolo nei punti deboli della sua morale o mirando ai suoi “miti”, Pasolini, De André…

In realtà la figura del comico che aggredisce il pubblico è una roba che non sopporto. Quando vedo qualche comico che la fa, sono solo imbarazzato per lui. La gente ha i cazzi suoi a casa, nessuno escluso. Chi è sul palco, spesso, è solo un privilegiato. La retorica del comico tormentato, che sta male e solo sul palco riesce per un attimo a risorgere: cazzate. Un operaio sta parecchio peggio. Anche quando propongo le mie cose più disturbanti e scorrette, fra me e il pubblico c’è un’assoluta distanza. La mia provocazione è sempre indiretta. Io faccio la mia cosa, sarà il pubblico a decidere. A me piace creare storie, far cozzare ingredienti inconciliabili e vedere cosa ne esce fuori. Non credo che la comicità debba migliorare gli altri. Lo trovo presuntuoso e in ogni caso non me ne frega niente. Per il resto sì, mi piace prendere in giro ambienti e tipologie che m’imbarazzano. Per dire, ho molta più simpatia per i vegani che per i carnivori militanti, per i movimenti pro-vita che per certi fogati abortisti, per i baciacrocefissi che per gli anticlericali. Pure se sono ateo e a favore dell’aborto.

Non dico che tu lo faccia per antipatia, dico che però, per quanto in modo indiretto, parte del tuo immaginario tragga linfa dallo stigmatizzare tratti del tipo di persone che ti vengono a vedere. Ti stanno sul cazzo gli anticlericali ma ti ho sentito più spesso ricamare boutade sui vegani.

Non ricordo di ricamare boutade su vegetariani e vegani durante i live, anche perché mi rimangono bene. A che ti riferisci?

Ho usato i vegani come esempio perché li hai citati tu.

Ma io dico appunto che li ho in simpatia, pure se sono il target scontato e peloso di ogni autore di satira, così come i cattolici. Argomenti che mettono d’accordo tutti e provocano solo pacche sulle spalle. Ecco, di questo mi piacerebbe parlare. Gli spettacoli su argomenti “scomodi” che in realtà hanno il tepore di camomille Bonomelli perché generano solo riconoscimento reciproco di stare nel gruppo di quelli che la pensano giusta. Prima ho detto “satira”. Ecco un’altra bella parolina che te la raccomando.

Di quali spettacoli parli? Della comicità anestetizzata come le sparate “impegnate” di Enrico Brignano o dei monologhi tipo “Vajont” di Marco Paolini?

Di chiunque salga su un palco e voglia insegnarmi come si ragiona. È la via più facile e a creatività zero per avere l’attenzione del pubblico.

Mi pare che con le tue satire cogli qualcosa di profondo nello spirito del tempo, si arriva a volte a osservare come la tua parodia finisca per essere tale solo in considerazione del luogo in cui viene proposta (la pagina dello Sgargabonzi), perché esistono status scritti sul serio (senza ironia) del tutto sovrapponibili ai tuoi (che invece ne sono carichi). Ti basta insomma decontestualizzare un messaggio per svelarne il portato grottesco.

Essere mimetico, non far capire fino in fondo come la pensi, se ci fai o ci sei, è una posizione in cui mi sono sempre trovato a mio agio. Il contrario è ergersi su uno scranno e regalare una provocazione rotonda, risolta e inoffensiva. Mi piace più l’idea di partorire oggetti strani che fanno un po’ schifo da qualsiasi lato li prendi.

 Torniamo al meccanismo della tua comicità, per me in parte basato nel tentativo di generare un riso che sgorga anche dal disgusto in chi hai davanti, tu dici che non si tratta di provocazione: pensi che sia solo un caso che i tuoi temi incidentalmente tocchino corde disturbanti per gli spettatori?

Faccio la caricatura di atteggiamenti molto diffusi e perfettamente assorbiti, quindi ci sta che vengano cavalcati anche da chi ho davanti. Ho un seguito abbastanza trasversale, quindi non può che essere così. Ma ripeto: faccio le uniche cose che so fare, in qualsiasi ambiente mi trovi. La versatilità non è fra i miei pregi. Sto solo ben attento a non fare umorismo dall’alto verso il basso ma sempre dalla prospettiva opposta. O meglio ancora dal basso verso il basso. Il sarcasmo mi è molto più affine dell’ironia.

Luttazzi ti accusava del contrario, cioè di irridere i deboli da una posizione forte.

Quella è un’altra questione. Luttazzi non mi accusa di fare carne di porco dei frequentatori di enoteche. Ha detto invece che irriderei le vittime parteggiando con i carnefici. Ma è l’esatto opposto. Nella pagina apocrifa del diario di Anna Frank che Luttazzi ha preso d’esempio, io ricerco un piccolo contrasto stordente, una risata col groppo in gola, una suggestione angosciante e isterica da cimice ribaltata. In questo caso l’Olocausto che irrompe nel confessionale del Grande Fratello, come fosse una cosa normalissima.

Sei mai stato aggredito dopo uno spettacolo?

Una volta durante un live nel bellunese un tipo ubriaco salì minaccioso sul palco dopo il mio pezzo sulle 20 curiosità sui Down. Mi fece: “Io ho un fratello down, capito?”. Per fortuna ebbi la risposta pronta: “Non ho capito… tu hai un fratello che ha un fratello down?”.

Abbiamo detto qual è la tua dimensione, fai (molte) serate nei locali, anche in locali importanti come lo Zelig di Milano e in quel contesto hai un bel seguito, anche se di nicchia. Dove pensi di poter arrivare?

Non me lo sono chiesto. Non ho mire in questo senso. Spero di poter continuare a scrivere libri e fare serate, magari davanti a un pubblico un po’ più grande dei quattro gatti che mi seguono, quello sì. Per esempio ho sempre rifiutato quando mi hanno proposto di fare l’autore televisivo. Sarei un cane, oltretutto. E mai mi trasferirei in un’altra città, lasciando la casa in cui sono nato e in cui morirò. Suona drammatico, ma è così.

Se ti proponessero uno spazio in un programma televisivo ma ti chiedessero di anestetizzare i tuoi testi, cosa faresti?

A parte che la televisione non è fra le mie mire, i miei pezzi che si basano sull’umorismo nero vanno bene così. Mica per presunzione, è solo che rivisti non avrebbero più senso. Per il resto conta che il politicamente scorretto è solo parte del mio repertorio e del mio stile. Per me nemmeno la parte più interessante. Per dire, una volta mi hanno chiamato per errore a presentare il mio primo libro, Le avventure di Gunther Brodolini, in una libreria per bambini. La proprietaria non aveva notato che in copertina c’era questo bambino che infila un neonato in un tritacarne a manovella. E la serata andò comunque benissimo. Quindi potrei tranquillamente essere il nuovo Claudio de L’Albero Azzurro.

Quindi, a parte questa cosa dell’Albero Azzurro, preferiresti morire povero che scendere a compromessi?

Sono sempre stato un bambino viziato, quindi non ho mai avuto tutta questa brama dei soldi. E comunque ti rivelo una verità: nessuno è povero. Tutti quelli che rischiano l’indigenza alla fine si salvano vendendo carte rare di Magic. Anche nell’Africa nera, quei bambini col pancione, gli occhioni e le mosche, hai presente? Tutti però furbini col loro bravo mazzettino di Black Lotus con le bustine perché le carte non si sciupino durante le tempeste di sabbia.

A volte quando parli dei fumetti Bonelli e dei giochi da tavolo la gente pensa che scherzi e reagisce di conseguenza, come vivi questi fraintendimenti?

Malissimo. Sulle mie passioni sono molto poco autoironico e sono molto protettivo coi miei miti. Quando morì Sergio Bonelli, postai una sua foto per omaggiarlo e fioccarono commenti irriverenti. In barba alla coerenza, m’incazzai come un lupo e bloccai diversa gente. Una volta un noto personaggio della politica (oggi ministro) venne a casa mia insieme al figlio di pochi mesi e fece una battuta inopportuna su Tiziano Sclavi. Beh, detti subito un calcio nella testa al figliolo.

Quello che mi piace di più dei tuoi pezzi è la capacità di tratteggiare profili psicologici tipici descrivendo alla perfezione piccoli tic, dettagli, manie, tutto con un elevato grado di precisione. Qual è il tuo metodo di scrittura, da cosa parti di solito?

Non ho un metodo. Butto giù tutto in velocità, scritto male e pieno di errori. Devo rassicurarmi che il pezzo che vado a scrivere abbia un buon numero d’idee per poter esistere. Una volta rassicuratomi, il più è fatto: riparto dall’inizio e lo scrivo bene. 

Nell’osservazione dei tic e di certe sfumature caratteriali ti ha in qualche modo aiutato il fatto di essere laureato in psicologia? 

Zero. Ho studiato psicologia solo per allungare la mia adolescenza e non fare il militare. Sui banchi di scuola, in generale, ho imparato poco o niente.

Quali sono i tuoi modelli?

Gli Squallor.

E i tuoi comici italiani viventi preferiti?

Con grande tristezza non posso più dire Paolo Villaggio. Quindi dico Renato Pozzetto e Max Tortora. In generale chi, più che stregarmi con le battute, m’incuriosisce per la sua psicologia.


Federico di Vita è nato a Roma e vive a Firenze. Ha curato la raccolta di racconti Clandestina (effequ, 2010), è autore del saggio-inchiesta Pazzi scatenati (effequ 2011, poi Tic, 2012) – Premio Speciale nell’ambito del Premio Fiesole 2013; e, insieme a Ilaria Giannini, del libro “I treni non esplodono. Storie dalla strage di Viareggio” (Piano B, 2016).
In copertina: Cesar (Cesar Baldaccini), Autoportrait “Rotella” (1970), courtesy Pananti.