Il campo letterario sta vivendo un momento di grave mutazione: da un lato la critica trova sempre meno spazio sui giornali; dall’altro, la rete sopperisce come può a questa chiusura. A partire da tali riflessioni, abbiamo pensato di realizzare una grande inchiesta: raccolti sessantasei critici, gli abbiamo posto quattro domande su questioni chiave intorno al romanzo italiano e alla critica stessa.


In copertina e lungo il testo: opere di Cy Twombly


di Vanni Santoni

Due idee, decisamente concrete, si aggirano per il campo letterario: che ci sia sempre meno spazio per la critica nei medium tradizionali, e che la rete stia sopperendo a questa mancanza, ancorché secondo modalità differenti. Con L’Indiscreto abbiamo allora pensato di incrociare questi due spunti e realizzare una grande inchiesta, convocando i maggiori critici militanti italiani, poi i giovani accademici già convocati da La Balena Bianca per la sua riflessione sui romanzi italiani del decennio passato, e ancora vari giornalisti culturali, scelti tra coloro che hanno lavorato con maggior qualità e consistenza sulla letteratura italiana contemporanea, e abbiamo posto a tutti loro quattro domande su questioni che reputiamo di grande attualità e rilievo intorno al romanzo italiano e alla critica stessa.

L’articolo sarà pubblicato in quattro parti, una per ogni domanda, da oggi fino al 10 gennaio. Per completezza riporteremo in ogni post le quattro domande; quella a cui rispondono ogni volta i critici sarà in grassetto.


1) Scrisse, attraverso un suo personaggio, Pynchon, che nel secolo a venire la critica letteraria sarebbe stata ancor più importante perché si sarebbero prodotti più libri per meno lettori, e dunque la funzione d’indirizzo dei lettori e selezione del canone sarebbe stata decisiva. Concorda? Come crede debba essere interpretata, oggi,  questa funzione? Come può reagire la critica al paradosso dell’aumento della sua utilità rispetto alla diminuzione pratica degli spazi espressivi?

2) In un altro ampio pezzo di cui sto raccogliendo i contributi – e in cui gli interpellati sono gli scrittori – sto trovando conferma al fatto, di per sé intuibile, che molti dei nostri scrittori contemporanei abbiano trovato le proprie stelle polari in libri di scrittori esteri, spesso letti in traduzione, più che del canone italiano, e quasi sempre in romanzi (esistendo del resto canoni più forti del nostro in questo specifico genere). Quali crede che siano gli effetti di questa crescente globalizzazione delle influenze?

3) Uno dei dibattiti letterari che emergono ciclicamente è quello intorno alla possibilità (o all’esistenza) di un “grande romanzo italiano”, con particolare riferimento alla letteratura italiana successiva alla Seconda Guerra. 

Prima di tutto: a suo avviso un GRI è possibile? Se no, perché? Se sì, di cosa cosa potrebbe o dovrebbe parlare un “grande romanzo”, e in che modo?

A suo avviso ci sono libri che possano meritare il titolo? Se sì, quali? Se no, considerando che nelle altre maggiori tradizioni letterarie si possono indicare più candidati, crede che ciò si debba all’assenza, nella nostra letteratura, di una tradizione forte in questo senso, e quindi della minor disponibilità di modelli?

È plausibile che, nella sopravvenuta egemonia del romanzo (almeno nelle forme scelte da chi scrive) e nella globalizzazione delle influenze si arrivi al superamento di tale limite? 

Dall’altro lato, non dovrebbe forse un qualunque “grande romanzo” farsi già trans-nazionale? (vengono alla mente, come esempi tra i più immediati e recenti, coincidenti con altrettanti “grandi romanzi” di autori esteri, I detective selvaggi e 2666 di Roberto Bolaño, Europe central di William T. Vollmann, Abbacinante di Mircea Cărtărescu, Austerlitz di W.G. Sebald)

4) Nella rassegna Da zero a dieci, la rivista letteraria “La balena bianca” ha chiesto a dieci giovani critici italiani di indicare quelli che a loro avviso sono i libri del decennio passato. È emersa una lista* in cui, al netto delle menzioni multiple, figurano circa quattro romanzi (un quarto dei quali “ibridi”) per ogni raccolta di racconti o prose. Una proporzione meno favorevole al romanzo di quella espressa dall’editoria in sé, ma che comunque riflette una decisa egemonia di tale forma. Che riflessioni le ispira questa proporzione?
Commenti (o integrazioni) alla lista?

* Alajmo, Notizia del disastro; Ammaniti, Io non ho paura; Arminio, Vento forte tra Lacedonia e Candela; Bortolotti, Tecniche di basso livello; Bugaro, Il labirinto delle passioni perdute; Busi, Casanova di se stessi; Busi, Un cuore di troppo; Camilleri, La presa di Macallè; Camilleri, La gita a Tindari; Casadei, Il suicidio di Angela B.; Eco, Baudolino; Falco, L’ubicazione del bene;  Franchini, L’abusivo; Franchini, Cronaca della fine; Frasca, Dai cancelli d’acciaio; Frasca, Santa mira; Genna, Assalto a un tempo devastato e vile 3.0; Genna, Dies irae; Giordano, La solitudine dei numeri primi; Janeczek, Le rondini di Montecassino; Jones, Sappiano le mie parole di sangue; Lagioia, Riportando tutto a casa; Labranca, Neoproletariato; Mari, Verderame; Mari, Tu, sanguinosa infanzia; Moresco, Gli incendiati; Mozzi, Fiction; Murgia, Accabadora; Parente, Contronatura; Parrella, Mosca più balena; Pascale, Ritorno alla città distratta; Piccolo, La separazione del maschio; Pincio, Un amore dell’altro mondo; Pincio, Lo spazio sfinito; Pontiggia, Nati due volte; Pugno, Sirene; Raimo, Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro?; Rastello, Piove all’insù; Ricci, L’amore e altre forme d’odio; Santacroce, V.M.18; Santoni, Personaggi precari; Sarasso, Settanta; Saviano, Gomorra; Siti, Troppi paradisi; Siti, Il contagio; Siti, Autopsia dell’ossessione; Starnone, Spavento; Trevi, Senza verso; Trevi, L’onda del porto; Trevisan, Grotteschi e arabeschi; Trevisan, Tristissimi giardini; Tuena, Ultimo parallelo; Vassalli, Archeologia del presente; Vasta, Il tempo materiale;  Vasta, Spaesamento; Virgilio, Porno ogni giorno; Wu Ming 1, New thing; Zanotti, Bambini bonsai (più: Mazzantini, Venuto al mondo; Moccia, Tre metri sopra al cielo; Panarello, 100 colpi di spazzola, inseriti da Marrama come esempi negativi).

Le risposte alla prima domanda:

Simone Barillari

Mi sembra che la perdita di spazi per la critica letteraria sia la misura più semplice e spietata della perdita di importanza della letteratura – e della parola scritta – nella definizione dell’uomo contemporaneo. Gli spazi si sono ridotti sia sui giornali (funzione di indirizzo dei lettori), sia nelle grandi case editrici, che non pubblicano quasi più testi di critica letteraria (funzione di selezione del canone).

Quanto alla funzione di indirizzo, la profezia di Pynchon è stata fatta – significativamente – prima dell’avvento di internet, che ha determinato un processo di disintermediazione, e dell’ascesa delle grandi piattaforme digitali, che hanno implementato i sistemi di profilazione. Google, Facebook e Amazon disegnano il nostro profilo di consumatori mentre noi consumiamo – siamo disegnati dalla mano che stiamo disegnando, come in un angosciante quadro di Escher – e ci autorizzano continuamente a essere ciò che siamo, a volere tutto ciò che vogliamo, ci inducono ad attribuire autorevolezza a chi la pensa come noi più che a cambiare pensiero davanti a chi si dimostra autorevole. Google, Facebook e Amazon hanno più potere su di noi di qualsiasi critico, hanno un potere tanto più grande quanto più anonimo e più meccanico, e ci condannano ripetere all’infinito le scelte che abbiamo fatto – come tante marionette algoritmiche mosse da lunghe stringhe di numeri e costrette a rifare sempre gli stessi passi.

Quanto alla funzione di selezione del canone, la critica la esercita ancora con forza, ma seleziona un canone che non può più imporre, nemmeno nella scuola, e non esiste una “misura”, un “kanon”, se non è conosciuto e condiviso da tutti, se non è impiegato da tutti come misura del linguaggio, come saggiatore di libri.

L’unico canone conosciuto e condiviso è quello selezionato dalle stelline e dalle classifiche, che sostituisce la Statistica alla Storia e premia il giudizio esperienziale su quello esperto. Un libro viene considerato come un qualsiasi oggetto di consumo (e nulla si perverte come un oggetto sacro che diviene oggetto di consumo), e chiunque può giudicarlo per il solo fatto di averlo letto: il consumatore ha diritto al suo giudizio come il cittadino ha diritto al suo voto. Scontiamo nella letteratura e nell’arte le conquiste della democrazia, diceva profeticamente Dwight MacDonald a metà degli anni Cinquanta. Ma all’epoca c’era ancora Lolita in cima ai libri più venduti in America, dopo cinquanta anni c’è stato Il Codice da Vinci, e dopo altri dieci Cinquanta sfumature di grigio. Siamo troppi, ormai, perché l’autorità possa contrastare il numero: «uno per me vale diecimila», diceva Eraclito, ma l’“intelligenza collettiva” varrà presto dieci miliardi.

Mi accorgo di aver vagheggiato un’apocalisse, ma sono nato in un mondo scolpito nella pietra che sta crollando così in fretta, come per un tremito della terra, che mi sorprendo a guardare quanto ancora resiste tra le rovine, e a provare gratitudine per averlo potuto testimoniare prima che scomparisse, per averne tratto un ricordo da opporre alla realtà. Credo non alla profezia di Pynchon ma a quella di un altro Grande Vecchio della letteratura americana com’è stato Philip Roth, che disse poco prima di morire che la lettura dei romanzi, nel giro di una generazione, sarebbe diventata qualcosa di simile a un piccolo culto tenuto in vita da una cerchia di devoti – “probabilmente più di quelli che adesso leggono la poesia latina, ma comunque in quell’ordine di grandezza”. Ho anch’io la sensazione che finirà così – ma non è detto che sia un male.  

Renato Barilli

Primo. Mi sembra che Pynchon abbia sbagliato il suo pronostico. Oggi gli spazi di intervento per la critica letteraria si sono ridotti molto. Quasi non esistono più le riviste periodiche che nei tempi passati ospitavano saggi o anche recensioni di vasta portata. Oggi tutto avviene sulle pagine dei quotidiani, o nei relativi supplementi, ma in forme abbreviate, chi collabora a quei fogli è sottoposto alle forche caudine del numero limitato di battute entro cui stare. Viceversa la produzione di narrativa si è estesa, in definitiva gli stessi critici in molte occasioni saltano il fosso e diventano essi stessi produttori di narrativa. Inoltre questa vive ormai in stretta simbiosi col cinema e la televisione, sia perché ne mutua trame e motivi, sia perché tenta di alimentare direttamente quelle due forme espressive, ricavandone anche le possibilità di successo.

Mario Baudino

La critica letteraria mi sembra, in sé, molto emarginata, almeno dal punto di vista della “critica militante”. Si preferisce, sui media, far recensire romanzieri da romanzieri, poeti da poeti, rischiando e talvolta enfatizzando un chiacchiericcio convenzionale (questo accade mi pare anche per una parte significativa della critica accademica, che sembra a volte non voler arrischiare il giudizio, dare per cioè per scontato il punto di partenza, la ragione stessa per cui ci si dedica a un certo autore e non ad altri) È del resto ormai di parecchio tempo fa il provocatorio saggio Eutanasia della critica di Mario Lavagetto (2005), che ne proclamava una morte periodicamente annunciata almeno a partire dalla fine del secolo scorso. Va detto che la critica è sempre “paradossale”, per statuto, nella sua tensione da un testo in divenire a un testo stabilito, nel suo essere il testo di un (particolare) lettore. Si parla sempre più (mi viene in mente Massimo Onofri) di critica della vita, nel solco direi della tradizione garboliana, dello scritto (apparentemente) “servile” che diventa un corpo a corpo con l’’autore, inteso come un tutto, dall’io che scrive all’io che vive. Possiamo chiederci se questo modo di leggere i testi sia ormai in via di cancellazione – nei tempi di Amazon – o rappresenti una forma di resistenza e di testimonianza, quindi pur sempre di riproposizione e costruzione d’un canone. Da non apocalittico propendo per la seconda ipotesi, ma non ho elementi probatori da fornire.

Diego Bertelli

Pynchon, da autore per pochi lettori qual è, fa una considerazione funzionale al suo modo di intendere la letteratura. Rispondo con Macedonio Fernández, che afferma di quanto tragica sia la ricerca del Libro se l’autore non si attiene all’atteggiamento dei critici. Citazione a parte, non credo, innanzitutto, che saranno prodotti sempre più libri per meno lettori; la Storia della lettura di Cavallo e Chartier ci ha mostrato un trend diverso e più veritiero. Se la presenza sul mercato di “autori difficili” può obbedire a una funzione esclusivamente commerciale, è altrettanto vero che il grado di interazione e diffusione dell’informazione oggi è stato capace di sdoganare “libri difficili” anche in contesti diversi da quelli che ci saremmo aspettati. Detto questo, bisognerebbe distinguere ulteriormente tra critica letteraria e critica militante, individuando con precisione il mezzo attraverso cui si fa critica. I social network hanno mutato in maniera radicale l’approccio alla lettura: un influencer ha una funzione d’indirizzo che un critico non ha, perché è cambiato il rapporto tra luoghi d’informazione e luoghi di diffusione delle informazioni. Per quel che riguarda poi la costruzione (non parlerei di selezione) del canone, la questione è oltretutto diversa: penso che in questo caso la funzione della critica rimanga saldamente ancorata alla sua funzione originale, che è quella della discussione e della proposta. Ma la vera permanenza di un libro nel canone dipende sempre dalla sua capacità di veicolare messaggi universali (con tutte le fluttuazioni possibili in un determinato tempo storico).

Federico Bertoni

In linea di principio sì, concordo. Ma mai come in questo caso il principio è il versante sterile dell’astrazione. Intanto non sono certo che la disequazione “più libri per meno lettori” sia corretta. Certamente siamo di fronte a una produzione libraria ipertrofica e compulsiva, che nemmeno il mercato più onnivoro potrebbe assorbire. È il capitalismo, bellezza: è la sua natura profonda, la spinta all’accumulazione frenetica e alla riproduzione infinita di se stesso. Ma credo che le profezie isteriche e perfino i dati statistici sulla decadenza della lettura (per l’Italia si vedano i rapporti periodici Istat) vadano commisurati a un dato di fatto incongruo, tanto paradossale quanto incontestabile: che cioè siamo di fronte a una diffusione senza precedenti della letteratura, che mai nella storia dell’umanità si è letto quanto oggi, che l’alfabetizzazione di massa e le nuove tecnologie della comunicazione rendono accessibile a un numero enorme di persone una quantità di materiali prima impensabile.

Il problema, semmai, è capire cos’è esattamente la “letteratura circostante”, come l’ha chiamata Gigi Simonetti, e qual è il suo rapporto con una delle discipline-chiave della modernità, appunto la critica letteraria, figlia dell’Illuminismo e dell’ingiunzione kantiana (sapere aude!) a camminare eretti, uscire dallo stato di minorità, avere il coraggio di servirsi della propria intelligenza. L’unico modo per non avvitarsi sterilmente nei paradossi è trattare queste categorie generali – la letteratura, la critica, il romanzo – non come monoliti planati misteriosamente tra gli scimmioni di Kubrick ma come formazioni storiche, oggetti culturali concreti che si iscrivono in contesti specifici e che giocano di volta in volta ruoli sociali, economici, politici, istituzionali. Non serve Francesco De Sanctis per capire che la letteratura del tardo capitalismo ha ben poco a che fare con quella che abbiamo studiato sui manuali scolastici o universitari. E soprattutto non servono le vecchie categorie apocalittiche come la mutazione antropologica, la decadenza culturale, l’invasione dei barbari e l’ignoranza dei giovani che non conoscono i classici, non hanno mai sentito nominare Pietro Bembo e dove andremo a finire, signora mia? Lo dico soprattutto da insegnante, con un’esperienza didattica ormai ventennale alle spalle: ridurre tutto a un problema pedagogico e disciplinare (gli studenti devono leggere e studiare di più, come facevamo “noi”) significa solo spostare il problema, crearsi degli alibi, misconoscere l’effetto e il senso di enormi trasformazioni strutturali e culturali che negli ultimi decenni hanno cambiato lo statuto, il ruolo e la funzione sociale della letteratura e dell’educazione letteraria. Bisogna invece guardare, capire e possibilmente governare queste trasformazioni, chiedendosi cosa c’è ancora “da fare”. E bisogna guardarle in modo autenticamente laico, strategico e volendo anche cinico, abiurando una volta per tutte quella forma di religiosità secolarizzata che è stata l’umanesimo classico.

Da alcuni decenni, in Italia ma in generale nel mondo occidentale, ci contempliamo l’ombelico per interrogare cause, effetti e possibili soluzioni della cosiddetta “crisi della critica”. Il dato storico è semplice e incontrovertibile: la critica letteraria ha perso il suo mandato sociale, quello che la modernità e soprattutto la parte centrale del Novecento le avevano conferito. Ne è sintomo perfetto, con il lucido cinismo che solo il mercato può avere, la situazione schizofrenica dell’editoria: da un lato la saggistica letteraria, pressoché scomparsa dai cataloghi ma anche fisicamente dagli scaffali delle librerie; dall’altro il business parallelo, ormai completamente drogato, delle edizioni accademiche a pagamento, da dare in pasto alle commissioni di concorso e a quella macchina impazzita che si chiama “valutazione della ricerca scientifica”. Nella sua brutalità, il sintomo schizofrenico ci dice che è del tutto scomparsa la critica letteraria “as we know it”, cioè un discorso tecnico e specializzato sulla letteratura che ambisce però a un senso più ampio, collettivo, nei termini sempre più inattuali del bene comune e dell’uso pubblico della propria ragione. Alla luce di questo non stupisce un ennesimo paradosso: se gli studi letterari sono in agonia (o appunto proliferano in pubblicazioni accademiche lette da cinque o sei persone), le pratiche letterarie stanno benissimo, fanno mercato, attirano il pubblico al di là e al di fuori di qualunque mediazione critica, almeno intesa in senso tradizionale. E non stupisce perché rientra perfettamente nel quadro sociale, economico e istituzionale in cui ci muoviamo, dove appunto non serve rimpiangere nostalgicamente il passato ma bisogna fare i conti con il presente, e soprattutto capire se c’è spazio per un futuro. Certo, Calvino e Pasolini sono morti (e anch’io non mi sento tanto bene, direbbe Woody Allen), ma non è questo il punto. A mancare non sono i cervelli ma una sorta di tessuto neuronale diffuso, senza il quale anche i più grandi intellettuali del Novecento, reincarnati oggi, se ne starebbero mestamente all’angolo come tanti di noi. Ci sono molte cause concomitanti, ma di fatto la critica ha perso il suo mandato perché è scomparsa una certa società letteraria, una comunità di lettori che condivideva gli stessi valori, saperi e orizzonti culturali, un pubblico (sicuramente ristretto, ma vivo e riconoscibile) con cui istituire un’intesa comunicativa immediata. (Quel che sta succedendo sul web è un fenomeno diverso, che per il momento non ha apportato cambiamenti decisivi). La società che ha costituito la “letteratura” in quanto oggetto di un sapere, concetto identitario e pedagogico, luogo del valore e fulcro del sistema educativo, non esiste più, e non è detto che sia per forza un male. Ma è un lutto che bisogna elaborare al più presto. Dobbiamo seppellire una volta per tutte l’umanesimo, rinunciare ai diritti di primogenitura culturale e capire cosa possiamo fare nell’economia del capitalismo cognitivo, dove la produzione e la gestione delle conoscenze – scienza, ricerca, cultura, arte, letteratura, insegnamento – entrano in una logica di scambio, profitto, competizione e accumulazione del capitale cognitivo globale.

Su questo, e su come debba essere interpretata oggi la funzione della critica, non ho manifesti o ricette universali ma solo tattiche congiunturali, pratiche quotidiane, una microfisica di piccoli gesti resistenti. Ricordiamo che la critica porta iscritte in sé, anche nell’etimologia, la lacerazione, la crisi, la scelta, il giudizio. Nulla di più incompatibile con il sistema socio-economico in cui viviamo, quello del mercato trionfante e del consumo compulsivo, che non ha alcuna intenzione di essere interpretato: operazioni e routines della nostra vita quotidiana devono essere semplicemente processate, eseguite in modo rapido ed efficiente, possibilmente in uno stato di incoscienza o con introiezione meccanica dei principi su cui si basano. Ormai siamo tanto ossessionati dalle valutazioni (a scuola, sul lavoro, nella Quality Assurance, sui social o su Tripadvisor), quanto lontani dalla coscienza critica del giudizio, che è tutt’altra cosa. Ed è qui, per quanto mi riguarda, quel che c’è ancora da fare: inceppare gli algoritmi, rompere gli automatismi, aggredire il senso comune, costringere un paio di studenti a farsi domande nuove, dimostrare nei fatti e negli spazi istituzionali di cui possiamo disporre (aule, recensioni, presentazioni, festival o premi letterari, ecc.) che si può ancora affermare una certa idea di letteratura, che esistono libri belli e libri brutti, che non tutti quelli che scrivono sono scrittori, che un vero romanziere si riconosce dalla voce e anche da cose molto tecniche come la scelta delle parole, il ritmo, un giro di frase, una metafora, la guerra senza quartiere contro il cliché. Perché è scrittore – diceva Roland Barthes – «colui per il quale il linguaggio costituisce un problema, che ne sperimenta la profondità, non la strumentalità o la bellezza». E questo è tutto.

Giovanni Bitetto

Piuttosto che chiedersi se la critica sia importante o meno, occorre capire se è ancora percepita come necessaria. Il compito della critica è pervenire alla complessità che si genera dall’interazione fra opera, autore e sostrato culturale. Al giorno d’oggi la complessità non è più categoria fondamentale del nostro paradigma cognitivo, la conoscenza passa dalla velocità e dall’economia di mezzi, dal riconoscimento immediato fra codici, simboli, fenomeni contigui. Non sto dando un giudizio di valore, ma solo appurando la mutazione. Non è un problema che investe esclusivamente la critica letteraria, è un cambiamento che influenza ogni ambito della vita pubblica, culturale e sociale. La critica vede erosa la propria sfera di influenza, per questo si è ridotta a parlare alle nicchie, spacciando discorsi parziali per assoluti – basti pensare ai canoni che spuntano qua e là sul web e di cui non si capisce neanche il metro di giudizio. C’è anche da capire quali spazi di espressione si reclamano: se si parla di luoghi concreti, come centri sociali e culturali, in cui sperimentare forme nuove di opposizione al discorso dominante, allora è vero, mancano e ce n’è bisogno come il pane. Tuttavia è necessario che la cultura si leghi a una precisa visione politica, spesso rivestire le proprie idee di una qualche patina culturale è il modo migliore per nasconderne la vacuità. Se invece si reclamano spazi espressivi virtuali, come riviste o ambiti dedicati, beh, lì rientriamo nel discorso delle camarille e delle conventicole. Nel sistema mediatico, dal web ai giornali alla tv, ci sono troppe realtà supposte “culturali” che non hanno le idee chiare, o addirittura peccano di malafede. Da un lato, alla complessità subentra la complicazione, ovvero il parlarsi addosso o al massimo parlare a un pubblico di iniziati. Dall’altro si tende alla semplificazione, ovvero a spacciare per cultura quello che non lo è. Io penso che la critica in quanto gerarchizzazione del mondo debba rassegnarsi a scomparire, non c’è modo di opporsi all’orizzontalità dei nostri tempi. D’altro canto chi verrà dopo di noi non sentirà la mancanza di una tale autorità. Quello che mi sta più a cuore è correggere tante mollezze culturali con una buona dose di credo e pratica politica. Al giorno d’oggi la vera forma culturale da ripensare è quella dell’aggregazione, la “social catena” che ci dovrebbe unire tutti.

Claudia Boscolo

Questa dovrebbe essere la funzione della critica letteraria. Tuttavia, nella realtà credo che in Italia vi siano poche figure irrilevanti quanto i critici letterari. La critica letteraria in Italia è ridotta a dinamiche baronali interne a dipartimenti universitari agonizzanti, è in mano esclusivamente agli uomini, e si manifesta attraverso pubblicazioni oscure, di nicchia, che nessuno conosce e nessuno ha alcun interesse a diffondere. La crisi del settore editoriale non consente che venga fatta alcuna selezione, e così i titoli davvero interessanti che potrebbero essere inseriti in un canone vengono buttati nel tritacarne, spesso dimenticati nel giro di poche settimane, non recensiti adeguatamente, non segnalati nei pochi spazi accessibili.

I critici propriamente detti, cioè quelli accademici, oggi compiono sparute incursioni negli spazi sempre più limitati dei quotidiani, con articoli in cui spesso davanti all’ipertrofia dell’offerta segnalano le opere che arrivano direttamente sulle loro scrivanie tramite passaparola. Non vedo l’attività di ricerca che dovrebbe mantenere viva questa funzione. Non c’è stato negli ultimi decenni un vero ricambio a livello accademico, inoltre davanti a questa ipertrofia editoriale percepisco una chiusura verso la tradizione letteraria già inclusa nel canone. Sembra che la narrativa italiana si sia fermata alla neoavanguardia, eppure lo stesso Gruppo ’63 era un movimento di rottura. Sono gli stessi giovani borsisti che guardano con sospetto la ricerca nelle nuove forme narrative. Credo che da un lato il sistema folle italiano di valutazione della ricerca accademica abbia molta responsabilità nel limitare le opzioni e il tempo che si può dedicare ad esplorare i nuovi filoni narrativi, e dall’altro lato diventa sempre più difficile dare risalto a una recensione. Abbiamo uno stuolo di dottorandi entusiasti che scrivono in rete cose a volte interessanti, ma destinate alla più assoluta irrilevanza. Poi c’è gente come me, che pubblica quasi solo articoli accademici da un terreno neutro e non implicato in dinamiche di potere, e quindi non ha alcuna speranza di indirizzare chicchessia o di formare canoni, che peraltro storicamente vengono stabiliti dagli uomini e non certo dalle donne. La critica è storicamente anche potere, e le donne nell’ambito di un campo dominato dagli uomini sono destinate da sempre a un ruolo ancillare. Per cui il mio senso di impotenza non è dato solo dall’epoca senza dubbio particolare in cui la nuova produzione letteraria viene alla luce – un’epoca che non ha precedenti, per il potenziale di diffusione e per quello di dispersione – ma è anche dovuto a riflessioni legate alla subordinazione di genere all’interno della critica, che complica ulteriormente le cose ed è un problema che i critici uomini semplicemente non vedono.

La critica letteraria non può reagire in nessun modo a questo stato di cose anche per un motivo molto più banale, ovvero che il gusto oggi viene orientato esclusivamente dalle campagne marketing dei grossi gruppi editoriali. I critici possono agire entro spazi limitatissimi, e in ogni caso anche dentro quegli spazi vengono replicate dinamiche che hanno poco a che fare con l’effettivo valore del testo di cui si parla. Con queste premesse, parlare di funzione di indirizzo della critica letteraria in Italia oggi temo non abbia alcun senso.

Domenico Calcaterra

La critica letteraria lascia al non detto, all’implicito, a ciò che rimane fuori, la presunta “funzione d’indirizzo”. Non mira più al canone, non vive più dell’urgenza verticale di uno sguardo che gerarchizzi i valori in campo: al massimo, quando non si dissolve in mera réclame o interesse di cordata editoriale, mira alla costruzione frammentaria (da parte del critico) di una costellazione di riferimento. La critica pertanto non reinventa nulla: si ripiega su se stessa; si alimenta e riscopre in se stessa; guarda indietro all’esempio dei maestri, al loro modo d’ingaggiare battaglia più che con l’autore con il testo (lo sguardo del critico presuppone una naturale tensione antagonista). Il critico insomma non svicola dall’autobiografia intellettuale, fomentato com’è dalle proprie ossessioni: impegnato all’edificazione, attraverso i libri degli altri, del proprio plausibile romanzo (o dell’idea che nutre di esso). Il solo passo praticabile – anche nello spazio breve dell’articolo o della recensione – è quello di un rigoroso e divagante saggismo: professione di libertà incarnata nella forma del saggio. Come a dire che la sola militanza possibile risieda nell’inattualità. Non basta più sporcarsi le mani, selezionare, praticare l’oramai deprecata stroncatura… è necessaria una «fuga dalla critica» (e ho in mente Huyendo de la critica, il bel dipinto di Pere Borrell del Caso che ritrae un ragazzo scamiciato nell’atto di scavalcare la cornice del quadro per fuggirne, alludendo a un destino di salutare evasione).

Il paradosso cui si accennava è perciò solo apparente: nel tempo in cui il fatto letterario si è trasformato in altro da sé, depotenziato, ridotto a mero storytelling, a narrazione senza costruzione, alla patologica rinuncia (in nome della scorciatoia del cotto e mangiato, dell’editoria prêt-à-porter) al difficile ma sacrosanto percorso, per lo scrittore, di ricerca di una propria voce (questione decisiva). 

Tornando alla domanda di partenza, la profezia del personaggio di Pynchon non è, a parer mio, condivisibile semplicemente perché non si è avverata: stiamo subendo, semmai, il fenomeno opposto, ossia la regressione della critica (nei luoghi dove quella funzione dovrebbe essere più esercitata e garantita) a puro intrattenimento giornalistico (meccano dei fatti culturali). Certo non sono mancate ricognizioni puntuali e impegnate a definire la mappa, a cartografare le esperienze significative della letteratura italiana contemporanea (La terra della prosa. Narratori degli anni Zero di Andrea Cortellessa, La letteratura circostante. Narrativa e poesia nell’Italia contemporanea di Gianluigi Simonetti, per citare solo due testi con i quali ci si è confrontati negli ultimi anni), tuttavia mi pare inoppugnabile che vi sia stato (e sia a tutt’oggi in atto) quel ripiegamento che ho cercato sinteticamente qui di descrivere.

Christian Caliandro

Più libri per meno lettori: è questa la situazione attuale, in cui la critica svolge un ruolo di indirizzo e di filtro. Sicuramente, dal punto di vista della selezione del canone questo ruolo è prezioso; va detto però che, d’altra parte, una tale forma di iper-consapevolezza non gioca molto a favore dell’innovazione radicale, a livello di stile e di forma narrativa. In questo senso, il controllo può risultare per così dire eccessivo. Allora, una modalità possibile con cui la critica può reagire al paradosso dell’aumento della sua utilità rispetto alla diminuzione pratica degli spazi espressivi consiste nel riconoscere, in maniera precisa e tempestiva, le tendenze più interessanti che spingono la letteratura verso il racconto non conformista del “contemporaneo” – vale a dire il senso di essere vivi in un determinato momento.

Mimmo Cangiano

Mi sembra che l’assunto del personaggio di Pynchon non abbia tenuto alla prova dei fatti, e ciò per una lunga serie di ragioni. Anzitutto si è creata una sconnessione fra critica letteraria accademica e critica letteraria giornalistica. Alla prima è ancora riservato il compito di creare un canone, ma tale canone non ha più alcuna connessione (almeno nel breve-medio termine) con il piano della sua socializzazione, e dunque la critica letteraria accademica vivacchia in forma di residuo formale di ideologie e conformazioni sociali storicamente perdenti. La critica letteraria giornalistica ha ancora, invece, la capacità di socializzare determinati gusti e tendenze, ma non ha la capacità di dettare un canone, e più che funzione di ordinamento del materiale esistente è, nel suo impressionismo, essa stessa un riflesso dell’impossibilità attuale del canone.

Il canone presuppone il possibile intervento della cultura alta (diciamo se vuoi accademica) sul piano del consenso sociale, ma è proprio tale collegamento che è scomparso, almeno per ciò che riguarda la cultura umanistica. Mentre il campo sociale e quello scientifico riescono a instaurare un rapporto stabile con le aree culturali destinate alla produzione del consenso (sono ad esempio le centinaia di articoli che appaiono sui giornali a dirci che è stato trovato il gene che ci fa innamorare, ecc.), il campo umanistico ha smarrito il contatto con i nuovi veicoli preposti alla sua diffusione sul medesimo piano. Persa definitivamente la ragione sociale, il critico letterario si è ritrovato così bloccato in uno spazio di produzione ideologica (la torre d’avorio dell’Accademia) che, separato da quello che Gramsci avrebbe chiamato il suo inveramento sul piano del consenso, finisce proprio per tale ragione a dubitare di sé, a riconoscersi, vale a dire, come falsa coscienza. Come creare un canone in tali condizioni?

Ci sono due modi: uno è quello di auto-estraniarsi in quello stesso spazio, come Harold Bloom, continuando a difendere, contro tutto e tutti, il valore di letteratura e critica. Allora sì avremo un canone, ma inevitabilmente questo sarà un canone “tradizionale”, destrorso, alto-borghese, diciamo un canone per quelli che ancora possono sognare il valore di una cultura (umanistica) non soggetta alle trasformazioni sociali. L’altra possibilità, campa cavallo, è lavorare per ricreare il rapporto dialettico fra cultura umanistica alta e consenso.

La critica letteraria entra dunque in crisi per due ragioni fra loro in stretto rapporto: da un lato è entrato in crisi il ruolo del sapere umanistico alto nella costruzione ideologica del consenso nel momento in cui sono decadute le costruzioni ideologiche a quello collegate; dall’altro è crollata la necessità di appoggiarsi ai valori estetici nella costruzione delle direttive ideologiche e del consenso medesimo. Ciò ovviamente non vuol dire che è crollata l’estetica tout court, vuol semplicemente dire che la formazione del consenso può ora fare tranquillamente a meno delle direttive dell’estetica alta, riformulandosi su di una estetica di più semplice diffusione. 

Maria Teresa Carbone

In effetti l’aumento della produzione editoriale consegna alla critica una responsabilità più grande. D’altra parte, la maggior parte dei titoli immessi sul mercato raggiunge – quando lo raggiunge – il pubblico attraverso meccanismi (visibilità sui social e passaparola), che hanno poco a che fare con l’esercizio critico. Il concetto di canone è messo in dubbio, il numero dei lettori cala. Quella che Gino Roncaglia nel suo L’età della frammentazione (Laterza 2018) definisce “la granularità dei contenuti” oggi presenti su Internet ha eroso anche presso i lettori “forti” il tempo dedicato alla lettura di testi strutturati e complessi: non solo i libri, ma anche quelle recensioni che non si rassegnano a segnalare asetticamente l’uscita di un dato titolo. 

Il contesto è poco incoraggiante, pure la critica non ha perso la consapevolezza del proprio ruolo, cercando di mantenere una presenza, sia pure esigua, sui media tradizionali (pagine culturali, supplementi letterari) e soprattutto aprendo in rete una quantità di blog e riviste online che si pongono come luoghi di riflessione e di confronto. 

Non parlerei insomma di “una diminuzione pratica degli spazi espressivi”, ma di una separatezza più accentuata rispetto alla comunicazione mainstream. Questo può essere visto come un bene (mantenimento di strumenti critici affilati, valorizzazione di opere che altrimenti rischierebbero di passare inosservate nel flusso incessante di libri pubblicati) o come un male (ghettizzazione, crescente irrilevanza del dibattito culturale). I due aspetti, positivo e negativo, coesistono e danno origine a comportamenti diversi: in particolare, è abbracciata da alcuni e osteggiata da altri la scelta di individuare nei social e soprattutto in Facebook una sorta di piazza pubblica per sfuggire all’emarginazione e discutere di temi trascurati dai media tradizionali. Funziona? Fino a un certo punto, secondo me. I dibattiti nascono e si spengono lasciando quasi sempre poche tracce e quindi accentuando l’idea di una sostanziale irrilevanza. Paradossalmente più efficaci, semmai, sono gli interventi in presenza, che sfruttano la fascinazione contemporanea per il corpo – in questo caso, il corpo del critico – e possono meglio raggiungere quello che oggi resta del ceto medio riflessivo. 

Giuseppe Carrara

Che la profezia di Pynchon si sia avverata è sotto gli occhi di tutti: in Italia, attualmente, ci sono circa 1600 editori, i titoli pubblicati ogni anno si aggirano intorno ai 60mila (contro i 15mila del 1970), per un totale di pressappoco 250 milioni di copie stampate. Nell’equazione vanno certamente tenuti in considerazione l’aumento demografico e della scolarità di massa, oltre che le modifiche gestionali interne al mercato editoriale. Di fronte all’aumento vertiginoso delle pubblicazioni, non mi sembra però si possa parlare in generale di diminuzione dei lettori: nonostante il calo degli ultimi otto anni, contro cui si alzano quotidiane geremiadi, il numero dei lettori italiani dal 1965 al 2010 si è triplicato. Da un certo punto di vista, allora, in Italia (e non solo) non si è mai scritto e letto tanto come oggi. La questione centrale sarà, allora, cosa si legge e in questo senso sì, la selezione del canone gioca una parte fondamentale. All’interno di questo panorama, è sempre più difficile orientarsi, creare mappe, griglie interpretative (e tuttavia non ne mancano degli esempi assolutamente felici: lo testimoniano, per esempio, i recenti libri di Raffaele Donnarumma, Gianluigi Simonetti e Carlo Tirinanzi De Medici, per fare soltanto pochi esempi). Forse ha ragione Andrea Cortellessa quando scrive che “il «campo» della narrativa contemporanea si giovi a essere percorso, più che cartografato”. Sono sempre più convinto, infatti, che accanto a una critica sintomatica (giusta e doverosa), vada recuperato un giudizio di valore forte, basato sulla qualità letteraria dei testi: ci siamo, forse troppo semplicisticamente, liberati (non senza ragione) da un’idea di canone perché autoritario, normativo, rappresentativo solo di una parte. Nella maggior parte dei casi abbiamo preferito farla finita con la canonizzazione, piuttosto che mettere in discussione, ripensare, problematizzare. A complicare la questione si aggiunge poi non tanto la diminuzione degli spazi di espressione, ma la loro trasformazione: oltre alla fine dell’epoca delle riviste novecentesche e alla nascita della critica letteraria sul web, mi sembra che un dato rilevante sia la perdita dell’elaborazione di una politica culturale da parte dei giornali. E senza una politica culturale condivisa, uno spazio di discussione così formalizzato, la questione della canonizzazione è sempre più problematica: oggi possiamo trovare la stessa firma e le stesse opinioni, in fatto di letteratura, indifferentemente su “Il manifesto”, “Il Sole24”, “Il Foglio” o “Avvenire”, a tutto detrimento della tanto rimpianta militanza. Naturalmente all’interno di questo discorso va necessariamente tenuto conto di un dato (materiale) non facilmente ignorabile: le condizioni economiche che, inevitabilmente, incidono sull’approfondimento, la libertà d’espressione, il livello di analisi delle pagine culturali. Il punto centrale di questo discorso è però un altro, lo ha spiegato bene Federico Bertoni nel suo ultimo libro: la letteratura, oggi, non conta più nulla, il suo spazio sociale si è drasticamente ridimensionato e, di conseguenza, il dibattito pubblico trova sempre meno risonanza. Tuttavia, la critica non dovrebbe abdicare al suo ruolo di selezionare, analizzare, approfondire, problematizzare e giudicare (entrando anche nel merito del valore delle opere). Seppure i modi e gli spazi della critica letteraria cambiano, si trasformano, talvolta si involvono, quello che va salvaguardato è lo spirito critico, che passa, necessariamente, anche attraverso il giudizio di valore.      

Alberto Casadei

Purtroppo ho l’impressione che quella di Pynchon sia una verità razionale totalmente smentita dalle vicende della storia. La diminuzione degli spazi disponibili per la critica letteraria è evidente, ma il problema è che sono aumentati a dismisura altri metodi per selezionare le opere. In primo luogo i filtri delle case editrici, che spesso evitano di pubblicare opere valide ma poco vendibili, e quindi esercitano una critica preventiva, magari persino controvoglia ma inevitabilmente. Poi, da qualche anno, i blog letterari possono favorire il successo di romanzi piacevoli o su temi coinvolgenti, ma quasi mai possono imporre testi complessi o sperimentali, se non in cerchie molto ristrette e ormai non comunicanti con la società letteraria nel suo insieme. Ancora più di recente, si è instaurato un ampio circuito di autori che si autoproducono, evitando qualsiasi confronto con la critica ufficiale. In effetti, più o meno in analogia con quanto accade in tanti altri settori culturali e scientifici (pensiamo agli attacchi agli specialisti in campo medico), il critico è spesso visto come un arretrato difensore di valori umanistici ormai defunti, per esempio di uno stile riconoscibile, di una narrazione non convenzionale ecc. Pure a livello scolastico il rapporto con i classici, selezionati da tempo a livello critico, risulta adesso molto difficile: in fondo, indicare alcuni valori di lunga durata corrispondeva a una prima forma di critica, esercitata a livelli semplici (“preferisci Dante o Petrarca?”) ma utili. Mi pare che persino questo aspetto sia ormai molto distante dagli interessi dei nuovi potenziali lettori. La reazione dei critici o degli specialisti di letteratura, a cominciare dagli insegnanti delle scuole medie, dovrebbe essere quella di poter argomentare ampiamente perché alcuni autori sono stati e sono più importanti di altri, magari anche attraverso rapidi confronti (Leopardi vs. Vincenzo Monti e così via). Lo stesso potrebbe valere nel presente, comparando opere di moda con altre simili già da tempo considerate valide. In sostanza, mi pare che la critica oggi possa raggiungere una visibilità solo attraverso una concreta serie di indicazioni comparative, che possano raggiungere i lettori non monocordi, convincendoli dell’importanza di sostenere pure gli autori non immediatamente semplici e invece fruibili con gradi diversi di competenza, specie grazie alle scelte non scontate sul livello decisivo per raggiungere una ‘lunga durata’, ossia lo stile.

Andrea Caterini

Pynchon aveva ragione solo in parte, quella che riguarda l’osservazione del fenomeno. Aumentano i libri pubblicati ma diminuiscono i lettori. E poi non sono nemmeno sicuro che avesse ragione anche in questo. Anzi, sono sicuro sbagliasse. Non ci sono meno lettori di ieri. È vero invece il contrario. Ce ne sono molti di più. I libri non sono più un fatto elitario. L’alfabetizzazione mi sembra che sia aumentata negli ultimi decenni. La questione allora è un’altra. Questa alfabetizzazione ha prodotto lettori più consapevoli? O questa democratizzazione, chiamiamola così, questa possibilità d’accesso per tutti al sapere ha costruito un fenomeno che solo parzialmente poteva essere previsto? Diciamo allora che in questa forma di democrazia tutti si sentono nel diritto di parlare di qualcosa che conoscono male, o solo limitatamente. Si è costruito un diritto d’opinione per non specialisti, che in sé non ha nulla di sbagliato, il problema è che questa opinione la si vuole necessariamente esprimere (e i social, i blog letterari, i gruppi di lettura su twitter ecc., consentono piena libertà per farlo). In questa situazione la critica ha un ruolo difficilissimo, perché spesso viene confusa all’interno di una confusione di voci e commenti pubblici. Ma non credo che il suo ruolo sia finito, o si sia esaurito. Il problema è che la costruzione di un canone della contemporaneità si regge su un’ipocrisia di fondo. Di fatto mi sembra che molti autori abbiano accettato un principio di non conoscenza pur di non restare fuori da una presunta comunità che ti include solo rispettando certi parametri di comportamento, cioè di scrittura. Quante volte capita di sentir parlar bene di libri che neppure sono usciti in libreria. Lì ti accorgi subito che quel libro è il romanzo che deve piacere a tutti necessariamente, che non può andare male, che tutti siamo costretti ad apprezzare. Guai a criticarlo. Questo non ha prodotto altro che un accomodamento in chi scrive – l’idea che non ci sia bisogno di sperimentare, o mettere a rischio qualcosa. Ma non è sufficiente trovare l’idea o la storia giusta per scrivere un romanzo. La prima cosa che dovrebbe domandarsi uno scrittore, un narratore, un poeta e pure un critico, è il motivo per cui la si è cominciata a esprimere quella cosa indicibile che si vuole provare a esprimere; ovvero, qual è la necessità che sottende il nostro bisogno di scrivere. La necessità è propriamente ciò che non è rimovibile, qualcosa che nonostante tutto, resterà intatto in ogni opera che sia davvero tale. Le storie, invece, si somigliano tutte. Sono la prima cosa che ci si dimentica.

Dimitri Chimenti

Difficile essere d’accordo con Pynchon, se teniamo conto che da circa un quindicennio è la critica stessa, almeno una sua parte significativa, a denunciare la propria incapacità di esercitare un qualsiasi potere canonizzante. 

Ammissione che non salva da un certo grado di ambiguità perché da una parte la critica continua a operare una classificazione e una valorizzazione complessiva delle opere anche in assenza di quei canoni che non riesce più a elaborare, mentre dall’altra dà vita a classificazioni e valorizzazioni talmente generali e oscillanti da risultare del tutto inutilizzabili. Basti pensare alla categoria del “postmoderno”, termine il cui significato proteiforme è stato declinato di volta in volta come una categoria letteraria, una categoria storica o persino come una categoria dello spirito.

Il punto è che quando parliamo di critica tendiamo a sottendere l’aggettivo “accademica” e lo facciamo perché fino a poco tempo fa era quella a dare la direzione al dibattito e a definire appunto il canone. A non essere sottinteso è che la critica fatta di convegni, riviste, pubblicazioni e posizioni non esiste quasi più.Sul motivo della sua scomparsa ci sono opinioni diverse, certo è che non sono più offerte le condizioni economiche per poterla produrre. 

L’estinzione della critica accademica è una faccenda seria perché essa, con tutti i suoi limiti, ha saputo preservare la funzione che più di ogni altra compete alla critica estetica: tirare fuori dalle opere più di quanto esse non dicano autonomamente, renderne esplicito il linguaggio formale. 

C’è da chiedersi se con il declino degli studi umanistici, rischiamo di perdere questa funzione. Quanto si può osservare è che il ridursi del dibattito accademico è andato di pari passo con l’espandersi di quello sul web, con un crescendo di blog sui quali scrivono e si misurano scrittori, critici e lettori. 

Se guardiamo agli ultimi dieci anni è necessario riconoscere, ci piaccia o meno, che la funzione critica si è spostata là, nell’accozzaglia del web, e che l’anno decisivo di questo passaggio è stato il 2008, quando sul sito Carmilla è uscito il memorandum sul New Italian Epic di Wu Ming 1. 

In quel momento si è segnata una mutazione di paradigma passando dalla verticalità all’orizzontalità. L’unico tentativo di canonizzazione letteraria degli ultimi quindici anni non veniva pubblicato sulle pagine di Allegoria, ma caricato in PDF su un sito web senza alcun credito accademico. Questo non gli ha però impedito di stabilire il frame di discussione, prima su Internet, poi nei convegni e nelle riviste di italianistica e infine trascinando nello scontro di posizioni tutta la critica italiana. 

In conclusione mi pare che il paradosso di Pynchon per essere calzante vada rovesciato: come può reagire la critica all’aumento degli spazi espressivi rispetto alla diminuzione della sua utilità? 

Andrea Cortellessa

Questo paradosso è sotto gli occhi di tutti da una decina di anni; già nel 2005, con Eutanasia della critica, il maggior critico italiano, Mario Lavagetto, denunciava tutto ciò: non si era ancora nella situazione odierna ma già allora le sedi residue di circolazione della critica letteraria vedevano questa attività come a loro superflua e non più funzionale a uno scopo – l’impressione era, ed è, che la critica avesse perso il suo mandato sociale, come del resto diceva Fortini cinquant’anni fa. Vale la pena dire che, se si parla di spazi cartacei, non ci si deve fermare ai giornali. Guardiamo ai cataloghi: in quelli delle maggiori case editrici non c’è più critica letteraria.

È d’altro canto vero che qualcosa che assomiglia alla critica letteraria ha un vigore senza precedenti in rete, e anche sui social, sebbene lì il commento, anche indiscrimitato, sia uno dei carburanti maggiori di una sorta di “etica del risentimento”. Inoltre in rete, e ancor più nei social, la forma non è certo più quella del “secolo della critica”: non prevede né cura dell’argomentazione in termini retorici, né quell’apertura comunicativa e disponibilità alla messa in discussione dei propri fondamenti che connota la critica dall’Illuminismo; è qualcosa di diverso, forse una sua parodia. Detto ciò, è oggettivo che, antropologicamente, commentare e dare valore resta un’esigenza, e questa esigenza non riesce più a essere soddisfatta dalla critica.

Forse, allora, dovremmo interrograrci su nuove modalità, penso ad esempio a quella sfortunata iniziativa delle classifiche di qualità Dedalus – pensare insomma a dei protocolli individuali/plurali in cui la soggettività critica entri maggiormente in relazione con una rete di contatti e relazioni collettive (e si confronti con nuovi problemi, come quello, segnalato da Berardinelli, di un eccesso di pubblicazioni che rende impossibile l’esercizio della critica, rispetto al quale è necessario fissare nuovi principî di ordinamento); gli strumenti in teoria ci sono, vanno ripensati e messi in sinergia col meglio dello spirito critico che apparteneva alle generazioni passate: si tratta, quindi, di ripensare la critica, come prima si doveva ripensare la narrativa.

Fabrizio Coscia

La critica letteraria non è mai stata così ininfluente come oggi eppure, allo stesso tempo, così necessaria. Ininfluente perché è in crisi forse irreversibile ed è una crisi che rientra in un fenomeno più generale che investe il concetto stesso di auctoritas: oggi tutto viene consumato orizzontalmente. Si chiama disintermediazione, ed è un fenomeno, strettamente legato alla diffusione delle grandi piattaforme web, che ormai ha convolto e investito molti campi: il giornalismo, la politica, la scuola e, a maggior ragione, anche la critica. Basta vedere, banalmente, quante copie di un libro “sposta” oggi una recensione: è un numero così esiguo che ormai è diventata per uno scrittore poco più di una simbolica medaglia di merito da appuntarsi al petto (se la recensione è positiva ovviamente). E tuttavia, proprio per questo motivo, e in un panorama letterario dominato dal mainstream e dell’omologazione, il ruolo del critico è oggi tanto più importante, perché il critico ha il compito di distinguere, in questo marasma di pubblicazioni a getto continuo, tra ciò che ha valore e ciò che non lo ha. L’auctoritas del critico resta, cioè, un punto di riferimento ineludibile, per quanto ignorato e sottovalutato, non solo per i lettori, ma direi per gli stessi scrittori, che spesso possono trovare in un critico un interlocutore privilegiato.

Ludovica del Castillo

Sì, sono d’accordo con quello che scrive Phynchon. La funzione del critico è oggi ancora più importante, visto il grandissimo numero di titoli pubblicati. Inoltre, nel tempo, l’identità e la funzione di selezione delle case editrici sono, per certi verti, venuti a mancare nel modo in cui le si conosceva nel Novecento e il lavoro del critico letterario è diventato ancora più importante per orientarsi. Allo stesso tempo si assiste, come si legge anche nella domanda, a un calo progressivo del numero dei lettori e a una marginalizzazione della lettura (dai dati Istat del 2016 risulta che i lettori siano il 40,5% della popolazione italiana, contro il 42% del 2015. “Lettore” è considerato chi ha più di sei anni e legge almeno un libro all’anno per motivi personali). In questo contesto il lavoro del critico letterario credo sia percepito soprattutto dai lettori forti (anche questi in tendente calo). 

Credo anche che la diminuzione degli spazi espressivi non sia un problema molto rilevante, o comunque faccia parte dello stesso fenomeno dell’aumento dei titoli pubblicati. La diminuzione degli spazi in cui la critica si manifesta riguarda in particolare quelli canonici, come giornali, riviste, etc.… D’altra parte internet ha sopperito a questo ridimensionamento: esistono infatti validi blog e riviste online dove quotidianamente si possono leggere i critici. Ma, nonostante il lavoro del critico letterario credo sia determinante nel contesto contemporaneo, bisogna anche rilevare l’influenza delle classifiche, l’esistenza della micro-critica e la diffusione dei titoli attraverso canali indipendenti da quelli canonicamente usati dalla critica letteraria. Penso ad Anobii, per esempio, per quanto non abbia avuto una grandissima diffusione, all’uso di Facebook, di Twitter o anche di Instagram e alle recensioni su Youtube. 

Matteo Di Gesù

Ovviamente sono d’accordo con il personaggio di Pynchon, mi sembra una considerazione piuttosto ovvia. O meglio sarei d’accordo: dovrebbe essere così, direi per banali ragioni di buon senso, ma non mi pare che sia così; non mi pare che, da parte dei lettori, oggi, alla critica venga riconosciuta questa funzione: a dirla tutta non mi pare che gliene venga riconosciuta alcuna di significativa. Se il critico è un lettore specializzato, ‘professionale’, per così dire, che fonda le sue osservazioni e i suoi giudizi intorno a un testo letterario su precise competenze, che sa utilizzare i ferri del mestiere (che conosce la retorica, la linguistica, la storia letteraria, tanto per dire) e che esercita un particolare genere di discorso pubblico, non mi pare che sia a lui che si rivolgano prevalentemente i lettori italiani del ventunesimo secolo per selezionare le loro scelte; tantomeno credo che il critico, la critica, per come lo abbiamo inteso qualche rigo fa, abbia una funzione di indirizzo o un ruolo pubblico di qualche rilevanza; quantomeno non più. Mi pare che la prerogativa di questa cosiddetta funzione di indirizzo sia ormai appannaggio di altre agenzie: dal marketing alla comunicazione sui social e spesso il lavoro dei cosiddetti critici è di fatto subordinato a queste agenzie (penso a certe recensioni “pubblicitarie” di alcune pagine culturali, ma non solo). In altre parole, non credo che al critico di professione sia rimasta una tale autorevolezza (o gli venga attribuita una tale legittimazione) da orientare le scelte della gran parte dei lettori. Da tempo, per esempio, alcuni quotidiani preferiscono far recensire i prodotti culturali alle firme riconosciute della testata piuttosto che ai critici specializzati (alludo a rubriche del tipo “il libro di tizio”, “il film di caio” e così via): evidentemente i lettori si fidano di più del gusto del loro giornalista preferito che non del parere di un critico specializzato in quell’ambito. Direi che la critica letteraria è relegata a un ruolo subalterno nella comunicazione culturale: si tratta di un discorso fatto da specialisti destinato prevalentemente a specialisti, appunto circoscritto all’ambito di chi, in forme diverse, ha a che fare con la letteratura prevalentemente per ragioni di lavoro (un po’ come la comunicazione scientifica. Il che, sia detto, senza alcuna intento squalificante o spregiativo verso gli specialisti e gli specialismi: tutt’altro, semmai). Con tutta evidenza sto generalizzando, ma non sto certo rivelando qualcosa che non si sapesse già: sulla cosiddetta “crisi della critica” si scrive almeno da un trentennio, d’altronde, si tratta di un vero e proprio genere letterario (praticato da specialisti e fruito da specialisti, ça va sans dire). Non mi pare, invece, che si siano ridotti gli spazi della critica: mi rendo conto che questa considerazione potrebbe sembrare una contraddizione di quanto ho scritto fino a ora, ma non credo che siano i luoghi in cui esercitarla che manchino, specie dall’avvento della rete; temo che la questione sia più complessa: i campi per giocare alla critica letteraria ci sarebbero pure, nonché i buoni giocatori; non so, forse ci si dovrebbe rimettere d’accordo sulle regole del gioco, forse non esiste più una federazione nazionale… Ad ogni modo ad assistere alle partite vengono in pochi. Io continuo a essere uno spettatore assiduo, non solo per ragioni
professionali, ma presumo che questo dato sia di assai scarso conto. Di certo, senza il conforto di guide come quella licenziata nel 2014 da Andrea Cortellessa, mi sentirei disorientato Nella terra della prosa.

Raffaele Donnarumma

Se Pynchon voleva esprimere un auspicio, come non essere d’accordo? Ma se voleva fare una profezia, no, non concordo affatto: spero anzi che, con la sua intelligenza, giocasse nel mettere in bocca a un suo personaggio una strepitosa battutaccia. In primo luogo, senz’altro oggi si producono più libri, ma non mi pare proprio che il numero di lettori sia diminuito. È invece aumentato il numero di libri che non richiedono alcuna mediazione critica e di cui, anzi, la critica è bene si interessi come di un fenomeno sociologico, di un dato di realtà non aggirabile, di una malattia rischiosa: non come di oggetti di valore. Questi libri hanno bisogno di promozione pubblicitaria e di spot, ma possono vivere (per quel poco che vivono) senza nessuna promozione culturale. Questi libri dicono anzi che la critica letteraria è inutile: una piccola coccarda da mettere in quarta di copertina, con il giudizio entusiasta di tizio e caio, certo fa comodo, come i tanti «amazing!», «exhilarating!», «unforgettable!» sulle locandine dei film; ma sono operazioni tardive, pleonastiche, il cui senso è: guardate o leggete anche voi, perché l’hanno già visto o letto tutti. La critica (se proprio vogliamo chiamarla così) verrebbe qui a coonestare il vero erogatore del successo: il mercato. In secondo luogo, la «funzione d’indirizzo dei lettori e selezione del canone» continua certo a essere esercitata, ma in un regime di divisione del lavoro e dei tempi: l’editoria ne può fare a meno, e punta non tanto al best seller, quanto al libro che se la sfanghi qui e ora, e le permetta di tirare a campare in una situazione di difficoltà ormai cronica; i critici fanno le loro scommesse in genere senza arrivare alla maggior parte degli acquirenti di libri (che infatti non leggono saggi, pubblicati in volumi per pochi o riviste accademiche) e puntano sui tempi lunghi, cioè hanno in testa un’idea di letteratura di domani – dove l’editoria pensa solo all’oggi. Si dirà che il web mette a disposizione spazi prima impensabili, che permetterebbero di raggiungere un pubblico vastissimo. Ma la potenza non è l’atto; e soprattutto: la proliferazione di giudizi, pareri, opinioni, pagelle, interminabili elenchi dei promossi e liste stitiche di proscritti replica l’ipertrofia della produzione in un’ipertrofia del discorso sulla produzione, incrementando un senso generale di inanità. I «mi è piaciuto» e i «non mi è piaciuto» pronunciati all’uscita della sala sono di sicuro atti necessari e insostituibili; i like e i pollici versi sui social sono insieme meno impegnativi e più dittatoriali; né gli uni né gli altri sono critica.

Morale della favola: esistono due campi, la letteratura leggera e d’intrattenimento, e la letteratura colta. Hanno logiche diverse, e si combattano, poiché l’invasione di mediocrità e insulsaggini non sta accanto alle cose buone in modo pacifico: le sovrasta, le minaccia, le rende irriconoscibili – come, nel divampare di un incendio, una folla urlante rende inudibile e, peggio, ridicolo lo sventurato che invita alla calma e addita l’uscita di sicurezza. Occasionalmente, i due campi interferiscono, come capita di sentire Bach o Schubert in una telenovela di Rete 4; ma per accidente, o tardi. (Inciso: com’è che i premi letterari più paludati vanno a scrittori di qualità solo dopo che si sono già affermati, e per libri che non sono i loro migliori?). Per paradosso, questa stessa divisione del lavoro consente la sopravvivenza della critica – ma non c’è troppo da consolarsi, perché è la sopravvivenza in una riserva recintata. Lo stato delle cose impone semmai alla critica di individuare, insieme alla qualità, oggetti di interesse collettivo, di immaginarsi un rigore che rinunci a qualunque esoterismo, di individuarsi un uditorio con il quale dialogare, sapendo che comunque non parla a tutti, e forse neppure per tutti. In ultima analisi, il compito della critica è politico, e perciò vive le contraddizioni della politica di oggi: ha una vocazione democratica, crede che a tutti debbano essere garantita la possibilità di esprimere il meglio di sé, ma vede barcollare le forme e lo spirito della democrazia. Le resta il compito di non derogare dai propri principi, di non cedere ai ricatti, di sfuggire alla tentazione sia di rinchiudersi nella gabbia delle istituzioni (accademiche, per lo più) sia di inseguire le false parole d’ordine del momento. Aggiungo per concludere che ormai il compito di inventarsi qualcosa di nuovo e di fare ricerca è stato delegato dalla grande editoria alla piccola (poi, se funziona, i grandi ovviamente vengono a comprarsi quelli che sono stati i piccoli a lanciare). In questo ambito, anche perché più ridotto, la critica può esercitare una funzione importante, e indirizzare i lettori verso libri meno reclamizzati, meno distribuiti, meno prevedibili (e noiosi). Ma ovviamente, è tutto da vedere se ne vale la pena: il giudizio non si esercita né all’ingrosso, né preventivamente. Essere minoritari non è in sé un titolo di merito, come non è un demerito avere subito successo (Tolstoj o Dickens hanno venduto bene da subito, tanto per dire). 

Giulio Ferroni

Non so a quale personaggio Pynchon abbia messo in bocca questa asserzione e non so se in questo caso le parole del personaggio riflettano il pensiero dell’autore o se invece non comportino un’intenzione ironica o spiazzante. È vero comunque che, di fronte ai tanti libri che invadono il mercato, la critica sarebbe più che necessaria, come un vero e proprio servizio pubblico. Ma la critica più autentica, come si è sviluppata nell’orizzonte della modernità, non può concepirsi soltanto come servizio pubblico: non si limita a fornire indicazioni e a fissare canoni, ma ambisce a dialogare con la letteratura che si fa, a chiederle qualcosa di essenziale, risposte radicali sul senso del mondo. E sono i caratteri stessi del mercato, il modello di comunicazione su cui esso si basa a ridurre ai margini questo tipo di critica: è la letteratura stessa che il mercato promuove a togliere spazio alla critica. a voler fare a meno della sua indipendenza e della sua radicalità.

Matteo Fontanone

La previsione di Pynchon, col senno del poi, è valida per metà: la produzione di libri è aumentata vertiginosamente, vero, in parallelo alla flessione costante del numero di lettori; restringendosi gli spazi e diminuendo il pubblico, però, anche la critica letteraria ha visto assottigliarsi il suo peso specifico. Nel ’65 Fortini attribuiva al critico una funzione di smascheramento, mentre cinquant’anni dopo è impensabile scindere la critica letteraria dall’industria editoriale. Eppure mi sembra che sia importante, oggi, ragionare sulle modalità d’intervento e d’impegno per evitare che la critica venga ridotta a mero strumento promozionale. Intanto delimitiamo il perimetro: da una parte il grande pubblico del libro – o ciò che ne rimane – si affida all’immagine, alla fruizione facile e immediata, quindi ai suggerimenti mordi e fuggi, alle novità spacchettate in diretta, ai romanzi consigliati da chi magari nemmeno li ha letti (se i cosiddetti influencer dovessero leggere tutto ciò che pubblicizzano non basterebbe un lavoro a tempo pieno). Al polo opposto c’è la sospiratissima carta stampata, quella degli inserti domenicali e delle pagine culturali, in tempi di magra quasi del tutto monopolizzata dall’usato sicuro. Gli scrittori di successo, i grandi vecchi della divulgazione ad ampio raggio. In mezzo dovrebbe esserci la critica letteraria propriamente detta, che nel 2018 vive in misura minore nelle accademie e, soprattutto, su internet. Riguardo gli assetti contemporanei di quello che negli anni zero veniva definito «lit-web» si potrebbero scrivere decine di cartelle. In estrema sintesi, la prima considerazione è di tipo economico: i fondi sono pochi e, quando ci sono, arrivano dall’alto, penso a progetti di valore come Il Tascabile o lo stesso Indiscreto che ospita queste righe. Succede perché, ma si tratta di opinioni personali e più che fallibili, buona parte del pubblico della critica letteraria è composta da chi la critica letteraria a sua volta la fa, da addetti ai lavori, editor, scrittori a vario titolo, operatori culturali. Non è un caso che negli ultimi anni si parli a spron battuto di echo chamber: assottigliandosi il numero di lettori per passione, figurarsi quello di chi si approccia alla letteratura con velleità di approfondimento. I correttivi ci sono stati: di frequente leggiamo ottimi pezzi di critica nascosti in una programmazione che predilige contenuti altri, la moda, il lifestyle, le serie tv, come il miele sull’orlo della coppa che contiene la medicina amara. Non ho idea se questa sia una strada giusta, relegare il discorso letterario a una marginalità conclamata. Può darsi, anzi ne sono certo, che le mie percezioni siano regolate dal fattore anagrafico: chi ha più anni di me potrà dirmi a buon titolo che la marginalità c’è sempre stata, poi leggo Bianciardi e mi rendo conto che anche la precarietà dell’industria culturale non è certo cifra esclusiva delle ultime decadi. Credo fermamente che la critica letteraria abbia conservato intatta la sua utilità, solo mi sembra che quest’utile sia davvero tale su un campo di forza circoscritto e che gli spazi espressivi entro cui esercitarlo siano più che mai frammentati. I poli universitari che investono energie e tempo sulla letteratura contemporanea non sono molti, e anche il web tende a sfilacciarsi in tanti piccoli soggetti di ottima qualità ma senza la spinta propulsiva per raggiungere una fetta di pubblico considerevole. Chiamare la critica culturale di oggi a un atto di buon senso, ovvero occuparsi esclusivamente di ciò che del mercato si ritiene durevole e imprescindibile, sarebbe però sconsiderato e naïf; la critica è legata a doppio filo all’editoria, vive dei suoi stessi ritmi. Ci sarà sempre chi urlerà al capolavoro anche quando il capolavoro non c’è, l’equazione è abbastanza intuitiva: più è alto il numero di libri stampati, maggiore sarà il chiacchiericcio costruito intorno a loro, indipendentemente poi dal reale impatto del romanzo di turno sul mercato. Il libro ha una parabola breve: due dei casi letterari di quest’autunno, Lisa Halliday e Rachel Cusk, sono già con un piede nel dimenticatoio. Cosa resta, dopo il clamore delle prime settimane? È su questo punto di domanda che deve intervenire la critica nei suoi intenti canonizzanti. Se c’è una possibilità che ci è data da questi anni, è quella della selezione: le rassegne di “Le parole e le cose” e il sondaggio di Raccis e Di Paolo su “Orlando Esplorazioni” hanno dato il via a un ragionamento un po’ più sistematico sul presente. La sfida della contemporaneità è una sfida alla contemporaneità: si può ancora, nonostante tutto, organizzare i primi palinsesti dei nostri anni, anche se senza stratificazione storica, anche se ancora a caldo? Le domande difficili, si sa, prevedono risposte difficili: la sfida la si vince – almeno, si prova a farlo – se al prendersi estremamente sul serio, condizione necessaria, si coniuga lo sforzo di essere attuali, di tenere insieme significante e significato, di rinnovare alcuni linguaggi fin troppo impolverati e di allacciare la letteratura al mondo là fuori. Su questa strada, magari, oltre al riconoscimento della sua utilità la critica letteraria potrà persino conquistare un raggio più esteso per i suoi spazi di analisi ed elaborazione.

Gianfranco Franchi

Concordo parzialmente; la pubblicazione di un numero inumano di libri tendenzialmente o regolarmente coincide con l’aumento considerevole di pubblicazioni di letteratura di genere e di consumo: sono libri che nascono per intrattenere e distrarre, non per essere oggetto di meditazione, di comparazione o di profonda analisi. Spesso si tratta di limpida autoreferenzialità. Non vedo quanto e come possano essere rilevanti eventuali ulteriori aumenti torrenziali di pubblicazioni di gialli, di thriller, di romanzi di spionaggio, di romanzi gotici, di romanzi sentimentali adolescenziali, di romanzi storici d’ambientazione antico romana o medievale o ottocentesca, di libri di ricette, di poesie amatoriali, etc. Ben sappiamo che si tratta, per lo più, di pubblicazioni che servono soprattutto a “occupare lo spazio” negli scaffali delle librerie (quando riescono a entrarci in più di una copia, si capisce). 

Vero è, invece, che, in coincidenza con una progressiva perdita di credito e di considerazione da parte di diverse case editrici, e di diversi medi e grandi gruppi editoriali, complice appunto l’aver ceduto così spesso alla logica di pubblicare “mentulae canis modo”, magari per oscure dinamiche di “logica del debito” e “logica della distribuzione di massa” che qui ci interessa meno indagare (vero?), il ruolo del critico si sta facendo essenziale: è un critico al quale domandiamo d’essere uomo di profonda etica, genio della freddezza e della rapidità nella selezione, fuoriclasse per la competenza, eccezionale per la memoria. È uno al quale stiamo domandando di sbagliare pochissimo. A questo punto, dici bene: come si può reagire di fronte al paradosso dell’aumento dell’utilità della critica rispetto alla diminuzione pratica degli spazi espressivi, complice – aggiungo io – l’inabissarsi dei quotidiani e il collassare dei vecchi periodici, e la solita scarsa tenuta e modesta longevità delle riviste letterarie? La risposta la stiamo costruendo in questo periodo, in tutto l’Occidente: stiamo cercando di plasmare e costruire riviste letterarie differenti dal passato, a volte anfibie (sia cartacee sia digitali); o almeno, come nel mio caso, c’è chi si sta ostinando a immaginare qualcosa di nuovo che possa avere senso, pubblico e sostenibilità, e durare nel tempo; stiamo cercando di adattarci alle logiche dei social network imperanti, soprattutto facebook e twitter, per raggiungere un numero degno e superiore di persone, possibilmente senza corromperci, senza intossicarci o senza diventare troppo stupidi e superficiali; stiamo cercando di superare steccati ideologici da guerra fredda per far comunicare le intelligenze marxiste con quelle cattoliche, quelle liberali e quelle nazionaliste, quelle anarchiche e quelle repubblicane; stiamo cercando di sopravvivere con entrate economiche modestissime, oppure, nei casi disperati e purtroppo sempre più convenzionali, stiamo accettando di considerare la critica letteraria una missione, una professione di fede, gratis e amore (per la letteratura: per il popolo: per la quiete delle nostre anime). Vorrei poterti dire, Vanni, che presto troveremo canali di comunicazione di massa nuovamente capaci d’essere sia prestigiosi sia di alta visibilità; com’era, per capirci, un tempo ormai lontano il “Corriere” o un tempo la programmazione dei canali Rai, nella tv d’antan. In questo momento credo che la cosa più saggia sia lavorare con la massima onestà e la massima concentrazione, trattando ogni articolo e ogni intervista con la massima dedizione, fingendo che possano essere destinati al vecchio pubblico del vecchio “Corriere” o a RadioRai. Troveremo, nel tempo, diverse soluzioni probabilmente efficaci; spero longeve come sono stati longevi i quotidiani e i periodici cartacei (un secolo e mezzo, a spanne). Consentimi un auspicio: che nel frattempo collassi l’industria editoriale così com’è, fondata su logiche economiche balorde, su un debito insostenibile e sulla pubblicazione di un numero amorale di “libri finti”, per un pubblico ovviamente inesistente. 

Piero Gelli

Non so se più importante, più necessaria indubbiamente. La crescita esponenziale dei libri anche di qualità rende utilissima un’indicazione critica che aiuti, innanzi tutto, a discriminare, a scegliere con sicurezza.  È venuta meno oggi la distinzione tra qualità (letteraria/stilistica) e intrattenimento, e forse è giusto così, era una distinzione manichea e snobistica, quando non ideologica. Ma oggi siamo all’opposto: se un tempo c’erano Moravia e Soldati, Gadda o Landolfi (è un’indicazione a caso, non canonica, per indicare scritture diversamente abili), oggi c’è un Carrisi, i cui libri vengono salutati con un’aggettivazione spropositata, sin verguenza.  E io ho letto l’ultimo suo  libro, Il gioco del suggeritore, con piacere.

Roberto Gerace

Non credo che si assista a una diminuzione pratica degli spazi espressivi della critica in quanto tale. Mi sembra piuttosto che questi spazi si siano moltiplicati a dismisura, specie grazie alla rete, e diversificati nelle forme. Non ho un concetto specialistico della critica letteraria: anche in un tweet insipido, per non dire in una didascalia di Instagram, si può fare e di fatto si fa critica letteraria; parlo del resto di pratiche ampiamente incoraggiate dal mercato editoriale, nient’affatto controcorrente in sé e per sé, né minoritarie. Non vedo dunque alcun paradosso; né mi pare utile, a prescindere, valutare l’importanza della critica letteraria in termini quantitativi. Quella che mi pare ridotta in stato minoritario, semmai, è quella forma di critica che, prescindendo dall’astratto strumento della valutazione, si occupi di usare la letteratura come strumento di conoscenza. Quando attraverso la lettura di un’opera letteraria si svelasse una verità qualunque, e di entità qualsiasi, sulla realtà della nostra vita presente o passata, o sulle cose durevoli, se ce ne sono, la critica farebbe il suo compito intero; e le opere meritevoli d’esser lette ne risulterebbero come le sole capaci di produrre una tale rifrazione. Non credo dunque che tra i compiti della critica, per come io la auspico, ci sia quello di stilare un canone.

Daniele Giglioli

Recita un detto che l’importanza di una cosa si avverte maggiormente quando quella cosa inizia a mancare: la libertà, l’aria, la vita. Se sia così anche per la critica però non mi azzarderei a dirlo. L’espressione “la critica” può essere intesa in due modi. Da una parte, quella forma storica della riflessione sull’arte che dalla fine del Settecento, con l’affermarsi dell’egemonia culturale della borghesia (a dirla in grosso), si è concentrata essenzialmente intorno a due pratiche: a) l’interpretazione dei classici (l’idea che la critica sia interpretazione non sarebbe stata neanche compresa un secolo prima: si interpretava in testo sacro, antico, o giuridico; sulla letteratura si compivano altre operazioni, censura dei difetti, apprezzamento delle cose riuscite, ecc.), e in prospettiva la fondazione di un canone nazionale; e, b) la valutazione militante delle novità, la recensione, il giornalismo culturale, l’individuazione di tendenze, poetiche, forme nuove. Dall’altra, con “la critica” si può intendere in generale lo spirito critico come facoltà specifica dell’animale umano, facoltà che però sempre a fine Settecento è stata tematizzata come impresa autonoma fino a coincidere con l’idea stessa di modernità, emancipazione, autodeterminazione, capacità pensare da sé. Ebbene, che queste due articolazioni del concetto, la critica tradizionalmente intesa (interpretazione e valutazione) e lo spirito critico inteso at large siano da tempo in crisi è di un’evidenza che acceca, e non senza ragioni. Troppo mutata la società, il pubblico, il sistema della formazione culturale, perché il vecchio assetto si mantenga. Mutato per ragioni storiche, beninteso, come risultante di una nuova configurazione dei rapporti di forza in cui perdono prestigio le vecchie agenzie (la scuola, l’università, la cultura “alta”) e il mercato si afferma sempre di più come ratio unificante. Che il mercato sia nemico della critica, in entrambi i sensi intesa, è quanto di più ovvio e legittimo: a cosa le serve? Perché dovrebbe alimentarla, incoraggiarla, pagarla? A limitarsi solo alla seconda accezione, lo spirito critico, come non vedere quanto sia oggi scoraggiato, malvisto, quando invece tutti richiedono storie motivazionali, adesione, identificazione, empatia (la critica è distanza, anche quando è fraterna: tra critica ed empatia c’è contraddizione anche quando una cosa ti piace, tu sei uno e lei è un’altra)? Consenso, crederci, fare squadra, tutti uniti – e la negatività implicita nell’atteggiamento critico (questo è vero e questo no; questo mi piace e questo no) totalmente appaltata al risentimento, all’inimicizia, all’indignazione a prescindere. La critica distingue, e ne gode. La critica media sempre tra il dialogo e il conflitto. Il populismo unisce e cerca lo scontro, noi contro loro, è tutta una cricca, chi l’ha detto che quello è meglio di me?

Ma mi chiedevi della necessità. Non credo a una necessità intrinseca. La necessità della critica potrà essere dimostrata solo dal desiderio di esercitarla di coloro a cui questa nuova situazione (mercato più populismo, che bisticciano come comari ma in realtà sono perfettamente compatibili data la loro comune natura feticistica) non sta bene. La necessità della critica è nelle mani di chi la sente necessaria, tutto qui. E nel fare comunità intorno ai suoi valori; una comunità difficile, articolata, paradossale, se il principio della critica è il suo essere dissolvente; ma molto più reale, credo, degli aggregati desideranti e paranoici che ci si parano davanti con la stessa irresistibile nocività dei cambiamenti climatici. Non è molto, me ne rendo conto, ma almeno non potremo dire di non aver avuto la nostra occasione.

Giacomo Giossi

Il critico è un’elemento di comunità, di coesione e di costruzione di significato culturale e sociale. Tuttavia a fronte di una riduzione del numero dei lettori assistiamo non ad una comunità più coesa seppur ridotta ma all’esplosione della stessa, non esistono più libri di riferimento se non ad un livello di lettura superficiale, da brand, ma libri con lettori singoli spesso isolati gli uni con gli altri. La perdita di ogni forma di intermediazione ha travolto quindi in linea di massima l’azione e lo spazio di manovra del critico, ma non della critica che anzi deve cogliere come un’opportunità l’abbandono di un sistema che in ogni caso già negli ultimi decenni del Novecento mostrava i limiti enormi di un sistema chiuso e autoriferito. Oggi è necessario più che mai far correre le informazioni regolarizzando e dando forma al flusso, ma non pensando di frenarlo, dirottarlo o peggio ancora manovrarlo. È fondamentale dunque far circolare i libri tra i lettori, evidenziare i punti possibili di contatto. Non si tratta evidentemente di conformare, ma di riconfigurare i ponti della conoscenza. Nessuno sta più al centro e quindi nessuno può più rifugiarsi in una nicchia, è cambiata la forma e la critica deve saperla interpretare.

Giacomo Giuntoli

Concordo. Soprattutto oggi, ai tempi dei social e della continua ondata di informazioni non filtrate e/o tendenziose che ne consegue, il critico è una figura imprescindibile per il dibattito letterario contemporaneo, sia cartaceo che digitale. Essendo una funzione così delicata non mi sento di mettermi nei panni del maestrino con la penna rossa e, così, dare indicazioni o, peggio ancora, precetti al fine di interpretare questa funzione. Di certo se da una parte vedo una nuova generazione di critici competente ed agguerrita (solo per fare qualche nome Luca Cristiano, Stefano Ercolino, Lorenzo Marchese e Carlo Tirinanzi De Medici) dall’altra vi è molto brusio da parte di chi si affaccia senza adeguati strumenti scimmiottando, più o meno consapevolmente, la firma autorevole leggiucchiata il giorno prima su qualche inserto culturale. Così, spesso, accade di leggere articoli in cui più che giudizi o opinioni si sente l’eco del già detto, vulgata che impoverisce e niente aggiunge o, peggio ancora, un involontario atto di product placement. Così da un atto di mediazione culturale si passa, in men che non si dica, alla vendita porta a porta. Perciò, in fin dei conti, credo che un critico, se proprio devo dare un consiglio, al di là degli spazi che gli vengono concessi, per essere davvero all’altezza del suo compito, debba essere prima di tutto preparato e poi, se possibile, meno ossessionato dai canoni. Infatti questa ansia di classificazione spesso si traduce in una forma di autorialità per interposta persona. E, così, diventa più importante coniare la nuova definizione con cui tutti parlano della presunta nuova tendenza letteraria piuttosto che saggiarne l’effettivo valore. C’è bisogno di dibattito vero, di stroncature, di engagement; non certo di compilare una sorta di “That’s what I call literature” creando così una norma prestabilita che veicoli la ricezione dei romanzi fino a creare una netta linea di demarcazione fra ciò che è arte rispetto a ciò che non lo è. Non si dimentichi a riguardo la definizione di romanzo che ci ha fornito Guido Mazzoni nel Suo Teoria del romanzo. Una definizione che invita alla flessibilità più che al vincolo, ricordandoci che, quando esce un romanzo di difficile catalogazione rispetto al nostro bagaglio teorico, deve essere il critico a rimodellare il suo asse paradigmatico e non altrimenti. 

Simone Giusti

Ogni profezia è la proiezione dei propri desideri, a volte delle proprie nostalgie. Se questo presente è il futuro immaginato da Pynchon, allora mi pare evidente che la sua profezia di un mondo con meno lettori non si è avverata: i lettori sono in costante aumento nel mondo, e anche i libri e i loro autori, a dimostrazione dell’aumento degli “spazi espressivi”, ovvero della possibilità di accedere a una qualche forma di pubblicazione. I critici, da parte loro, hanno abdicato da tempo a una funzione “canonizzatrice”, pur senza averlo mai dichiarato pubblicamente. E non è detto che sia un male. Il paradosso è che lo hanno fatto credendo di fare il contrario, ovvero illudendosi di acquisire un’importanza crescente. 

Già all’inizio degli anni Zero discutevamo un fenomeno che all’epoca ci sembrava terrificante e al quale adesso in qualche modo ci siamo abituati: la critica era diventata uno strumento di promozione o di fiancheggiamento generazionale. A parte alcune eccezioni, sembrava che i critici credessero di essere di diritto degli intermediari ai quali era assegnata la funzione di selezionare le opere e di lanciarle sul mercato. È la critica per le fascette editoriali, chiamiamola pure così. Una critica buona per sentirsi organici al mondo editoriale. Niente di male, purtuttavia era evidente che la critica stava abdicando a un’altra funzione, forse più tipicamente novecentesca, che potremmo definire “esegetica”. Definisco così quella critica “protestante” – e vagamente anticlericale – che si preoccupa di leggere in profondità le opere e di fornire ai lettori la cronaca e l’esito del percorso di comprensione e di interpretazione compiuto dal critico stesso, che assume dunque la funzione di una guida, una sorta di esploratore che a volte, indirettamente, a forza di portare le persone a visitare un posto, contribuisce a renderlo celebre. 

Ecco, io personalmente non sento la nostalgia di un canone – parola che non mi capita mai di usare al di fuori dell’ambito scolastico o accademico – ma vorrei poter disporre di alcune mappe, di percorsi, di tragitti tracciati da esperti che, prima di me, hanno calpestato quel determinato territorio e adesso sono in grado di aiutarmi a renderlo leggibile. Non mi servono invece i cartelli indicatori che i critici canonizzatori (o aspiranti tali) mettono davanti a quelli che loro considerano dei monumenti. 

Wlodek Goldkorn

  Non saprei come debba essere interpretata la funzione d’indirizzo dei lettori e della creazione del canone. Parto dal presupposto che la letteratura ha una doppia, almeno doppia, natura. I libri sono un bene di consume e un’opera d’arte. In linea di principio non c’è alcuna contrapposizione tra le due caratteristiche; è solo un mito di stampo romantico l’idea per cui il gesto artistico è un gesto solitario. Non lo è e non lo è mai stato. Si scrive per i lettori, si narra per chi ci ascolta. Il racconto nasce orale; il romanzo è un genere che nasce come fenomeno di massa e quindi socialmente e culturalmente significativo nel feuilleton; produzione a puntate in cambio di denaro. Per inciso: Dostoevskij scriveva per soldi, idem Conrad e sto citando due autori che oggi sarebbero stati classificati come “artisti” e non “commerciali”. Facciamo un’altra parentesi: la moda. Chi parla dell’arte e della letteratura tende a qualificare la moda come un fenomeno prevalentemente di consumo e di costume. Non è così, la moda anticipa il linguaggio del futuro, è agente dell’avvenire nel presente. E tuttavia, oggi, a orientare il gusto del pubblico sono sempre di più gli/le influencer e non i critici della moda. Idem per la letteratura. Non mi scandalizza il fatto che il pubblico segue i consigli dei non addetti ai lavori anziché ubbidire ai critici. Mi turba invece il fatto che nei media che parlano di cultura e quindi dove la distinzione tra il valore artistico e quello commerciale dell’opera d’arte deve essere chiara, si fa fatica a differenziare il valore di un libro espresso dalle classifiche di vendita (utili per gli editori e i librai) e il giudizio del critico. Ma ho anche l’impressione che i critici non si siano resi conto (finora) di quanto nel mondo post-moderno la forma della critica (verticale, con divisione in generi e via elencando) non sembra più adeguata a orientare il lettore. Non ho una ricetta né una risposta alla ipotetica domanda: che fare. Sono invece convinto che in un mondo dove non è più scontato che i vaccini fanno bene alla salute e la terra è una sfera, è difficile, per non dire impossibile, stabilire un canone letterario. Non è colpa di nessuno, è lo spirito del tempo; lottare contro lo Zeitgeist non è un esercizio utile. Ho scritto che non saprei come orientare i lettori. Confesso che ho mentito. Nel mio piccolo cerco di scrivere dei libri che amo e/o ritengo utili; specificando se si tratta di letteratura o di storytelling (talvolta di alto livello). Di più non posso e non voglio fare.

Stefano Jossa

Adoro queste domande generali che comprendono tutto e chiedono un parere sul destino: mi fanno sentire onnipotente, simile al poeta creatore di cosmo che dava un senso alla vita e al mondo nelle poetiche romantiche e postromantiche. Il mondo che vorrei è un mondo in cui la critica abbia pari dignità della letteratura e un critico possa vincere il Nobel come uno scrittore. Il peso della critica sul piano educativo è in effetti già superiore a quello della letteratura, visto che scuola e università in tutto il mondo fanno sì che negli anni della formazione si leggano più saggi che romanzi e poesie. Come critico, però, io preferisco l’analisi rispetto ai grandi quadri che dicono tutto e nulla. Neppure le statistiche mi soddisfano: chi lo dice che siano aumentati i libri e diminuiti i lettori? I libri pubblicati non sono necessariamente venduti e i libri venduti non sono necessariamente letti. Chi dice che un eventuale proporzione inversa tra numero di libri e numero di lettori determini una maggiore utilità della critica? Davvero sono diminuiti i suoi spazi? Io ho molti dubbi al riguardo: preferirei perciò parlare di critici anziché di critica e proporrei di ritornare a un’idea di critica come strumento di lettura caratterizzato dalla domanda e finalizzato alla comprensione. Nessuna critica estetica e nessuna critica finalizzata al giudizio, ma critica come istituzione di un dialogo con l’oggetto al fine di immetterlo nei grandi interrogativi che caratterizzano il sapere contemporaneo. Esempio: se L’amica geniale sia una bella o brutta tetralogia m’interessa poco, mentre m’interessa cosa ha da dire al nostro modo di leggere il mondo e di stare al mondo. Che il bello sia connesso con l’intelligente anziché pura funzione formale è l’obiettivo dei critici con cui mi sento più in sintonia – in perfetto accordo, del resto, con gli sviluppi dell’arte contemporanea. Perciò credo che la domanda sia da interpretare come invito a una riflessione sul ruolo degli intellettuali anziché dei critici: la questione è il rapporto di potere tra filosofia e filologia, per recuperare due categorie che Benedetto Croce usava come grimaldelli per riflettere su intelligenza e conoscenza. Finché il paradigma scientista oggi dominante farà prevalere il nozionismo sulla critica, la scena pubblica sarà dominata da chi urla di più, perché non si confrontano elementi qualitativi. Il dramma con cui dobbiamo fare i conti come critici, col nostro lavoro quotidiano di lettura, analisi ed elaborazione, è la presenza di una logica che ha portato al prevalere dell’informazione sulla critica – da cui il prevalere del giornalista sull’universitario, e dell’economista sul politico, e della società dello spettacolo sull’impegno e la discussione. Nella consapevolezza che l’interpretazione non può prescindere dalla descrizione; ma non può certo fermarsi lì.

Filippo La Porta

Potrei concordare salvo che i lettori vogliono sempre meno essere “indirizzati” dai critici. Diceva Eluard: un giorno saranno tutti poeti. Intanto sono tutti, o credono di essere, critici. Su aNobii, il sito di social reading molto attivo nel nostro paese, si moltiplicavano le recensioni (oggi molto meno: gli preferiscono Facebook). Ma il punto è che si trattava di recensioni esclamative. Nessuno argomentava, mentre il terreno della critica è l’argomentazione (puntuale, distesa, paziente) e la persuasione. Oggi non viene riconosciuta l’autorevolezza di nessuno. In Rete uno vale uno: anche il critico più colto, onesto, preparato, può essere sbaragliato da un teppista culturale ignorantello che però ha la battuta pronta. Certo, qualcuno accetta ancora di essere “indirizzato” dai critici.
Nonostante la riduzione degli spazi (spesso nei quotidiani la cultura è accorpata agli spettacoli) scrivo sul “Sole24ore”, sul “Messaggero” e ho una rubrica sul lettimanale “Left”. Proprio la rubrica ha formato nel tempo un pubblico abbastanza affezionato, che mi scrive mail, mi segue negli incontri pubblici, a volte mi critica e che in genere tende a darmi la sua fiducia. Il che mi responsabilizza ulteriormente. Quando capita di stroncare qualcuno devo farlo appunto a ragion veduta, producendo argomenti. Idiosincratico sì, ma anche dialogico. E poi non basta che sia un libro “brutto”. Deve avere nella sua bruttezza una qualche esemplarità.
Attraverso le mie molte recensioni – 6 o 7 al mese – si delinea una ipotesi di canone della contemporaneità, fondato su alcuni criteri. Non tanto una poetica (per me va bene qualsiasi opzione stilistica, basta che funzioni, dal naturalismo all’oltranza espressionista!) ma una idea di letteratura. Accennavo a  criteri generali: direi  una letteratura capace di dirci qualche verità preziosa su di noi, sulla condizione umana in questa epoca storica, alle prese con le eterne domande sia pure in forme sempre nuove (l’unico “impegno” è verso la verità, l’aspra verità), attraverso le storie che racconta e ancor più attraverso una lingua personale, non del tutto clonabile, attraverso  la “forma”che si sceglie. Proprio Pynchon, che pure qualche volta mi annoia, e dopo di lui Wallace (autore di romanzi-fiume belli e semi-illeggibili), hanno creato uno stile frammentario, ipernarrativo, fluido, che in un certo senso è lo stile del mondo oggi. La letteratura non riproduce la realtà né la inventa però ce la rivela.

Loredana Lipperini

Pynchon aveva ragione, come si vede: i lettori diminuiscono e la produzione di libri aumenta. Però non sono sicura che la critica mantenga quella funzione di indirizzo di cui parla. Da quando il mercato editoriale italiano ha subito la sterzata definitiva (e parlo del 1980, con la pubblicazione del primo giga-seller, “Il nome della rosa”, l’indirizzo viene da altri “market makers”. La televisione – ieri Pippo Baudo, oggi Fazio o Gramellini – , il premio Strega e, in misura minore, il Campiello, non pochi utenti instagram che si occupano di libri, e non pochi youtubers. Sto parlando, attenzione, di funzione di indirizzo all’acquisto e non di selezione del canone, che, temo, sta diventando sempre più una questione interna alla critica stessa. E il punto mi sembra essere questo: quanto legge, la critica contemporanea? Quanti contemporanei, esordienti che non ha contribuito a lanciare, quanti non inclusi nella cerchia di frequentatori della stessa testata online, della stessa rivista di nicchia, della bolla, insomma. Non è possibile selezionare un canone se non si ha la curiosità di prendere in mano un testo di chi non si conosce o non si ritiene a priori degno di lettura. Recentemente una scrittrice giovane, Eleonora Caruso, ha curato una raccolta di saggi che si chiama “Nerdopoli”, dove appare chiarissimo che esistono infiniti canoni qualitativamente validi, e che si muovono in territori insospettati: nella rete, soprattutto. Mi sembra che, con le dovute eccezioni, i critici che, per esempio, usano i social, lo facciano soprattutto per lamentare la fine di un’epoca aurea dove venivano presi in considerazione. Invece, potrebbero farne un luogo formidabile di indirizzo del lettore e selezione del canone. Se posso, alla critica, oggi, sembra mancare curiosità. E la curiosità è il motore primo di qualsiasi attività che riguardi l’espressione artistica.

Francesco Longo

Non si è mai parlato così tanto di libri come avviene oggi, senza tregua, dalla mattina alla sera. La rete è tutta un turbinare di citazione di classici e di mediocri. Non esiste libro che non meriti copertina con colazione su Instagram. Davanti a questo chiacchiericcio planetario, all’auto-promozione permanente, la critica letteraria è a un bivio: o sparisce o resta l’unica voce credibile. A ogni ora della giornata qualcuno annuncia un capolavoro ma di tutto questo rumore resteranno solo le antologie, le storie letterarie, il tempo sgonfierà a una a una le bolle editoriali. Come sempre il futuro passerà dal setaccio della critica più ammuffita.

Paolo Maccari

La teoria avanzata dal personaggio di Pynchon mi pare suggestiva e, per l’appunto in teoria, corretta. Nel secolo ventesimo, a giusto titolo definito anche il secolo della critica e della saggistica, si sono succedute generazioni di eccezionali interpreti letterari, ma la forza propulsiva dei loro apporti mi pare che, in Italia soprattutto, si sia arrestata verso gli anni ottanta. Non dico che nei quarant’anni successivi non siano comparse personalità e opere critiche (sia sistematiche sia parcellizzate nella pratica di commento militante) di grandissimo valore, ma la stranota pressione dell’industria culturale – che ha iniziato a premere acremente almeno dagli anni sessanta – si è fatta sempre più imperiosa e, incrociandosi con l’avvento dei nuovi media e dei nuovi modi di giudizio, ha finito per prevalere in maniera aperta sull’autorevolezza delle mediazioni critiche. Uno studio interessante – che non so se sia già stato compiuto – potrebbe verificare lo sfarinamento dello stesso lessico critico. Mentre in una parte della critica non si arresta la corsa al più angusto specialismo terminologico, i cui intenti difensivi si dimostrano pateticamente evidenti, in altre zone di intervento la critica rincorre un’ibrida piacevolezza, una sprezzatura disinvolta e piaciona, a metà tra il colpo di gomito, affettuoso, al sodale e il reportage equamente spartito tra l’aneddotica e qualche giudizio di valore argomentato a forza di strizzate d’occhio a un lettore che si ipotizza già informato e conquistato. Lo spoglio lessicografico credo documenterebbe abbastanza bene quelle che io stimo essere una chiusura e una rilassatezza procurate, in definitiva coincidenti con un’acquiescenza più o meno conscia allo spirito dei tempi. Fortunatamente le eccezioni ci sono, sia tra i superstiti di altre generazioni che tra i critici nuovi e il quadro così pessimistico che ho tracciato in verità vorrebbe avere un significato neutro. Lo spirito dei tempi, in ogni tempo, per suo statuto, ha preteso sacrifici d’indipendenza e di intelligenza. Ma anche istigato alla reazione, individuale o di gruppo. Non sarà mai un’azione applaudita dalle folle, ma, di nuovo, non lo è mai stata. L’alta divulgazione, che è un concetto oggi molto di moda, serve soltanto in una fase propedeutica. Poi sta al singolo, alla sua voglia e alla sua sensibilità, darsi da fare. Essendo tratto distintivo della nostra epoca l’abbondanza di proposte, con il consueto 95% di paccottiglia tra di esse, sta al singolo cercarsi le sue bussole e tentare grazie a loro di orientarsi verso la letteratura autentica, che ancora esiste nonostante i molti giovanni e le molti apocalissi annunciate. In quanto alle bussole, ai critici autentici, beh, a loro spetta il compito di esserci, di operare secondo coscienza. Detto in termini più chiari: l’aumento dell’utilità del critico è direttamente proporzionale, dando per scontata la profondità di sguardo, al suo grado di indipendenza. Le influenze sono mali sottili, che dalla corteccia delle parole risalgono fino al midollo del gusto. Nozione, questa di gusto, vituperatissima, che forse si può recuperare ove si intenda come referto finale di un processo che prevede di sottoporre l’onesto riconoscimento di determinate reazioni di lettura alla verifica di tutte le multiformi conoscenze del soggetto giudicante, senza che interferiscano ragioni di carattere genericamente strategico. Quanto più il critico si avvicina a questa nozione tanto più diventa affidabile e utile. In molti casi l’avvicinamento coinciderà con una percorso piuttosto solitario. Altre volte, nonostante i moralismi degli invidiosi che non vedrebbero l’ora di soppiantarlo immoralisticamente, quello stesso critico saprà zigzagare tra le richieste e i ricatti della committenza (entità anch’essa neutra, da non demonizzare per partito preso) contrabbandando con abilità le merci preziose tra la paccottiglia di cui sopra. Non in molti si accorgeranno del solitario, o del virtuoso contrabbandiere. Ma quei pochi, anche ipotetici, sono il suo fine, e lo sostiene la speranza, non importa quanto utopica, che diventino più numerosi. 

Marco Malvestio

La previsione di Pynchon mi sembra sia corretta nelle premesse (è vero: ci sono più libri e, in proporzione, meno lettori), ma non nelle sue conseguenze. In Italia, si assiste da decenni alla progressiva perdita di importanza della critica letteraria tradizionalmente intesa, e al progressivo scollamento tra critica accademica e critica letteraria in senso più ampio (quella che non passa attraverso monografie e corsi universitari, ma per le pagine culturali dei giornali). Il “canone” che si crea nelle aule universitarie, e si trasferisce in quelle sedi di critica militante che di quelle stesse aule sono emanazione (e dunque le riviste online con cui tutti collaboriamo, da LPLC alla Balena Bianca a Doppiozero), non mi sembra avere alcun effetto particolare sulle vendite dei libri e sull’affermazione su larga scala di un autore, salvo in rari casi. Le pagine culturali dei giornali, al contrario, che indirizzano i lettori, sono ridotte ad agenzie pubblicitarie per questo o quel libro di punta delle grandi case editrici. La critica accademica riesce a imporre, talvolta e sul lungo periodo, alcuni autori (Siti, Mari, Moresco, più recentemente Falco), senza che a questo prestigio corrisponda un seguito di pubblico altrettanto significativo. Non penso che questa colpa vada ascritta agli accademici, che, nel bene e nel male, fanno semplicemente il loro mestiere, e adoperano i loro criteri, ma semmai al declino costante della qualità dei giornali e dei programmi televisivi italiani. Perché la critica possa guidare davvero i lettori e selezionare un canone che vada oltre i soliti noti delle tesi di laurea magistrale, ci vorrebbero dei mezzi di comunicazione adeguati a veicolare le idee e le scelte che si generano, se non in università, perlomeno nella fascia alta degli addetti al lavori: non mi viene in mente nessun quotidiano italiano che possa ambire a questo ruolo, e a dispetto della loro utilità i blog non arrivano a un pubblico sufficientemente- ampio, e hanno perso la forza promozionale che avevano agli inizi degli anni Duemila. 

Leggendo il paragrafo precedente, si può avere l’impressione che io squalifichi tutti quei prodotti letterari che non passano per il vaglio degli accademici: non ci sarebbe da sorprendersi, visto che è una tendenza tipica di molti letterati e critici d’avanguardia, in Italia. A parlarne con alcuni, pare che si debba chiedere loro il permesso su cosa è lecito leggere e cosa no, e che, tutto sommato, se i nove decimi della popolazione fossero analfabeti, e il prestigio di un autore dipendesse solo dal giudizio di qualche critico supercilioso – ecco, non sarebbe un cattivo affare. Mi è capitato di leggere un post non così faceto in cui si suggeriva che si dovrebbe dare la patente di scrittore, con relativi sconti al cinema e al ristorante, solo a quanti passano il vaglio di Andrea Cortellessa ed Emanuele Trevi. Questo tipo di aggressività verso il pubblico come soggetto in grado di decidere le sorti di un libro tradisce naturalmente un’insofferenza verso la posizione di minorità in cui si trova un autore italiano, incapace nella stragrande maggioranza dei casi di mettere insieme il pranzo e la cena con la sola scrittura; ma io non la condivido. Autori che non sono passati per l’accademia ma si sono affermati lo stesso presso il pubblico (i più disparati: da Evangelisti a Saviano a Ferrante a Busi) potranno non essere complessi e articolati come quelli citati sopra (e nemmeno sempre), ma non sono per questo meno interessanti, per la semplice ragione che la letteratura è tante cose diverse. Quello che squalifico, invece, è lo sforzo di selezione e di riflessione operato dai giornali, mentre la critica accademica, con tutti i suoi limiti e le sue idiosincrasie, continua a operare la sua funzione.

Daniela Marcheschi

Mi resta qualche dubbio. La critica è un genere letterario, che si articola in vari sottogeneri, e che è indispensabile agli sviluppi della letteratura, come aveva già mostrato Dante con le riflessioni sul farsi della propria poesia, nella Vita nuova, o sulla lingua nel De Vulgari Eloquentia. Nel Medioevo, i lettori erano pochi, ma l’élite che poteva leggere e scrivere era coesa e salda nelle sue convinzioni: necessità degli studi (anche filosofici e teologici), della letteratura, della scienza, e di unire gli uni alle altre. Tale coesione è durata nei secoli, ma si è rotta. Si va verso specialismi sempre più delimitati, e questo mi ricorda una frase di George Bernard Shaw, che suona più o meno così: «Lo specialista è colui che, a furia di circoscrivere il campo delle proprie ricerche, finisce con il sapere tutto di niente». Ecco, la tendenza pare sia quella alla verniciatura di intellettualità e di conoscenza su un piccolo spazio di sapere ridotto.

Sarà possibile ricreare in futuro la coesione a cui accennavamo? E i lettori saranno davvero meno numerosi? Non ne sono del tutto sicura. Saranno probabilmente meno numerosi quanto alla grande letteratura, più numerosi per generi nuovi e più popolari. Uso quest’ultimo aggettivo senza nessuna accezione negativa: la letteratura popolare ha una sua dignità. Quando Alessandro Manzoni decise di scrivere I Promessi Sposi,si volle inserire nell’ambito di un genere che era alla moda, appunto “popolare”: quello del romanzo storico, che imperversava ovunque, dall’Europa all’America. Poi, però, rinnovò quel genere narrativo, lo fece diventare letteratura alta e in un modo tale da suscitare la grande ammirazione di lettori come J. W. Goethe, Mary Shelley, R. W. Emerson o E. A. Poe. 

La critica letteraria, per gli strumenti intellettuali che gli sono indispensabili, appartiene di diritto all’ambito dell’alta cultura: è l’arte di scoprire l’arte nell’arte; e, quando raggiunge i vertici, è anche, sempre, critica stessa della cultura. Oggi, non in tutti i paesi, ma di certo in Italia, la coesione delle élite è venuta meno, appunto per l’abbandono dell’alta cultura che è in atto da decenni. È tutta una classe dirigente, anche intellettuale, che spesso ha nei fatti dimostrato di disprezzarla, facendo prevalere altri valori o, meglio, disvalori, proprio nei luoghi dove essa doveva essere invece maggiormente salvaguardata, e iuxta propria principia. Nel nostro paese, ma non ovunque (basta andare un poco all’estero per rendersene conto), gli spazi espressivi della critica si riducono nei tradizionali mezzi di comunicazione di massa, perché si è deciso che la critica letteraria, artistica o musicale non serve. Non serve al mercato prima di tutto, perché si preferisce la critica pubblicitaria in duplice senso (per l’editoria e per se stessi); non serve sempre ai giornali, perché pochi e soggetti a pressioni esterne varie; poi a qualche piccola casta, che non gradisce dissidenza od osservazioni; ad altre figure che sembrerebbero compatte in un’unica direzione: far prevalere gli interessi personali su quello pubblico. Non raramente, così, si preferisce il consenso al dibattito; oppure si tira il sasso – un giudizio negativo apodittico – e si ritrae la mano, sottraendosi alla discussione delle idee e, nei fatti, agendo in maniera autoritaria, se non addirittura vile.

Sebbene sia ridotta in ambiti più ristretti sulla carta stampata o in televisione, la critica resta comunque essenziale e viva nella difesa di spazi di autonomia e libertà di giudizio e nell’adesione ai suoi statuti fondanti: costituiti da interpretazione, cernita, accusa, giudizio, come indica del resto l’etimologia della parola. La critica può talvolta legittimamente astenersi dall’adesione o dal consenso, per dichiarare al contrario riserve e rifiuti motivati entro un preciso quadro di riferimento storico e teoretico: specialmente ora che le ragioni di certo mercato, dello spettacolo e della notizia a tutti i costi, sembrano prevaricare ogni altra motivazione. 

È vero che la critica in quanto tale sembra fare meno notizia, come tutto ciò che comporta un cospicuo spazio di studio ponderato, indipendenza di pensiero e di equilibrio. Lo si nota in un paese dove sembrerebbe prevalere il conformismo intellettuale per quieto vivere e altro. Non a caso essa cattura i riflettori o le pagine, quando si spettacolarizza o diventa invettiva, con pessimi risultati anche in chiave di educazione dei giovani; mentre è sempre più difficile dialogare e discutere di temi e problemi della letteratura. Ma il ruolo del critico è comunque quello dell’orco nelle fiabe che annusa l’aria e sente l’odore degli umani; ed importante è che non venga meno al suo compito di scelta responsabile. D’altronde i nuovi media aprono alla critica spazi espressivi fino a pochi anni fa impensati, e non bisogna disperare sebbene si debba lavorare ancora di più. Il nichilismo, che porta alla resa, all’accettazione delle situazioni esistenti anche peggiori, è il solo nemico.

Lorenzo Marchese

Cerco, qui e altrove, di non parlare in nome della critica letteraria o in rappresentanza di qualcosa di così altisonante come i critici letterari (che per lo più, almeno quelli che conosco, esercitano la critica per passione, nei ritagli di tempo e a condizioni non esaltanti, barcamenandosi nel precariato culturale): parlo per me e rinuncio a prescrivere. 

Non credo che sia il mio compito indirizzare i lettori, che sono molti di più che nell’ epoca in cui scriveva Pynchon (dissento dalla citazione, che non conosco; ma conoscendo un po’ Pynchon, non sono sicuro che l’affermazione sia da prendere interamente sul serio). Per indirizzarli sarebbe bene essere un giornalista, ancora meglio essere influencer, un rapper, uno youtuber. Ci sono parecchi recensori più o meno improvvisati su piattaforme social che già indirizzano egregiamente i lettori sbandierando approvazione o stroncature esibizionistiche su libri appena letti. Indirizzare i lettori, da quel che vedo in giro, significa oramai due cose: una moltiplicazione di spazi espressivi a disposizione di chiunque voglia provare a parlare di questi prodotti (nessuna diminuzione: gli spazi si sono moltiplicati e il compenso indiretto della visibilità ha avuto un’impennata pari a quella dei bitcoin, mentre un ritorno economico diretto, questo sì, è diventato una chimera); una tendenza crescente a mettere libri, film e altri prodotti culturali nello stesso calderone di un entusiasmo irriflesso e narcisistico, insomma una predisposizione all’equivalenza euforica. L’unica utilità che rivendico è quella, invece, di smorzare gli entusiasmi, distinguere, demistificare, invitare a dubitare. Parlare di cosa leggere, in un quadro simile, viene al secondo posto.

Matteo Marchesini

Non credo alla critica come mediatrice tra autori e pubblico. Il critico, se è tale, è semplicemente uno scrittore che parla di opere d’arte e attraverso le opere del mondo. Meno potere ha, specie oggi, meglio può esprimersi.

Lara Marrama

Non concordo, perché manca nel ragionamento una variante che non si può ignorare: internet. La critica, nonostante l’aumento delle opere di letteratura e la moltiplicazione virtuale degli spazi espressivi ad essa dedicati, si muove in uno spazio in cui il giudizio quantitativo vale ancora più del giudizio qualitativo, e si presenta come attività analitica e mai sintetica: la concorrenza (sleale, sbagliata, equivoca) è rappresentata dagli algoritmi degli e-commerce e dalle stelline di valutazione su Amazon. Recentemente Netflix ha introdotto nelle sue funzioni la valutazione del tasso di compatibilità tra utente e film, criterio, questo, che regola anche le inserzioni pubblicitarie gestite da Google e i suggerimenti di Amazon. Il problema che deve risolvere la critica è: come faccio ora a dimostrare che il giudizio di valore opera al di sopra della compatibilità tra prodotto e utente? 

Morena Marsilio

La critica letteraria svolge in quest’epoca di ipertrofia editoriale una funzione fondamentale; il mercato librario impone sempre più spesso etichette che ammicchino al lettore orientandolo tra gli scaffali grazie a grandi contenitori per genere: fiction, non fiction, fantasy, rosa, noir sono solo alcune delle diciture che dominano nelle librerie, in particolare quelle di catena. Il critico dovrebbe, viceversa, reagire al dominio della logica di mercato e ricondurre l’attenzione sulla letterarietà dell’opera che è chiamato a recensire o a presentare: setacciare l’enorme numero di titoli pubblicato alla ricerca della qualità dell’impianto narrativo, della significatività dei temi rappresentati, della capacità di decostruire i luoghi comuni, di scardinare stereotipi e pregiudizi, di rinunciare ai rassicuranti happy and, di evitare di far diventare esotico il “male” che ci circonda, individuare l’impasto linguistico e lo stile lontani anni luce dalla piattezza del “traduttese” dovrebbero costituire compiti irrinunciabili per il critico letterario. 

Non sono convinta che gli spazi espressivi del critico siano necessariamente diminuiti: credo che siano profondamente cambiati. Mi pare infatti che il critico possa contare su un numero sempre più ristretto di lettori se si affida agli spazi ufficiali e accademici, ma che, viceversa, questo numero si amplifichi, o si possa amplificare enormemente sfruttando le risorse del web: riviste letterarie come Alfabeta 2 o blog come Nazione Indiana, Le parole e le cose, La letteratura e noi, minima&moralia, doppiozero sono spazi espressivi di grande rilievo nell’attuale panorama critico.

A questi nuovi “luoghi” sia affianca inoltre il ruolo che il critico può assumere nell’indirizzare le scelte dei premi letterari o nella partecipazione ai numerosi festival letterari che punteggiano il nostro paese: far conoscere al grande pubblico libri di qualità non è un gesto critico da poco.

Si tratta, insomma, di non rinchiudersi nella turris eburnea dell’accademia e in un atto aprioristicamente rinunciatario legato alla deprecatio temporum.

Luigi Matt

Senza dubbio oggi la critica letteraria è più necessaria che mai, proprio per l’enorme incremento della produzione libraria, di fronte alla quale i lettori – compresi i cosiddetti “lettori forti”, che in Italia costituiscono una sparuta minoranza – provano inevitabilmente un senso di spaesamento. Il critico potrebbe in questa situazione svolgere un preziosissimo ruolo di orientamento, offrendo mappature in grado di rendere conto della varietà di esiti delle scritture (evidente se si allarga lo sguardo al di là dei ristretti orizzonti delle recensioni giornalistiche), e contribuendo così a mostrare l’infondatezza di tanti luoghi comuni che affliggono i discorsi sulla letteratura contemporanea. Opere importanti continuano ad uscire, ma nel sovraffollamento degli scaffali rischiano di passare inosservate, o comunque di non essere valorizzate quanto meriterebbero, tanto più se pubblicate al di fuori dei circuiti della grande editoria.

È s’altronde vero, come si lamenta continuamente, che la funzione della critica è messa sotto attacco. Uno dei riflessi dell’odierna tendenza a rifiutare qualsiasi principio di autorevolezza è la diffusione di un’idea distorta e falsamente democratica di dibattito culturale, per la quale ogni opinione ha lo stesso valore: il giudizio meditato di chi legge e analizza testi letterari per professione e la prima impressione del lettore occasionale rischiano di finire mescolati nello stesso calderone. Ma va anche detto che le continue lamentele sulla “crisi della critica” appaiono stucchevoli. In particolare, è evidente che il rimpianto per il mandato sociale su cui gli intellettuali potevano contare fino a qualche decennio fa è almeno in parte viziato dal tipico errore di prospettiva sempre in agguato nelle manifestazioni di nostalgia. A leggere certe rievocazioni idealizzanti ci si fa l’impressione che negli anni Settanta in ogni bar di periferia si discutesse animatamente sull’ultimo articolo di Calvino, Pasolini e Sciascia: il che, essendo l’Italia degli scorsi decenni ancor meno scolarizzata di quella di oggi, non è molto credibile.

Piuttosto che interrogarsi quotidianamente sui destini della critica, converrebbe sforzarsi di praticarla al meglio delle proprie possibilità. Segnalare libri poco visibili che meritano di essere letti, mostrare i profondi limiti di romanzucoli osannati nei giornali o nelle poche trasmissioni televisive che ospitano scrittori, offrire chiavi di lettura del presente letterario anche ai lettori non specialisti desiderosi di approfondire, che pure continuano ad esistere: ecco alcuni compiti che un critico può assolvere, sfruttando tutti gli spazi a disposizione, senza disdegnare quelli che offre la rete, nella ragionevole speranza di compiere un’operazione utile. La critica letteraria, come ogni manifestazione di razionalità e civiltà, può costituire una pratica di resistenza.

Massimo Maugeri

Continuo a credere che la critica letteraria possa svolgere un’importante funzione. E tuttavia non c’è dubbio sul fatto che stiamo attraversando un periodo di transizione e di trasformazione epocale per quanto concerne la comunicazione. Viviamo in un’epoca di evidenti paradossi. Se osserviamo il popolo che legge e scrive senza soluzione di continuità, anche brevi messaggi, sui social network viene da pensare che forse mai nella storia dell’umanità si è mai letto e scritto così tanto. Contestualmente, però, si leggono meno libri… e ancor di meno si legge la critica letteraria (così come del resto è in calo la lettura dei quotidiani, ecc.). Come può, allora, la critica letteraria, esercitare oggi una funzione di indirizzo – o di efficace selezione del canone – se non viene letta (o viene letta sempre meno negli spazi “classici” in cui si presentava tradizionalmente al pubblico dei lettori)? Fino a che punto può essere utile lanciare anatemi dall’alto di sparute torri d’avorio tese verso forme più o meno evidenti di autoisolamento (e dunque di autoesilio)?

Molti critici hanno compreso che, forse, è più utile “scendere in campo” e provare ad allargare (o creare ex novo) un proprio pubblico di lettori sul terreno dei social network e della rete a volte rilanciando articoli pubblicati su quotidiani e riviste, altre volte scrivendo in maniera diretta. Può essere questa la soluzione? Probabilmente no… e tuttavia questa “strategia” sembrerebbe indicare che gli spazi espressivi più che aver subito una “diminuzione pratica” sono oggetto di una sorte di mutazione.

Aggiungo che la funzione della critica, a mio avviso, non si limita al solo indirizzo dei lettori… ma svolge anche il ruolo di “bussola” per gli stessi scrittori che credono nel valore della critica medesima.

Sulla questione degli “spazi espressivi” ne approfitto per evidenziare quello che – a mio modesto parere – potrebbe essere un nuovo ruolo svolto dal mondo accademico e dalle università umanistiche (tentuto conto del fatto che molti dei cosiddetti “critici militanti” sono anche docenti universitari). Perché non istituire cattedre e corsi di studio specificamente dedicati alla produzione letteraria nazionale degli ultimi due decenni? E perché non aprire questi corsi anche a un pubblico più allargato con l’organizzazione di seminari aperti all’esterno? La critica letteraria beneficierebbe di nuovi spazi espressivi e le università umanistiche potrebbero svolgere una funzione più attiva allargando lo sguardo al tempo presente.

Carlo Mazza Galanti

Concordo, e credo che la critica stia gravemente mancando a questa sua responsabilità storica (per ragioni strutturali, ovviamente, ma anche per responsabilità individuali). Secondo me l’unico modo di reagire alla decadenza – oltre ovviamente alla preparazione, alla competenza e all’intelligenza, che sono elementi necessari e non scontati – è osservare una rigida deontologia per cui non si scende a compromessi con le richieste pressanti del marketing editoriale e giornalistico (lascio fuori il discorso universitario perché sarebbe troppo lungo), con i desideri degli uffici stampa e la compiacenza dei capiservizio, con la decadenza degli spazi pubblici (vd social network), con gli intrallazzi, i clientelismi, i do ut des, i conflitti d’interesse. Tutto qua. Difficile. Il rischio è di rimanere tagliati fuori. Forse oggi i migliori critici letterari sono quelli che non scrivono nulla.

Matteo Moca

La critica vive in uno stretto paradosso: i libri pubblicati sono sempre in misura maggiore a fronte di una qualità mediamente bassa e di un numero di lettori sempre più ristretto: su questo Pynchon era stato tragicamente profetico. Nonostante questo, e forse proprio in virtù di questo, credo che una presenza forte della critica sia oggi ancor più necessaria, anche se il compito è certamente molto più complesso. La sua natura oggi deve assumere una forma ancora più archeologica che nel passato, intendendo con questo termine una forza di scavo notevole che individui degli esempi, anche piccoli, e da lì muova nel tentativo di ricostruire un insieme più grande. Si tratta di un processo inevitabile considerando la proporzione tra il numero di libri pubblicati e quelli meritevoli di attenzione. Roland Barthes ha scritto, a ragione aggiungo, che «tutta la moneta logica è negli interstizi», sottolineando come il lavorio sui testi debba riuscire ad addentrarsi, per essere compiuto, in questi stretti anfratti, luoghi in cui viene conservata la loro natura più intima. Il lavoro ermeneutico e critico deve avere il coraggio di ritagliarsi il suo spazio in queste piccole zone, rappresentate soprattutto, ricollegandosi a quello scritto da Pynchon, dalla ricerca di ciò che di valido esiste, perché che esista è innegabile, ma molto spesso è offuscato e in posizione minoritaria rispetto al discorso comune. L’unica reazione possibile è quella di mettersi in cerca di libri “necessari”, aggettivo un po’ antipatico ma credo calzante, individuando nella marea di pubblicazioni odierna ciò che possa risultare utile per una comprensione del mondo e della società complessa in cui ci troviamo a vivere. Per fare questo però bisogna tentare di essere intelligentemente miopi, provando a delineare con rigore il proprio campo ed esplorandolo centimetro per centimetro. Affinché questo però non sia un solitario urlo alla luna è necessario tentare di creare una rete coraggiosa di critici e lettori, unico modo per provare ad avere una voce in capitolo decisiva. Gli spazi espressivi non sono diminuiti quantitativamente, credo che anzi siano aumentati se si pensa ai successi e alla frequenza di festival e fiere, ma è drasticamente calata la loro qualità e questo si riversa, e credo sia uno dei nodi centrali di questo problema, nel pubblico che ha subito innegabili mutazioni anche perché sempre più drogato di libri, di film, di presentazioni e quant’altro.

Salvatore Nigro

La critica ha sempre avuto una funzione “servile”, dovendo mediare le opere letterarie e indirizzare i lettori. Questo compito è diventato ancora più importante nella nuova situazione delineatasi, con un’editoria che sforna incontrollatamente narrativa a valanghe in gran parte di scarsissimo valore. Peggiorando questa situazione, con tanti scrittori che improvvisano e lettori che sempre più disertano, la critica letteraria è propensa ad assumere un ruolo meno vicario e a farsi letteratura essa stessa. Del resto il saggismo, da De Sanctis a Wilson, a Manganelli, Debenedetti, Garboli, ha avuto da sempre la vocazione a farsi letteratura. Ieri Sciascia scriveva di voler essere saggista nel racconto e narratore nel saggio. Oggi Enrique Vila-Matas scrive: «Io non sto scrivendo qui un romanzo, però avverto la stessa responsabilità che se lo stessi scrivendo».

Giorgio Nisini

Per prima cosa credo che vada fatta chiarezza sul concetto di canone e su alcune dinamiche che concorrono alla sua definizione. Ovviamente è un tema complesso che non può essere trattato in poche battute, ma va almeno precisato che il termine (che deriva dal greco κανών -όνος, a sua volta derivato da κάννα «canna»), è interpretabile sia nell’accezione di “norma”, “regola”, “modello”, sia di “elenco di libri autorevoli”, ovvero di insieme di opere letterarie considerate esemplari all’interno di una determinata tradizione culturale. Se ci fermiamo a questa seconda accezione, che ha comunque strette relazioni con la prima, e cioè con un modello di letteratura che prevale in una specifica congiuntura storico-letteraria (e qui è inevitabile pensare all’Agone di Harold Bloom), non possiamo non constatare due dati: 1) ci troviamo di fronte a un concetto mobile e soggetto a inevitabili modifiche e rivisitazioni (per cui un autore può essere canonico in una determinata epoca e non in un’altra; viceversa autori dimenticati o fuori canone possono essere recuperati nel corso del tempo); 2) le forze che agiscono nella definizione di un canone sono troppo numerose per consentire d’indicare con chiarezza quale sia, o possa essere, l’esatto ruolo svolto dalla critica letteraria. La stessa critica letteraria è una nebulosa di idee spesso contrastanti, che si fanno portavoce di canoni e contro canoni irriducibili a un unico grande modello. Nella definizione di un canone partecipano infatti numerosi fattori che non riguardano soltanto il valore intrinseco di un’opera – il suo spessore bloomiano, per citare ancora una volta l’autore di The Western Canon – ma anche il suo valore di scambio e il livello della ricezione (e qui mi richiamo a una terminologia usata alcuni anni fa da Massimo Onofri nel suo Il canone letterario, Roma-Bari, Laterza, 2001); dunque: il meccanismo di produzione-distribuzione, le mode, il lavoro promozionale, l’azione dell’editoria, il successo di pubblico ecc.

Se immaginiamo uno scenario alla Pynchon – più libri per meno lettori, che di fatto è la realtà nella quale viviamo oggi – la critica letteraria non mi pare che abbia l’effettivo ruolo di condizionare la funzione d’indirizzo. Lo dimostrano i dati: ciò che incide nelle vendite sono sempre meno le recensioni sulle terze pagine e sempre più le operazioni di marketing, i tam-tam, alcuni programmi televisivi strategici, le trasposizioni cinematografiche, ecc. Al contrario resta decisivo, sulla lunga distanza, il ruolo di giudizio e di selezione, che sta alla base di qualsiasi solido processo di canonizzazione. In questa direzione la critica si trova a un bivio: se vuole riprendere a incidere anche nell’indirizzo di lettura, deve probabilmente cambiare il proprio linguaggio e sperimentare sempre più le possibilità dei nuovi mass-media – social network in primis – educando il lettore verso fronti di maggiore complessità tramite l’uso di una comunicazione più semplice o immediata (pur senza limitarsi ad essa); insomma, offrendo un’alternativa ai TripAdvisor dei libri come aNobii o Goodreads. Ciò non è una resa, ma una possibilità, che tra le altre cose implica un aumento degli spazi espressivi. Tuttavia la critica può anche decidere di operare su un piano completamente diverso, dove a passare in primo piano è la sua funzione prospettica: non indirizzare le scelte del lettore di oggi, ma di quello di domani; agire cioè sul futuro, non sul presente.

Fabrizio Ottaviani

Concordo; aggiungerei che per esempio su facebook i gruppi di lettori si agglutinano attorno a un lettore celebre (un critico letterario, un giornalista, uno scrittore) del quale seguono le opinioni e i gusti. È una funzione da rivestire in modo tradizionale, dando indicazioni motivate, con la differenza che oggi il sistema è più democratico: non basta il prestigio del grande critico, bisogna anche essere pronti ad argomentare, perché sui social network capita che i followers si ammutinino o che qualcuno – hic Rhodus, hic salta – pretenda che il critico dimostri che ciò che egli predilige abbia valore. 

Gabriele Ottaviani

In tutta onestà non sono molto d’accordo con il parere di Pynchon: penso sia vero che si producono più libri per meno lettori, ma non credo che la critica sia decisiva nel loro indirizzo e nella selezione di un eventuale canone (ma è poi un bene necessario che un canone esista?), anche perché non ritengo che sia particolarmente letta, nonostante all’ego più o meno ipertrofico di qualunque scrittore/scrivente faccia con ogni probabilità estremamente piacere sostenere il contrario. La cultura ha sempre meno spazio, del resto. D’altro canto criticare significa discernere, e dunque proporre, ma non una risposta o una verità incontrovertibile e scientifica, dato che non parliamo né di urgenze di immediata necessità (per quanto per me sarebbe impossibile vivere senza libri, ma io sono una persona fortunata a cui grazie al cielo non manca nulla e che ha avuto la possibilità di studiare) né per esempio di matematica, dove due più due fa sempre quattro, o al massimo dieci, se si conta in base quattro, o undici, se si conta in base tre, ma certo mai e poi mai settantanove: la critica è a mio avviso per sua natura opinabile, si fonda non solo su parametri oggettivi ma anche su altri fattori, in primo luogo il gusto. E ognuno ha il suo, e non credo che ne esistano di migliori o peggiori, di giusti o sbagliati in senso assoluto.

Raffaello Palumbo Mosca

Credo che la critica abbia un compito fondamentale: argomentare. È un compito antico e sempre nuovo, e forse ancor più necessario oggi. Da un lato chi fa critica è al servizio del testo: deve ‘accompagnarlo’ e arricchirlo attraverso una lettura informata, ragionata e argomentata. Ma l’ambizione è anche tenere ben fermo il nesso letteratura-vita e quindi far diventare la critica letteraria critica tout-court: interpretare i libri per tentare di comprendere noi stessi e il nostro vivere nel mondo. Non dico nulla di nuovo, naturalmente, e un critico militante come Massimo Onofri ha riflettuto molto, e con molto profitto, su questo tema. Sul ruolo sempre più marginale della critica – che è in primo luogo conseguenza della marginalità del suo oggetto, la letteratura ‘primaria’ – molto si è detto e scritto, e devo necessariamente semplificare. Alla marginalità si reagisce innanzi tutto con senso di responsabilità: il critico può (deve) solo svolgere il suo compito con il massimo di onestà, rimanendo fuori da logiche mercantili e familistiche. È anche, questo, l’unico modo per rendere davvero un servizio ai lettori (credo che la critica sia sempre, in prima e in ultima battuta, di servizio) e conservare credibilità. Se gli spazi sono sempre più ristretti, bisogna sfruttarli meglio e a pieno; bisogna non chiudersi nel proprio orticello ma confrontarsi, sempre. Creare “conversazione”, che, come già ricordava il Leopardi del Discorso, è certo misera cosa, ma è l’unico fondamento rimasto, dopo la fine delle illusioni, per la costruzione di una società, e della sua morale. 

Filippo Pennacchio

Non so se sono in grado di rispondere in maniera pertinente alla questione. In linea di principio, la riflessione del personaggio pynchoniano (ma non ricordo di chi si tratta!) mi sembra sensata. Credo però che oggi (in realtà, da molti anni) sia molto difficile per qualsiasi critico avere contezza di tutto ciò che si pubblica, in Italia come all’estero. E che per conseguenza le scelte dei testi da recensire e discutere sia sempre più soggettiva. Il che non è in sé un male, ma spesso mi sembra porti la critica a trincerarsi dietro il già noto. Della serie (provo a ragionare in astratto, generalizzando un atteggiamento che mi sembra condiviso da molti): ho il mio (micro-)canone di autori, o almeno ho in mente un’idea di poetica, e quel canone e quell’idea mi adopero per promuovere; tutto il resto non esiste, ovvero non è degno di essere criticato. In fondo, credo che un atteggiamento del genere, militante in senso più o meno lato, sia sempre esistito e sia in certa misura salutare e necessario, ma oggi forse mi colpisce in modo particolare per via della pluralità e diversità di ciò che viene pubblicato, e che sarebbe necessario discutere apertamente.

Aggiungo un paio di banalità: mi sembra che la critica (parlo di quella letteraria) faccia sempre più fatica a dialogare con un pubblico ampio di lettori. La critica è letta soprattutto dai critici, o dagli addetti ai lavori. Persino molti scrittori credo siano poco interessati a sapere ciò che un critico ha da dire sul loro lavoro. Non so esattamente a cosa ciò sia dovuto, ma non credo sia esattamente un buon segno.

Seconda banalità (corollario della prima): tutto ciò è paradossale se si pensa alla proliferazione dei luoghi in cui la critica si esercita: siti, blog, supplementi, festival, rassegne ecc. Gli spazi espressivi non mancano…

Sergio Pent

L’affermazione di Pynchon non poteva tenere conto – purtroppo – del dilagante tsunami rappresentato dalla comunicazione immediata e senza controllo delle nuove tecnologie, luogo elettivo in cui tutti si autopromuovono a critici unici e assoluti (non solo in campo letterario). Il confronto, oltre che dispersivo, è spietato, il dialogo di vecchio stampo sembra quasi obsoleto, i suggerimenti di lettura vengono espressi sull’onda di emozioni popolari, o arrivano da parte di “guru” di provenienza extra-letteraria contro i quali una classica recensione ben argomentata smuove al massimo quattro lettori aggrappati alla critica obiettiva. È una lotta impari scaturita da cambiamenti epocali rapidi e spesso superficiali, dove l’approfondimento e la ricerca della qualità sono considerate perdite di tempo, e dove comunque imperano le mode, gli “influencer” anche esterni al mondo letterario. Un mondo in cui – per assurdo – godrebbe di maggior successo un libro consigliato da Chiara Ferragni piuttosto che da Umberto Eco.

Filippo Polenchi

È una domanda molto complessa che virtualmente potrebbe richiedere una risposta infinita, una infinite answer. Tuttavia, non mi sento affine all’idea stessa di un “canone”. Ecco, noi possiamo pensare di star costruendo un canone, giorno per giorno, lettura dopo lettura, ma sono soltanto grappoli di scrittori e di libri che riguardano la nostra visione parcellizzata della realtà e, dunque, anche del mondo editoriale. Se anche guardiamo esclusivamente alla “nicchia” (parola terribile, mercantilizia, arredata d’incenso eppure efficacissima nell’indicare gl’incavi dei quali è fatto il “panorama”, altro lemma odioso) della narrativa non possiamo che riconoscere il nostro sguardo parziale. Noi, e per “noi” intendo lettori appassionati, motivati, diciamo pure critici, nel senso di lettori-dotati-di-visione-critica, noi insomma tentiamo di costruirci un nostro personale canone, ma se poi spingiamo lo sguardo al di fuori della nostra nicchia, o della filter bubble o, insomma, fuori da questo guscio di vetro nel quale l’inatteso è cosa-estranea, fatto di superfici schermiche e di lontananza atroce dai corpi degli altri (cito parafrasando Franco Berardi Bifo) allora possiamo dire con un certo margine di sicurezza che parlare di “canone” oggi non ha senso. Inoltre dovremmo anche intenderci su cosa significa “canone”. Nell’accezione che gli ha dato Harold Bloom, un canone occidentale, per quanto ne possa riconoscere la portata storica oltreché metodologica, bÈ, tuttavia non condivido questa visione, a partire dalla sua rigida partizione geografico-culturale. Cosa definisce un canone letterario? Non certo, spero, la sua possibilità di essere antologizzabile. Dovremmo rimettere in discussione l’idea stessa di “classici”, di “classicità”. Mi piacerebbe parlare di “internazionalismo letterario”, più che d’altro.

Senza dilungarmi, propongo: consideriamo appartenenti a questa Internazionale Letteraria opere che siano portatrici di una loro feconda ambiguità, di un forte carattere epistemologico, che contengano un “libro segreto” dentro il libro ben in evidenza, che sappiano parlare del Silenzio con la lingua rumorosa della narrativa, che possano aprire dei fascicoli su mondi senza poterli chiudere oltre la chiusura fisiologica della pagina, ecco, anche seguendo queste vaghe ed esse stesse ambigue caratteristiche di un’opera letteraria dovremmo riconoscere di star parlando soltanto a chi già sa cosa diciamo. 

Siamo nella disintermediazione: la critica letteraria è stata soltanto una delle vittime (forse tra le prime) della hybris di poter far da soli.   

Ormai dalla fine degli anni Ottanta la critica vive nella “crisi” (citando un famoso libro di Cesare Segre) e, anzi, ne è stata decretata la morte per procura più volte (Eutanasia della critica, di Lavagetto). Le mutazioni socio-antropologiche, l’emersione della Rete come strano strumento di self help presto succhiato dal Potere che ne ha fatto agente patogeno del Controllo, lo scasso organico dei corpi intermedi (a livello civile, politico, culturale) hanno reso ogni attività di critica non dico impossibile, giacché sarebbe sempre più necessario utilizzare una super-vista critica, ma fortemente ostacolata. Nella nebulosa di parole e voci che ci nutre è difficile orientarsi. Ci costringiamo – e siamo favoriti in questo dal Mercato, dal Potere, insomma dal fottuto Capitale – in comode e rassicuranti celle senza sorprese, viviamo ciucciando lo Xanax del consenso, ogni voce dissonante è un’intollerabile aggressione del Disordine. Non solo: competizione, ansia da prestazione sociale, esalante darwinismo sociale, iconostasi del successo, perpetua elettrostimolazione del, quello sì, canone vincente/perdente, seduzione della superficie, tutto questo nodo di narcisismo culturale, come già recitava il titolo di un’opera memorabile di Christopher Lasch negli Anni Ottanta (anzi, anno-limite, 1979) La cultura del narcisismo, generano reazioni urticanti alla notifica dell’inaspettato. Ogni dis-conferma di opinioni già sicure – che col tempo abbiamo eretto ad argine contro la paura, l’umiliazione, la possibilità di fallire e di mettere in discussione tutto il nostro miserabile perimetro domestico di falsa sicurezza – è un attacco alla nostra icona personale. E bada che sto semplificando molto e non si dovrebbe mai semplificare una cosa mostruosamente complessa come il contemporaneo, semmai bisognerebbe tacere, parlare per ellissi, ma come si fa a non dire che stiamo parlando di realismo capitalista, della T.I.N.A. thatcheriana (there is no alternative), di medicalizzazione sociale? Per me questo è un punto centrale: anche da qui si parte per abbozzare un disegno dell’orizzonte entro il quale si muovono i nostri poveri occhi accecati dall’abbaglio del presente. 

Oltre a questo va detto – rimando peraltro a un bellissimo ed esaustivo articolo di Andrea Cortellessa uscito su “Le parole e le cose”, dal titolo Commemorazione provvisoria della critica – che perfino la funzione espressiva della critica è mutata dall’interno. Nella sua forma migliore essa non dovrebbe essere “letteratura”, bensì una forma di scrittura il più oggettiva possibile, che insieme alla mappatura dia un’indicazione stradale, per così dire. Invece, forse per reagire a uno svuotamento di significato che percepivano, i critici hanno voluto disancorarsi dalla loro “missione storica”. È una tendenza che viene da lontano: fin da de Montaigne il saggista è scrittore tanto quanto il narratore ‘patentato’ e mi piace ricordare, oltre al Giacomo Debenedetti citato da Cortellessa come abile inventore di forme ibride di saggistica narrativizzata, anche Renato Serra, che in scritti che potremmo definire di critica letteraria ma anche giornalistici ma anche riflessioni biografico-esistenziali, ha incarnato un modello (poi di fatto poco seguito, almeno esplicitamente) di scrittore-saggista-critico senza che una qualità prendesse il sopravvento sulle altre. Così il critico è passato da essere un “interprete” a essere un “curatore”. Luminoso l’esempio di Cesare Garboli (ancora in Cortellessa): il rapporto fra testo e paratesto è del tutto sballato: ipervitiminizzato il secondo, quasi sullo sfondo il primo (ma già Borges e Gadda non avevano fritto i circuiti della parentela fra testo e nota al piede? E poi Wallace non ha rivitalizzato questa pratica?). 

A questo punto devo fare un’ammissione che forse mi costerà cara: per quanto mi riguarda utilizzo la critica come forma di avvicinamento alla narrativa: esercitare lo sguardo critico sui testi di altri, scrivere d’una lettura critica, è per quanto mi riguarda un modo di far chiarezza. Scrivo articoli critici per accostarmi alla narrativa, per disciplinare il mio demone, per cronicizzare i miei esercizi spirituali. Todo modo para buscar la voluntad divina. In questa prassi mi concentro su quella che mi piace chiamare la “critica delle forze”: rinvenire in un testo le linee di faglia, le fratture, una specie di indice di fratturabilità del materiale romanzesco; concentrarsi dove le forze creano campi e dove queste forze esplodono oppure corrono sotterranee e non esplodono mai (spesso preferisco questa tensione di bassa temperatura). 

Per quanto riguarda gli spazi espressivi, penso che siano tutt’altro che carenti. Negli ultimi dieci anni – con un’accelerazione che mi pare decisiva nell’ultimo lustro – riviste online di critica letteraria sono state aperte e hanno dato la possibilità a tanti – me per primo – di poter scrivere. Certo rimane ineliminabile il discorso di poc’anzi sulle “bolle”: il mio cruscotto di titoli indicizzati su Feedly difficilmente sarà condivisibile da qualcuno che non ha già una passione per la letteratura e, in particolare, la narrativa. Come possiamo bucare la maledetta bolla? Questo dovrebbe essere la domanda politica, prim’ancora che culturale, che dovremmo ripeterci ogni giorno. Insieme all’altra domanda: come abbattere la T.I.N.A.? Ma questo è un altro discorso. O forse no. 

Ci è stato dato da vivere un tempo che abbiamo oscurato. In “questo buio feroce”, di rappresaglia, di fascismo consumistico, di vuoto, d’impotenza e paralisi personale, di devastazione e stanchezza, questo tempo di catatonia e sonnambulismo (e sappiamo che ogni sonnambulismo, alla fine, conduce alla catastrofe, all’incendio, all’abisso) non possiamo fare molto. Come ripetere Bifo nei suoi libri: la politica non può più nulla e le cose peggioreranno. Può darsi che davvero la tragedia non sia che all’inizio, eppure non possiamo smettere di pensare. Allo stesso modo non possiamo – doppia valenza: fisiologica ed etica – smettere di separare una letteratura che abbia un qualche valore da una dimensione scrittoriale che, invece, non ha alcun valore. Almeno, questo è quello che spero. Mi rifiuto di credere che l’umanità sia come quel pilota d’aerei, Andreas Lubitz, che qualche anno fa si chiuse nella cabina di pilotaggio e condusse l’aereo – pieno di passeggeri – a schiantarsi sulle montagne, con una lenta, esiziale, freddissima discesa graduale. Credo negli abbuiamenti, ma voglio credere anche ai lampi. 

Gilda Policastro

Io credo che la previsione di Pynchon sia stata disattesa: di libri nuovi se ne stampano, è vero, oltre 60 mila l’anno, mentre la percentuale dei lettori è costantemente in calo (6 persone su 10 non amano i libri, secondo i dati Istat). C’è da sottolineare però che la maggior parte dei libri che circolano (i libri di cui si parla sulla stampa, in tivù, nei social) non sono libri letterari e la funzione della critica, ove potesse ancora prodursi, cioè ove ce ne fossero le occasioni e gli spazi, nella comunicazione corrente, si ridurrebbe all’arte di sonoramente stroncarli, il che, con ogni evidenza, non è più atteso, o addirittura consentito. Molti dei miei colleghi ritengono che ci si debba prendere la responsabilità di parlare di un libro solo se incontra il nostro gusto e merita la nostra approvazione (ricordo invece un articolo uscito qualche anno sulla rediviva «Alfabeta» che s’intitolava Sporcarsi le mani, oltre al pamphlet di Giulio Ferroni, Scritture a perdere, con puntuali, severissime analisi sui libri mainstream). Nel ’56 uscì uno dei libri più rivoluzionari del Novecento italiano, Laborintus di Edoardo Sanguineti, dove l’idea corrente di poesia veniva ribaltata da una scrittura dall’apparenza esoterica, per gli accostamenti sintagmatici non immediati, il plurilinguismo, le competenze allargate che la scrittura convocava, dalla letteratura antica alla psicanalisi junghiana. Di fronte a questa uscita epocale, straordinaria, la reazione di Pasolini fu di darci giù pesante e di definirlo, tra le altre cose, un libro «quatriduano» (anche in questo caso, previsione non azzeccata). Ne seguirono dibattiti che animarono la stagione più ricca di fermenti della nostra storia letteraria: gli scrittori coinvolti (tra cui Manganelli, per il romanzo) erano da un lato attrezzatissimi intellettuali e al contempo i pezzi giornalistici che scrivevano entrano oggi a pieno titolo nella loro produzione letteraria. Non si può dire lo stesso dei “critici” attuali, che in verità sono ormai quasi sempre scrittori che recensiscono altri scrittori, più o meno consentanei (quando non ci siano anche ragioni di scuderia o di cordata, piuttosto eclatanti, in molti casi). Tanto più che non è una questione solo di spazi, ma proprio di competenze: la critica accademica non ha più nessuna incidenza nel dibattito culturale e quella dei giornali è in realtà declinata nella sola forma della schedula o riassunto della trama, quando non dei pallini o delle stellette di approvazione, come per i film e i ristoranti (non finirò mai di piegarmi in due dalle risa per la voce Ispirazione, associata alla valutazione – o impallinamento- dei libri di poesia su uno dei più noti supplementi culturali). Per questo lavoro, il critico letterario sarebbe sprecato, come un grande chef messo a smistare pezzi di carne al banco vendita di un supermercato. 

Giacomo Raccis

Quale profezia più sbagliata. Almeno a giudicare dall’attuale panorama italiano e, più in genere, occidentale. Di fronte al moltiplicarsi della proposta libraria, ai vari livelli del sistema letterario, il critico ha reagito restringendo il proprio raggio d’azione. Ha cioè preso alla lettera il proprio compito, che è quello di separare, distinguere, definire i campi di appartenenza: e in un sistema che produce prevalentemente letteratura di consumo (o midcult, quando va bene), il critico si ritira inorridito nei territori della letteratura di ricerca, dicendo ai proprio quindici lettori che quella è la letteratura destinata a durare, quella che leggeremo ancora fra qualche decennio. Il critico però dimentica così un altro suo decisivo compito, che è quello di orientare il pubblico (come ricordava Pynchon). Che non è composto solo da lettori competenti come lui, anzi, non lo è quasi per niente. E allora dovrebbe imparare anche a “leggere” la produzione di consumo e di massa, non per nobilitarla inappropriatamente, ma per individuare in quell’ambito ciò che è fatto meglio, con più sapienza, ciò che quindi può legittimamente piacere a un pubblico che ricerca svago e intrattenimento. È una pratica necessaria anche per tenere esercitato lo sguardo alla complessità del sistema letterario e sulle sue articolazioni. 

Per questo trovo il recente libro di Gianluigi Simonetti particolarmente interessante – al di là e prima di qualsiasi giudizio sulle prese di posizione critiche: perché considera la produzione libraria nella sua (quasi) completezza. La maggior parte dei critici, invece, sembra richiudersi in una sorta di avanguardia – in tutto e per tutto speculare a quella dei “creativi” – priva però di alcun impatto dirompente sulla cultura comune.

Per la cronaca, tutto quello che dico non l’ho inventato io, ma Vittorio Spinazzola, critico emerito, che con Tirature per trent’anni ha saputo declinare l’impegno critico all’interno di una disponibilità a sporcarsi le mani nel terreno della produzione meno fine e intellettualmente impegnata, rendendo però un servizio a un pubblico che – ancora oggi – chiede suggerimenti e consigli, prima di comprare un libro.

Massimo Raffaeli

Pure se di consueto così irto e spiazzante, temo che stavolta Pynchon pecchi di candore. Perché intesa come ruolo istituzionale la critica prolifera, ovunque, e chiunque prende la parola per esprimere un giudizio istintivo e immediato (perciò in assenza di quella mediazione in cui, per etimologia, dovrebbe consistere la critica medesima). A mancare semmai è lo “spirito critico”, espressione del tutto cancellata perché di potenziale opposizione a un mondo che viceversa si vorrebbe il migliore dei mondi possibili. Al tempo del mercato, che è l’ultima e oramai esclusiva autorità culturale, “spirito critico” sa probabilmente troppo di Libro nero del comunismo.

Edoardo Rialti

Sono profondamente d’accordo. Direi anzi che ciò costituisce uno dei miei interrogativi e preoccupazioni principali. Quale sia la funzione della critica, e come preservarla. Devo tuttavia premettere che, probabilmente, le mie osservazioni potranno risultare in parte antiquate, e questo perché le mie categorie interpretative restano molto novecentesche. I maestri che mi hanno insegnato a leggere sono stati C. S. Lewis, G. Steiner, A. Tate, R. Bruscagli, C. Campo (tentata da una sorta di “lefebvrianesimo” anche nella critica, per cui l’ultimo vero lettore restava Leopardi!), E. Raimondi, L. Traverso, S. Zweig, M. Praz, N. Frye, D. Cecil, tutti studiosi e scrittori che-si capisce bene- hanno lavorato su periodi o in periodi che precedono comunque gli ultimi decenni della narrativa italiana, e che costituiscono una commistione di critica storica e critica estetica o valutativa. Nell’analisi poi della letteratura di genere – oltre al sopracitato Lewis di Of this and other worlds– il Danse Macabre di King, una lettura “da artigiano” dei classici dell’horror, mi ha consegnato delle categorie fondamentali, che mi hanno accompagnato da quando lo scoprii a diciannove anni. Inoltre, per me la critica costituisce una faccia dello stesso prisma che comprende la traduzione e la mia stessa scrittura narrativa. Anche la traduzione è infatti essenzialmente un atto critico, che “non fa che trovare parole adatte a una propria commozione, a una propria verità… un’opera esclusivamente personale” (Ungaretti).
Al pari di Steiner sono convinto che la grande letteratura è carica di tutta la grazia che l’uomo secolare ha acquisito nella sua esperienza, e gran parte della messe di verità esperita a sua disposizione, ed è alla luce di questa persuasione che la definizione fondamentale di critica per me resta quella fornita da Lewis ne L’allegoria dell’amore: è compito principale dell’interprete iniziare le analisi per poi lasciarle incompiute. Esse infatti non vanno intese come sostitute dell’apprendimento immaginativo….. il loro unico scopo è quello di ridestare, prima di tutto, la coscienza nel lettore della vita e dei libri in quanto vi è in essi di rilevante, e poi di suscitare in lui quegli elementi meno coscienti che da soli possono rispondere pienamente alla poesia. Si tratta di allenare ed educare the fine art of reading (D. Cecil) che è a sua volta un’attività artistica niente affatto diversa dalla scrittura stessa, e che costituisce una delle responsabilità culturali e sociali piú importanti nella staffetta delle generazioni. Come dissero Fran Lebowitz e Robert Sewall, non c’è forse impresa sociale piú importante che contribuire in qualche modo alla qualità d’una nuova generazione di lettori consapevoli. Ci troviamo tuttavia in un momento difficile, perché l’estetizzazione della vita collettiva comporta, paradossalmente, che come lettori risultiamo ben “più nudi e soli” (G. Simonetti, La letteratura circostante), facilmente travolti dalla realizzazione e consumazione d’infiniti istanti faustiani, tutti parimenti da immortalare (fermati, attimo, sei così bello). E proprio ciò rischia paradossalmente di banalizzare e svuotare l’ambizione estetica predicata da Pater: il servizio della cultura speculativa verso lo spirito umano è di destare, per farla sobbalzare a una vita di costante e desiderosa osservazione.Eppure lo stesso proliferare dei mezzi per salvare e comunicare la propria esperienza non costituisce affatto la garanzia d’una nostra maggiore capacità di goderne, conservarla e trasmetterla in una forma che resista al tempo. Calasso ha recentemente (L’innominabile attuale) attribuito al turismo di massa alcune caratteristiche nichilistiche del terrorismo, che a sua volta costituisce un frutto della società globale. È una riflessione che mi vede molto d’accordo, e anche i libri, al pari dei paesaggi, spesso sono diventati delle mete da depredare, da sfoggiare in uno scatto, da consumare con bulimica velocità. Ma il pericolo davvero preoccupante nel mondo della comunicazione globale e pressoché immediata dei social è che anche il giudizio critico può confondersi facilmente con la mera reazione, e si confonde l’istintività e la tempestività con l’autenticità, che invece abbisogna sempre di tempo e lavoro. Come notava sempre Cecil, le persone prendono le loro reazioni istintive più rozze come assiomatiche, e invece di sforzarsi di allargare le loro simpatie e correggere il loro gusto, usano le loro energie nel costruire tutta una filosofia estetica che giustifichi quelle loro prime reazioni. Tante stroncature idrofobe e tante lodi sperticate che si trovano sul web manifestano la stessa immaturità estetica, quando non sono dettate dalla ben piú antica oscillazione tra il servo encomio e il codardo oltraggio. Alcune osservazioni di Leopardi sui romantici sembrano scritte apposta per mettere a fuoco questo errore: chi sente e vuol esprimere i moti del suo cuore ec. l’ultima cosa a cui arriva è la semplicità, e la naturalezza, e la prima cosa è l’artifizio e l’affettazione, e chi non ha studiato e non ha letto, e insomma come costoro dicono è immune dai pregiudizi dell’arte, è innocente ec. non iscrive mica con semplicità, ma tutto all’opposto. Sono molti i recensori che, sprovvisti d’uno studio adeguato, confondono le loro simpatie e letture previe per categorie interpretative, e i cui articoli non contengono altro che esagerazioni e affettazioni e ricercatezze benché grossolane, e quella semplicità che v’è, non è semplicità ma fanciullaggine.
Al tempo stesso, talvolta mi capita di pensare che, in un mondo nel quale aumentano vertiginosamente gli stimoli e le narrazioni, nelle quali le previe- e spesso mummificate- gerarchie qualitative vengono ribaltate o ignorate e dove le istituzioni di riferimento perdono peso e preminenza, la “vecchia” critica umanistica sia tentata di gettare le armi facendo proprie le parole della storica rinunzia di Benedetto XVI in mundo nostri temporis rapidis mutationibus subiecto et quaestionibus magni ponderis, ma non può e non deve essere così. La vecchia immagine dei cerchi del tronco d’albero sta a dimostrare che si può ampliare prospettiva senza rinunciare a ciò che la precede nello sviluppo. La realizzazione e comunicazione delle storie e della poesia si è sempre modificata nel corso del tempo, e lo stesso fenomeno della lettura solitaria e silenziosa è un’invenzione relativamente tarda. Esiste un nuovo modo di fare letteratura e persino di essere classici, che occorre mettere a fuoco, studiare e comunicare in modo efficace, e che può e deve comprendere la tradizione. I social stessi consentono alla critica nuove straordinarie possibilità per raggiungere i lettori, costituire comunità di scambi, giudizio e approfondimenti, per segnalare, valorizzare e commentare, spazi di finezza e ironia.
Come notava Eco, il web è un tesoro inesauribile per i ricchi di strumenti culturali e un ghetto che ulteriormente confonde e imprigiona i poveri di mezzi interpretativi. In essa è disponibile l’accesso ad alcune straordinarie modalità critiche, quali ad esempio gli audiobook (un grande lettore è un grande interprete critico, ovviamente) o le prove delle compagnie teatrali, che per me costituiscono un autentico banchetto di scoperte, stimoli e nessi. Non mi stanco mai di ascoltarle e guardale, come lettore e traduttore vi apprendo sempre moltissimo. Credo che una delle grandi responsabilità della scuola e della società sarà proprio valorizzare questi strumenti.
Certo, credo che si tratti sempre e anzitutto di una battaglia personale, la ricerca di uno stile che – appunto – non è affatto dissimile dalla ricerca del narratore e del poeta, allo scopo di purificare il dialetto della tribù (Eliot). Tuttavia si tratta di un orizzonte e un impegno che possono ancora una volta essere sostenuti da una comunità gloriosamente piú vasta di quanto sia mai stato in passato. Quindi, credo che certamente anche la critica debba aprirsi alla transmedialità, ma preservando con cura gli strumenti e le esigenze della critica filologica e umanistica “ancora in grado di offrirci i risultati più attendibili (o, se si vuole, i meno soggettivi, idiosincratici e aleatori)”, come li ha definiti Alessandro Fo. Essa infatti, bilanciata dalla critica estetica o valutativa, che ne costituisce come l’altra faccia della luna, a mio giudizio possiede e offre una disciplina mentale irrinunciabile, per ascoltare davvero un’opera con quella forma laica della preghiera che si chiama attenzione (Benjamin) ed elaborare la proprietà dei concetti e delle espressioni (Leopardi), due antidoti fondamentali per evitare che un testo, qualsiasi testo diventi un pre-testo.

Luca Romano

Per capire la funzione della critica, vorrei partire da alcuni dati che possano delineare il contesto per non renderlo solo percettivo o totalmente soggettivo. Andando a spulciare i dati di lettura e produzione dei testi, mi ha sempre incuriosito il fatto che  nel 1863 (due anni dalla nascita del regno d’italia) furono stampati 4.200 titoli e nel 1873 salirono a 15.900. In quegli stessi stessi anni e precisamente nel 1861, avevamo il 78% di analfabeti (i dati però riportano l’errore di calcolare anche i bambini sotto i 6 anni), mentre nel 1871 il 73% circa. Oggi vengono stampati 72.059 titoli (dati Aie 2017) con un tasso di analfabetismo pari a circa l’1% (tralasciando l’analfabetismo funzionale) con una popolazione ovviamente cresciuta. Il panorama è completamente cambiato, oggi tutti possono leggere, ma non tutti lo fanno. Questo vuol dire però che il processo di scrittura e lettura si è modificato perché prima si scrivevano e pubblicavano libri quasi totalmente per un pubblico d’élite, gente molto preparata e con una fortissima cultura, il cui numero, nonostante tutto, era ridotto. Oggi i libri vengono scritti (non sempre) e pubblicati per un pubblico di massa, ma che comunque è tendenzialmente non d’élite, ma mediamente preparato a comprendere ciò che legge e che è in grado di valutare la qualità di un mediatore come il critico. Tra gli scrittori e i lettori, infatti, si sono sempre collocati i critici, figure che, ovviamente, hanno l’obiettivo di fornire alcune linee interpretative del testo. Ma con l’ampliamento del pubblico il ruolo del critico si è trasformato da persona estremamente competente che dialogava alla pari, a divulgatore/recensore; da colui che riusciva a smontare e rimontare il libro a colui che lo consiglia ai lettori mostrandone gli aspetti migliori o quelli più interessanti. In questo contesto, con queste variazioni, esistono ancora oggi critici letterari che lavorano sui testi con la stessa attenzione (e si spera con risultati simili). Fatta questa premessa, a mio avviso, è molto complesso parlare di un canone, come in passato, perché è venuto meno lo strumento di riduzione che in passato era molto forte a favore di una moltiplicazione. Il ruolo del canone è quello di delineare una letteratura imprescindibile. Harold Bloom, ad esempio, nell’introduzione a il canone americano, scrive giustificando la sua selezione di 12 autori fondamentali: “Ho abbinato queste dodici figure in giustapposizioni prive di schema unitario […] A ottantaquattro anni posso scrivere solo nello stesso modo in cui continuo a insegnare, ossia con uno stile personale e appassionato. Poesie, romanzi, racconti e drammi contano soltanto se contiamo anche noi.”. Anche a uno dei più importanti critici viventi riesce difficile identificare uno schema unitario se non attraverso una selezione, in definitiva, personale. Questo probabilmente perché avverte un cambiamento nell’orizzonte delle possibilità di ciò che un canone debba fare. Credo che il ruolo di un critico letterario sia quello di riuscire a comprendere, attraverso i testi, cosa sia questo noi. Credo che la critica, in questo scenario, ma anche e soprattutto se si realizzerà la profezia di Pynchon, debba ricongiungersi con la tradizione della critica filosofica per ampliare il ruolo dell’analisi e arrivare ai lettori attraverso una forma orientata al dialogo (anch’esso di tradizione filosofica) più che all’asserzione, affinché la lettura sia legata più alla domanda che alla risposta. In questo senso il canone si mostrerà quando alcune domande che i libri pongono troveranno risposta, ma nello stesso momento ci saranno nuovi libri che porranno domande senza risposta, libri che dovranno essere, a loro volta, oggetto di critica.

Niccolò Scaffai

Credo che la previsione di Pynchon si sia rivelata al tempo stesso giusta e sbagliata. Giusta, perché la quantità dei libri pubblicata è più alta che in passato mentre i lettori restano pochi, in proporzione (almeno in Italia, dove, stando a recenti rilevazioni, sarebbero in calo anche i cosiddetti ‘lettori forti’); sbagliata perché questo squilibrio non ha reso la critica letteraria un’attività più importante. La sua utilità, a ragione sostenuta da Pynchon, non è stata cioè riconosciuta né dalla maggior parte dei lettori, né dal sistema editoriale nel suo complesso. 

Una ragione può essere trovata proprio nell’aumento dei titoli pubblicati, che accelera e aumenta le sollecitazioni cui nessun critico, se vuole esercitare il suo mestiere con coscienza, può tener dietro: semplicemente, i tempi di elaborazione del pensiero critico sono spesso incompatibili con l’obsolescenza programmata della produzione letteraria. Ecco allora che prevalgono, in molti casi, da un lato la propaganda mediatica, dall’altro la democrazia diretta dei lettori in rete. Questo secondo fattore non è di per sé sempre negativo: un ampio accesso all’espressione del pensiero critico sarebbe anzi positiva. Ma appunto non sempre si tratta di pensiero critico, ma di umore e impressione. La critica vera e propria esercita una mediazione, e noi viviamo in una stagione di delegittimazione, a molti e importanti livelli, di tale mediazione. Da parte loro (cioè: nostra), i critici devono prendere coscienza della situazione e cercare oggetti e strumenti che possano (ri)dare alla loro attività un ruolo nel sistema dei saperi contemporanei; imparare a dialogare, senza rinunciare alle specifiche risorse conoscitive su cui si basa la critica, volte per esempio alla comprensione profonda dei livelli e dei significati di un testo. Credo che queste competenze servirebbero, anche al di là del piano squisitamente letterario.

Alberto Sebastiani

Purtroppo più che risposte ho domande e perplessità. Intanto – e non è cosa banale – credo che ci si debba chiarire su cosa si intenda con “critica”, perché da molto tempo si dibatte sulla crisi delle scuole critiche tradizionali, e troppo spesso la si confonde con la “promozione”, ma su questo aveva ottimamente scritto Mario Lavagetto in Eutanasia della critica. Molti, in volumi e riviste, stanno discutendo di come rilanciarla, la “critica”, e la letteratura. Qui però si aprirebbero questioni sui primati o sull’isolamento dei linguaggi che ci porterebbero lontani dalla domanda. Aggiungo però che la stessa figura del “critico” mi risulta oggi molto incerta. Non è chiaro chi lo sia, e non solo perché – come ripetono in molti – tanti scrittori sono anche critici (come è sempre stato), ma anche perché tante firme sono considerate “critici” solo perché parlano di libri in qualche “spazio” ufficiale. Anche questo è avvenuto tante volte nella storia, ma non è questione di dare il patentino di critico a qualcuno, è davvero chiarirsi sul significato di “critica”. Anche nel recente intervento di Nicola Lagioia, la questione è inserita nella più ampia (e significativa) questione del giornalismo culturale. Tanto la “critica” quanto i “critici”, anche se considerati ottimi mediatori all’interno del giornalismo culturale (che ovviamente non esaurisce l’ambito della critica), sono all’interno di un processo produttivo, che include tante figure professionali: l’autore e il suo agente, l’editore e la sua redazione, i suoi editor, i suoi grafici, la rete distributiva e promozionale, uffici stampa in primis, recensori e redazioni di testate che selezionano di chi parlare e a chi affidare il pezzo, o singoli lettori che parlano dei libri amati o detestati nei molteplici canali a disposizione. E a ben vedere questo processo digerisce perfettamente tanto giudizi entusiastici quanto stroncature, on line e cartacei, peraltro con risultati non entusiasmanti, stando almeno ai dati delle vendite. Il che, assieme ad altre questioni, mi lascia perplesso anche sulla effettiva capacità della critica di istituire un canone. Tanto la domanda quanto la questione, peraltro, più che ai “critici” sembrano far pensare a figure come gli “influencer”, quelli che una volta erano i “testimonial” pubblicitari. Qui però torniamo al discorso promozionale. In effetti, a dire il vero, non ho davvero idea se i lettori reali (pochi stando alle statistiche in Italia) cerchino una “critica” come riflessione sul e analisi/commento del testo (o dei testi), né capisco esattamente quali “spazi” li influenzino (né in che misura ciò accada, né se questi siano in grado o abbiano l’intenzione di farlo…). Parliamo di tanti “spazi”: on line e digitali, tra riviste accademiche, para-accademiche, di divulgazione, periodici, quotidiani, blog, siti, social… “Spazi” differenti, non in diminuzione bensì in crescita, e che si rivolgono a uditori solo parzialmente diversi. (Sarebbe poi opportuno far notare come la produzione critica accademica sia di solito relegata – per limiti propri o per discredito sociale poco importa – a uno “spazio” autonomo, sostanzialmente e purtroppo autoreferenziale, e che quando si parla di “critica” si intende solitamente quella delle riviste para-accademiche o dei periodici…). Infatti, i lettori sono trasversali, come peraltro i “critici”: le stesse firme sono spesso in “spazi” diversi, perché i loro testi sono riportati o perché sono richiesti specifici interventi per “spazi” diversi, spesso sullo stesso argomento (o libro). Tutto questo per dire che ho difficoltà a capire cosa si intenda quando si dice “critica” in astratto, quindi a concordare con l’idea di una critica che determina un canone. “Canone” per chi, poi?, mi viene da chiedere. Chi riconoscerebbe quel canone? L’editoria, la stampa, i manuali scolastici, i librai, i “lettori”? E a chi servirebbe? E perché? Sono domande che ne implicano altre: a chi parla la “critica”?, il critico che coscienza ha di sé nella realtà del processo? E quindi quale funzione ha? In che orizzonte? Le domande possono moltiplicarsi e sembrare retoriche, ma non lo sono. E quindi non è facile dare risposte, anche se bisogna provarci, perché non farlo è più pericoloso. Per intenderci, parlare di una critica “utile” senza interrogarsi sull’orizzonte a cui si rende “utile”, è “funzionale” solo a perpetrare un processo, senza porsi domande, il che equivale a tradire un aspetto fondamentale della letteratura, o a limitarsi a promuovere libri, o peggio autori.

Gianluigi Simonetti

In teoria aveva ragione Pynchon: più aumenta la produzione libraria, e soprattutto narrativa, più servirebbe una mediazione competente (competente, perché il linguaggio letterario è un linguaggio formalizzato) in grado di selezionare ciò che vale la pena leggere. Ma in pratica succede il contrario: la critica è sempre meno importante, perché il posto della società letteraria è stato preso da una sorta di democrazia del gusto, massmediatica e social, per cui ciò che è bello o importante si decide a maggioranza. I libri che ci sentiamo in dovere di leggere e discutere non li scelgono pochi intellettuali esperti, ma molti illetterati distratti, in base a criteri che spesso non hanno nulla a che fare con l’arte. Come in politica, la mediazione decisiva è diventata quella della comunicazione di massa. Come in politica, anche in letteratura circolano un bel po’ di imbrogli, semplificazioni e fake news.

Valentina Sturli

Sono sostanzialmente d’accordo – e come si potrebbe non esserlo – sul fatto che oggi si producano più libri, e forse anche sul fatto che li si produca per un minor numero (almeno relativo) di lettori, mentre non sono così certa che questo si traduca ipso facto in una maggiore necessità o richiesta di critica ai fini di indirizzare i lettori medesimi. Bisogna per esempio chiedersi in quali campi si producono più libri. Ho l’impressione che oggi, entrando in una qualsiasi libreria non specialistica (parlo soprattutto della realtà italiana, con cui ho più confidenza), la maggior parte delle opere esposte sia di narrativa o di divulgazione, e all’interno della narrativa prevalgano in larghissima parte i romanzi di consumo o quelli che Gianluigi Simonetti (La letteratura circostante, Il Mulino 2018) ha definito con una felice espressione ‘di nobile intrattenimento’. Pensiamo al peso sempre maggiore che hanno, nelle classifiche di vendita e sul mercato, opere la cui aspirazione non è quella di entrare in alcun canone, non necessariamente per scarsa ambizione letteraria, ma magari anche soltanto perché legate a temi di strettissima attualità, e dunque tendenzialmente votate a una veloce obsolescenza: biografie e auto-biografie di politici, personaggi dello spettacolo, calciatori, imprenditori; inchieste su determinate realtà socio-politiche o economiche; opere divulgative su temi di storia e cultura; ricettari di cucina creativa ad opera di chef stellati. Nella settimana in cui scrivo (quella precedente al Natale 2018), tra i primi dieci libri più venduti sul sito di Feltrinelli troviamo, tra gli altri: un libro di Alberto Angela su Cleopatra, l’autobiografia di Michelle Obama, un testo storico-divulgativo del giornalista Aldo Cazzullo, il Diario di una Schiappa di Jeff Kinney, ovvero un libro comico per ragazzi ultimo di una lunga serie. Se allarghiamo la visuale ai primi venti c’è un libro di Gianluca Vialli, uno di Bruno Vespa e una biografia di Totti. Tutti questi testi, per una ragione o per l’altra, sono messi in vendita e acquistati dai lettori senza che a nessuno venga in mente di farseli consigliare da un critico letterario, così come difficilmente un critico letterario si soffermerebbe a analizzarli, salvo per particolari interessi di tipo pop-cultural.

Quelli appena citati in altri termini sono esemplificativi della gran mole di testi di consumo che si producono e vengono acquistati senza che sia prevista l’intermediazione di un intellettuale per orientare la scelta del lettore. Per questo non sono d’accordo con l’idea che più produzione di libri per meno lettori significhi anche maggiore richiesta di intellettuali che indirizzino le scelte dei medesimi. Non penso che oggi siamo davanti a un aumento dell’utilità percepita della critica, e neanche a un suo incremento di importanza rispetto al pubblico, anche se mi piacerebbe molto che fosse così. Ritengo che la critica – soprattutto in quell’area intermedia costituita da giornali, riviste non specialistiche, inserti culturali, programmi radio e video etc., e che fa da ponte tra il lettore e il mondo accademico – abbia piuttosto in questo momento un valore di resistenza. È importante conservare l’idea che non tutti i prodotti letterari sono dello stesso livello, che non tutti i prodotti culturali meritano la stessa attenzione, benché sia sempre più difficile stabilire se e quando abbia senso ‘trattarli’ con i buoni vecchi strumenti dell’analisi stilistica, narratologica e tematica.

Nel mio ideale il critico è colui che conserva una non banale postura mentale che gli permette di prendersi il tempo di riflettere, di ponderare, di comparare i prodotti culturali che studia e anche – perché no? – di valutarli. Qualcuno che conserva un particolare atteggiamento critico che gli consente di porre in relazione le nuove acquisizioni con i prodotti letterari del passato e del presente; che può agire sia sulla dimensione dell’analisi micro che macro-testuale, avvicinandosi al testo per comprenderlo e poi allontanandosene per metterlo in relazione con altri testi e col mondo. Queste sono tutte abilità molto complesse che solo un lungo tirocinio e una buona dose di pazienza possono sviluppare. In un mondo sempre più fondato sull’incalzare degli eventi mi sembra che parole come pensiero, pazienza, riflessione, ponderazione siano merci preziose. Così come a mio modo di vedere è fondamentale il senso della complessità: i grandi testi non sono necessariamente difficili, ma sono sempre potenzialmente complessi nel senso che hanno più livelli, più interpretazioni e più fruizioni possibili, non si riducono ai temi che trattano o alle ideologie che rappresentano. Io credo che i grandi testi, quelli che ci colpiscono e restano, siano sempre in qualche modo felicemente disturbanti e ambivalenti. Forse la mia è una visione un po’ d’antan, ma sono ancora convinta che il critico sia colui che è in grado di cogliere questa ambivalenza, e forse anche di proteggere (come può) la letteratura da un eccessivo appiattimento sui desideri e le tendenze del mercato.

Italo Testa

Temo che il personaggio di Pynchon si sbagliasse almeno su due punti. Anzitutto, nel secolo a venire si producono più libri per più e non per meno lettori. In secondo luogo, la funzione d’indirizzo dei lettori continua ad essere esercitata, solo che in parte è sottratta alla critica letteraria, anche a motivo dell’aumento del numero dei lettori, e demandata ad altre agenzie sociali. Inoltre, mi sembra sbagliata l’identificazione tra critica letteraria e formazione del cosiddetto canone. Anzitutto, perché l’idea che la critica serva principalmente a definire il canone mi pare fraintendere sia i meccanismi di formazione del canone – idealizzandoli, come se si trattasse di meri atti intellettuali, e mascherandone così gli aspetti materiali e contingenti – sia la funzione della critica stessa, che dovrebbe smontare le gerarchie normative anziché cristallizzarle. Tanto più che l’idea stessa di formazione del canone, più che descrivere il modo in cui la critica procede, interviene quando si sospetta che il ruolo della critica abbia smesso di funzionare in modo appropriato. E a ben vedere, il paradosso con cui ci confrontiamo è semmai il fatto che, nonostante l’aumento degli spazi espressivi in cui la critica può essere esercitata oggi – che sono incontestabilmente più estesi sia nella sfera pubblica sia in ambito accademico istituzionale – essa comunque abbia perso visibilità. Ma questa è una questione che riguarda piuttosto il mandato sociale della critica e che andrebbe distinta dalla sua funzione, ancorché sociale, giacché quest’ultima può sussistere anche in assenza di un mandato esplicito, se non contro di esso.

Emanuele Trevi

Intesa come forma d’arte (che è l’unico suo aspetto davvero interessante) la critica è immortale, perché la letteratura genera in maniera quasi automatica discorsi finalizzati alla descrizione, alla comparazione, alla valutazione delle opere. D’altra parte, non capisco in che modo l’aumento dei libri e la diminuzione dei lettori dovrebbe assegnarle una maggiore importanza. Identificare la sua ragion d’essere con l'”orientamento” dei lettori sarebbe come dire che la critica è un discorso limitato alle novità editoriali. Certo, le novità sono importanti, noi che scriviamo sui giornali ci giochiamo buona parte della nostra reputazione sulla capacità di attribuire valore a scrittori che ci sono contemporanei, ma la vera posta in gioco, la più importante, è un’altra, vale a dire garantire la durata di ciò che vale, sottrarlo al meccanismo auto-fagocitante di un’industria editoriale folle, che non garantisce ai suoi stessi prodotti il tempo necessario a sedimentare. 

Alessandro Zaccuri

Appartengo a una generazione di transizione e mi trovo in una condizione relativamente privilegiata. Ho iniziato a fare critica più o meno alla metà degli anni Ottanta, quando si trattava ancora di un’attività riconosciuta e forse perfino influente. Dall’inizio degli anni Novanta scrivo stabilmente sui giornali. Detto senza alcun ironia, era la stagione in cui il recensore di quotidiano aveva la funzione che poi è stata dei blogger. Percepisco la discontinuità, ma non l’ho sperimentata direttamente. Gli spazi di cui dispongo sono in sostanza inalterati, anche se oggi mi riuscirebbe difficile quantificare il numero dei lettori, almeno potenziali, prescindendo dal riscontro dei social network. La diversa calibrazione delle sedi di intervento può avere una funzione liberatoria: solleva (o dovrebbe sollevare) la critica dal piccolo protagonismo del “mi piace / non mi piace”, che ormai si pratica meglio altrove, e le permette di concentrarsi di più sul suo compito specifico, che per me coincide con la comprensione delle intenzioni dell’autore. Che cosa ha voluto fare con questo libro? Quanto si è allontanato o avvicinato dall’obiettivo che si era dato? E perché ha scelto proprio quella direzione? Con quale legittimità? Questo, secondo me, è un lavoro che solo la critica può fare, specie se sceglie con onestà il proprio oggetto. Che non è necessariamente il libro con cui ci si trova più in consonanza, ma al contrario quello che suscita difficoltà, incertezza, bisogno di interpretazione.

Emanuele Zinato

I veri banchi di prova della tenuta del discorso critico al tempo (odierno) del collasso delle mediazioni culturali, sono quelli in cui può ancora diventare discorso pubblico: la scuola, l’università, ciò che resta del giornalismo culturale, i blog meno infetti dal narcisismo. Credo che la teoria della letteratura possa servire ancora alla critica perché ha via via ipotizzato dei modi praticabili – non soggettivi – per dar conto di un nesso o di una tensione fra autonomia e eteronomia delle opere, tra testo e mondo. Oggi con il termine Teoria si designa soprattutto un insieme di Studies accademici (da campus; postcolonial, gender, ecc) che – semplificando molto – hanno i loro termini-chiave nella French Theory. Queste categorie e concetti della teoria odierna, come quelli del tramontato strutturalismo, non vanno assunti supinamente dal critico. E un buon critico è sempre in una certa misura eclettico: non perché pilucca nel supermercato dei metodi ma perché (con un occhio rivolto alle tensioni extraletterarie) ascolta le voci più alte dell’estetica, della linguistica, della filologia per tentare di estrarre dal testo che ha davanti, in rapporto alla situazione che ha intorno, una verità e un senso praticabili. Se un critico ieri usava supinamente i termini “struttura”, “significante”, “palinsesto” o oggi utilizza altrettanto servilmente, strizzando l’occhio ai propri colleghi, i lemmi “biopolitica”, “genealogia”, “governamentalità”, peggio per lui. Il critico, là dove gli è consentito, dovrebbe piuttosto reagire al discredito della sua funzione, al disorientamento e all’ ignoranza davanti alle operazioni più semplici e più necessarie che la teoria ha prestato alla mediazione e alla didattica: storicizzare l’opera nel suo tempo, descriverne le forme, interpretarne e attualizzarne il senso. 


Vanni Santoni (1978), dopo l’esordio con Personaggi precari ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), Terra ignota e Terra ignota 2 (Mondadori 2013 e 2014), Muro di casse (Laterza 2015), La stanza profonda (Laterza 2017, dozzina Premio Strega). È fondatore del progetto SIC (In territorio nemico, minimum fax 2013). Dirige la narrativa di Tunué e scrive sul Corriere della Sera.

[Prima puntata. Le risposte alle domande successive verranno pubblicate martedì 8, mercoledì 9 e giovedì 10 gennaio.]