1. Il signor Peter.

Mentre scrivo questo pezzo a pochi metri da me c’è Peter, il mio cane bianco e nero, pelo lungo a mo’ di criniera. È disteso a pancia in giù col muso poggiato su una delle zampe anteriori perché a stare in piedi i suoi 45 chili lo stancano facilmente. Peter è buono, ma ha un carattere difficile, tende ad essere aggressivo e diffidente.

Peter era anche il nome di un altro animale domestico, anche lui bianco e nero e anche lui dal pelo lungo. Era un gatto che miagolava sotto la pioggia londinese di molti anni fa, nel 1884. Peter era molto piccolo e abbandonato. Sarebbe morto di lì a poco se non fosse che un signore dall’aria elegante, forse un po’ strano, lo andò a prendere portandoselo in casa. Quell’istante salvò la vita di Peter, certo, ma cambiò anche la vita del suo salvatore rendendolo uno dei più famosi artisti inglesi di sempre.
Quel signore si chiamava Louis Wain e il periodo in cui fece quel bel gesto non godeva di buon umore. Louis era un uomo triste perché sua moglie, Emily Richardson, aveva un tumore e lui non sapeva come aiutarla. Non l’avrebbe mai immaginato, ma l’aiuto venne proprio dal piccolo Peter.

Era così insopportabile avere una moglie in fin di vita anche perché erano appena andati a vivere insieme, avevano preso casa su una bella via di Hampstead (al tempo zona già ricca e in espansione) da solo un anno scarso e poter convivere non era stato semplice perché Emily era di dieci anni più vecchia di Louis e questo all’epoca era uno scandalo non da poco.
Peter però in quella situazione così difficile riuscì a portare sollievo e allegria. È qualcosa facile da immaginare oggi che i gattini su internet sono ormai un’istituzione delle nostre facili parentesi di buonumore. Peter era allegro e goffo come tutti i piccoli gattini e questo risollevava il morale di Emily durante la malattia e dava svago anche a Louis che cominciò a ritrarlo in disegni realistici. Louis ed Emily ringraziarono Dio di aver salvato il piccolo Peter perché i tempi morti e le attese che il tumore al seno di Emily imponeva erano costantemente rivoluzionate dal simpatico felino che impegnava i due tra danni, piccole fughe e le ovvie necessità di cui un cucciolo ha bisogno.


Prima di morire Emily spinse Louis a pubblicare i suoi ritratti raffiguranti Peter e ciò avvenne, ma soltanto dopo la sua morte come se il disegnatore volesse rendere omaggio alla sua compagna e a Peter che ne aveva rallegrato gli ultimi anni di vita.


Emily però, nonostante la compagnia del marito e di Peter, morì poco dopo. Se ne andò a soli tre anni dal loro matrimonio lasciando un Louis triste, malinconico e impegnato a riprendersi psicologicamente. Prima di morire Emily spinse Louis a pubblicare i suoi ritratti raffiguranti Peter e ciò avvenne, ma soltanto dopo la sua morte come se il disegnatore volesse rendere omaggio alla sua compagna e a Peter che ne aveva rallegrato gli ultimi anni di vita. Fu una specie di tributo, ma non un tributo qualunque: fu un tributo di successo. I disegni di Louis divennero famosi in tutta l’Inghilterra e firmò pubblicazioni, illustrazioni per riviste e giornali, ritratti di gatti e cani su commissione, fino ai libri per ragazzi.

Nonostante Peter avesse smesso di essere il soggetto principale dei disegni dell’ormai affermato artista non fu mai dimenticato e continuò ad apparire in molte illustrazioni per riviste importanti come The illustrated London News. Una sera, qualche anno dopo il successo Louis ebbe a dire a proposito di Peter:

“A lui appartiene, giustamente, il fondamento della mia carriera, gli sviluppi dei miei sforzi iniziali e la costituzione del mio lavoro”

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2. Gatti (umani).

I gatti nel disegni di Louis si fecero da realistici ad antropomorfi, spesso somiglianti all’amico Peter altre volte invece meno. I gatti nella testa del nostro artista non erano più le rappresentazioni dal vivo di qualcosa di caro e confortante come la presenza del piccolo trovatello, erano sempre più spesso dei personaggi, degli attori che abitavano i mondi astrusi e surreali dell’Inghilterra di quel tempo. I gatti cominciarono a essere rappresentati sempre più spesso in posizione eretta, impegnati in azioni quotidiane e normali, (normali almeno se si è umani). Gatti che versano il tè, che giocano a golf, gatti intenti a leggere o a giocare a palla, gatti seduti comodamente a discutere, gatti che maneggiano dell’uva, gatti che addirittura fumano il sigaro seduti a tavola. Insomma, gatti in tutto e per tutto umanizzati. Questi animali erano l’espressione vivida e rassicurante di un mondo idilliaco, e in qualche modo a sfondo onirico, composto da una raffigurazione plastica delle stranezze del raziocinio umano, ma incarnato in attori animali, che ricoprendo funzioni narrative tipiche dell’immaginario dell’artista restituivano – e lo fanno ancora – una carica emotiva che solo un gioco sul contesto può trasmettere.


Gatti che versano il tè, che giocano a golf, gatti intenti a leggere o a giocare a palla, gatti seduti comodamente a discutere, gatti che maneggiano dell’uva, gatti che addirittura fumano il sigaro seduti a tavola.


È tutto sommato qualcosa che non ci è nuovo dato che l’antropomorfizzazione degli animali ha radici millenarie e continua ad essere una via narrativa molto battuta ai giorni nostri dai film della Pixar fino ai manga nipponici.
Qualcosa di particolare avvenne in Louis Wain in concomitanza con l’umanizzazione dei suoi gatti. In un certo senso si può dire che da Peter in poi il binomio gatti-disegno fu la sua salvezza psicologica e al variare della sua predisposizione psicologica su lungo periodo è normale variasse la metodologia espressiva della salvezza stessa. Continuò a circondarsi di quegli animali che furono la sua cura: il classico esempio di arte perseguita come auto-terapia. Se il trovatello fu motivo di felicità in uno dei momenti più bui della vita dell’artista allora non c’era motivo per non continuare a inseguirne i benefici in una sorta di grande, personalissima, e folle, corsa a quel placebo terapeutico di cui i disegni sono capaci. In età ormai avanzata rivendicò con orgoglio quel suo periodo, sottolineando spesso come fosse presente l’intenzione precisa di raccontare, modificandola, la sua realtà quotidiana.

“Mi portavo un album per gli schizzi al ristorante o in altri luoghi pubblici, e ritraevo le persone e le loro pose come gatti, avvicinandomi il più possibile alle loro caratteristiche umane. Questo mi garantiva una doppia natura; penso che questi studi siano il mio miglior lavoro umoristico.”

Le ambientazioni in cui Wain decideva di far vivere i suoi personaggi erano quelle classiche dell’età vittoriana, il periodo storico che fece da sfondo alla sua vita, dalla sua venuta al mondo nel 1860 al suo decesso subito prima dello scoppio della seconda guerra mondiale. In un certo senso Wain, però, non aveva fatto nulla di nuovo nei suoi lavori considerato che grandi disegnatori suoi contemporanei come John Tenniel (famoso per aver illustrato Alice nel paese delle meraviglie) avevano disegnato gatti e cani simili a quelli di Louis su cartoline e illustrazioni umoristiche. La grande differenza sta nel dubbio più che fondato che nel caso di Wain non fosse il senso del burlesco né un umorismo mordente a spingerlo a rappresentazioni di gatti antropomorfi, quanto piuttosto che l’insieme dei moltissimi disegni (molte centinaia) fatti durante ben trent’anni di prolifica attività artistica fosse la sua esternazione di una volontà di un mondo diverso da quello della Londra di quel tempo. Una descrizione del proprio mondo ideale, fatto di quella surrealtà quotidiana cucita addosso ai suoi gatti.

3. La pazzia (attraverso i gatti).

Quando si sostiene che le opere di Louis Wain fossero una proiezione di un mondo ideale, ci si scontra con un aspetto fondamentale dell’arte dello strano signore londinese: la pazzia.
Sì perché se si pensa che quel mondo animale sia una descrizione di un sistema e di un mondo assurdo, a suo modo idilliaco, allora bisogna fare i conti con la lenta e costante evoluzione che questi disegni hanno avuto nel tempo, passando passo dopo passo da figurativi ad astratti. E un mondo fatto di personaggi che giocano o leggono si è trasformato nel tempo passando per fasi caleidoscopiche, gatti a mala pena riconoscibili nell’essere tali fino a veri e propri sistemi di figure astratte con una enorme attenzione al colore e al dettaglio. I gatti sono andati scomparendo? No, i gatti sono come evaporati: sciolti nell’introspezione e nella mancanza di interesse verso la rappresentazione realistica.


I gatti sono andati scomparendo? No, i gatti sono come evaporati: sciolti nell’introspezione e nella mancanza di interesse verso la rappresentazione realistica.


Ora, il mondo dell’arte di Wain era una proiezione di una personale speranza, una sorta di fuga dalle sofferenze personali con approdo in un sistema “fatato” e animale, oppure un costrutto di segni coniati dall’artista a rimandare al proprio status emotivo, interiore e passionale, senza quindi quell’aspetto sociale che alcuni vi hanno attribuito?
Probabilmente le opzioni sono entrambe vere, perché i primi lavori sono tutti concentrati su un’operazione minuziosa ma solare, animata da personaggi impegnati in attività quotidiane, stile che tutto sommato è incasellabile in ciò che oggi chiameremmo fumetto. Ma è altrettanto vero che in trenta lunghi – e prolifici – anni di attività artistica ci sia stata un’evoluzione importante, forse addirittura uno stravolgimento.
E il tema è proprio questo. Nella lettura dell’opera dell’artista inglese bisogna considerare necessariamente il fatto che egli abbia avuto disturbi mentali importanti e con l’aumentare di questi problemi si è evoluta radicalmente la sua arte. Sono in molti a considerare come chiave di lettura della sua intera opera la pazzia e il suo evolversi: una proporzionalità perfetta tra l’avanzare del disordine mentale e il farsi astratto dei suoi soggetti sul foglio di carta. Ma le cose sono un po’ più complesse di così.


Un utente su Youtube ha messo in ordine cronologico alcuni lavori di Wain mettendo in evidenza un pre e un post disordine mentale. C’è però un errore di lettura e sta in quel gatto viola e dai colori che si fanno acidi che l’utente fa rientrare erroneamente nella prima categoria.

La verità è che sin da giovanissimo Louis non conduceva un’esistenza sana e spensierata: fu escluso dall’attività scolastica per la maggior parte del tempo in cui avrebbe dovuto frequentarla per un difetto fisico – il labbro leporino – che però, ovviamente, segnò il ragazzo nel suo esistere socialmente, inibendolo ed emarginandolo.
Quando poi a scuola ci sarebbe dovuto andare la marinava regolarmente. Visse sulla propria pelle il dramma della malattia mentale di una delle sorelle, stette a lungo ad abitare con la madre e le altre sorelle e anche quando andò a vivere lontano dalla casa materna si fece carico del sostentamento dell’intera famiglia incorrendo in problemi finanziari costanti nonostante il suo successo. La vita di Louis Wain, mettiamola così, fu un po’ folle sin dall’inizio.

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Louis Wain al suo tavolo da disegno.

4. I gatti, ma quelli veri.

Louis ai gatti ci teneva davvero. Per esempio era stato presidente dal 1898 al 1911 del National Cat Club inglese. Fu così forte il suo amore per i gatti che anche tra i membri del club più gattaro di tutta l’Inghilterra spiccò per passione e devozione verso questi animali.

Ma l’artista-presidente non aveva fiuto per gli affari e spesso accettava paghe inadeguate, non si preoccupava di richiedere compensi per la riproduzione delle sue opere e così via, un bravo artista, ma pessimo in affari. Infatti da lì a poco finì in miseria e ciò successe proprio mentre il disordine mentale affiorava in modo sempre più persistente. Nel settembre del 1925 Cecil Chesterton venne a sapere che Wain era stato ammesso in un manicomio come indigente e prese la decisione di parlare a nome del National Cat Club, attraverso la rivista Animals, chiedendo aiuto economico per l’ex presidente così tanto amato e presente nello stesso club solo fino a una decina di anni prima.

“In questo momento quest’uomo, che ha deliziato migliaia di persone e causato innumerevoli sorrisi, vive in un manicomio. Qui, nonostante la simpatia e la gentilezza di chi ci lavora, le condizioni di vita sono per forza di cose miserevoli. Un manicomio, questo è ovvio, non può che essere un luogo di dolore e desolazione, ma il denaro potrebbe portare alcuni benefici  e miglioramenti alle sue condizioni di vita.”, scrisse la Chesterton.

La risposta non si fece attendere e non solo gli amanti del club e dei gatti si prodigarono nella generosità verso l’artista, ma anche altri artisti, intere riviste e i loro lettori fino ad arrivare alla mobilitazione del primo ministro inglese in persona, Ramsay MacDonald. Fortunatamente si raggiunse la somma necessaria per poter trasferire il disegnatore al Bethlem Royal Hospital e lì si potè provvedere a fornirgli, oltre a vitto e alloggio, tutto il necessario per disegnare e riprendere a fare il suo mestiere.


C’è un’ipotesi beffarda sul rapporto tra Wain e i problemi mentali. Che la concausa della nascita di tali anomalie comportamentali sia stata, indovinate un po’, sì, i gatti.


C’è un’ipotesi beffarda sul rapporto tra Wain e i problemi mentali. Che la concausa della nascita di tali anomalie comportamentali sia stata, indovinate un po’, sì, i gatti. Louis Wain era malato di schizofrenia, anche se su questo punto c’è un dibattito in corso (ci tornerò fra un attimo), e proprio la schizofrenia potrebbe avere come elemento scatenante un protozoo chiamato toxoplasma gondii, un parassita che attraverso le feci animali può arrivare ad attaccare l’uomo. L’ipotesi su questa relazione non venne mai presa in considerazione ai tempi di Wain perché la sua prima proposta avvenne solo nel 1953, molti anni dopo la sua morte.

Il fatto che i gatti siano passati dall’essere salvifici all’essere fatali per la vita dell’artista londinese rimane solo un’ipotesi. E anche se è vero che la correlazione tra la schizofrenia e il particolare protozoo è scientificamente provata non è comunque detto che questo sia stato il caso di Wain. Il dubbio rimarrebbe a prescindere, e a maggior ragione per due motivi particolari. La schizofrenia è caratterizzata da una serie di disturbi che possono avere base genetica, e la sorella di Wain costituirebbe un caso significativo in questo senso. Il secondo motivo è che non si sa se davvero Wain fosse schizofrenico, c’è chi dice che in realtà soffrisse della sindrome di Asperger. Quest’ultima ipotesi viene proprio dall’osservazione delle sue opere. I disegni eseguiti da quando fu trasferito dal manicomio all’ospedale mostrarono l’apparizione di dettagli curatissimi e coloratissimi, colori vividi a formare onde e strani ornamenti spinosi che ricordano le visioni caleidoscopiche, quelle che si hanno con gli acidi per intenderci. Proprio in quei dettagli alcuni psichiatri hanno notato che la schizofrenia potrebbe essere stata assente, un errore in fase di prognosi.

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Il secondo motivo è che non si sa se davvero Wain fosse schizofrenico, c’è chi dice che in realtà soffrisse della sindrome di Asperger. Quest’ultima ipotesi viene proprio dall’osservazione delle sue opere.


Il contesto: l’ospedale in cui Louis approdò dopo l’abbandono del manicomio aveva un ampio cortile, luogo dove ebbe la fortuna di trovare una colonia di gatti. Quella grossa famiglia felina fu la sua fonte di ispirazione giornaliera per i restanti quindici anni di vita, anche se negli ultimi nove, dal 1930 al 1939 fu trasferito nuovamente a nord di Londra al Napsbury Hospital nella contea dell’Hertfordshire. I disegni di quegli anni hanno una particolarità: vanno come a sfumare in astrattismo e notarne l’evoluzione è sorprendente. Ma per quale motivo in quest’evoluzione si noterebbero i segni della sindrome di Asperger? Micheal Fitzgerald è un esperto di autismo e sindrome di Asperger (tra le altre cose ha pubblicato nel 2005 The Genesis of Artistic Creativity: Asperger’s Syndrome and the Arts) e sostiene che è facile notare come nei dettagli l’artista non avesse perso la capacità artistica e manuale, cosa che invece sarebbe in qualche modo inevitabile con la schizofrenia. Un altro indizio sarebbe, sempre secondo Fitzgerald, un’agnosia visiva di cui Wain avrebbe sofferto. L’agnosia visiva è quell’incapacità di riconoscimento di forme, oggetti e persone attraverso la vista, quel disturbo celebre per il lavoro di divulgazione, tra gli altri, di Oliver Sacks.
Se avesse ragione Fitzgerald allora nel progressivo perdersi dei contorni dei suoi soggetti, Wain, presumibilmente perdeva altrettanto progressivamente i contorni del mondo che gli stava attorno.

5. Louis oggi.

Quando i gatti di Wain perdevano i contorni, diventavano pieni di dettagli astratti, sfumavano verso l’alto come a voler evaporare; quando le pitture fatte lì nell’ala est dell’ospedale cominciarono a sembrare folli anche agli infermieri che attraversavano il cortile in cui quel signore buono e introverso disegnava incessantemente, era un ventaglio di tempo di quasi un secolo fa, diciamo dal 1922 fino alla morte dell’artista, nel 1939. Ebbene questi non erano anni vergini di astrattismo per l’Inghilterra, niente affatto, eppure l’arte dell’anziano signore amante dei gatti, nonostante il successo e la miriade di libri pubblicati, strideva comunque con l’intorno artistico di quell’epoca. Ma trent’anni dopo, negli anni sessanta e settanta, le cose cambiarono radicalmente.

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Nick Cave con alle spalle delle cartoline di Louis Wain. Siamo nel Maggio del 1982 nel suo appartamento a ovest di Londra.

A San Francisco nacquero gli hippie, ci fu il boom della psichedelia e in tutto il mondo occidentale si diffusero estetiche di rottura rispetto al passato tra le quali spiccavano pattern e fantasie ispirate direttamente agli allucinogeni. Quei colori acidi invasero l’estetica di massa in modo trasversale ancor prima della mitica Summer of Love del sessantasette. In uno scenario del genere le opere di Wain furono riscoperte, rivalutate e ripresero vita. Diventarono, come vuole lo stereotipo, ben più celebri e ricercate ora che erano passati dei decenni dalla morte di chi le aveva prodotte.


Quei colori acidi invasero l’estetica di massa in modo trasversale ancor prima della mitica Summer of Love del sessantasette. In uno scenario del genere le opere di Wain furono riscoperte, rivalutate e ripresero vita.


Un esempio è Nick Cave che cominciò a collezionare i disegni di Wain alla fine degli anni settanta e organizzò la prima mostra dedicata ai gatti di Wain al di fuori dell’Inghilterra, in Australia. Ma gli esempi si sprecano. Chi bisogna necessariamente menzionare è David Tibet, musicista neofolk che ha definito spesso Wain come sua fonte d’ispirazione. Il fondatore dei Current 93, famoso per la sua attenzione verso temi come l’esoterismo, il misticismo e un immaginario magico, è tra coloro che ha contribuito di più a saldare il legame tra l’opera di Wain e gli amanti della psichedelia ai giorni nostri, un balzo nel tempo di molte decine di anni. Uno dei tanti rimescolamenti di significato che l’arte ripropone nel tempo.

Nella storia di Louis Wain c’è tutto quello che oggi spesso si immagina dell’arte contemporanea: la follia, la genialità, addirittura la figura del gatto come sollievo umoristico per le masse. Forse anche la capacità di predire il futuro estetico delle decadi che verranno, cosa che involontariamente è riuscita cosi bene allo psicotico Louis, è ancora un valore visto come tale dalla comunità artistica. Eppure non è la follia alla Camille Claudel a doverci far riconsiderare gli artisti in nome di una purezza che presupporrebbe un’equivalenza perfetta tra la follia e la sincerità. È semmai l’unione indissolubile tra l’opera e il proprio autore a poterci ancora ammaliare: l’arte intesa come narrazione di se stessi. Segno nel tempo che permetta, magari, a chi ne fruisce di illudersi di poterne interpretare i pilastri.

di Enrico Pitzianti


Enrico Pitzianti, Cagliari 1988, si occupa di estetica e arte. È parte della redazione di Artnoise e di Dude Magazine. È laureato in semiotica, ha fondato il progetto artistico online GuardieShow ed è consulente per SpaceDoctorsLtd