Teseo non ha mai rivelato quel che ha trovato davvero nel labirinto. Un racconto di Gregorio Meier.


In copertina: Spring Labyrinth, di Jacek Yerka

di Gregorio Helder Meier

a Karin Meier

Chi avrebbe mai immaginato che l’ira di un re tradito dalla moglie potesse arrivare a tanto? Una collinetta alta una trentina di metri formata da un ammasso di scheletri mescolati a brandelli di carne putrescente e stracci sgualciti occupava gran parte della stanza centrale del labirinto: una stanza enorme, smisurata, proprio come narravano le leggende. Teseo si limitò ad assicurarsi di non aver perso niente lungo i cunicoli e gli antri appena percorsi. Aveva i minuti contati: la fiaccola, la spada, il filo dell’amata. Era risoluto nel voler andare fino in fondo. Neppure il tanfo della decomposizione dei cadaveri più recenti lo fece vacillare: nonostante la poca luce, sulla cima della collina gli era sembrato d’intuire l’ombra di un colosso girato di spalle che dormiva accucciato su un fianco. Si racconta che fu soltanto a pochi passi dall’obbiettivo che l’eroe iniziò a sospettare che niente sarebbe andato secondo i suoi piani. Raggiunta la vetta, l’entusiasmo gli scemò d’un colpo: l’agguato era fallito.

Non riusciva a credere ai suoi occhi. Sentiva la forza svanirgli via dalle membra, il sangue raggelarsi. Inutile pensare di poter tornare indietro: ormai ci era dentro fino al collo. D’istinto lasciò andare un grido, come per dire sono qua, ma nessuno rispose. La penombra quasi lunare che l’aveva accompagnato per tutto il viaggio sembrava infittirsi. Ravvivò la torcia stropicciando lo stoppino nella calotta di un cranio e subito si mise sotto a perlustrare la collina, in cerca del nemico. Provava a ostentare sicurezza, dominio di sé: in realtà, senza nemmeno accorgersene stava tremando in maniera incontrollata. Il petto gli sussultava, le spalle e le braccia scattavano disarticolate e scoordinate come quelle di una marionetta. Non aveva mai provato così tanta paura prima d’allora. Pensava con insistenza ad Asterione, a come se l’era sempre immaginato fin da quando era bambino. Le corna di toro, le fauci che si spalancano in una voragine, i denti grandi come massi, la pelliccia ispida e folta, le grida di guerra furiose, i muscoli grossi e possenti. A tratti la paura gli premeva così forte che paradossalmente sentiva il corpo come sul punto di esplodergli in un orgasmo a un tempo geometrico e bestiale. Dalla soglia di quell’eccitazione insopportabile, gli occhi sezionavano il morbido sfarfallare della torcia in forme e istanti.

Poi fu un attimo: si sentì afferrare per la mano sinistra – quella che teneva il gomitolo dell’amata –, quindi uno strattone violento da dietro, il corpo che si fa cosa e schianta sulla schiena, infine la torcia che gli vola via dall’altra mano per poi fracassare al suolo pochi metri più in là. Nemmeno il tempo di realizzare che era già sull’attenti. Aveva il cuore in gola. Sguainò la spada, si accovacciò con le natiche sui talloni. Il silenzio era perfetto, sporcato appena dal raro squittire dei ratti che scapricciava dentro alla massa caotica della collina, il loro viavai frettoloso tra i vuoti. Nel mentre si guardava attorno, sentiva un brivido oscuro montargli dentro la pancia, una voglia perversa di catastrofe che cresceva e cresceva e che soltanto a fatica riusciva a controllare: l’idea d’essere stato appena agguantato dal mostro, che potesse essere lì a due passi, sotto sotto lo esaltava. Questo almeno finché non realizzò ciò che gli era realmente successo: in fondo una banalità. Con tutto quel perlustrare la collina in preda alla furia e all’angoscia, aveva finito per impigliare il filo intorno a un osso che spiccava a mo’ di paletto lì accanto a lui, un paio di giri e un nodo – quindi lo strappo, lo strattone al braccio sinistro e infine il rinculo, quanto bastava per farlo rovinare sulla schiena.

Che accidenti stava succedendo? Teseo era sempre più confuso. Perplesso, si mise a fissare in maniera ostinata il rimasuglio di gomitolo che stringeva nel pugno: ne aveva consumato parecchio con tutto quel da farsi, ormai era ridotto alle dimensioni di una noce. La possibilità che il filo si potesse strappare non l’aveva proprio calcolata, men che mai che avrebbe scambiato un inciampo per l’agguato di un mostro. Uno sconsolato senso di realtà iniziò a insinuarsi tra le tante fantasie che lo avevano portato ad avventurarsi fin laggiù, nell’ultima stanza del labirinto. Arpie, ciclopi, divinità: a ripensarci ogni antro o cunicolo esplorato era tremendamente vuoto. E soprattutto ormai era già da un bel pezzo che correva in lungo e in largo per quella collina: aveva cercato dappertutto, frugato in ogni pertugio ma niente, il Minotauro si era come volatilizzato.

Forse ché aveva soltanto sognato fino a quel momento? L’eroe non riusciva a darsi pace. Era inconsolabile. Sospirava, borbottava. Di quando in quando si rammentava di Asterione e allora gli prendeva la stizza e si metteva a imprecare i soliti chissà dov’è, chissà se esiste, chissà perché. Nello stesso tempo, però, continuava a temere che il mostro potesse avventarsi su di lui da un momento all’altro, esplodergli addosso come un uragano e divorarlo. In fondo la possibilità che quella del Minotauro non fosse soltanto una leggenda era un’ipotesi che non poteva essere scartata, anzi: quella gigantesca collina d’oscenità su cui era seduto implicava necessariamente un colpevole, il mostro.

Più passavano i minuti e più che l’atmosfera si faceva estenuante in quella stanza. Era già passata una buona mezzora dall’incidente col filo e l’eroe ancora non si era smosso dal punto in cui era caduto. Se ne stava accucciato sulla spada a rimuginare tra sé e a giochicchiare col gomitolo dell’amata. Pensava e ripensava ai suoi enigmi. Il dubbio lo teneva intrappolato nell’attesa. Le sue fantasie di gloria – quella gloria che più di un indovino gli aveva predetto prima d’imbarcarsi per Creta – erano dure a lasciare il posto al silenzio che giganteggiava tutto intorno. Che poi la verità è che lui nemmeno se ne rendeva conto delle ragioni intime che ribollivano poco sotto la superficie dei suoi pensieri. Di fatto nel suo cuore si era venuta a creare una sorta di spirale discendente che vorticava tra speranze di grandezza e sentimenti d’orrore, il cui moto serpentino era determinato dai sussulti sempre più rapidi e ossessivi dei suoi slanci d’onnipotenza che, non trovando appigli nel mondo, si risolvevano regolarmente in vertigine, in quel fagocitarsi dell’anima il cui unico effetto era appunto quello di tenerlo inchiodato sul posto, nell’enigma della noia, ad aspettare chissà che. E fu proprio per via di quell’attendere ostinato, di quelle aspettative sempre frustrate, che finì per essere travolto da un’allucinazione prodigiosa.

Fu come passare dalla vita alla morte. Improvvisamente tutto cominciò ad apparirgli estraneo, impossibile. Le ossa, gli stracci, il fodero della spada che gli faceva capolino dal fianco sinistro, la torcia che sfrigolava a pochi passi, il labirinto – quel freddo umido come di grotta –, il Minotauro, lo stratagemma del filo, l’amata, le sue stesse mani: che cosa significava tutto ciò? Peggio ancora, a un certo punto si ritrovò che addirittura non riusciva più a comprendere che cosa significasse nominare ed essere nominati – esistere ed essere sé. Era una suggestione a un tempo terribile e familiare. Aveva la sensazione che quell’allucinazione di morte fosse la trama nascosta di tutte le cose, che non esistesse altra vita al di là dell’assurdo, che insomma ogni destino non fosse che un perpetuo e inutile dimenarsi nel vuoto.

Ma in realtà quel delirio della presenza sarebbe durato appena qualche minuto. In un battito di ciglia l’eroe avrebbe sciolto le questioni della follia e tutto il resto, una sola visione per liberarsi in una volta dalla folla di enigmi e sospetti che lo avevano torturato dal momento in cui aveva messo piede sulla vetta. Perché a ben vedere ogni sua cogitazione non era che espressione della questione fondamentale: svelare il volto del Minotauro.

Teseo era sempre più allucinato, in preda al panico. Sbraitava, ringhiava, piangeva, arrancava. Gli occhi frugavano inquieti in ogni dove, in cerca di una via di fuga. Sembrava una bestia ferita a morte: scorgeva minacce dappertutto. D’un tratto lasciò andare la spada e il gomitolo a terra. Buttò giù un groppo di saliva. Era successo tutto all’improvviso: un formicolio al braccio sinistro seguito da una fitta in mezzo al petto, da togliere il respiro, come se una lancia di bronzo l’avesse passato da parte a parte. L’idea che quell’attacco potesse essere tutta una montatura della sua testa non gli frullò nemmeno per un istante. Lanciò un urlo di dolore straziante, crollò sulle ginocchia: era dunque quello il Minotauro? Levò il braccio destro come per mettersi a pregare il cielo: da che era là dentro, quella era la prima volta che puntava dritto verso il soffitto. Alzato lo sguardo, s’accorse che sopra di lui c’era una forca. Era grande, esagerata. Dalle quattordici funi che gli incombevano a perpendicolo sulla testa, i ragazzi e le ragazze che per ultimi lo avevano preceduto in quello stesso disperatissimo viaggio pendevano dritti e rigidi come stalattiti, tracciando cerchi impercettibili con le punte dei piedi.

Il panico svanì d’un colpo: l’orrore aveva trovato la sua forma. Non c’era più niente da cercare, nient’altro da sapere: Minosse aveva messo in giro una bugia bella grossa riguardo all’ospite del suo labirinto. In men che non si dica l’eroe sbrogliò il filo che gli era rimasto annodato intorno all’osso e si avviò a rifare il gomitolo fino all’uscita, a passo svelto: aveva i minuti contati. Una volta fuori, giurò a se stesso che non avrebbe mai fatto parola con nessuno dei segreti di quella stanza.

Il voler fuggire Arianna fino a dimenticarla, il ritorno sgangherato ad Atene, i racconti improbabili intorno alle proprie imprese, la testa irrimediabilmente intrappolata sulla luna. Da quel giorno in poi, l’uomo non avrebbe avuto altro destino.


Gregorio Helder Meier Nato a Prato il 30/08/1983. Disoccupato, attualmente risiede a Prato.