Per il signor Ivo c’è ancora qualche piega. Un racconto di Luca Giommoni.


Copertina: Pablo Picasso, La Repasseuse (1904)

Questo racconto è stato pubblicato originariamente sul Corriere Fiorentino (che ringraziamo) il 19/8/2018 in occasione della rassegna di racconti estivi curata da Vanni Santoni.

di Luca Giommoni

– C’è ancora qualche piega, – disse la signora Elsa, prima di rendere l’anima al San Giovanni di Dio a Orbetello.

Era l’estate del 2006. Nella stanza d’ospedale, una bandiera italiana d’occasione pendeva sopra il signor Ivo, fisso, con lacrime da vedovo, sulla linea piatta dell’elettrocardiogramma. Ivo si sporse per verificare che quella linea fosse tutta lì e che non proseguisse oltre lo schermo celando preziose onde vitali. Ma c’era solo quella linea elettronica all’apparenza così liscia proprio come la camicia che indossava lui.

La signora Elsa aveva consacrato la vita alla precisione del marito: se il signor Ivo tutte le mattine si era recato al lavoro senza una grinza, il merito era solo dell’ostinata e premurosa crociata della moglie.

Il caldo afoso, quel male al cuore così all’improvviso, le avevano impedito di stirare quella mattina. Le ultime parole della moglie furono proprio per quella responsabilità incompiuta. Un’esistenza spesa a combattere pieghe e una linea dritta e liscissima che se la porta via, pensava Ivo, lasciando la moglie in mano ai dottori. Prima di accomiatarsi, controllò un’ultima volta, da più vicino, il monitor dell’elettrocardiogramma: niente onde.

A piccoli passi, per ragionare meglio, uscì dall’ospedale ripiombando nel caldo torrido. Si avviò verso la sua casa sulla laguna di Ponente, muovendosi tra l’aria umida e sapida e le grida provenienti dalle finestre per il primo gol dell’Italia, rimuginando sul non aver nessun familiare da avvertire. Quella povera donna è morta con il rimpianto che c’era ancora da stirare a casa, pensava. Non ha fatto in tempo a vedere che la morte è ritratta da una linea così precisa, non ha avuto neanche quest’ultimo conforto, si rammaricava tra sé, scortato dal bisbiglio livellato del mare. Un buon marito lo sono stato, la presenza gliel’ho sempre data, mica come quelli che fuggono da casa per rinchiudersi nei bar, si convinceva mentre un via vai di clacson e tricolori al vento sfrecciava davanti al vecchio mulino. 

Tornato a casa, si trovò di fronte le file di panni ancora da stirare. Aprì la finestra per far entrare un po’ di brezza e contemplò il leggero moto ondulatorio di quello stipato mare chiamato laguna. Il ferro da stiro, sull’asse, era privo di quella vitalità esibita quando lo impugnava la signora Elsa. Lo raccolse e se lo studiò un po’. Prese una boccata d’aria alla finestra e lo sguardo gli ricadde sul mare. Portò il ferro al livello dell’acqua e, con una lenta ma decisa passata da parte a parte, simulò di stirare le onde che con il loro andirivieni spezzettavano quella distesa bagnata. Decise che avrebbe stirato quei panni.

Qualche ora dopo, Ivo si accomodò fuori e lasciò che i pompieri facessero il loro lavoro. Ivo si interrogò su cosa fosse andato storto,  e si disse che doveva acquisire dimestichezza.

Dopo aver sbrigato la burocrazia richiesta dal lutto, si recò in una stireria cinese. Gli addetti ai banchi se lo ritrovarono, tutti i giorni, che faceva su e in giù tra le postazioni, ispezionando con le mani incrociate dietro la schiena. Qualcuno dei più giovani, ritenendo fosse il nuovo titolare, gli elargiva inchini, sempre contraccambiati da Ivo. Con la buona abitudine del fare poche domande e dell’osservare bene per imparare, memorizzò ogni passaggio di quel mestiere. Quando stabilì di essere pronto, fece recapitare alla stireria uno stock di pasta Barilla.

I registri vendite della Coop di Orbetello, nel periodo giugno luglio 2006, riferirono un inaspettato aumento di vendite di prodotti da stiro, incluso un ferro senza fili di ultima generazione. Stanco di stirare solo il necessario, Ivo era infatti passato all’in più. Comprava vestiti solo per sgualcirli e stirarli. Ripassava al necessario già stirato, lo spiegazzava e lo ristirava. Stirò anche per i vicini o per chi passava di lì per caso, risoluto nel voler acquisire una tecnica definitiva.
Alla ricerca di quell’assoluta assenza di pieghe, finì col dormire sopra l’asse da stiro, ripiegata a terra, circondato da cumuli di panni stirati.

In molti dissero che il signor Ivo, a furia di starsene chiuso in casa, oppresso da tutti quegli indumenti, al caldo reso ancora più caldo dai vapori, aveva perso la ragione; ma fu con ragione se il signor Ivo, una sera, spazientito dal non riuscire neanche più ad arrivare alla moka, decise di sgombrare la casa. Era la sera del 9 luglio 2006. Appoggiata l’ultima pila di panni, si accorse di essere arrivato fino alla piccola striscia di scogli che sfociava nella laguna. Dietro di lui, una corsia delimitata da tessuti stirati si spiegava fino a casa sua. Davanti, il mare, con le sue grinze capricciose, gli ricordò l’unica cosa da fare. Tornò in casa e prese il ferro da stiro. Si accovacciò fino a toccare per terra con il ferro e iniziò a camminare, quasi a gattoni, percorrendo la strada transennata da vestiti. Il rumore lacerante dello strascicare del ferro sull’asfalto lasciò posto a quello più incoraggiante dei ciottoli ricoperti di alghe, poi venne quello accogliente del mare. Sembrava stesse cercando qualcosa sott’acqua, in realtà, stava solo stirando il mare. Potrei arrivare alla Giannella, pensò. Poi andò giù. La scia che si lasciò dietro, per un attimo, fu intatta, priva di pieghe, poi le onde tornarono a confabulare, illuminate da fuochi d’artificio sparati in alto per festeggiare la vittoria del mondiale.


Luca Giommoni (Cortona, 1985) ha pubblicato con le riviste A Few Words, StreetBook Magazine, Locomotiv; a breve un suo racconto sarà pubblicato su effe – periodico di altre narratività. Il suo racconto Don’t stop è arrivato finalista al concorso Petrarca.fiv.