Un paziente di Lacan, il celebre psichiatra, soffriva di una strana malattia: la “sindrome da automatismo mentale”.


(Questo testo è tratto da “Il sapere che viene dai folli”, a cura di Nicolas Dissez e Cristiana Fanelli. Ringraziamo l’editore Derive Approdi per la gentile concessione)

di Marcel Czermak

Le parole imposte: «ho ucciso l’uccello blu»

Uomo di 26 anni, ex studente di Scienze e di Lettere, era stato ricoverato dopo un tentativo di suicidio mediante farmaci, provocato dalla certezza che tutti conoscessero i suoi pensieri.

Presentava quella sindrome di automatismo mentale che tanto spesso stupiva Lacan, il quale constatava, per l’ennesima volta, che tutti noi siamo preda di un automatismo mentale “normale” e che la parola è un «parassita». Di fatto, se parlare è anche intendersi, commentare, anticipare la parola futura, come anche sigillare retroattivamente il significato, è piuttosto raro rendersene conto e l’effetto è spesso devastante per coloro (gli psicotici) a cui capita.

Sottolineiamo che l’automatismo mentale ha fondamentalmente una struttura d’esposizione. «Gli altri mi sentono per telepatia. A volte ho voglia di suicidarmi perché non mi sentano più». La sua certezza di essere sentito proveniva da ciò che denominava le “parole imposte”, le “parole parassite o emergenti” che irrompevano a contrastare il suo pensiero, interrompendone il corso, oppure nel dialogo. Queste parole giungevano dunque in risposta, in opposizione, al suo pensiero, a contrastarlo senza che lui potesse riconoscervisi.

Esaminiamone le caratteristiche:

– queste parole imposte che “non hanno rapporto” (con il pensiero) sopraggiungono con un ritmo “rapidissimo”, si impongono a “flash”, a “cicli”, “pulsano”, arrivano “a raffiche” e sono “rimuginate”;

–  trattano essenzialmente di morte, stupro, sono offensive;

–  cominciano spesso per sale (“sporco”) o più raramente saint o sainte (“santo”, “santa”);

–  spesso si riferiscono a lui in terza persona, mai in seconda, talvolta in prima persona e allora lui si indigna per il fatto che gli si voglia addossare ciò che deplora, “l’aggressività morbosa”;

– spesso si tratta di pezzi di frase che richiedono un complemento sotto forma di “frase riflessiva” introdotta dalla congiunzione “ma”. Su questo punto torneremo;

– sono enigmatiche, «queste voci non hanno alcuna logica che le leghi. Forse è la mia immaginazione che è slegata», «sento delle voci che sono suoni reali ma che non riesco a decifrare dal punto di vista del senso ed è, nella mia testa, la mia immaginazione che le codifica»;

–  spesso si tratta di veri e propri neologismi;

–  il paziente nega il loro carattere allucinatorio, ma la loro tonalità le fa immediatamente riconoscere e distinguere dal pensiero “normale”.

Eccone qualche esempio:

«Ho violentato l’uccello blu»

«Ho violentato l’uccello grigio»

«Ho ucciso l’ucc»

«Ho ucciso l’uccello blu»

«Vogliono uccidermi gli uccelli grigi»

«Vogliono violentarmi gli uccelli blu» (torneremo sulla questione degli uccelli: era lui stesso che si considerava uno strano uccello. Una voce, una volta, gli aveva detto: «Ha dei bei seni, l’uccellina»)

«Sono stato violentato»

«È una violazione di…»

«È anarchic system…»

«È monarchic system…»

«Loro hanno voluto assassinarmi»

«È sporco assistentato politico» (vedremo la dimensione di transfert connessa a questo neologismo)

«Sporca frammentazione dell’intelletto»

«Sporco ostrogodus dell’intelletto»

«Farebbe meglio ad andare a cercare un lavoro».

 

L’arte dell’enigma e la telepatia

Il paziente non ha alcuna idea del senso da dare a queste frasi. Questi neologismi sono, in alcuni casi, enunciazioni pure, vale a dire enigmi. Lacan affermava che «un enigma, come indica il nome, è un’enunciazione di cui non si trova l’enunciato», e più oltre: «In che consiste l’enigma? L’enigma è un’arte che definirei tra le righe, per alludere alla corda». A ogni modo, in questo caso è un’arte del tutto spontanea, automatica e di un’ispirazione che pareva insensata al paziente stesso.

All’occasione, questa strana arte tra le righe possiede linee di forza molto peculiari che annientano il soggetto, lo contraddicono, lo ingiuriano, parlano della sua morte, del suo stupro, della sua trasformazione in femmina. E quando parlano in prima persona, si tratta di una prima persona in cui il paziente non si riconosce. Il suo io è di un altro, è divenuto altro, passato dall’altra parte. Si è inguainato come in un guanto ed è un io rivoltato, come si rivolterebbe una comparsa che lo uccide.

Le parole imposte avevano fatto il loro esordio all’età di 15 anni, quando il paziente faceva “da cuscinetto” tra padre e madre in occasione dei loro litigi, o quando sua madre faceva “da cuscinetto” tra suo padre e lui. Sono innescate dalla sua stessa riflessione, dal dialogo o da avvenimenti “sensibili”. Esse assicurano il paziente della sua telepatia trasmittente di cui ignora di essere sia l’emittente che il recettore. «Quando parlo di me, quando sono telepatico, tutti mi sentono, tutti sentono le mie voci, queste dicono: “Ho violentato l’uccello grigio, sono stato violentato”». Dove si vede che le cose sono un po’ più complesse del modo in cui Lacan le rende nel suo seminario, poiché questa “telepatia” poggia tanto sul suo pensiero e la sua parola quanto sulle voci che certo gli sembrano provenire dall’altro, ma anche di essere sentite, in un’eco moltiplicata che è la versione allucinatoria verbale dell’immagine moltiplicata tra due specchi.

Come definisce la sua telepatia? «È la trasmissione del pensiero… Tutto ciò che penso è sentito da centinaia di persone, io sono l’emittente, altri sono i recettori. Non è mai in senso inverso».

Franco Mulas, Ritorno all’ordine.

 

«Mi hanno ucciso gli uccelli blu»

Come sa di essere sentito? Spesso per le reazioni sui volti degli altri. Così, «quando stamattina sono andato a telefonare a mio padre, ho visto degli studenti andare al corso del dottor Daumézon… Immediatamente ho avuto una frase imposta: “Mi hanno ucciso gli uccelli blu”. Ho visto il volto di una ragazza che sorrideva e che si è subito irrigidito». A cos’ha pensato? «È una frase inconscia, siccome lei sorrideva, ho pensato che fosse per me».

Insomma Mi hanno ucciso gli uccelli blu è venuto in risposta al sorriso della ragazza.

Poi: «Ho un’autentica voliera nella testa… uccelli blu o grigi»: l’allucinazione assume il carattere di echi cacofonici.

Perché l’uccello blu? «È Mallarmé, il grigio sono le nubi. È un’immagine poetica banalissima. L’idea mi è venuta leggendo la poesia di Mallarmé, L’azur».

La studentessa? «Mi ricordo di una ragazza bruna con l’henné ai capelli, erano in quattro, quel che è terribile sono le frasi imposte e allo stesso tempo interiori come se prendessi il posto di altre persone. Un miniteatro».

Insomma, la sua parola è divenuta straniera poiché risuona in chi gli passa accanto, vi scivola e cade dentro: gli ritorna dall’altro. Ancora, passato dall’altra parte, rivoltato come un guanto, si sente come altro da sé. D’altronde, in occasione di un esame più serrato dirà: «Non so più se sono frasi imposte o se sono io che penso. È una regressione morbosa». Dove si vede bene che la convinzione dello psicotico può spesso essere meno ferma di quanto non si pensi e lasci talvolta la porta aperta a un’ipotesi alternativa. Poi: «A momenti sento delle frasi, la mia immaginazione lavora, è molto complicato e mi è difficile esprimermi».

In questo quadro, il paziente indica benissimo quanto il fenomeno deve alla rottura del dialogo interiore: «Non sarebbe imposto se avessi un dialogo interiore con me stesso». Il pensiero imposto “non è riflessivo” perché non è un dialogo. Quando il paziente pensa, risponde altrove, con un altro registro, con un registro altro, nel Reale, che all’occasione può essere benissimo quell’altro che passandogli vicino risuona realmente di un pensiero che lui gli trasmette nella stessa dimensione e (contrariamente a quel che lui crede) effettivamente in risonanza, poiché il termine “riflessione” si applicherebbe meglio a un fenomeno di moltiplicazione speculare.

 

Prigionieri delle parole

Alla luce di ciò, si comprenderà quanto segue: «Ho la sensazione di essere un po’ sdoppiato. Ho impulsi aggressivi verso le persone, verso certe etnie, ho l’impressione che il mio cervello non sia tanto raccolto, che non si tenga assieme. Dai corsi di anatomia ricordo le tre parti del cervello. Le mie non pulsano più allo stesso ritmo. Sono xenofobo, razzista. Il mio cervello è scordato. Vedo le persone e si scatena un’ondata di ingiurie: “sporco ebreo”, “sporco negro”».

Così, si riconosce a momenti in queste parole imposte, grazie al dialogo. Gli ho chiesto: «Queste frasi “sporco ebreo”, “sporco negro”, sono ciò che lei definisce aggressività? In cosa vi si riconosce? Chi è che pensa?». E lui: «Sono io. Non sono allucinazioni, ahimè!». Non sono idee sue? «È in questo che c’è sdoppiamento e disaccordo nel mio cervello. Nel mio pensiero sono antirazzista, ma a livello dello scatto che si produce, mi metto talvolta a insultare».

In che misura allora sono imposte queste parole? «Io non rifletto e il fatto di avere un contatto sensibile produce uno scatto diretto. Ho appena detto “sporca marmaglia ebraica guerriera”».

Ecco che distingueva bene le sue parole imposte dalle altre forme di allucinazione di cui aveva potuto patire. La nostra insistenza nel voler definire i fenomeni ci era valsa la sua ingiuria, non accettata, ma formulata attraverso la parola imposta “sporca marmaglia ebraica guerriera”. D’altra parte, quella parola imposta, ce l’aveva restituita spontaneamente, senza che gli avessimo chiesto nient’altro…

Quel che è certo, poiché rifiuta il carattere allucinatorio delle sue parole imposte, è che la cosa ha «aspetto di parola nella misura in cui è costruita come un discorso, come io parlo a lei. Io non restituisco la logica delle visioni, sono parole che sento nel mio cervello». E poi: «Non è qualcosa di pensato, arriva con il contatto, arriva tutto d’un colpo, ci sono delle frasi parassite che vengono a innestarsi». Ecco il carattere di parassita, di cancro della parola. Ecco l’aggressività sempre mortale e inaccettabile. Ecco il suo ritorno nel transfert: l’allucinazione “sporca marmaglia ebraica guerriera”.

Il paziente lo sapeva bene: «Bisogna che reagisca. Siamo prigionieri delle parole, è atroce… non so come fare con tutte queste frasi che mi assalgono. Vengono anche quando leggo».


Il sapere che viene dai folli: Quel che la psicosi ci insegna sull’amore, il corpo, il femminile, l’immagine, la libertà, il linguaggio, il sapere. A cura di Nicolas Dissez e Cristiana Fanelli (DeriveApprodi)
In copertina: Giuseppe Gallo, Occhio che non vede cuore che non duole, 1992, courtesy Pananti.