La vita di un criminale nazista fuggito in argentina, il ritratto intimo di un’epoca che ha riciclato senza scrupoli la parte più buia della nostra storia.


(Questo testo è tratto da “L’uomo che viaggiava con la peste”, di Vincent Devannes. Ringraziamo Neo Edizioni per la gentile concessione)

di Vincent Devannes

Ho scoperto Bariloche qualche tempo dopo il mio matrimonio. Non dovevo più avvicinare un atomista o un fabbricante di aerei. No, la clientela di Mercy era cambiata.

La prima volta che ci porto Teresa, che viene controvoglia, non devo fare niente, per così dire. Questo far niente in cui eccello. Questo ozio che può essere uno stile di vita, fino alla morte, unico evento degno d’interromperlo. La missione consiste nello scendere al Colonial o al Llao Llao, passeggiare con la propria moglie, frequentare le sale da tè come fossero bar e i bar come fossero sale da tè.

E siccome in un posto piccolo i giorni si accumulano in modo diverso e sembrano darsi fastidio a vicenda tanto si somigliano e si stufano di riconoscersi, il far niente diventa un’attività sufficiente per farsi amici gli europei in villeggiatura sulle rive del lago.


A Bariloche gli ex delle SS, gli ustascia, i superstiti della Guardia di ferro e di tutte le legioni in frantumi si sentono a casa, come nel Tirolo o nei Carpazi. E se sopraggiungesse un pericolo, non appena saliti su un vaporetto sarebbero già in Cile.


Mangiamo strudel, applaudiamo i musicisti sotto i loro brutti gazebo. Ci prestiamo anche a passeggiate in montagna, o a giretti in barca sul lago, o persino a un’escursione nella sponda cilena. Mercy vuole che diventi un volto familiare, che mi salutino, che presto, fin dalla stazione, i facchini mi riconoscano. Teresa mi aiuta. Una bella donna che sembra sempre contrariata e sul punto di piangere ti dà un contegno particolare, quasi grave; il che mi attira addosso la curiosità di questa popolazione di tedeschi, onesti piccolo-borghesi e specialisti dell’informazione, bottegai esperti nel soffocamento delle ribellioni, turisti altrettanto ferrati nel trattamento della sovversione e nell’uso del kit da pic-nic.

Con il mio accento ormai argentino, e accompagnato dalla señora Lurado de Dallien, non faccio paura a nessuno. Ispiro appena la diffidenza d’uso. La maggior parte di quegli uomini ama il denaro o non ne ha abbastanza. Si lasciano andare a qualche imprudenza quando fiutano un uomo che ne possiede. E Mercy ha fatto tutto il necessario perché mi prendano per uno di quegli ereditieri di cui cercano la compagnia.

A Bariloche gli ex delle SS, gli ustascia, i superstiti della Guardia di ferro e di tutte le legioni in frantumi si sentono a casa, come nel Tirolo o nei Carpazi. E se sopraggiungesse un pericolo, non appena saliti su un vaporetto sarebbero già in Cile. Lasciando a malincuore Bariloche, le sue panchine fiorite, i suoi lampioni fioriti, i suoi garage fioriti. E le sue allegre celebrazioni del 20 aprile, anniversario del Führer, dove gli uomini scoppiano di nostalgia e fanno ballare le donne.

Mercy mi ha consigliato di preferire i nuovi ricchi della comunità, per i quali il Terzo Reich era una chance di ascesa. Ma Teresa piace agli altri, ai declassati, ai baronetti, quelli che amano Fred Astaire e a cui piace contraddire il cliché dell’ufficiale prussiano. Non mostro mai alcun pregiudizio contro il vecchio Asse. Anche se non frequento la chiesa, per forza di cose mi assimilano facilmente a quegli anti-comunisti. Mi riconoscono uno spirito non sottomesso ai predicozzi dei liberali, e non di semplice facciata. Ispiro fiducia perché ormai sono troppo argentino per avere lo stesso passato che ha portato tutti quegli uomini ai piedi della Cordigliera. Sentono in me un’aria di libertà, libertà che loro, nonostante la sicurezza dimostrata, non si godono poi così tanto. Non sarà forse che in fondo io speri ingenuamente di nuocere in qualche modo a quell’Amerika Korps, come gli piace chiamarsi? Di lasciarmi dietro una traccia, per quanto infima, di giustizia? Forse. O forse me l’invento retrospettivamente. Perché a quell’epoca tutto ciò non aveva l’odore forte e pungente della vergogna.

Il contegno malinconico di Teresa spiega con naturalezza la mia assiduità al bar del Colonial fino a tarda sera. Affetto da un alcolismo discreto, posso sedermi in mezzo a quelle presenze, condividere le loro storie, diventate così poco criminali nel Nuovo Mondo. Scopro quali patronimici usano, quali membri della famiglia li accompagnano, le loro situazioni finanziarie, le alleanze che si sono fatte e disfatte tra loro, e anche gli odi. Scopro se parlano bene lo spagnolo, se bevono, se hanno delle amanti, dei nuovi progetti.

Quando Eichmann viene catturato, lui che frequentava poco Bariloche e faceva una vita austera in un quartiere modesto di Buenos Aires, la spensieratezza abbandona le rive del lago. Ci passo una buona parte dell’inverno e della primavera, ma le arie che escono dai chioschi diventano meno straussiane. I veri habitué non si fanno più vedere. Decido allora con Mercy che mi ci vuole una casa, che devo poter ricevere tutti quegli amatori di andinismo fuggiti dalle Alpi. Prendo in affitto uno chalet da un vecchio amico dei Lurado, cosa che fa molto piacere a Teresa. È stata lei a farla diventare casa Dallien, come l’hanno subito chiamata, uno dei rari posti di Bariloche in cui ci si diverte dopo le nove. In quella città di villeggiatura, con tutta la noia che comporta il concetto di villeggiatura, Teresa porta un’aria cittadina che gli altri hanno scordato e che rimpiangono, soprattutto quando viene sera e la stanchezza dello sci non basta, o quando i bar sono senza donne e senza vita. A volte Lisa o Ernesto vengono a passare qualche giorno con noi. Anche doña Lucía viene a trovarci quando il freddo svanisce. Le nostre habitué sono due lesbiche milionarie, affascinanti, un pizzico depresse, e una ex cantante che canta il bollettino meteo su El Son de Cordoba.

Riceviamo anche visitatori casuali, mischiati all’Amerika Korps: uno scrittore polacco e il suo favorito, vecchio spasimante di Teresa; un linguista americano; degli uomini che dirigono sempre qualcosa; e le loro mogli dalle pettinature più laccate di un mobile cinese; arricchiti, vecchi, studenti; europei, argentini, cileni, un giapponese; facce di un solo giorno e vecchie conoscenze. Come il dottor Gregor, che adesso vive non so dove nel nord del paese, e che una sera, seduto accanto a me, si chiede se la mia nuova posizione mi metta o meno al riparo da un’eventuale suo ricatto. A volte siamo una ventina, a volte quattro o cinque. I gruppi si formano in maniera semplice. Da un lato gli amatori di andinismo. Dall’altro quelli che soffrono di sorroche, un male di montagna tipico del sud della Cordigliera, contro il quale non c’è astuzia che tenga. Appena ti coglie devi scendere, o altrimenti ti viene l’edema. Questa divisione dell’umanità vince su tutte le altre, che siano politiche o semplicemente legate alla lingua.

Quelli che non ci conoscono, a me e Teresa, s’immaginano che siamo sposati da un pezzo per via di quel nostro modo di non guardarci, di non rivolgerci la parola, di limitarci a sorrisi neutri. In realtà Bariloche ci aiuta a sopportare la situazione. A Teresa non sono mai mancate le proposte di matrimonio, ma lei voleva solo Hiacinto, un bell’uomo la cui viltà non era priva di fascino, e incapace di contraddire la famiglia per sposare la figlia di un uomo rovinato. Quando ho iniziato a lavorare per Mercy, Teresa è venuta a trovarmi nel mio nuovo studio dell’avenida Santa Fe. Avrebbe potuto trovare facilmente un altro posto per parlarmi, anche tête-à-tête. Andavo spesso a casa sua di sera o di domenica.

Giocavo a shesh-besh o a truco con suo padre. Ascoltavamo insieme le brillanti intuizioni di Ernesto sull’avvenire del cemento. La rimpiazzavo anche per aiutare Lisa a provare il suo testo, perché Lisa aveva cominciato a seguire un corso di teatro. Teresa diffidava ancora della mia finta indifferenza, e a ragione. Ma il suo innamorato l’aveva messa incinta. Lei sapeva, non so tramite chi o per quale intuizione, che operavo nel mio studio. O forse s’immaginava che, da francese, compissi senza emozione quel tipo di pratiche. Ho rifiutato per orgoglio. Ho rifiutato di infilarmi in quel modo tra le sue gambe.

Le ho proposto il matrimonio. Lei ha riflettuto un minuto e ha accettato.

Decide allora con doña Lucia di organizzare alla svelta una cerimonia “decente”, prima che la pancia e la faccia non s’ingrossino. Per lei “decenza” voleva dire duecento persone riunite con semplicità nella casa di doña Lucia. Il tutto organizzato in meno di tre settimane. Ho un bellissimo ricordo di quel periodo. (Decisamente meno di quello che ha preceduto l’aborto spontaneo.) Sono i giorni in cui Teresa mi ha baciato varie volte, con finta malizia. Credo volesse disfarsi poco a poco dell’idea che il nostro matrimonio fosse solo un’ipocrisia, la cui durata sarebbe stata quella della sua vita o della mia. E poi amava ancora il padre del bambino.

In realtà ero io il più ipocrita dei due. Non mi aspettavo granché da lei, solo il privilegio di essere il suo cornuto. Ma volevo anche vederla ogni giorno e possederla senza averla sedotta.

Attribuiamo all’ipocrisia l’idea di un vizio o di una virtù che si produce senza violenza, un semplice comportamento da salotto, un esercizio civilizzato, in un certo senso. Ma l’ipocrisia può diventare una cosa infernale, uno di quei sogni che si tramuta in veleno e si diffonde nel corpo, lo scuote, lo rovina, lo invecchia. Nel momento in cui ho sentito il suo grembo ancora piatto ma già duro, nel momento in cui ha aperto le gambe con indifferenza coniugale, nel momento in cui mi sono dimostrato più maldestro che con chiunque altra, in quel momento abbiamo capito di quale menzogna eravamo i genitori e quale falsità totale e permanente avremmo dovuto nutrire e sorvegliare come un bambino. Ero sempre più lontano dalla stima naturale che si ha di se stessi. Per Teresa quel sentimento era del tutto nuovo. Credo sia ciò che tra noi, intimi o estranei, chiamiamo maturità.

Dopo aver perso il bambino mia moglie ha cambiato atteggiamento. Più inquieta per la sorella e il fratello, più dura per il padre. Quanto a me, mi guarda come si guarda la propria punizione. Siamo una coppia che non si tocca, non si parla, non si riconosce. Le sere in cui fuori nevica, la Bariloche bene viene a distrarci dai nostri pensieri di giovani murati.


Il Libro. 1950. Un uomo senza nome fugge da un’Europa lacerata dalla guerra per un misterioso crimine commesso. Al di là dell’oceano c’è l’Argentina. Mentre la lotta anticomunista si sta organizzando in tutto il mondo, Albert Dallien – questo il nome che gli verrà dato – comincia la sua nuova vita in una Buenos Aires carnale e impenetrabile, rifugio di criminali nazisti, di traffici e servizi segreti deviati, dove l’unica cosa che conta è scegliere il ruolo da giocare e farlo nel miglior modo possibile. L’uomo che viaggiava con la peste, partendo da una precisa ricostruzione storica, schizza il ritratto intimo di un’epoca che ha riciclato senza scrupoli la parte più buia della nostra storia. Con uno stile rigoroso e avvincente, Devannes traccia la parabola di un uomo segnato da una colpa oscura e dalla continua negazione della propria identità, quasi fosse lo specchio di un mondo che stentava a trovarne una.
Vincent Devannes, francese, è autore di sceneggiature e cortometraggi che hanno partecipato a importanti festival internazionali come quelli di Montreal e di Berlino. Sotto lo pseudonimo di Gustav Caroll ha pubblicato una satira, Contre lo sport, che ha avuto un grande successo di critica. Dopo Memorabilia, sta scrivendo il suo terzo romanzo. L’uomo che viaggiava con la peste, tradotto in tedesco ed ora in italiano, è il suo primo romanzo.
In copertina: The Plague, Arnold Böcklin