Ilya è uno scultore che riproduce con il marmo gli animali in via di estinzione. Lo fa in una città uguale ad Amsterdam, che si chiama Amsterdam, ma che non è Amsterdam. Ilya lavora in una vetrina del centro: i passanti possono fermarsi, entrare e pagare per osservarlo mentre lavora. Un giorno, mentre è con una cliente, sviene. Lei esce di corsa per cercare aiuto. (Vincitore del concorso letterario Urbanità Tentacolare)

 


Copertina: L’Avenir des statues, René Magritte

di Jacopo La Forgia

Il caos, si dice, è ordine non ancora interpretato, e Ilya è quello che sa decifrarlo meglio. La vetrina di Amsterdam in cui lavora è uno spazio quasi perfetto. I muri bianco osso, le luci morbide che non lasciano ombre, i disegni alle pareti – incroci di linee nere in cornici d’alluminio. Ilya è in mezzo alla stanza, di là di una seconda vetrata, e scolpisce. Io sto sul letto a una piazza e lo osservo. L’unico odore è il marmo, e il rumore quello degli strumenti. Quando Ilya si ferma per osservare la sua opera, sento solo un fruscio in fondo alle orecchie. Vedere, qui, è la cosa più importante. Gli altri sensi non contano. Per questo pago: per guardare.

Quando poco fa sono uscita in fretta, ho preso la bici e ho cominciato a pedalare, Ilya era steso sul letto con il corpo dritto e le braccia ai fianchi. L’avevo messo io così, dopo averlo sollevato da terra. Adesso sto andando a cercare qualcuno che mi aiuti a svegliarlo.

Solo metà della scultura, un beagle, emergeva dal marmo. Il resto era ancora nascosto. Ilya ci stava lavorando, quando s’è accasciato a terra. Nelle vetrine si riproducono le cose del mondo che vale la pena salvare. Ilya si occupa degli animali di piccola taglia.

Mi piace molto. Mentre lavora non parla, ma ogni tanto solleva la testa per guardarmi. Spero che dietro le occhiate ci sia dell’affetto. Alina insiste che Ilya lo fa per i soldi.

Non abito lontano da dove lavora. Quasi tutti i pomeriggi prendo la bici e pedalo per tre isolati. Passo sopra i ponti in pietra che separano casa mia dal centro, nei canali vedo gli occhi di creature grandi e lente. Intorno a me gli altri camminano nella pioggia. Il cielo tocca i palazzi.

La sua vetrina si affaccia sulla strada, Ilya attende sullo stipite qualcuna che voglia pagare per guardarlo lavorare. Sembra un padre che fa capolino nella camera dei figli per svegliarli.

Prima di entrare mi fermo dirimpetto, accendo una sigaretta e ci guardiamo per un po’ – io lì fuori appoggiata al muro e lui appoggiato al vetro, con le mani sporche di marmo. Attendo che passi un’altra potenziale cliente, Ilya la respinge e poi mi fa cenno di entrare. Questa messa in scena l’ho voluta io, e lui è stato d’accordo.

Per fortuna quando oggi sono corsa fuori non mi ha visto nessuno. Sto andando a cercare Alina.

~

È ancora giorno, ma i fari esterni del museo sono tutti accesi; puntano sulla folla all’ingresso che avanza lentamente per entrare. È l’inaugurazione della mostra con le riproduzioni degli animali sudafricani, realizzate a Johannesburg. Ghepardi, iene, rinoceronti. Ma soprattutto l’ultimo elefante africano. Fuori, tentano tutti di essere guardati e di guardare. Io cerco Alina. Non la vedo, sono costretta a infilarmi nella folla.

Ilya forse sta per morire.

La prima volta che sono andata da lui è stato come entrare nello scompartimento vuoto di un vecchio treno, durante un viaggio notturno. La presenza di Ilya era impalpabile, il freddo secco della stanza che veniva dopo l’umidità e la pioggia cancellavano l’odore del marmo. Ilya ha tirato la tenda alle mie spalle per nasconderci, come si chiude la tenda dello scompartimento per evitare che entrino altri viaggiatori.

Ho provato il senso di equilibrio degli spazi chiusi.

Tra le prime cose, ho chiesto goffamente cos’altro facesse nella vita. Ignoravo si potesse vivere solo di riproduzioni. Non ha risposto; ma non è sembrato infastidito, mi ha sorriso. Non ero mai stata da un riproduttore. Non andrò da nessun altro.

Quella prima volta sono stata così bene che ho pagato per due ore. Ilya stava finendo di scolpire un gatto soriano con la coda spessa.

Quando sono tornata alla pioggia, l’emozione mi ha fatto dimenticare subito tutto quello che avevo pensato mentre ero dentro.

~

Qualcuno alle mie spalle mi dice:
«È a invito! Non fanno entrare!»
L’accento di Alina.
«Vieni, proviamo a passare dal retro», dice tirandomi per il gomito, ma io non mi faccio trascinare e mi libero.

«Che c’è? Seguimi!»
«Ilya è svenuto mentre ero da lui».

Alina si ferma e mi guarda. Senza dire nulla va alla sua bici; io vado alla mia. Torniamo verso il centro, dove stanno le vetrine.

Alina lo sa perché il suo amico è svenuto, ma me lo tiene nascosto.

~

Percorrere con lo sguardo il corpo di Ilya non era facile: coesisteva nell’universo reale e in quello delle riproduzioni. Anche mettere a fuoco i suoi utensili era difficile. Martello, scalpelli, trapani, frese. Sembravano formarsi quando li guardavo e sparire se guardavo altrove.

La stanza era in verità molto simile a un qualsiasi luogo di lavoro, come ad esempio un cubicolo da centralinista. Gli oggetti sono disposti secondo una strategia segreta; messi in punti diversi ma con lo stesso grado d’intensità, partecipano una comune evidenza e nessuno è esposto a una luce più intensa di quella che incide sugli altri.

A essere davvero diverso era Ilya.

All’inizio non capivo che forma avesse: dopo una sessione di lavoro lo vedevo infilarsi nel piccolo bagno, inglobato nelle luci dello specchio, e mi sembrava si stesse dirigendo molto lontano, ben oltre l’orizzonte dei miei desideri. Ilya mi appariva completamente diverso dalle cose della vita, il pavimento di pietra, gli pneumatici, il goretex della giacca, tutto quello che dà la pace a chi vi si affida.

Lui allora mi aveva detto, vedendomi immobile e inerme:
«Dovresti andare, adesso».
«Posso rimanere sdraiata un attimo? Te lo pago, il tempo che ti tolgo».

~

Alina e io svoltiamo a destra e imbocchiamo il vicolo dove lavora Ilya. Alina prova ad aprire la vetrina.

«Ma che cazzo… hai chiuso la porta? Ma lo sai o no che si apre solo dall’interno?»

La sparizione di Ilya muterà l’ordine delle maree. Dallo spazio si guarda solo lui, più interessante della muraglia cinese o delle altre creazioni dell’uomo visibili da lassù. L’acqua dei canali si alza attratta dalla Luna, che si avvicina per capire cosa succede.

Guardo verso l’alto e le chiedo: «mi salverò dall’inondazione?»

Lei mi vede. La sua superficie è butterata come un mare in tempesta. La difformità senza criterio fa senso.

Ad Alina dico: «No… sì, sì lo so… non lo so perché… perché l’ho chiusa… sono uscita di corsa…». Lei stringe gli occhi, tira fuori il cellulare e digita un numero.

«Porca puttana, Joost non risponde. Andiamo a casa sua, che magari sta ancora dormendo».

«Ok…»

«E cerca di riprenderti. Non penso che Ilya sia in pericolo, se ho capito cos’è successo. Però è comunque meglio se ci sbrighiamo».

«Non è che potresti dirmi…» «Non c’è tempo. Andiamo».

~

Fuori dal Ring gli edifici ingrandiscono. Lo spazio, qui, è dominato in modo più deciso rispetto al centro, dove palazzi vecchi e deboli si piegano l’uno verso l’altro e provano a toccarsi, dai lati dei vicoli. Lì si urlano addosso mezzi sordi, qui comunicano con gesti più efficaci – una porta automatica che si apre, una bandiera che sventola – e la loro tirannia è subdola.

Pedaliamo verso la periferia di Joost, continua a piovere, si fa notte. Lui ha gli strumenti per rianimare Ilya e per farci tornare al nostro posto nell’ingranaggio, fantasmi dentro le macchine.

Più mi allontano da Ilya, più i ricordi si sfilacciano. Lì dove lavora, la prossimità degli edifici opprime il pensiero. Ilya mi aiuta a rimanere solida. Mentre sono lì che lo guardo scolpire, chiudo gli occhi e i pensieri si asciugano. Dal soffitto non cala più muco; la fanghiglia del pavimento, animale in cerca della preda, si secca. Fuori ci sono gli altri. Passano, trovano la tenda tirata, continuano a camminare, poi tornano. Aspettano che io sia finito, per entrare ed essere finiti anche loro.

Il centro è gomma fusa, ci si ammala; la periferia è ancora metallo, segna le ombre sulla superficie dei grattacieli, ma presto comincerà anch’essa a sciogliersi. La pista ciclabile che stiamo percorrendo è per fortuna ancora intatta. L’Amministrazione ha chiesto ai migliori riproduttori di cominciare a scolpire per conservare una traccia di ciò che sparisce.

Intorno a noi molti già affogano. Altri invece galleggiano a mezz’aria, incoscienti, tirati verso lo spazio dai corpi celesti più crudeli, Giove, Saturno, Nettuno. La Luna dovrebbe tenere le cose al loro posto, ma ha smesso di occuparsene.

Mi sembrava impossibile aver fatto del male a Ilya ma i corpi che volano nel cielo e gli altri che affogano mi convincono della mia colpevolezza.

~

Joost scende, ci viene incontro, gli spieghiamo. È un vecchio marinaio in pensione. Abita in periferia ma è anche il Signore del centro, di cui sa tutto.

Vaga per il quartiere del porto (dove lavora Ilya, dove vivo io) e controlla che le cose siano a posto. Che cosa faccia esattamente, non lo so. Ogni tanto appare. Entra da una porta, esce da un’altra, siede con le gambe penzoloni su un canale a guardare i germani reali che nuotano sul filo dell’acqua e a fargli il verso, oppure armeggia con cacciaviti intorno al motore di una barca. Soprattutto, cammina avanti e indietro nei vicoli delle vetrine. Si ferma a salutare i riproduttori e controlla che vada tutto bene.

Adesso mi fissa per qualche secondo, poi si rivolge ad Alina: «questa va sempre da Ilya. Questa il mese scorso ha quasi ammazzato una perché era rimasta troppo a lungo da lui. Chi mi garantisce che non l’ha fatto svenire lei?»

«Non è stata lei»
«…»
«Davvero, Joost.»
«Non voglio casini con l’Amministrazione». «Niente casini».

«Non sei stata tu, testa calda del cazzo? Non è che l’hai ammazzato così non lo vede più nessun altro?»

«…»
«Va bene, andiamo».

~

«Ciao! Vieni», diceva Ilya, un piede dentro la vetrina e uno fuori.

Non abbiamo mai parlato molto ma i tempi si sono allungati, e lì dentro ci passavo anche più di un’ora. Era come se quello fosse il mio ambiente naturale. Mi lavavo accuratamente mani e braccia e poi mi veniva concesso di accarezzare la scultura. Certe volte, mentre lo facevo, Ilya era attraversato da brividi; segnali di un amore lontano che si avvicinava.

«Ora devi andare», mi diceva d’un tratto, e in un batter d’occhio ero di nuovo fuori. Ma l’ultima volta ha aggiunto dell’altro, una cosa straordinaria:

«Mercoledì prossimo passa un po’ prima, quando non ci sono persone in giro, così abbiamo più tempo per noi due».

«Sì, io, ok…»
«Che c’è? Non vuoi più venire?»

«Io forse… Ilya, questa cosa non mi sta portando da nessuna parte, proprio nessuna…»

«E allora vattene!»

«…»
«…»
«Non hai fame?» «Come?»

«Cioè, quando finisci di lavorare avrai fame, no?»
«No, mangio prima».
«Magari ti vengo a prendere quando finisci, verso l’una, e mangiamo una cosa insieme».
«T’ho detto che mangio prima».
«Allora mi fai compagnia mentre mangio io. Ti prometto che poi non torno. Sparisco, non mi vedrai mai più».
Siamo andati in un ristorante cinese su tre piani. Siamo saliti al terzo e ci siamo seduti su un divanetto, nell’angolo più lontano dalle scale e dai bagni, uno davanti all’altra. Io ho ordinato dei ravioli al vapore e lui una coca cola. Ho preso a raccontare la mia vita da quando ero arrivata ad Amsterdam. Niente d’interessante.

«Io sono venuto qui che avevo diciassette anni, per studiare all’Accademia» ha detto lui. «Per pagarmi gli studi ho iniziato a esibirmi mentre riproducevo, e non ho mai smesso…»

«…»
«Mi sono fatto prendere la mano: faccio davvero molti soldi».
«E le vecchie?
«Le vecchie cosa?»
«Non ti fa schifo farti vedere dalle vecchie?»
«No, anzi, mi rilassa».
Solo questo gli ho chiesto, con tutto quello di cui potevamo parlare. L’ho relegato all’unica funzione che ero in grado di dargli. Lui è rimasto comunque indifferente alla mia morbosità. È stato per tutto il tempo con la testa piegata verso il tavolo e gli occhi rivolti al collo della bottiglia, succhiando lentamente la coca con la cannuccia.

«Senti: forse io adesso vado, ok?» ha detto a un certo punto.
«Immagino che non ci vedremo mai più. Quindi… addio».
«Addio».
Tutto questo è successo una settimana fa e oggi, quando sono tornata di nuovo da lui, mi ha guardato e mi ha rivolto il suo sorriso automatico. «Oh, sei tu! Vieni», e sono entrata.

~

Joost pedala. Nella mano destra ha la borsa con gli strumenti.

I corpi umani che si stanno staccando da terra arriveranno forse alla fine dell’universo, l’inerzia li sputerà nel grigio che sostituisce il buio dello spazio e si fermeranno lì.

La Luna è sempre più vicina.
Scendiamo dalle bici ancora in corsa e ci fermiamo davanti alla vetrina. Alina e io siamo alle spalle di Joost, una accanto all’altra. Lui apre la borsa e tira fuori gli attrezzi per provare a forzare la porta.
«Non c’è nessuno qui intorno. È molto strano. Ormai è notte ma i ragazzi ancora non si sono fatti vivi. Perché non lavora nessuno, stasera?» chiedo ad Alina.

«Sembri calma. Fai bene. Tra poco, Joost riuscirà ad aprire la porta».

«E poi guarda il cielo. Non ci sono stelle. La luce dei lampioni sembra affievolita».

«…»

Alina spalanca la bocca. Poi serra le mandibole per un dolore che le scende dai timpani. Porta i palmi alle orecchie. Mi volto verso Joost, che è avvolto dal suo esercizio. Da dentro, dove sta Ilya, si diffonde un grido.

Arretriamo spaventati e Joost accelera. Mette del ferro nella bocca che si è formata tra l’anta della porta e lo stipite. Alina scappa via.

Joost sta andando oltre, sta per affogare come gli altri. Mi avvento su di lui e con tutta la forza che ho lo strattono via. Cade a terra con un rumore di metallo. Serro gli occhi per non vedere e tiro via il ferro che aveva infilato nella porta, che si chiude con un tonfo, il rumore di una copertura in legno su un pozzo profondo.

~

Roman è nel bar, al solito tavolo. Mi siedo e ordino un caffè.
«Allora Ilya, hai finito di scolpire il beagle?», mi chiede.
«No, ancora no. Ho rallentato parecchio, con quella sempre tra le scatole… Ora me la sono tolta di torno, per fortuna».
«Ti sei fatto aiutare da Alina e da Joost come ti ho consigliato?»
«Sì, mi hai dato una bella dritta».
«Certo però che quella pazza ti pagava bene…»
«Roman, le vogliamo finire queste riproduzioni o no? Non lo vedi che sta andando tutto a pezzi?»

Ci voltiamo verso la vetrata del bar e guardiamo fuori. Un germano cade in picchiata e si schianta sulla pietra.


Jacopo La Forgia (1990) è fotografo e scrittore. Come fotografo ha pubblicato reportage su Venezia, sull’India, sulla Romania. Come scrittore ha pubblicato racconti su Nazione Indiana, Cadillac Magazine, CrapulaClub, Retabloid. Il suo primo romanzo uscirà per Effequ nel 2019.