La celebrità periferica di Gianfranco Marziano, artista radicale che non voleva esserlo


di Paolo Mossetti

La prima volta che ho sentito parlare del Faraone sarà stato quindici anni fa, quando un mio amico si mise in testa di andare a cercarlo. Ero al liceo e avevamo tutti molto tempo da perdere. Un pomeriggio scoprii che il fido Bellociore, che credevo nei paraggi a Napoli, si trovava invece su di uno scalcagnato Regionale diretto a Salerno – che per noi, all’epoca, era remota quanto Aldebaran.

Il Faraone non era altro che uno dei soprannomi dati ad una leggenda vivente di quelle parti, il cui mito aveva travalicato da tempo i confini locali, e che ben meritava una visita omaggiante da parte dei fan più incalliti: Gianfranco Marziano, detto anche “il Gigante”, o “Janfranco” per gli amici. Certo, quel tentativo era velleitario – non esistevano Google Maps né Facebook, e Marziano non è mai stato uomo di pubbliche relazioni facili – e Bellociore fallì. Ma da allora non avrei più smesso di studiarlo, il genio Marziano.

Ci sono artisti inseparabili dalle città, dalle geografie che hanno cantato: non si può scrivere di de André senza ricordare il suo rapporto con Genova e le sue crêuza de ma; come non può esistere una Gabriella Ferri senza il mito della “Roma popolare” e di Testaccio. Oppure Pino Daniele e la Napoli anni Settanta, Lou Reed e la sua Manhattan di sporcaccioni ed emarginati, Bruce Springsteen e il New Jersey working class. È in questo filone di gemellaggi sentimentali che s’inserisce Marziano, classe 1964, con la sua Salerno. E non è un’esagerazione dire che di Salerno egli è forse il rappresentante creativo più celebre ed amato, pur non avendo fatto nulla per esserlo.

La differenza tra Marziano e gli altri è evidente: di là abbiamo località pregne di simboli e di storia, di rappresentazioni pop e nell’arte (persino l’anonimo cappellino rosso operaio sulla copertina di Born in the USA di Springsteen sarebbe diventato, trent’anni dopo, veicolo dell’America trumpiana da far tornare great again). Di qua invece c’è Salerno, signori: il secondo capoluogo campano per numero di abitanti, piccola patria del ducesco Vincenzo De Luca. E poi? Provate a dirmi qualcos’altro, se ci riuscite.

Ora, se vi dicessi che questo personaggio vive con sua madre nella casa dov’è nato e cresciuto; che di Salerno, che già non è il posto più inspiring del mondo – sia scritto con rispetto per chi ci vive – ha raccontato soltanto un’infinitesima parte; che in vent’anni di attività non ha mai fatto uso di promoter, né frequentato case discografiche, né saputo come funzionasse la Siae; se vi dicessi tutto questo, ci credereste la definizione di “star” non gli andrebbe affatto stretta? E che questo stesso Marziano è, sotto ogni punto di vista, uno degli artisti più originali ed eversivi del panorama contemporaneo, non solo musicale?

Dovessimo usare categorie ormai obsolete, potremmo iniziare stringendo Marziano nel filone rock comico-demenziale, che a partire dagli Skiantos nella Bologna anni Settanta si è poi allargato e ha portato alla ribalta gruppi come Elio e le Storie Tese, i Prophilax, Gem Boy o gli Atroci – ovviamente con risultati diversi in termini di felicità creativa e successo commerciale. Marziano occupa questo comparto con un misto di soddisfazione e di disagio. Soddisfazione perché, dal punto vista musicale, bisogna partire da un fatto indiscutibile: Marziano suona benissimo. La sua tecnica non sarà scaltra come i professionisti che fanno trecento date l’anno, non avrà mai visto la porta di un conservatorio, forse. Ma la sua maestria tecnica, la sua sconfinata cultura gli danno tutto il diritto di sedersi al fianco degli autori che citavo poco sopra, e i suoi fedelissimi fan sono lì a ricordarglielo continuamente.

Disagio perché, se analizziamo l’opera di Marziano, non possiamo non trovarci i segni d’una invidiabile complessità e coerenza di fondo, per lo più assenti nelle macchiette effimere di Youtube o nei cento, mille caratteristi regionali che finiscono a Zelig o a Made in Sud. Marziano è davvero come “lo disegnano”: timido e appartato, candidamente volgare e spudorato, allergico alle astrazioni dell’estetica e alla religione del lavoro; incapace di progettare una carriera che possegga una qualche struttura, o un po’ di furbizia professionale. Il vitellone che al liceo si crea una piccola fama tra gli amici con imitazioni e parodie prima o poi verrà represso; in questo caso non ha mai smesso, né lasciato le mura della sua cameretta, ed è diventato eroe ben al di fuori del salernitano.

Il libro di Giovanni Vacca dedicato a Marziano (Saicomè, 2016)

Scrive Giovanni Vacca, giornalista e scrittore che ha dedicato al Faraone un bellissimo saggio, Spettabili tutti: «Le prime canzoni di Gianfranco Marziano, all’inizio degli anni ’90, lasciavano allibiti: la voce era sgraziata, perennemente sopra o sotto l’intonazione, mentre la musica, suonata da quello che appariva subito un vero compositore ed un chitarrista provetto, era un vortice di riferimenti: progressive e hard rock, canzone d’autore e canzonetta di consumo, canzone napoletana, samba, squarci sinfonici e atonali, persino il rap […]». E poi ci sono i testi, a renderlo inconfondibile: «sconci all’inverosimile, infrangevano il tabù dei tabù in Italia: la bestemmia».

Ad un primo assaggio, sembra impossibile non restare straniati, disturbati, o addirittura repulsi da Marziano. Digitate il suo nome su Google e vi compariranno, in ordine sparso, un Inno alla gioia reinventato su base .midi in cui si elogiano prostituzione e onanismo, copertine di album che sembrano fatte con il Paint di Windows 3.0, video recitati in casa con inquadratura fissa di mezz’ora, haiku che si concludono in modo osceno,  reggae in cui si elenca un centinaio di modi per dire «cazzo» in salernitano stretto, ballate che colpevolizzano le donne chiacchierone e storie di marinai che compiono efferatezze sui bambini. Siamo oltre, molto oltre gli Squallor, che a confronto sembrano il Quartetto Cetra.

Intanto, il suo dialetto: ahinoi marginale rispetto al più celebre napoletano, infarcito di gergalità e termini incomprensibili ai più, non aiuta. Il sessismo manifesto, che assieme al razzismo lessicale e alle profanità gratuite è tra gli aspetti più difficili da difendere, o contestualizzare in una discussione pubblica. Infine, la natura amatoriale – per usare un eufemismo – dei suoi video e dei suoi arrangiamenti: così spogli da superare con difficoltà un ipotetico test d’ingresso nel parodismo post-punk anti-consumista. Si è usata mille volte la formula trita dell’«artista che ricontestualizza la nostalgia attraverso l’angoscia postmoderna, utilizzando la Rete come…» eccetera eccetera, ma insomma Marziano è davvero un esempio di vaporwave fatto e sputato; ante litteram, certo: diciamo un accellerazionista troppo pigro per spingere il pedale.

Con l’aiuto di un amico esperto, di metaforiche note a piè di pagina che possano guidarci nell’ascolto, il “mostruoso” Marziano si rivela però qualcosa in più di uno scherzo di cattivo gusto. Già in Senza pesce, uno dei suoi pezzi più famosi, si osserva quantomeno la sua invenzione linguistica: «Non riesco a capiscere ma ho rimasto senza pesce / non riesco a spiegascere tengo vacante mmiez’ ‘i cosce». E continua: «come Tupulino, come Pippo e Paperone, c’ho vacante int’ o cazone». Temi ricorrenti sono la perdita dell’infanzia, il ribellismo adolescenziale che fa già trapelare il cinismo adulto: «Da grande voglio fare il ministro / e po c’ho chiav ‘ngul pur a’Cristo / me fott tutti i sordi ‘ra Regione / m’i vac a’sputtagnià cu ‘nu zucculone» (Giuvinastro). L’uomo sottoposto a eccitazione sessuale permanente (Appuntamento) e però capace di tradurre in poesia la disfatta di una generazione: «Spettabile ditta / spettabili tutti / che vi aspettabile da me?» (Curriculum). Dicevamo il razzismo e sessismo, certo: vedi i dispregiativi “zincari” o “zoccola” usati sempre e comunque per liquidare l’Altro come impiccio o turbamento. Ma nel mondo estremo e radicale di Marziano la sua Mammeta è una scusa per sfoggiare un notevole solo heartland rock, mentre I zincari è un blues rock che sfotte la borghesia impaurita e paranoica.

E qual è la Salerno cantata da Marziano? Non certo quella nobile del centro storico e del Duomo, che poi è molto simile alla vecchia Napoli, quella pre-monnezza e ancora più pre-gentrification; non certo la Salerno dell’ordem et progresso di marca De Luca, con i suoi lungomari tirati a lucido, le sue cittadelle giudiziarie nuove di zecca e le sue “luci d’artista”. Un mondo, questo, che Marziano rifiuta con sdegno, recitando ad esempio in un videoclip in cui si dileggia questo “decoro”, che altro non è che una cortina fumogena per nascondere assenza di cultura e servizi pubblici decenti. La “sua” cartografia, dicevo, è molto più limitata: ai quartieri di Pastena e Mercatello per la precisione, veri luoghi del “fanciullino” dell’artista, che là è nato e cresciuto. Stiamo parlando della periferia orientale della città, di due grossi agglomerati di cemento tirati su e posati uno sopra l’altro durante il boom edilizio degli anni Sessanta.

Non si tratta di zone degradate – tutt’altro – ma di quell’orizzonte urbano, tipicamente meridionale, che sembra costruito apposta per appaciare e rassegnare; un po’ come quegli «scarti suburbani senza volto» di cui scriveva Doris Lessing, pensando però all’hinterland di Londra. Per Pastena si è parlato per anni di un porticciolo turistico da rifare, con 450 posti barca, poi dei lavori si è persa ogni traccia («Però sei nato a Pastena e sei rimasto a Pastena / se vere ca si’ ‘e Pastena, se sente ca so’ ‘e Pastena»). Mercatello è invece notabile per la presenza di un parco urbano tra i più grandi d’Italia, ricco di pioppi, ulivi e strelitzie, e per un placido arenile eroso ogni anno che passa dalle mareggiate e dai rifiuti. («Questa estate voglio andare in vacanza a Mercatello / è un po’ tipo California / solamente si sparagna»)

Marziano, laureato in lingue con una tesi sull’esoterismo nazista, fa girare le sue prime canzoni col passaparola,  su cassette registrate in casa, i titoli scritti malamente con la penna. Raggiunti i trent’anni, comincia ad esibirsi con una certa frequenza: al pub “Il Moro” di Cava de’ Tirreni, al centro sociale di Pagani, in qualche bar seminterrato, in feste private e paesane dove ogni tanto scoppiano risse tra clan stile Altamont: sempre, stoicamente, senza un’organizzazione che possa dirsi tale, un accenno di pianificazione, un grammo di quel savoir faire mercantile o di quella sfacciataggine che guida il tipico artista india italiano. Il pubblico, però, non manca mai. Il concerto al Maschio Angioino di Napoli, durante la mitica «Adunata sediziosa» del 2001 (o del 2002, non ricordo), è un evento memorabile, per chi riesce a trovare posto. Qualcuno, all’epoca, prova a “lanciarlo” davvero: costringerlo in uno studio di registrazione, a suonare di più e altrove. Niente: troppo indisciplinato, troppo ingestibile. Il fratello si sposa e se ne va di casa, con la mamma ci resta lui. Quando già si era quasi stancato, arriva Youtube. E da lì comincia una fase nuova: i migranti di Salerno e dintorni lo fanno conoscere a Roma, a Milano, al nord. Nei pranzi-studio dei fuorisede c’è un computer aperto con Don Ciro di Marziano. Persino nella vicina Napoli c’è chi ha bisogno di un traduttore, di un aiuto per comprendere quest’oggetto indefinibile, per poi rimanerne folgorato.

La sfacciataggine di Marziano sta nell’ “esportare” Salerno – una città che di appeal ne ha piuttosto poco, siamo onesti – senza neppure tentare di abbellirla; senza usare quei trucchetti di marketing stile Puglia “da ballare” o Napoli della “passione”, molto spesso impacchettati da qualche assessorato al turismo. Mi spiega Giovanni Vacca: «La cosa geniale è che lui è riuscito a creare delle narrazioni, delle immagini a partire da ambiti poverissimi. Tutto il suo mondo è interamente rappresentato da quei due quartieri: totalmente anonimi, fatti di panifici, rotatorie, negozi al dettaglio, panetterie come se ne vedono altrove. E a partire da questo è riuscito a creare degli archetipi universali». Raccontando quel malessere di crescere e di competere che si manifestava già col migliore Massimo Troisi, quando in Scusate il ritardo (1983) si aggirava in pigiama tra le mura domestiche o abulico con amici depressi, per strada, in una Napoli piovosa come la Los Angeles di Seven.

Il problema è che qualcosa si è fermato. Marziano si è scocciato: di esibirsi, di stare sul palco, di accennare anche soltanto ad una vita da rockstar che non è mai stata la sua. Le offerte di denaro, anche generose, non sono mancate. Il pubblico è sempre lì: una comparsata di mezz’ora al Comicon 2013 e si fa subito la ressa. Ma di fargli cambiare idea non c’è verso: «Il lavoro è una strada senza uscita», spiegò una volta. «Io vivo modello anni Settanta: ci sono i soldi, bene, non ci sono, pazienza». Amato in primis dai giovani precari e dalla classe media che ha compreso l’inganno in cui è cresciuta, Marziano riesce a dare una lezione a tutti: ai razzisti come ai senonoraquandisti, ai centri sociali “okkupati” così come ai napoletani neoborbonici e sciovinisti, che possono solo sognarselo un artista così refrattario alla cartolina, all’autocompiacimento.

«Gianfranco gioca a fare il provinciale, ma come tutti i veri provinciali non lo è”, mi racconta Amleto De Silva, scrittore e umorista nato a Napoli, cresciuto a Salerno e che vive a Roma.  «È una persona coltissima, molto riservata ed educata, che si è trovato ad avere un pubblico spesso becero. Lui è sempre stato in anticipo di vent’anni in una città molto respingente, che era indietro di dieci. E credo che lui sia il solo ad aver capito certe dinamiche della provincia, per descriverle poi come l’avrebbe fatto Flaiano». Edoardo Bennato, mi spiega De Silva, è stato forse il primo grande fan di Gianfranco, ma lo avvertì: con la roba tua ti romperanno sempre le scatole. Ma non i preti per le bestemmie, no: sarà la sinistra a non darti pace. Marziano l’impresentabile, Marziano l’indigeribile ai tempi del trigger warning.

Tony Tammaro, che della musica demenziale napoletana è forse il rappresentante più duraturo, per Marziano ha una stima sconfinata. «Un vero genio”, mi racconta. «Ma non gli ho mai proposto una collaborazione. Io quelle parolacce sul palco non le posso dire». Poi c’è Daniele Sepe, compositore e sassofonista che ha spaziato in ogni genere, che di Marziano è un grande amico, legati da una reciproca stima. Qualche tempo fa gli propose di fare un disco insieme, con le musiche di Gianfranco per orchestra: «Così si prende pure due soldi di Siae”. E lui: «Eh, ma io mica so’ iscritto alla Siae». Per lo stesso motivo, anni fa, alla lunga lista di chi ha saccheggiato Marziano si sono aggiunti pure Gino e Michele, della Mondadori. Nel loro Le formiche e le cicale copiarono una decina di battute di Marziano. Lui ci rimase male: «Hanno ammesso la colpa ma fare causa mi costerebbe troppo, e sono pure disoccupato». L’amico De Silva gli suggerì di proteggere la sua creatività stampandola in un libro. «Ma non vedrò una lira da quest’ accordo – spiegò Marziano a Repubblica – non c’ è nessun contratto, non so nemmeno in quante copie esce il libro, che m’ importa».

Su il dove vive Marziano, meglio astenersi. Lui fa giurare ai pochi compagni fidati che mai e poi mai avrebbero rivelato ad anima viva un fatto suo, e c’è da comprenderlo. Un suo ritorno sulle scene, per alcuni, sarebbe più affascinante e benaccolto di qualunque altra resurrezione, ma non c’è supplica che gli faccia cambiare idea:

«Paolo, ti ringrazio per l’onore immeritato ma io purtroppo non faccio più serate da anni. L’ultima la feci mi pare nel 2009, perché sennò un mio amico camorrista mi faceva mangiare dai cani. Quando ero più giovane mettevo dei pezzi su Internet e ogni tanto degli amici mi invitavano a fare qualche serata. Per farti capire, anche se dall’esterno forse non trapelava, per me era una cosa tipo: ti ricordi a scuola quando ti dovevi impara sotto minacce la poesia di Natale? Beh ora ho cinquantun’ anni e quindi mi posso giocà la carta vecchiamma. Mick Jagger per me è un mistero. Voglio capire Albano, che le [censurato, ndr] delle mogli e i loro avvocati se lo magnano vivo e quindi deve continuà a faticà, ma Jagger, puozz jittà o sangh ha avuto pure il mazzo rotto che la mugliera si è uccisa e ancora continua a vottare calci. Bah».

Chi vuole, se vuole, ora può trovarlo in qualche bar di Pastena o sulla spiaggia di Mercatello, dove tra uno strimpello di chitarra e l’altro potrà chiedergli dell’ultimo sparatutto per Playstation. Il suo è un mondo post-moderno, sì, ma sempre piccolo e antico. Uno dei verbi che preferisce è: “citofonare”.


Paolo Mossetti è uno scrittore nato a Napoli. Ha lavorato nel marketing editoriale a Londra e nell’industria culinaria newyorchese. Ha collaborato con Domus, Lo straniero, Vice, ll Tascabile, Prismo e altre riviste. Ha un blog: kaosreport.com.
In copertina: un mosaico dal duomo di Salerno.