Perdere la fede, conquistare l’omosessualità, abbandonare gli dei ma non le loro storie; una serie di tracce autobiografiche attraverso i libri.


di Edoardo Rialti

Ed egli cantò, a volte in Lingua Elfica, a volte nell’idioma dell’Ovest, finché i loro cuori, trafitti dalle dolci parole, traboccarono, e la loro gioia fu simile a spade, e il loro pensiero vagò nelle regioni ove delizie e dolori sono un’unica cosa e le lacrime sono il vino del godimento.

Tolkien

La fede rende beati: quindi mente…

F. Nietzsche

La domanda è: come tenere ciò che vale del numinoso, del trascendente, e mi spingerei a dire perfino dell’estatico, e distinguerlo proprio dalla superstizione e del soprannaturale, progettati per farci timorosi, spaventati e servili, riuscendoci talvolta fin troppo bene?

C. Hitchens

Is it a wolf I hear,
Howling his lonely communion
With the unpiloted stars,
Or merely the self importance and servitude
In the bark of a dog?
How many millennia did it take,
Twisting and torturing
The pride from the one
To make a tool,
The other?
And how do we measure the distance from spirit to spirit?
And who do we find to blame?

Quellcrist Falconer, in R. K. Morgan, Woken Furies

Premessa – Un unico luogo, in tre luoghi diversi

Quando posso, prendo un autobus che mi porta alla collina di Fiesole, poco sopra casa mia, nei pressi dello Stadio Franchi. A Fiesole sono nato, com’è capitato a molti dei primi anni ’80. Usava. Quindi, tecnicamente, sono anche io una delle bestie fiesolane di cui parlava con disprezzo proprio il mio amato Brunetto Latini nel XV dell’Inferno, uno dei ritratti più belli e commoventi di un artista, e un artista omosessuale, della storia della letteratura. Un uomo che riesce ancora a sorridere delle vittorie di quel giovane focoso e dotato con cui passeggiava per le vie di Firenze, e che gli affida dove un laico e uno scrittore continua a vivere: la propria scrittura. La propria voce raccolta dall’inchiostro. Quel Io sono qui che risale alle mani impresse nelle grotte della preistoria. Sappiate che questo ero io, che questo ho amato. Ser Brunetto, abbi dunque pietà.

È uno dei tragitti nei quali non leggo praticamente mai. L’attesa, i diversi scorci, i dettagli conosciuti a memoria e anticipati, sono parte del piacere. Guardo sfilare i cipressi e i pini. Superiamo San Domenico (dove ogni tanto al ritorno mi fermerò poi a mangiare un panino e un bicchiere di vino all’aperto) e arriviamo alla piazza principale, con Garibaldi e Vittorio Emanuele che si danno la mano dai rispettivi cavalli. La attraverso, pago il mio biglietto, e improvvisamente davanti a me si stende un altro paesaggio, un altro mondo, un altro silenzio. Quello della vallata alle spalle del colle e delle rovine etrusco-romane. Il teatro perfettamente conservato, le terme, il tempio di Minerva.

Ci vengo quando ho bisogno di tacere, guardare e ascoltare. Siedo sui gradini del tempio di Minerva (la mia Dea preferita da sempre, con quell’aria da editrice newyorkese intrigata, come le donne intelligenti e potenti sanno essere, dal genio di uno scrittore squattrinato, che decide di aiutare a ogni costo. In fondo è la quinta donna sedotta da Odisseo. E quel duale, che usa per esprimere i loro progetti comuni, come fossero davvero a chiacchierare in un ristorante in cima a un grattacielo!), e chiudo gli occhi, oppure guardo il vento che agita le fronde degli ulivi.

Me lo sono chiesto sempre, salendo qui. Gli Dei esistono? Quel sentore inspiegabile che sembra sprigionarsi da queste rocce è l’eco della loro voce svanita, è il loro sussurrare oggi perché in fondo non se ne son mai andati, oppure le voci, il mistero e il sorriso enigmatico della Guerriera Vergine, Colei che squadra il caos della battaglia e ne fa limpide geometrie, sono tutti nella mia testa, e questo posto li evoca perché è legato a tutte le volte che ci sono venuto con quei racconti negli occhi e nel cuore? Ai libri letti e alle versioni in classe? C’è effettivamente qualcosa in questo posto, ‘dove la preghiera è stata valida’, nelle parole di Eliot, o sono i ricordi stratificati da anni e anni di letture, pensieri e immaginazioni a farmi trovare in questi gradini consumati dal tempo, una Minerva che in fondo è solo dentro di me? Non è impressionante come ci siano dei personaggi e figure che, per quanto sono stati creduti, letti e citati nella storia personale collettiva, per quanti strati di pensiero e riflessione e immaginazione vi sono stati deposti sopra, adesso ci paiono altrettanto veri e storici di Napoleone o Obama? Credo di conoscere Apollo e Achille persino meglio di loro, tanto che se li vedessi raccontati male (in un libro o un film) mi potrebbe scappare un “No, questo lui non l’avrebbe mai detto.” Come faccio a saperlo? Questa domanda, se ci sia davvero qualcosa fuori di noi, e in che misura, o se tutto vada ricercato nei nostri occhi, nella nostra mente e in ciò che vogliamo leggere e scovare nel mondo, me la pongo praticamente ogni giorno. Queste pagine vogliono raccontare cosa ho scoperto finora, come degli appunti di viaggio, e a quali conclusioni mi sento di essere arrivato.

Tornando ai gradini del tempio: li vi ho letto per la prima volta “la Nascita della Tragedia” di Nietzsche. Chiudevo le pagine del libro e avevo l’impressione di continuare semplicemente guardandomi intorno. Apollo tratteggiava linee di armonica bellezza: il paesaggio e i pilastri si integravano come le ossa e i muscoli sul braccio teso di un adolescente. E sotto ogni filo d’erba, sentii palpitare Dioniso. Quell’onda di vino scuro che ti fa correre per tuffarti dentro le cose e le persone. Liberarsi dell’io come si fa d’un panno fradicio. Danzare, mordere, lacerare. Essere morso, lacerato. Non essere più ed essere tutto. Da quando ho scoperto i romanzi di R. K. Morgan, il mio romanziere preferito, ogni anno, al mio compleanno, siedo su quelle stesse pietre e nelle cuffie ascolto Simon Vance che legge un dialogo tra Ringil Eskiath, il guerriero esiliato e omosessuale e Firfidar della Corte Oscura, Dea dei dadi e della morte, che gli risponde animando un cadavere così bello e malato che lo inseguiresti in vicolo buio pur di baciarlo e farti infettare.

Luigi Ontani, Moro amaro d’amore, courtesy by Pananti casa d’Aste

Qui sono venuto da solo, con le persone che amo o a cui voglio più bene. È quanto vada più vicino, per me, alla parola ‘sacro’. Lo era anche quando andavo in chiesa, anche se all’epoca avrei letto il legame con questo posto come una prefigurazione dell’incontro vero e proprio con Dio. Cristo sub specie Minervae, come direbbero Dante e Lewis- che si sentì effettivamente tentato di pregare Apollo a Delfi.

Adesso siamo nuovamente soli, io e Minerva. Talvolta invece, chiudo gli occhi e mi concentro sul respiro, come la vipassana buddista mi ha insegnato a fare (credo/temo di essere finito in questa posa, austero e solenne, anche nelle foto di qualche turista francese). E, di colpo, come in un incantesimo (e in fondo lo è) non sono più solo a Fiesole, ma anche a Follonica, sul mar Tirreno. Il mio mare.

Ci ho passato tutte le estati da quando sono bambino, e, grigio o luminoso, acceso dall’innumerevole sorriso dei flutti come nel Prometeo di Eschilo, o livido e verdastro sotto un cielo invernale, per me quello è il Mare. Il profilo dell’Elba, che si fa viola al tramonto, è sempre stata la Terra Immortale intravista da Numenor. Su questi scogli mi sono portato l’Odissea, leggendola con Poseidone che sciaguattava e gorgogliava tra i massi, qui sono stato a guardare le stelle di notte e le luci della cittadina, con le bancarelle di vestiti e dolci, le coppiette di adolescenti, con la camicia buona o la gonna elegante anche d’estate, le famiglie con i passeggini e i gelati. Tra le luci e quelle degli Dei si stendeva il tratto nero dell’acqua, come una barriera, quand’ecco accendersi e tremolare una fiammella sul mare- la barca di qualche pescatore- e sembra che una stella sia scesa dal cielo. Ci scrissi un frammento di racconto, sulla bellezza di Elena, in questa condivisione del suo splendore divino con la nostra dolce umana povertà.

Qui vado a correre la mattina presto, o bevo un caffè in terrazza, guardando il mare, gustandomi il fresco del pavimento sui piedi nudi, che si scalda al sole. Qui sono tornato ogni luglio, e, come tutti i posti dove vai a scansione regolare, ma distanziata, costituisce anche una cartina di tornasole per notare come sei cambiato, a seconda di come guardi ciò che conosci già così bene, dal profumo delle buganvillee ai gruppi dai ragazzi abbronzati che giocano a calcio nelle spiagge pubbliche. Ci sono venuto da bambino, da ragazzo, da uomo. Con i libri-game di Lupo Solitario, intossicato da Anne Rice a tredici anni, con i romanzi del pittore cattolico Michael O’Brien, con Proust, G. R. R. Martin- lessi il duello tra la Vipera Rossa e la Montagna letteralmente con la pelle d’oca sotto il sole dardeggiante del primo pomeriggio- Chimamanda Adichie, i libri Dawkins e Dennett sull’evoluzione.

Vi sono così legato che, quando mi capita di passare dalla stazione con qualche treno, diretto a Grosseto per una conferenza, man mano che mi avvicino divento più allegro e eccitato, e devo abbassare il finestrino, respirare l’odore dei pini, sorridendo alla fuggevole immagine, appena uno scorcio tra gli edifici che corrono lungo la ferrovia, d’una pennellata del mio mare e della rotonda dove la mattina presto mi prendo un secondo caffè e leggo il giornale.

Quando mi è stato possibile, sono persino sceso, fosse pure per un’oretta. Magari siamo d’inverno e fa buio presto, ma ho comunque modo di sfruttare la luce del primo pomeriggio, e sedermi sulla spiaggia deserta, percorsa solo da qualche uomo di mezz’età in compagnia del cane.  Questo mare è sempre stato mio amico e mi sono spesso chiesto cosa talvolta vi abbia cercato con tanta fame. Credo che, negli anni di maggior fervore religioso- quando anche al mare andavo a Messa ogni mattina- quel grande abbraccio luminoso e caldo si sposava anche al mio rapporto con Dio. Ne era come l’immagine visibile. Più che visibile. Ti ci potevi letteralmente tuffare dentro. Era anche una grande esperienza sensuale, il massimo che potessi concedermi. Potevo godermi la luce del sole sulla pelle e ciò che altrove mi avrebbe turbato come una vista illecita o difficile da gestire, il torso nudo e slanciato di qualche amico in visita, l’ovale dei muscoli delle braccia mentre sedevamo a mangiare la frutta, la bellezza serena di qualche ragazzo sconosciuto che passava correndo sul bagnasciuga rincorrendo un pallone, qui poteva raggiare senza troppo pericolo. Poi non sarebbe stato così, per fortuna. Il mare, la luce, e lo fitta di desiderio che avvertivo nell’inguine, si sarebbero prese la loro rivincita. Era anche un luogo dove mi sono sempre sentito solo. Nel senso di solo io, proprio io, davanti alla sua vastità, che al tempo stesso rifletteva tutto quel gran mare interiore di cose, sentimenti, immagini he uno vorrebbe comunicare, e che al tempo stessa sa essere soltanto suoi. A 13 anni, fu proprio questo mare che sognai, mentre sedevo sulla spiaggia, accanto a un ragazzo, di cui non ricordo altro che la bellezza dolcissima e la totale attenzione che rivolgeva a quanto gli dicevo. Una comprensione totale, che ti faceva respirare. Le parole potevano essere solo parole. I gesti solo semplicemente stessi, perché quello sguardo li comprendeva e superava.

Oggi vivo il momento di tornare a casa con molto meno disagio di quello che, sotto sotto, provavo allora. Questo perché ho scoperto che il più grande favore che quella distesa di acque può farmi è avermi insegnato a tornare, ogni volta che voglio, sulle rive della Follonica che porto nel sangue, in quel mare interiore scandito dalla marea del respiro, al crocevia di tutte le scelte possibili, di tutti gli Edoardo che sarei potuto essere, e della persona che cerco di diventare ogni giorno. Oggi, che non credo più nella vita eterna, paradossalmente sono molto più in pace col disagio che quel piccolo anticipo di morte comporta ogni volta. Ci ripensavo nel terzo posto che devo rievocare in questa premessa. Un posto, che a differenza del mare o del tempio greco, non rivedevo da esattamente vent’anni.

Sei mesi fa mi trovavo a Londra. Per lavoro, certamente, ma soprattutto per un appuntamento che superava qualsiasi definizione e o casella. Sono andato alla stazione di Liverpool, dove ho acquistato un biglietto per Norwich. Ho preso un cappuccino, scottandomi come mi capita sempre dalla fessura del coperchio di plastica, e ho passeggiato per l’edicola, sbirciando le prime pagine del romanzo horror “The Loney”, sulla cui copertina campeggiava un elogio entusiasta di Stephen King, ripromettendomi di acquistarlo al ritorno in Italia. Poi è arrivato il mio treno, un interregionale elegante e antiquato, con delle poltrone marrone scuro, senza prese per il cellulare. L’addetta al controllo dei biglietti, una ragazza giovane che è passata tra le file con un bel sorriso educato, ha scosso la testa- sempre sorridendo- alla mia richiesta se ci fosse qualche punto dove poter attaccare il caricabatterie. Era certamente abituata a fornire quella risposta in continuazione ma, sarà stata la disposizione allegra ed emozionata del mio viaggio, mi è sembrato che in fondo me lo dicesse come condividendo un gran divertimento. Mi spiace, questo treno non è attrezzato. Ma non è fantastico? Se non ha batterie sufficienti può solo leggere, e guardare.

Ho aspettato che il treno partisse, ho ascoltato “Looking too closely” di Fink mentre ci lasciavamo alle spalle prima le architetture vorticose dei grattacieli di ultimissima generazione- ha ragione Abercrombie, quando dice che, nella giusta prospettiva, gli Elfi siamo noi: se un vichingo piombasse improvvisamente sotto di essi, avvertirebbe la stessa vertigine dei viaggiatori tra i minareti alieni di Lovercraft- poi i sobborghi residenziali con le casette in mattoncini rossi e i cortiletti di verde sparuto sul retro.

Quando abbiamo iniziato a percorrere l’aperta campagna, con villini, stagni e boschi, sotto un cielo sgombro di nubi, ho spento l’iPhone. Ho passato due ore perlopiù a guardare, rileggendo solo qualche pagina di R. K. Morgan, che stavo andando finalmente a incontrare, proprio lui, dopo quattro anni di mail da quando l’avevo scoperto per la prima volta, con l’emozione indefinibile che accompagna storie e parole che ti cambiano in modo radicale, ma che al tempo stessi avverti che, in fondo c’erano sempre state. Ho riletto a caso, senza cercare necessariamente i momenti preferiti. Che poi in fondo negli scrittori che ami di più non ci sono neppure, perché quello che conta è la strana intimità di come ti parlano, prima ancora di “cosa” raccontino, come un amante che ti chiacchieri all’orecchio dopo aver fatto sesso, mentre ne intravedi la sagoma appoggiata al gomito, nel buio.

Come notò C. S. Lewis, Sarei considerato un tipo bizzarro se, in conclusione, suggerissi che proprio la tensione interna al cuore di ogni storia tra il tema e la trama costituisce dopo tutto la sua somiglianza principale con la vita? E se le storie falliscono, la vita non commette forse lo stesso errore? Nella vita reale qualcosa deve succedere, come nelle storie. È questo il problema. Noi miriamo a uno stato e troviamo solo una successione di eventi nei quali quello stato non si incarna mai del tutto. La grandiosa idea di trovare Atlantide che ci prende nel primo capitolo di una storia d’avventura è capace, una volta che il viaggio è iniziato, di scivolare nella mera sensazionalità. Ma ugualmente nella vita reale l’idea di un’avventura svanisce man mano che si presentano i dettagli giornalieri. Questo non perché l’asprezza del momento o il pericolo la mettano da parte. Altre grandi idee – tornare a casa, rivedere l’amata – eludono a loro volta il nostro abbraccio. Supponete pure che non ci sia delusione; persino così, beh, eccoci qui. Ma ora qualcosa deve succedere, e poi qualcos’altro ancora. Tutto quello che succede può essere piacevole: ma può mai una serie del genere incarnare quell’autentico stato dell’essere che desideriamo?

Ho riletto quando Ringil Eskiath, il protagonista della sua trilogia fantasy, il guerriero-stregone omosessuale, lascia violentare Poppy Snarl, la mercantessa di schiavi che aveva venduto sua cugina. Prima di morire, la schiavista gli rivolge un sorriso sanguinante e gli chiede quante volte pensi che sia già stata violentata, prima.

Poi ho riletto il flashback in cui Archeth dialoga con suo padre, Grashgal del popolo alieno ed immortale dei Kiriath, con la loro pelle scura e la tecnologia tanto avanzata che per gli uomini risulta indistinguibile dalla magia. “Siamo ciò che creiamo… Molto tempo fa, forze più antiche e oscure della conoscenza ci hanno imposto il sapere e ci hanno escluso dal paradiso. Non c’è modo di tornare indietro. L’unica vittoria contro quelle forze è costruire. Costruire bene, in modi che, quando ci volteremo a osservare la via dell’esilio che abbiamo edificato, la vista sia sopportabile.” Questo brano, per una di quelle sovrapposizioni misteriose che tessono le nostre letture, costituiva il flashback di un flashback, perché la scena di Archeth intenta a ricordare sotto “l’albero in lega di ferro, che brillava nei punti in cui la luce del tardo pomeriggio giocava sulla sua contorta corteccia metallica” e “sulla schiena il calore del muro inondato dal sole”, per me è sempre indistinguibile dalla memoria di quando l’avevo letta per la prima volta, sulla spiaggia della mia Follonica, appena uscito dal mare, con i piedi che assorbivano il piacevole pizzicore della sabbia calda, il respiro che rallentava, mangiando una pesca che è ancora più buona col sale ancora sulle labbra.

Poi sono saltato direttamente al dialogo tra il Timoniere Anasharal, il carapace metallico piombato dal Cielo, e il sacerdote della Nuova Rivelazione. La macchina senziente, che il Credo monoteista vuole assicurarsi non sia un qualche demone, si districa con criptica amabilità tra sottili distinguo teologici sulla natura degli “spiriti immutabili” e l’importanza di distinguere tra agente e atto, spettatore e attore, per poi confidare ad Archeth in una lingua nota solo a loro: “Spiriti immutabili. Coglioni.” E, come tutte le volte che lo rileggo, mi ha strappato una risatina, e sono tornato a guardare al finestrino.

Arrivato a Norwich, ho raggiunto il centro in fretta, e ho visualizzato dove si trovava il sushi dell’appuntamento per pranzo. Ero comunque in anticipo di un’oretta piena, e la piazza del ristorante dava sull’ingresso alla splendida cattedrale gotica, dove ad accoglierti sono alcuni anziani volontari, così belli nella loro gentilezza ed eleganza che non puoi fare a meno di fermarti e chiedergli qualcosa, qualunque cosa, fosse pure per avere una scusa per ringraziarli del servizio. Coppie di altre volontarie percorrono il centro città, con pettorine e mappe da distribuire ai turisti.

Ho attraversato la cattedrale e il chiostro, molto più in fretta di quanto avrei voluto, ma il tempo era quello che era e il mio obbiettivo era, parzialmente, un altro.

Sono uscito nel prato antistante la cattedrale, circoscritto dal rettorato, il cancello e quelli che si è rivelata essere una scuola superiore. Le panchine sotto i pochi alberi erano già occupate, ma non mi ci sarei comunque seduto. Come alcuni liceali in divisa, con camicie bianche, cravatta e pantaloni scuri, ho steso la giacca leggera sull’erba, e mi sono sdraiato. Loro stavano appoggiati su un fianco, a strappare qualche filo d’erba e scherzare. Ho udito piuttosto chiaramente un “Se non vieni, non te lo perdonerò mai” e “vagina” (non nella stessa frase, credo). Io mi sono steso con le mani a coppa dietro la nuca, a guardare il cielo azzurro e i nuvoloni candidi, che veleggiavano sonnacchiosi nella giornata limpida e calda d’inizio maggio. Sono rimasto così per mezz’ora. Perché io in quel posto c’ero già stato, vent’anni fa esatti. Avevo quattordici anni quando feci la mia prima vacanza studio da solo in Inghilterra, ospite di una famiglia di Norwich. Ed era proprio nei prati della cattedrale che venivo con un sandwich nella pausa pranzo. I compagni di corso andavano in centro insieme, in cerca di un fast-food, e disfarsi così dei panini dei nostri ospiti. A me invece non dispiacevano, erano parte di quell’atmosfera inglese che cercavo di tracannare a sorsate, che avevo sempre letto nei libri e intravista nei film con una strana, ineludibile sensazione di casa, o quantomeno di una stanza della mia casa, al pari del Mediterraneo e della Toscana. Mi piaceva quello stacco in solitudine, con un libro di C. S. Lewis, e magari una preghiera sulle panche della cattedrale. Sapevo che era diventata una chiesa protestante ma ero, appunto, un lettore di Lewis, che non ha mai avuto il disprezzo o l’avversione che certi cattolici dedicano agli “eretici.” Eravamo solo io e il Dio che credevo appunto di aver riscoperto come vertice e fondamento di tutto ciò che mi affascinava, dalle parole dei miei scrittori preferiti all’atmosfera di certi luoghi, o “dalla musica avvertita in ogni esperienza pura”, come diceva proprio Lewis, dal rumore del the versato in una tazza mentre fuori piove alla grande estasi d’un coro di Palestrina, e persino dal cuore che saltava un battito alla vista d’un ragazzo per cui mi ero preso una cotta. Sì, perché sapevo già molto bene di essere omosessuale, e proprio questa scoperta mi aveva allontanato dalla Chiesa, a tredici anni. Adesso che, complici Lewis, Tolkien e poi CL, avevo riabbracciato il Cristianesimo, l’omosessualità costituiva sì un bel problema, di cui non parlavo con nessuno, ma l’entusiasmo di sentire che avevo trovato risposta alle domande sull’esistenza e sul cosmo, mi infondeva anche un senso di fiducia: all’epoca, la prospettiva di diventare uno scapolo con la pipa e la giacca di tweed, a insegnare allegoria medievale, era la prospettiva più paradisiaca che potessi immaginare. Si trattava di tener testa alle trafitture della spina nella carne, niente più, a ciò che fantasticavo di fare con certi compagni di scuola (riuscendoci talvolta con successo) e che poi confessavo, risoluto a essere un cavaliere di Cristo, in lotta col drago. Frodo che porta l’Anello verso Monte Fato, accompagnato da Elfi e Stregoni, risate, battaglie e canzoni. L’incomunicabile segreto sarebbe stata parte della gentile tristezza, del riserbo e della stranezza che sentivo mi avrebbero sempre accompagnato e che magari sarebbero stati parte integrante del mio fascino. Calzavano perfettamente all’uomo che volevo essere. Non ero innamorato di nessun ragazzo in particolare, allora. Ero innamorato di Dio.

Ed eccomi qui, vent’anni dopo, come nel romanzo di Dumas. Dopo aver scritto pubblicamente sulla mia omosessualità, dopo aver lasciato CL e la Chiesa, avendo scritto appelli su diritti e laicità dello Stato, a incontrare uno scrittore che racconta di cavalieri omosessuali e aliene lesbiche che sputano in faccia a Dei che, in fondo, sono solo l’eco di altri uomini e donne, altre storie. A guardare vent’anni dove di cose ne sono successe, eccome. A 14 anni mai avrei immaginato che sarei tornato qui dopo un’inversione a U nella quale avrei messo in discussione tutto. Ho creduto in Dio e nella Chiesa, per poi ridiscutere, passo passo, la visione che avevo dell’uomo e dell’universo, a partire dalle domande che la mia natura, le letture, la riflessione continuavano a farmi sollevare. Non vedevo l’ora di invecchiare, letteralmente, e sbarazzarmi di una giovinezza che avvertivo come imbarazzante, sfasata rispetto allo sguardo che avevo sulle cose e su di me, e invece adesso eccomi qui, amante dello sport, che avverto ancora il piacevole bruciore dei muscoli dopo l’allenamento della sera scorsa. Volevo essere scrittore scapolo e adesso sono uno scrittore che avuto storie piccole, grandi e grandissime, e che e ben felice di ammirare i pettorali o la linea perfetta del braccio di un bel ragazzo che mi passa accanto in strada (o IL CULO, ecco, l’ho detto) e sorridergli. Ho tenuto testimonianze su fede e cultura davanti a migliaia di persone, e poi ho scritto la vita di Christopher Hitchens, che voleva portare alla sbarra Teresa di Calcutta e Ratzinger. Ho curato mostre su Tommaso Moro e G. K. Chesterton, e poi ho scritto articoli dove accuso la Chiesa di essere complice nella feroce disaffezione con cui intere società guardano alla ricchezza dell’identità personale, e nella violenza di tante risposte. Ho messo in guardia sulla ‘corruzione’ dei fantasy contemporanei e poi sono diventato il traduttore entusiasta di quegli stessi libri ed autori. Ho scritto un elogio degli Oscuri Signori, cosa che anni fa avrei giudicato il tradimento della mia responsabilità pubblica come scrittore e pensatore. Aspettavo il Paradiso e adesso sono propenso a credere che questa sia l’unica vita che abbiamo a disposizione, l’unico giro di danza, e che la perdita dell’Eden personale e collettivo sia ultimamente un bene, per quanto straziante. Lottavo col corpo per difendere l’anima dalle minacce della carne, e adesso credo che ci sia solo il corpo, quel fiore misterioso che si chiama mente. Ho preso un aereo solo per arrivare qui e ringraziare una persona mai incontrata prima, per la rabbia e il coraggio delle sue parole, che mi hanno sostenuto non poco nel dire, anzitutto a me stesso, e poi a tutti gli altri: “No, io in questo sguardo non ci credo più. Voglio tenermi ben stretta quella fitta che si prova nelle viscere, all’inguine, quando vedi qualcuno così straziantemente bello che vorresti che il suo sguardo, l’attenzione della sua mente, il battito del suo cuore, il premere del suo corpo, si facesse largo verso e dentro di te, al pulsare dei vostri cuori. È la nostra più grande e tenera ricchezza.”

Luigi Ontani, Sonno sano sogno, courtesy by Pananti casa d’Aste

Eppure, per una strana coincidenza, sono di nuovo qui, dove dialogavo col Re dell’Universo come un amico, dove una serie infinita di dettagli, piccoli e grandi, dal profumo del legno delle librerie dell’usato, alla luce che si posa sulle pietre della cattedrale e sul prato tagliato corto, mi facevano sentire a casa. Giungere dove siamo partiti / e conoscere il posto per la prima volta, scriveva Eliot. È questa immagine che fa correggere il pensiero precedente: ho messo in discussione quasi tutto. Qualcosa non è mai venuto meno, ed è appunto quell’indicibile ‘certo che’ avvertito nelle storie che ho sempre amato, e che ci sono sempre state, in ogni momento del cammino. De Sanctis lo chiama l’’indefinito’, credo. E’ proprio per capire cosa mi colpisse in loro, e cosa avessero da dire a ciò che scoprivo di me stesso, che ho fatto certe scelte. E poi altre. All’origine di ogni momento importante, prima ancora di valori o convinzioni, ci sono state delle immagini, e ogni scelta, valore, giudizio doveva, per me, avere una ricaduta immaginativa. Frodo. Gandalf, Odisseo, Achille, Dante ci sono sempre stati. Ad essi si sono poi aggiunti, Aschenbach, l’Orual di Lewis, il prof. Ransom il principe Myskin, Kirillov, Prospero, Macbeth, l’Alessi di Mary Renault. E poi Lord Asriel, e Nicomo Cosca, e appunto Ringil Eskath, Takeshi Kovacs, la Modesta di Goliarda Sapienza. E tanti altri. È un movimento nelle due direzioni. Certe esperienze e decisioni ti fanno leggere la realtà, e le storie, in un certo modo, ma è vero anche il contrario: quello che leggi, e lo spirito-sguardo con cui lo leggi, getta un’ipotesi su come cammini nel mondo, su dove vuoi andare, a cosa tieni davvero. I due moti, come flusso e riflusso della marea, si incontrano in qualche nodo oscuro, nelle profondità silenziose del mare del nostro io, della nostra consapevolezza.

Mi guardo indietro e al tempo stesso vedo una deviazione netta, ma anche un fiume carsico, costante. Cerco di non raccontarmela. Ho compiuto degli errori, alcuni dei quali rimpiango profondamente: se avessi fatto più attenzione, mi sarei risparmiato scelte e posizioni che, anzitutto, hanno ferito e appesantito me stesso (e di conseguenza il mondo). Ho presente anche gli infantilismi, le deleghe e le debolezze cui la religione sa appellarsi e stuzzicare. Tuttavia in coscienza “ho sempre cercato di essere vero”, come scriveva Verga. Anche giudizi e azioni che oggi ritengo profondamente sbagliati e perfino dannosi, erano, quantomeno in parte significativa, legate alla ricerca delle stesse risposte per cui oggi sono un uomo molto diverso. Newman diceva che convertirsi vuol dire aderire più profondamente a ciò in cui, in fondo, si credeva già prima. Sarebbe forse sorpreso che qualcuno lo citi raccontando di essere diventato un agnostico/ateo omosessuale, ma ha non poca ragione. La grande cartina di tornasole di un percorso è se i passi successivi salvano qualcosa dei precedenti, quantomeno il meglio dei precedenti (se ce n’è stato). Sdraiato su questo prato, sento di essere più Edoardo di quanto lo fossi a 14 o 25 anni. Tutto quello che amavo davvero allora è ancora qui. Cerco ancora di combattere la buona battaglia, come raccomandava Paolo di Tarso, e ho conservato la fede. Ma fede in che cosa?

Chiudo gli occhi sul prato, e il sole adesso è una macchia calda sulle palpebre.

Da un certo punto di vista so che questo pezzo sono appunti di un’autobiografia che sarebbe meglio scrivere tra molti, molti anni, per parecchi motivi (la modestia non è tra questi, sono profondamente convinto che basta concedere un po’ di tempo e attenzione a qualunque sconosciuto per scoprire che non esistono vicende banali). Qualunque scritto meno ampio di un libro taglierebbe dettagli, episodi, collegamenti di cui avverto tutta l’importanza. Però sento comunque necessario stendere questi appunti, questo primo tentativo di voltarsi indietro e gettare uno sguardo al cammino percorso. Questo per domande che mi sento spesso rivolgere, e che mi sono fatto io stesso. Molti infatti mi hanno chiesto cosa non mi abbia fatto semplicemente guardare con occhi diversi alla questione dell’omosessualità, ma al non credere più in Dio. Si tratta spesso di credenti che non vedono come le due cose debbano necessariamente cozzare (talvolta, seppure non sempre, coincidono col sottogruppo di quelli che, con occhioni sgranati, annuiscono gravi alla parola “omosessualità” e le incollano sempre accanto “dramma”. Colpa di un cortocircuito pasolinian-testoriano che è assunto a modello prefissato con cui leggere, sempre e comunque, la questione. È difficile, sotto quegli occhi, non sentirsi improvvisamente addosso una giacca di pelle molto anni ’80 mentre fai cruising per un pompino nei cessi delle stazioni). “Vabbè”, è come se dicessero, “certo, su queste cose la Chiesa sbaglia… ma Dio! Dio è un’altra cosa, e tu stesso non ne hai fatto esperienza per anni?” È già un argomento che, a ben guardare, investe praticamente tutto. Si tratta di provare a definire (o quantomeno additare) la propria visione dell’esistenza, più ancora, quale sia la stoffa vera delle cose, cosa troviamo al fondo di noi stessi. Cosa voglia dire, effettivamente, incontrare Dio, e cosa ti possa far ricredere su una relazione così decisiva. Qualcuno invece mi ha, per motivi diversi (dalla curiosità al dispiacere) rivolto un appello che potrà sembrare bizzarro e persino ridicolo, ma che vi assicuro è per me della massima importanza e arriva persino a costituire la punta acuminata e sfavillante dell’iceberg dell’altra questione, la sua ricaduta “immaginativa” nella mia vita, un aggettivo che per una persona come me è assolutamente decisivo: “Come hai fatto, tu che hai scritto e parlato tanto di imprese di amore e sacrificio come quelle di Frodo e la Compagnia dell’Anello, indicandole come il grande orizzonte ideale della tua vita, voltare le spalle, ignorare quel bene, e gettarti tra le braccia del nemico? Cosa ti ha fatto cedere, arrenderti e dire che la vita non è quel grande viaggio eroico, espresso da un artista come Tolkien, profondamente cristiano e cattolico?”

Per chi deve tanto a una storia, riconoscendola legata a tanti passi della propria vita, e non come una semplice evasione, questa domanda ha parecchio peso. Vi assicuro che me lo sono spesso domandato: ho detto infinite volte, in scuole, convegni, articoli, che noi siamo Frodo, che io sono Frodo. Ho forse smesso di crederci? Sono diventato come il Rinaldo del mio amato Tasso, che dimentica la grande impresa per cui tutto il mondo va in guerra, languido e effemminato tra le delizie stregate del giardino di Armida? È riaffiorata ancora e ancora, man mano che mi allontanavo da ciò che credevo costituisse il centro della mia vita e della mia visione delle cose. Stavo smettendo di credere nella Chiesa, poi in Cristo, e in Dio. Stava succedendo lo stesso con le storie che amavo di più, e che credevo fossero inscindibilmente legate a tutto ciò?

La risposta è no. In certo senso sì, certo, ho smesso di credere in un gran numero di cose, che avevano un legame anche con le storie che mi hanno toccato il cuore, e che mi hanno fatto decidere di dedicare la vita alla scrittura, insegnata, recensita, tradotta, creata. Come diceva Nietzsche, “per simili incatenati la grande liberazione giunge improvvisa, come una scossa di terremoto: a un tratto la giovane anima viene scossa, strappata via, divelta — né capisce essa stessa che cosa stia accadendo. Un impulso e un impeto la dominano e divengono per lei come l’ordine di un padrone; si destano una volontà, un desiderio di andar via, non importa dove, ad ogni costo; una prepotente, pericolosa avidità di conoscere un mondo mai scoperto arde e divampa in tutti i suoi sensi. «Piuttosto morire che vivere qui», dice una voce imperiosa e seducente: e questo «qui», questo «a casa» è tutto quello che sinora la giovane anima aveva amato! Una paura e una diffidenza improvvisa verso ciò che essa amava, un lampo di disprezzo verso quel che per essa significava «dovere», un desiderio ribelle, arbitrario, vulcanicamente irruente di partire, allontanarsi, straniarsi, raffreddarsi, rinsavire, gelarsi, un odio per l’amore, forse un gesto e uno sguardo sacrileghi indietro, verso ciò che essa sinora aveva venerato e amato, forse un rossore di vergogna per quel che ha appena fatto, e insieme un’esultanza per averlo fatto, un ebbro, esultante brivido interiore nel quale si rivela una vittoria — una vittoria? su che cosa? su chi? una vittoria enigmatica, ricca di domande, problematica, ma pur sempre la prima vittoria: simili cose brutte e dolorose appartengono alla storia della grande liberazione.” Così è stato, per me. Non credo che ci siano potenze invisibili che abbiano la saggezza e la dolcezza di Galadriel. Non credo che alla fine della vita ci attendano dei Porti Grigi da cui salpare per raggiungere una terra beata dove, finalmente, le ferite che abbiamo sul cuore verranno guarite. Un certo modo di affidarsi a queste categorie, a queste immagini, oggi mi riempie persino di rabbia e disprezzo. E vergogna per averlo sottoscritto. Cerco di sfidarlo e combatterlo tutte le volte che posso, nella vita e nella scrittura. Non credo che si cammini nella cenere e tra le colate di lava, portando il peso del Male sul collo. E soprattutto, che Qualcun Altro lo faccia per noi. Ma ad un altro livello, che stranamente coesiste ed è sovrapposto al primo, no, non è così.  A un certo livello, ci credo eccome. Non ho smesso di amare Tolkien, Chesterton, Dostoevskij, Dante e Lewis, adesso che, a differenza loro, la penso come Hitchens, Beckett, Camus, Dennett, Dawkins, autori che non mi fanno battere i cuore o affiorare le lacrime meno di loro, e quel che più conta, con loro. Non importa che alcuni di questi due elenchi si avversassero e disprezzassero perfino. Vorresti che i tuoi maestri si amassero tra loro, ma quella sintesi, spesso dolorosa e incompleta, sei tu. Non ho smesso di credere in Frodo, Bilbo o Galadriel adesso che credo anche in Ringil, Egar, Archeth, e perfino in Satana. Non ho smesso di camminare verso Monte Fato, adesso che non credo in Dio e tifo per Prometeo, incatenato su un altro monte, la vetta del Caucaso. La questione è cosa voglia dire farlo, e come.

Ed è quello che voglio provare a raccontare per la prima volta. Cosa abbia voluto dire abbandonare una visione del mondo, e abbracciarne un’altra molto più personale e incerta, puntellata da pochi punti fermi, e che getta anche un’ipotesi di lettura diversa su ciò che ho già vissuto, pensato, amato. So già che ci tornerò ancora e ancora. In fondo non scrivo comunque di altro. Che contributo portino le storie che amiamo alla nostra vita, alla nostra storia. In cosa non credo più, in cosa credo ancora, che ricaduta abbia sull’immaginazione, ma anche il contrario. Senza certe storie, non mi sarei fatto certe domande, non avrei preso certe decisioni. Cosa mi abbia fatto passare dalla Religione all’Ateismo, senza smettere di credere nei Miti. Anche in questo caso, si tratta di raccontare delle sterzate, delle deviazioni, dei ritorni sui propri passi, ma, anche, qualcosa che c’è sempre stato, che cerco di mettere sempre più a fuoco, ma, soprattutto, di tenermi stretto.

Sarà un racconto che ripercorrerà molte esperienze personali (come diceva Chesterton, in fondo ricaviamo la nostra visione del mondo da qualche libro, qualche volto e qualche paesaggio), ma che citerà anche molte discipline che hanno attraversato la mia vita, e che costituiscono alcuni dei miei interessi principali: la letteratura e la filologia critica, lo studio delle religioni, l’evoluzione e persino le neuroscienze.

Non si tratta di un’autobiografia, perché altrimenti dovrei coinvolgere e citare non solo i miei genitori, mio fratello e parenti (gli eroi che mi hanno sempre e solo riempito letteralmente di luce, sostegno e tifo per qualunque cosa tenessi, inoculandomi così un vaccino che, nel tempo, mi avrebbe aiutare a sfebbrare da tante scelte parziali), ma anche tanti conoscenti e gli amici (alcuni credenti, altri atei o agnostici) che mi onorano con il loro affetto. Molti temi delle pagine che seguiranno sono stati discussi con loro, nel corso di tanti anni, tante passeggiate, tante cene. Spero si capisca che la loro presenza marginale nel racconto è dettata solo dal rispetto e, talvolta, dalla discrezione.

Questo è il pezzo più difficile che abbia mai scritto, perché a ogni rigo sento che dovrei aggiungere mille dettagli, sfumature, parentesi e incisi. Di solito quando scrivo un articolo o il capitolo di un libro, memore di alcuni ottimi consigli di Jean Guitton, faccio un elenco delle cose che voglio dire e che costituiranno i paragrafi. Poi le metto nell’ordine giusto, inserisco le citazioni specifiche sotto ogni blocco, come se tratteggiassi l’ossatura. A quel punto il più e fatto, e non resta che espandere i concetti, legarli tra loro, e limare il tutto. Muscoli, pelle, capelli. Ho provato a farlo anche qui, ma si è rivelato molto più difficile e, per la prima volta, artificioso. Sto persino evitando di trascrivere le citazioni dai libri che amo, e a cui vorrei ricorrere per spiegarmi meglio. Citare il passaggio da qualcuno che ammiro per me non è mai stato per il gusto di sfoggiare letture o erudizione, ma per un debito d’amore come direbbe -appunto!- George Steiner. Per me quel pensiero, magari molto personale, e quell’immagine o espressione altrui sono un tutt’uno. Citarle vuol dire raccontare non solo dove, magari per la prima volta, un’intuizione confusa si è fatta chiara, ma anche “come” penso quel determinato problema. Sento di esprimermi molto più così che in altro modo. Eppure stavolta non lo sto facendo. So già che in determinati punti dovrò trascrivere parole di altri, che sono state fondamentali per la mia vita e la mia riflessione, ma se adesso le vedessi già nelle prossime pagine, che aspettano di essere connesse tra loro, so che mi sentirei stranamente rigido. Le scriverò via via, o le aggiungerò in un secondo momento.

Una volta C. S. Lewis disse che ci si ritrova a scrivere dei pezzi insopportabilmente personali. Temo sia una di quelli. E posso solo rassicurare il cortese (ed eventuale!) lettore che i prossimi capitoli saranno meno confusi di questo affastellarsi di immagini e continue precisazioni, e che non saranno UN LUNGO MONOLOGO DRAMMATICO SCRITTO NEL MEZZO DEL CAMMINO DELLA VITA. Tanti passaggi non sono stati accompagnati solo dalle lacrime, ma anche dalle risate. Tuttavia, nella natura di quella che per me resta una riflessione costante e quotidiana, dove tutto dialoga con tutto (l’immaginazione, il sesso, la morte, l’amore) spero possano esserci spunti interessanti anche per qualcun altro. Per me il problema non si pone. A un certo livello, qualunque cosa viva, al centro di ogni esperienza pura (direbbe Lewis), dal caffè al mattino al silenzio in cima un monte allo spasmo di un orgasmo, io sono sempre su quel prato, su quella lastra di pietra antica, su quella spiaggia. C’è un fuoco accesso, e delle figure si avvicinano e tendono le mani alla fiamma. Sono alcuni scrittori. Alcuni personaggi. Alcune storie. 

[continua…]


Edoardo Rialti (1982) è traduttore di letteratura anglo-americana e letteratura fantasy, sci-fi, horror, per Mondadori, Lindau, Gargoyle, Multiplayer. Tra gli altri ha tradotto e curato opere di C. S. Lewis, J. Abercrombie, P. Brown, O. Wilde, W. Shakespeare. E’ collaboratore de “Il Foglio” dove si occupa di critica letteraria e ha scritto le biografie a puntate di J. R. R. Tolkien, G. K. Chesterton, C. S. Lewis, C. Hitchens. Ha insegnato in Italia e Canada. Dipendesse da lui, la sua giornata comprenderebbe solo caffè, sport e scrittura.
Copertina: Wikimedia, Trentasei viste del Monte Fuji, nell’articolo, opere di Luigi Ontani, courtesy Pananti.

English version

di Edoardo Rialti

(Translated by Francesca Petrizzo)

Preface – One Place, in Three Different Places

And he sang to them, now in the Elven-tongue, now in the speech of the West, until their hearts, wounded with sweet words, overflowed, and their joy was like swords, and they passed in thought out to regions where pain and delight flow together and tears are the very wine of blessedness.

J. R. R. Tolkien

Faith makes blessed: therefore, it lies…

F. W. Nietzsche

Is it a wolf I hear,
Howling his lonely communion
With the unpiloted stars,
Or merely the self importance and servitude
In the bark of a dog?
How many millennia did it take,
Twisting and torturing
The pride from the one
To make a tool,
The other?
And how do we measure the distance from spirit to spirit?
And who do we find to blame?

R. K. Morgan

When I can, I catch a bus that brings me to the hill of Fiesole, a little above my house, near the Franchi Soccer Stadium. I was born in Fiesole, as many were in the early ‘80s. It was the custom. Thus, technically, I am myself one of the bestie fiesolane, the beasts from Fiesole my beloved Brunetto Latini mentioned with disdain in book XV of the Inferno. His is one of the most beautiful, most moving portrayals of an artist and a homosexual in the history of literature. He is a man who can still smile about the victories of that talented, fiery boy with whom he used to stroll around Florence, and who entrusts him with that place where both a layman and a writer live on: his writing. His own voice, gathered up in ink. That “I am here” which traces itself back to the prehistoric handprints in caves. Know that I was this, I loved this. Ser Brunetto then, have mercy.

It’s one of those journeys on which I almost never read. The wait, the different landscapes, the details I know by heart and can anticipate: it’s all part of the pleasure. I watch the cypresses and pines parade by. We pass San Domenico, where sometimes on the way back I will stop to have a sandwich and a glass of wine sitting outside. We get to the main square, with Garibaldi and King Vittorio Emanuele shaking their hands, each on his own horse. I cross the square, I pay for my ticket, and suddenly in front of me a different landscape, a different world, a different silence open up. It’s the landscape of the valley behind the hill, the Etruscan and Roman ruins. The perfectly preserved theatre, the baths, the temple of Minerva.

I come here when I need to be quiet, to look and listen. I sit on the steps of the temple of Minerva. She was always my favourite goddess, with that face like a New York editor who’s intrigued by the genius of a broke writer, as women who are powerful and intelligent can be, and then decides to help him at any cost. In the end she’s the fifth woman Odysseus seduces. And what about that dual pronoun she uses to express their common projects? It’s almost as if they were really lunching, chatting together in a restaurant atop a skyscraper. I close my eyes, or I look at the wind shaking the branches on the olive trees.

I always ask myself the same question, climbing up here. Are the Gods real? That inexpressible feeling which seems to emanate from these rocks is the echo of their vanished voice, it’s their modern whisper, because after all they never left. Or is it that the voices, the mystery and the quizzical smile of the Virgin Warrior, She who weighs up the chaos of battle and makes it into orderly geometries, are all in my head? Is it that this place evokes them because it’s tied to all the times I came here with those tales in my eyes and in my heart, to the books I read and the texts I translated in class? Is there indeed something in this place, “where prayer was valid” in the words of Eliot, or is it the layered memories of years and years of books, thoughts and imaginings who make me find this Minerva, who after all only exists inside me, on these steps worn down by time?

Is it not unsettling how there are figures, characters who, after all the believing and reading and quoting them in our personal collective history we have done, covering them in layers of thoughts and reflection and imagination, seem as real and historical as Napoleon or Obama? I feel like I know Apollo and Achilles better than them, so much so that if I saw them misrepresented in a book or movie I could even say: “No, he would never have said this.” How do I know? I ask myself this question every day. Is there truly something outside of us, and if so, in what measure? Must we look for everything in our own eyes, in our mind, in what we want to read and find in the world? These pages want to tell the story of what I have found thus far, and what conclusions I have come to. They are like travel notes.

Returning to the steps of the temple: there I read for the first time Nietzsche’s “The Birth of Tragedy”. I closed the book and felt I was still going simply by looking around. Apollo traced lines of harmonious beauty: the landscape and pillars came together like the bones and muscles on the outstretched arm of a teenager. And under every blade of grass I could feel Dionysus pulsate, that wave of dark wine which makes you run ahead and dive into people and things. Shedding your ego as if it were wet clothes. Since I have discovered R.K.Morgan, my favourite novelist, every year on my birthday I sit on those same stones and listen to Simon Vance reading a dialogue between Ringil Eskiath, an exhiled homosexual warrior, and Firfidar of the Dark Court, Goddess of dice and death, who answers him by animating a corpse so beautiful and sick you would chase him/her down a dark alley to kiss him and let him/her infect you.

I have come here alone, with people I love or I am fonder of. It is the closest thing to “sacred” I hold. It was sacred even when I still attended church; even then I would have called my bond with this place a prefiguration of the true meeting with God. Christ sub specie Minervae, as Dante, as Lewis would say – Lewis who felt actually tempted to pray to Apollo and Delphi.

Now we are alone again, Minerva and I. But sometimes instead I close my eyes to focus on breathing, as the Buddhist apanasati has taught me to do (I believe and fear I have ended up in that pose, austere and solemn, even in some French tourist’s pictures). And suddenly, like a spell (as after all it is) I am no longer alone in Fiesole, but in Follonica, on the Tyrrhenian sea. My sea.

I spent all my summers there, since I was a child. To me that is the Sea, whether grey and luminous, lit up by the numberless smiles of the waves, or livid and greenish under a wintry sky, as in Aeschylus’ Prometeus. Elba’s profile, turning violet as sunset, was always the Deathless Land as glimpsed from Numenor. I brought the Odyssey to these rocks, reading it while Poseidon gurgled and murmured between the stones. Here I came to look at the stars and the lights of the town at night, with the stalls for sweets and clothes, teenaged couples dressed in their good shirt or elegant skirt even in summer, families with strollers and ice-cream. Between those lights and the lights of the Gods opened the black expanse of the water, like a barrier. But suddenly a flame lit and trembled on the sea – some fishing boat – and it looked like a star come from the sky. I wrote a fragment of short story about it, on the beauty of Helen, about sharing her divine splendour with our sweet human poverty.

Here I come running early in the morning, or I drink coffee on the balcony, looking at the sea, enjoying the coolness of the floor under my naked feet as it warms up in the sun. Here I have come back every July, and like any place you go back to regularly but rarely, it’s like a litmus test to see how you’ve changed. It depends on how you look at what you know so well already, from the scent of bouganvillea flowers to the tanned boys playing football on public beaches. I have come here as a child, a boy, a man. I came with the playbooks of Lupo Solitario, intoxicated by Anne Rice at thirteen, with novels by the Catholic painter Michael O’Brien, with Proust, G.R.R. Martin – I read the duel between the Red Viper and the Mountain shivering under the lancing sun of the early afternoon – with Chimamanda Adichie, with Dawkins and Dennett on evolution.

I am so closely bound to this place that if I happen to come through the station on some train, on my way to Grosseto for a conference, as I get there I become happier and more excited, and I need to open the window, breath in the smell of the pines, smiling at the fleeting image, just a glimpse through the buildings which run along the railway, of a brushstroke of my sea and of the roundabout where I take a second coffee early in the morning and read the newspapers..

Whenever I can I even alight, if only for an hour. Maybe it’s winter and it gets dark early, but I can enjoy the afternoon light anyway, and I can sit down on the deserted beach, attended only by some middle-aged man with his dog. This sea was always my friend, and I often wonder what I sometimes looked for here with such hunger. I think that in my years of greatest religious fervour, when I went to Mass every morning even on holiday, that great embrace, luminous and warm, became entwined with my relationship with God. It was almost its visible image. More than visible: you could literally dive in it. It was also a sensual experience, the greatest I could then allow myself. I could enjoy the sunlight on my skin, and the sight of something which elsewhere would have troubled me as illicit and hard to manage: the bare, slim torso of some visiting friend, the oval of the muscles of their arms as we sat eating fruit, the serene beauty of some unknown boy that passed by on the edge of the water running after a ball. Here such things could shine without too much danger.

It would not always be so, luckily. The sea, the light, the stab of desire I felt in my groin would be vindicated. It was also a place where I always felt alone. Meaning just me, alone, before its vastness, which at the same time reflected that inner sea of things, feelings, images one would like to express, but at the same time he knows are his alone. At thirteen, it was this sea I dreamt of, as I sat on the beach next to a boy of whom I remember nothing but his sweet beauty and the total attention he had for what I was telling him. An engulfing understanding, which let you breathe. Words could only be words. And gestures only themselves, because his look understood them and got beyond them.

Now I live the time of going home much better than I did then. And this is because I have learnt that the greatest gift that expanse of water can give me is to teach me the way back anytime I want, the way back to the coast of Follonica that I carry in my blood, in that inner sea made into rhythm by the tide of my breath, at the intersection of all the possible Edoardos, all the Edoardo I might have been, and the man I try to become each day. Now I no longer believe in life everlasting I am absurdly comfortable with the unease that little foretaste of death brings each time. I was thinking about it in the third place I must evoke in this preface. A place which, unlike sea and Greek temple, I had not seen for exactly twenty years.

Six months ago I was in London. It was for work, certainly, but above all for an appointment that escaped any definition or box. I went to Liverpool station, where I bought a ticket to Norwich. I got a cappuccino, burning my mouth as I always do at the slot in the plastic lid, and I strolled around the newsagent, looking at the first few pages of the horror novel The Loney, on whose cover flashed an enthusiastic endorsement by Stephen King. I told myself I’d buy it once back in Italy. Then my train came, an interregional train both elegant and antiquated, with dark brown seats and no electric plugs. The conductor, a young woman who walked through the carriages with a lovely polite smile, shook her head still smiling at my request whether there was anywhere to recharge my phone. She was certainly used to giving that answer all the time, but perhaps because I was travelling both happily and excitedly, it seemed to me she said it as if sharing a brilliant joke. I am sorry, this train is not equipped for that. But is it not amazing? If you don’t have enough battery you can only read and look.

I waited for the train to start, I listened to Looking Too Closely by Fink as we left behind first the swirling architectures of the last generation skyscrapers – Abercrombie is right when he says that, in the right perspective, we are ourselves Elves: if a viking suddenly appeared under the skyscrapers he would feel the same vertigo of travelers amongst Lovecraft’s alien minarets – then the suburbs with the houses in red brick and their sparsely green yards out back.

When we started getting through the open countryside, with cottages, ponds and woods under a cloudless sky, I turned my iPhone off. I spent two hours just looking, sometimes re-reading a few pages by R.K. Morgan. This was the very man I was going to meet, after fours years of emails since the first time I had discovered him with the undefinable emotion which accompanies stories and words which change you radically, even as you realise that they were always there. I re-read randomly, without even looking for my favourite moments.  And such moments do not exist anymore in best-loved books, because what matters is the strange intimacy with which they speak to you, even before the substance of what they tell, like a lover chatting in your ear after you have had sex, as you glimpse his silhouette resting on an elbow, in the dark.

As C.S. Lewis noted Shall I be thought whimsical if, in conclusion, I suggest that this internal tension in the heart of every story between the theme and the plot constitutes, after all, its chief resemblance to life? If story fails in that way does not life commit the same blunder? In real life, as in a story, something must happen. That is just the trouble. We grasp at a state and find only a succession of events in which the state is never quite embodied. The grand idea of finding Atlantis which stirs us in the first chapter of the adventure story is apt to be frittered away in mere excitement when the journey has once been begun. But so, in real life, the idea of adventure fades when the day-to-day details begin to happen. Nor is this merely because actual hardship and danger shoulder it aside. Other grand ideas–home-coming, reunion with a beloved–similarly elude our grasp. Suppose there is no disappointment; even so–well, you are here. But now, something must happen, and after that something else. All that happens may be delightful: but can any such series quite embody the sheer state of being which was what we wanted? If the author’s plot is only a net, and usually an imperfect one, a net of time and event for catching what is not really a process at all, is life much more? I am not sure, on second thoughts, that the slow fading of the magic in The Well at the World’s End is, after all, a blemish. It is an image of the truth. Art, indeed, may be expected to do what life cannot do: but so it has done. The bird has escaped us. But it was at least entangled in the net for several chapters. We saw it close and enjoyed the plumage. How many ‘real lives’ have nets that can do as much?

In life and art both, as it seems to me, we are always trying to catch in our net of successive moments something that is not successive.

I re-read the scene in which Ringil Eskiath, the protagonist of Morgan’s fantasy trilogy, a homosexual warrior-wizard, allows the rape of Poppy Snarl, the slave trader who sold his cousin. Before she dies the slave trader smiles bloodily at him and asks how many times he thinks she’s been raped before.

Then I re-read the piece in which Archeth speaks with his father, Grashgal of the alien and immortal Kiriath people, with their dark skin and such advanced technology that to men it appears indistinguishable from magic. We are what we build… Forces older and darker than knowing forced knowing upon us and long ago locked us out of paradise. There is no way back. The only victory against those forces is to build. To build well enough that, when we look back along the path of exile we have engineered, the view is bearable.

This excerpt, given one of those mysterious overlaps that weave what we read together, made up the flashback of a flashback, because the scene of Archeth bent on remembering under “an iron alloy tree in one corner of the courtyard, gleaming where the late afternoon sunlight played off features in the gnarled metal bark” in my memory is inseparable from the time I first read it, on the beach in my Follonica. I had just come out of the sea, my feet drinkingin the pleasant tickle of the warm sand, and my breath slowed down, eating a peach that tasted even better on salty lips.

Then I jumped to the dialogue between Anasharal the Helmsman, the metal shell fallen from the sky, and the priest of the New Revelation. The sentient machine, which the monotheistic Creed is trying to make sure is not some demon, disentagles itself cryptically and amiably from subtle theological distinctions on the nature of the “immutable spirits” and the importance of telling apart agent and act, viewer and actor, to then confide to Archeth in a language they alone know: “We’ll have no more interferences from these idiots? Immutable spirits, indeed. Morons.” And like I do every time, I giggled, and I went back to looking outside the window.

Once in Norwich I went quickly down-town and looked for the sushi place where we were to meet for lunch. I was a good hour early, and the restaurant opened on the same square as a beautiful Gothic cathedral. Elderly volunteers greeted you there, so splendid in their kindness and elegance you could not help but stop to ask them something, anything, even if it was an excuse, just so you could thank them for their service. Other volunteers walk the centre of town in couples, with identifying vests and maps to give out to visitors. I crossed the cathedral and the cloisters, more hurriedly than I would have liked to, but time was what it was and my objective was another, at least partially so.

I came out on the lawn outside the cathedral, fenced in by the rectory, the gate and what turned out to be a high school. The benches under the sparse trees were all full, but I wouldn’t have sat there anyway. Just like a few high-schoolers in their uniforms – white shirts, ties, dark trousers – I placed my light jacket on the grass, and I lay down. They leant on one side, tearing out blades of grass and joking. I heard clearly “if you won’t come I will never forgive you” and “vagina” (though not in the same sentence, I think). I lay down with my hands cupping the nape of my neck, looking up at the blue sky and the white clouds which sailed sleepily through the warm, limpid early May day. I stayed liked that for half an hour.

I had already been there, exactly twenty years before. I was fourteen when I took my first study holiday in England, staying with a Norwich family. And it was on the cathedral lawns that I came with a sandwich in my lunch break. My schoolmates went down-town together looking for fast food to get rid of the sandwiches provided by their host family. But I didn’t dislike them, they were part of that English atmosphere I tried to drink in, which I had read about in books and glimpsed through movies with a strange but inescapable sensation of home, or at least a room in my home, such as the Mediterranean and Tuscany. I liked that solitary break, with a C.S. Lewis book and perhaps a prayer in a cathedral pew.

I knew it had been turned into a protestant church, but I was a reader of Lewis, who had never shared certain Catholics’ aversions for the “heretics”. It was just me and the God I felt I had found again as apex and foundation of everything that enchanted me, from the words of my favourite writers to the atmosphere of some places, or “that central music in every pure experience which had always just evaded memory was now at last recovered”, as Lewis himself said, from the sound of pouring tea in a cup while it’s raining  outside to the great ecstasy of a Palestrina choral, and even to my heart skipping a beat at the sight of the boy I had a crush on. Yes, I was already well aware of being homosexual, and it was this discovery that had drawn me away from the church at thirteen.

Now that thanks to Lewis, Tolkien, then CL I had embraced Christianity again homosexuality was a problem of which I talked about with no one. But the enthusiasm derived from finding an answer to the questions on existence and the universe gave me a sense of faith too: back then the idea of becoming a bachelor with pipe and tweed jacket, who taught medieval allegory, was the most heavenly thing I could think of. All it took was keeping at bay the stabs of the thorn into flesh, curbing what I fantasised about doing (and sometimes did) with some schoolmates. Afterwards I confessed, determined to be a knight of Christ in battle with the dragon, Frodo bearing the Ring to Mount Doom in the company of Elves and Wizards, laughter, battles and songs.  My incommunicable secret would be part of the gentle sadness. The reserve and the strangeness I felt then would always accompany me, and perhaps be a fundamental part of my charm. They fit perfectly with the kind of man I wanted to be. I wasn’t in love with any boy in particular. I was in love with God.

And here I am, twenty years later, as in Dumas’ novel. After writing publicly about my homosexuality, after leaving CL and the church, having written appeals on civil rights and State laity, here to meet a writer who tells stories about homosexual knights and lesbian aliens who spit in the face of Gods who are just the echo of other men and women, other stories. I am here looking at twenty years where so much has happened. At fourteen I never would have imagined that I would come back here after a U-turn that would cast everything in doubt. I believed in God and in the Church, only to later review step by step the entire vision I had of men and the universe, starting from questions which my nature, what I read, my reflections kept raising. I couldn’t wait to grow quite literally old, and get rid of a youth I felt to be embarrassing, out of step with my outlook on things and myself. But here I am, a sportsman, still feeling the pleasant burn in my muscles from my training last night.

I wanted to be a bachelor writer and now I am a writer who has had small relationships, and great ones, and enormous ones, and who is content with admiring the pecs or the perfect line of the arm of a gorgeous man passing me in the street (not to mention his ARSE, there, I said it) and smile at him. I have borne witness on faith and culture in front of thousands of people, I have written the life of Christopher Hitchens, who wanted to bring to trial Theresa of Calcutta and Ratzinger.  I have curated exhibitions on Thomas More and G. K. Chesterton, and I have written articles in which I accuse the Church of being complicit in the ferocious disaffection with which entire societies look at the richness of personal identity, and in the violence of so many responses.

I have flagged up the “corruption” of contemporary fantasy books and I have become the enthusiastic translator of those same books. I have written in praise of Dark Lords, something which years ago I would have thought a betrayal of my public responsibility as writer and thinker. I awaited Paradise and now I think this is the only life we have at our disposal, our only waltz, and that the loss of the personal and collective Eden may be a good thing, however painful. I fought my body to protect the soul from the threats of the flesh, and now I think there is only the body, and that mysterious flower we call mind. I took an aeroplane just to get here and thank somebody I have never met before, thank them for the anger and the courage of their words, which helped me not a little in saying, first to myself, then to everyone else: “No, I no longer believe in this look. I want to keep close that sinking in the stomach, in the groin, when you see someone so cruelly beautiful you wish their look, the attention of their mind, their heartbeat, the pressure of their body, made their way towards and inside you, in tune with your pulse. It is our greatest and tenderest wealth.

But for a strange coincidence I am here again, where I used to dialogue with the King of the Universe as if he were a friend, where an endless series of great and small details, from the scent of wood in used bookshops, to the light that rests on the stones of the cathedral and the manicured lawn made me feel at home. “To arrive where we started and know the place for the first time”, Eliot wrote. It’s this image which makes me review what I said before. I have changed almost everything. Something has never changed, and it is that undefinable “something” I felt in stories I have always loved, and which have always been there, in every moment along the road. De Sanctis called it “l’indefinito”, the undefined, I think. And it was in order to understand what I saw in them, and what they said about what I discovered in myself that I made some of my choices. And then others.

At the root of every important moment, before even values or beliefs, there have been images, and every choice, value, judgment for me had to have a fallout in my imagination. Frodo, Gandalf, Ulysses, Achilles, Dante have always been there. They were joined in time by Aschenbach, Lewis’ Orual, prof. Ransom and prince Myskin, Kirillov, Philip Marlowe, Prospero, Macbeth, Mary Renault’s Alexis. And then Lord Asriel, Nicomo Cosca, and indeed Ringil Eskiath, Takeshi Kovacs, the Modesta of Goliarda Sapienza. And many others. It’s a movement both ways. Some experiences and decisions make you read reality, and stories, in a certain way, but the contrary is also true: what you read, and the outlook with which you read it, makes a hypothesis on how you walk in the world, where you want to go, what you really care for. The two movements, like the coming and going of the tide, meet in some dark knot in the silent depth of the sea of our ego, of our consciousness.   

I look back and I see at the same time a neat deviation but also a constant, underground river. I try not to deceive myself. I have made mistakes, some of which I regret deeply: if I had been more careful I would have spared myself choices and positions which hurt and burdened myself (and therefore the world). I also know well the childish attitudes, the deferments and the weaknesses which religion can appeal to and tickle. But in all honesty “ho sempre cercato di essere vero”, I always tried to be true, as Verga wrote. Even judgments and actions which now I think deeply wrong and even damaging were tied, at least mostly, to the search for the same answer which has made me a much different man today. Newman said that converting means just walking closer to what, after all, you already believed in. He would perhaps be surprised of someone quoting him about how he has become a homosexual agnostic/atheist, but he is more than a little right. The litmus test for a path we’ve taken is seeing if the steps to follow save something of the steps that preceded them, or at least their very best, if it was there. Lying on this lawn I feel I am more like Edoardo than I was at fourteen or twenty-five. Everything I truly loved then is still here. I still try to fight the good fight, as Paul of Tarsus recommended, and I have kept my faith. But faith in what?

I close my eyes on the lawn, and the sun is a warm stain on my eyelids.

From a certain point of view I know that these are notes for an autobiography I should really write after many, many years, and for many reasons. Modesty is not one of them; I am deeply convinced that all it takes is looking closely at any stranger to find out there is no such thing as a banal man. Any writing shorter than a book would cut out details, episodes, connections whose importance I deeply feel. But I feel it is nonetheless necessary to put these notes on paper, this first attempt at looking back and get an overview of the path I have followed thus far.

This in the name of questions people have often asked me, and which I have asked myself. Many indeed have asked me what made me not just look at homosexuality differently, but also what has led me to not believing in God anymore. Often they are believers which don’t see how the two things clash. Sometimes, but not always, they are the same as the group who nod solemnly with big open eyes at the word “homosexuality” and tack “tragedy” next to it. I blame it on a short-circuit inspired by Pasolini and Testori, which proposes the same model response to the issue each and every time. It’s hard, when those people look at you, not feeling like you’re suddenly dressed in a very ‘80s leather jacket as you cruise for a blowjob in railway station toilets.

It’s as if they said: “All right, the church is wrong about these things… but what about God! God is an entirely different thing, and have you not experienced it yourself for years?” And already it’s an all-encompassing argument. It’s about trying to define, or at least outline your vision of existence, or rather what is the true matter of things, what we find at the bottom of ourselves. It’s about what it truly means to meet God, and what could make you change your mind on such a decisive relationship. Somebody, for disparate reasons ranging from curiosity to sadness, has made an appeal to me which might seem bizarre or even ridiculous, but I can assure you that it is most important to me. We might even call it the sparkling needlepoint of that other great question, my life’s “imaginative” fallouts, a fundamental point for me: “How could you, after writing and speaking so much about quests of love and sacrifice such as those of Frodo and the Fellowship of the Ring, pointing to them as the great ideal horizon of your life, turn your back, ignore such goodness, and throw yourself into the arms of the enemy? What made you give up, surrender and say that life is not that great heroic journey a profoundly Christian and Catholic artist like Tolkien wrote about?”

For someone like me, who owes so much to one story, and who sees it bound up with so many steps of his life and not as simple escapism, this question has a lot of weight. I can assure you I have often asked myself about it: I have said a thousand times that we are Frodo, that we are Frodo. I have said it in schools, at conferences, in articles. Did I perhaps stop believing it? Did I become like my beloved Tasso’s Rinaldo, he who forgets the great quest for which the whole world is at war, to languish effeminately amidst the bewitched delights of Armida’s garden? It has resurfaced again and again, as I grew farther away from what I had believed to be the centre of my life and of my vision of things. I was ceasing to believe in the Church, then in Christ, then in God. Was it happening anyway with the stories I loved most, and which I believed to be indissolubly tied to all that?

The answer is no. From a certain point of view, yes, I no longer believe in a great number of things, things which were bound up with the stories that have touched my heart, and which have made me choose to dedicate my life to writing, taught, reviewed, translated, created. As Nietzsche said, “for such chained men the great liberation comes as sudden as an earthquake: all of a sudden the young soul is shaken, torn away, uprooted – nor does it understand what is happening. An impulse and an impetus rule it and become for her like a command from a master; a wilfulness, a desire to go away arise, it does not matter where to, whatever it may cost; an overpowering, dangerous greed to know, a world never met before burns and flames in all her senses. “Rather dying than living here,” says an imperious, seductive voice: and this “here”, this “home” that the young soul had loved until now! A fear and a sudden diffidence towards what she loved, a flash of disdain towards what she considered “duty”, a rebel, arbitrary, volcanically reckless desire to leave, wander, alienate, cool down, grow saner, freeze, an hatred for love, perhaps a gesture and a sacrilegious backward look, at what she had venerated and loved until know, perhaps a blush of shame for what she has just done, and together with it exultance at doing it, a drunken, exultant inner shiver in which there appears a victory – a victory? Over what? Over whom? An enigmatic victory, rich in questions, problematic, but yet the first victory: such ugly and painful things belong to the history of the great liberation.”

Thus it was for me. I do not believe in invisible powers with Galadriel’s wisdom and sweetness. I no longer believe in Grey Havens at the end of our life, whence to sail to a blessed land where our heart’s wounds are finally healed. A certain way of entrusting oneself to these categories, these images, now even fills me with rage and disdain. And shame for having once subscribed to it. I try to challenge it and fight it every occasion I get, in life and in writing. I don’t believe we walk in ash among rivers of lava, bearing the weight of Evil around our neck. And above all I do not believe that Someone Else does it for us. But on another level, that strangely coexists and overlaps with the first, no, it is not so.

On another level, I do indeed believe this. I did not stop loving Tolkien, Chesterton, Dostoevskij, Dante and Lewis, even if now, unlike them, I agree with Onfray, Coates, Hitchens, Becket, Camus, Dennett, Dawkins, authors who do not make my heart rush and my tears come any less than them, and what is more important, with them. It doesn’t matter that some of those in these lists disagreed or even despised each other. You wish your teachers loved each other, but that often painful, incomplete synthesis is you. I did not stop believing in Frodo, Bilbo or Galadriel now I also believe in Ringil, Egat, Archeth, even Satan. I never stopped walking to Mount Doom, even now I don’t believe in God and I cheer for Prometheus, chained on another mountain, the top of Caucasus. The question is what it means to do it, and how.

And it is this I want to try and tell for the first time. What it meant to abandon a certain vision of the world, and embrace another much more personal and uncertain, held up by few firm points, and which casts in a different key what I have already lived, thought, loved. I already know I will go back to it again and again. After all I never write about anything else: what kind of contribution the stories we love make to our life, our own story; what I no longer believe in, what I still believe, what kind of fallout it has on our imagination, but the contrary as well.

Without certain stories, I would not have asked myself certain questions, I would not have taken certain decisions. What made me go from Religion to Atheism, without ever ceasing to believe in myths. Even in this case, it’s about telling of the changes of direction, the deviations, the setbacks, but also something that has always been there, which I try to put in ever better focus, but above all to keep close to myself.

It will be a tale that will re-tread many personal experiences (as Chesterton said, after all we get our vision of the world from a few books, a few faces, and a few landscapes), but it will also tap into many disciplines which have crossed my life, and which make up some of my main interests: literature and critical philology, the study of religion, evolution and even neurosciences.

It isn’t an autobiography, because otherwise I would have to get in it not just my parents, brother and relatives (the heroes who have always and exclusively filled me with literal light, support and cheer for whatever I held dear, inoculating me thus with a vaccine which, through time, would have helped me sweat out so many partial choices), but also so many acquaintances and friends (a few believers, others atheists or agnostics) who honour me with their affection. Many of the themes of the pages that will follow have been discussed with them, through years, walks, dinners. I hope that it will be clear that their marginal role in the story is only dictated by respect and, sometimes, discretion.

This is the hardest piece I have ever written, because at every line I feel like I should add a thousand details, shades, parentheses and incidental additions. Usually when I write an article or the chapter of a book, remembering a few excellent pieces of advice by Jean Guitton, I make a list of the things I want to say and which will make up the paragraphs. Then I put them in the right order and I insert specific quotations under every block, as if I were drawing out the bone structure. Then the biggest work is done, and all is left to do is expand the concepts, tie them together, and polish the whole. Muscles, skin, hair. I tried to do it here too, but it turned out to be much more difficult, and for the first time it seemed almost an artificial process. I am even avoiding transcribing quotes from the books I love, and which I would like to turn to to explain myself better. Quoting a passage from someone I admire was never about showing off things I have read or erudition, but rather a debt of love, as George Steiner – there we go! – would say.

To me that thought, even if very personal, and that image or expression that belongs to someone else are one. Quoting them means not just talking about the place where, perhaps for the first time, a confused intuition became clear, but also “how” I think about that exact problem. I feel I express myself much more clearly in this way than any other. But this time it’s not working. I already know that in certain points I will have to insert someone else’s words, which were so important for my life and reflection. But if I could already see them in the pages to come, waiting to be tied together, I know I would feel oddly rigid. I will write them as they come, or add them in at a later time.

Once C.S. Lewis said you can find yourself writing insufferably personal pieces. I am afraid this is one of those. And I can only reassure the kind (and possible!) reader that the next few chapters will be less confusing than this piling up of images and continuous tangents, and that they won’t be A LONG DRAMATIC MONOLOGUE WRITTEN IN THE MIDDLE OF THE PATH OF MY LIFE. Many passages are not accompanied by tears alone, but by laughter as well.

However, in the nature of what for me remains a constant and daily reflection, where everything dialogues with everything (imagination, sex, death, love) I hope we can find interesting ideas for others as well. To me it’s not a problem. At a certain level, whatever is alive, at the heart of every pure experience (as Lewis would say), from my morning coffee to the silence at the top of a mountain to the spasm of an orgasm, I am still on that lawn, on that ancient slab of stone, on that beach. There is a fire burning, and a few figures come closer and hold their hands to the flames.

They are a few writers. A few characters. A few stories.