Perdere la fede, riconoscere l’omosessualità, abbandonare gli dei ma non le loro storie; una serie di tracce autobiografiche attraverso i libri.


di Edoardo Rialti

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Gli altri intanto
Si baciavano sulla bocca,
ma io Ti mangiavo tutte le mattine.
E allora, perché perché
Dunque ero così triste?

David Maria Turoldo

A quel punto si fermò un attimo. Sapeva di essere sull’orlo di una scoperta che gli avrebbe salvato o distrutto la vita. Poi spalancò la porta ed entrò.

Oscar Wilde

Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi.

Vangelo di Giovanni

Se dovessi sintetizzare questo capitolo della mia vita, lo racconterei come una piccola fiaba: la storia di un giardino incantato, e di come un ragazzo vi trovò un fiore capace di spezzare delle catene nere come la morte e rosse come il sangue, irte di spine, divorate dalla ruggine, che nessuno riusciva a infrangere. Il giardino, il fiore e i ceppi erano tutti dentro di me. E per spezzare i ceppi avrei dovuto anzitutto accorgermi che non ero solo il ragazzo ammanettato, ma anche il carceriere che aveva forgiato le catene.

Tuttavia il giardino esiste anche fuori, e chi passasse da Firenze può (sarei tentato di dire “dovrebbe”) visitarlo. È l’Orto Botanico “dei Semplici”, nei pressi di Piazza San Marco, secondo solo a Padova, se ben ricordo, per antichità. Per anni ci sono passato davanti in autobus, andando e tornando dal liceo, vedendolo ora spoglio, ora rigoglioso. Eppure non ci sono mai entrato. Da piccolo non si era mai presentata l’occasione, poi, crescendo, divenne invece una scelta deliberata e consapevole. Non volevo entrarci. Avevo già letto Il Roman de la Rose, e sapevo che, in un certo senso, se avessi varcato la soglia, quegli alberi, quei viottoli, le panchine all’ombra e la fontana, avrebbero smesso di essere “il giardino”, con tutto il potere evocativo che quella parola-immagine implicava ed incarnava. La stessa di questi versi di Eliot:

Per il cancello ignoto e noto

quando l’ultima terra sconosciuta

è quella del nostro principio,

alla fonte del fiume più lungo

la voce arcana della cascata.

C’è chi sostiene che la Chiesa di San Miniato al Monte, col suo frontone di marmo e mosaico sfavillante, sia stata voluta fuori le mura della Firenze medievale anche come allegoria in pietra della “Gerusalemme Celeste”, della meta agognata di cui i pellegrini terreni non intravedano che i bastioni lontani, a sprone e conforto nel procedere sulla polvere della valle di lacrime. Da adolescente cristiano, decisi che il Giardino dei Semplici fosse questo, per me: una finestra o un varco come l’armadio magico di Narnia, dell’Eden che mi portavo nel cuore, del Paradiso verso cui camminavo in questa “Terra delle Ombre”.

Eppure, fu proprio in quel giardino che decisi improvvisamente di entrare, per sdraiarmi su una panchina e chiudere gli occhi, un giorno di Aprile. Ero ormai all’università, con libri e traduzioni e conferenze alle spalle, e stavo compiendo tutti i passi per entrare in una fraternità spirituale e vivere il celibato da laico consacrato, nella privatezza della mia vita e della mia scrittura. Era un Giovedì Santo in cui tutta la Natura canta la sua resurrezione. Eppure, proprio mentre la Chiesa celebrava il supremo agone del suo Maestro, la sua vittoria, io invece avrei solo voluto chiudere gli occhi, morire e svegliarmi dall’altra parte. Lasciarmi alle spalle tutto il peso che sentivo gravarmi sulle spalle e sul cuore, tutta la solitudine. Basta. Perché ero disperatamente innamorato di un mio amico cristiano, più giovane di me, senza averglielo mai confessato. In quel momento lui sarebbe stato con gli altri e la sua ragazza, e la serenità con cui si sarebbero potuti tenere per mano, e scambiare un bacio sotto gli occhi approvanti di tutti, mi faceva sentire ad una distanza siderale, di cui quella solitudine ricercata non era che un pallido contraffatto. Ovviamente, mi crogiolavo nella sensazione dolce-amara che notassero la mia assenza, e si chiedessero perché. Nei momenti di maggiore difficoltà e oscurità e amarezza, c’era molto orgoglio, nel sentirmi così diverso dalle misere bagatelle con cui i miei coetanei leggevano la propria vita. A differenza loro, come omosessuale cristiano, avevo davvero preso il mio “io”, il vecchio Adamo delle lettere di Paolo, e lo avevo ficcato in una bara, inchiodandola e seppellendola. I loro problemi con gli esami in università o qualche relazione non corrisposta mi sembravano bambini che piangano per una scheggia nel dito col loro fratello maggiore, tornato dalla Prima Guerra Mondiale, con ancora il napalm addosso, e le urla dei morenti nelle orecchie. Loro potevano non avere o vivere questo o quell’amore. Io avevo rinunciato all’amore stesso. È uno degli aspetti che oggi giudico più perniciosi della Chiesa, quello che Nietzsche chiamerebbe l’autocompiacimento dei flagellanti, l’aristocrazia dei mutilanti. Eppure, al di là delle singole difficoltà, mi sentivo addosso anche una rabbia silenziosa e crescente. Non lo sapevo ancora, ovviamente, ma al pari della creazione paolina anche io mi stavo torcendo “nelle doglie del parto”, e che ben presto avrei deciso una- per me allora incredibile- inversione a U, lasciando CL prima, la Chiesa e il Cristianesimo poi, come il Pamino di Mozart che scopre che la Regina della Notte è la vera stronza (ancorché splendida, va detto) della vicenda.

Cosa ti fa abbandonare una visione del mondo? Come non si stanca di martellare Michael Onfray, una teoria si incarna sempre in una prassi, ogni filosofia ha nella vita il suo effettivo banco di prova. Provare a sintetizzare anni di esperienze e riflessioni non è semplice. Posso solo premettere che, al netto dei pochi difetti che appannano l’egida maestosa dei miei pregi, per me quella sottolineatura sul carattere esistenziale di una posizione intellettuale, ha sempre contato molto. Credere in un certo modo implica agire in un certo modo. Non solo il personale è politico, come direbbe QuellCrist Falconer (Quell-crist, già), ma anche il contrario. Una certa visione del mondo ha ricadute su come spendi i tuoi soldi, come mangi, se e come fai sesso. E se tale orizzonte applicato alla vita fa sorgere problemi e contraddizioni, devi tornare alla fonte e rimettere in discussione l’orizzonte stesso. Io credevo in quello che avevo letto ed amato in Tolkien, Lewis, Michael O’Brien (per citare i più amati ed importanti autori cristiani per la formazione del mio sguardo e della mia identità), e le conseguenze, la loro applicazione alla vita, erano chiare. Se decidi di sottoscrivere che l’esistenza è una militia super terram, come diceva la Bibbia, e che ci sono tensioni e pulsioni interiori che vanno contrastati, se non estinti, allora ti cali l’elmo in testa e meni fendenti ai tuoi Orchi interiori. Non importa se hanno sembianze soavi e cantano in modo così dolce da spezzarti il cuore. Tu sai che è un sortilegio, e che devi avere la spietata determinazione del Rinaldo di Tasso che alza una mano contro il demone travestito da sua amata. E così facevo da anni, con la vita privata e pubblica, nelle scelte quotidiane e in ciò che affermavo alle conferenze o sui giornali.

Tutto avrei immaginato meno che, a un certo punto, non avrei gettato le armi, ma sarei passato in tutt’altro schieramento.

A ripercorrerli così, con questa fretta, rischio di fare molta ingiustizia agli anni della mia adolescenza come cristiano. Furono comunque belli e intensi di scoperte e suggestioni, di affetto ed amicizia. Anni di passeggiate primaverili a Pian de’Giullari, chiacchierando di filosofia, politica, cinema. Anni di risate, con la polvere che danzava luminose nelle mattine al liceo mentre leggevo I Greci e l’irrazionale, pizze e gite con i compagni, iniziative di solidarietà. Anni che vibravano della stessa lieta baldanza, della stessa fiducia dei primi versi di Mario Luzi:

Amici ci aspetta una barca e dondola
nella luce ove il cielo s’inarca
e tocca il mare, volano creature pazze ad amare
il viso d’Iddio caldo di speranza
in alto in basso cercando
affetto in ogni occulta distanza
e piangono: noi siamo in terra
ma ci potremo un giorno librare
esilmente piegare sul seno divino
come rose dai muri nelle strade odorose
sul bimbo che le chiede senza voce.

Amici dalla barca si vede il mondo
e in lui una verità che precede
intrepida, un sospiro profondo
dalle foci alle sorgenti;
la Madonna dagli occhi trasparenti
scende adagio incontro ai morenti,
raccoglie il cumulo della vita, i dolori
le voglie segrete da anni sulla faccia inumidita.
Le ragazze alla finestra annerita
con lo sguardo verso i monti
non sanno finire d’aspettare l’avvenire.
Nelle stanze la voce materna
senza origine, senza profondità s’alterna
col silenzio della terra, è bella
e tutto par nato da quella

Anni fondamentalmente sereni, segnati da amicizie importanti (alcune vive tutt’ora), scanditi da letture e scoperte. In CL, alle mie scoperte personali, si aggiunsero i saggi di Von Balthasar e Romano Guardini (che resta uno dei più grandi critici esistenzialisti che conosca), l’Eliot dei “Quattro Quartetti”, Rachmaninov, Testori, le lettere di Mounier (“Occorre soffrire perché la verità non si cristallizzi in dottrina, ma nasca dalla carne”, great stuff), Solovev, Bernanos. Ricordo che finii “I Fratelli Karamazov” a diciassette anni, a letto con la febbre (l’orgia tra i violini degli zingari che precede l’arresto, quando la Grushenka e Dimitri passano dall’estasi della gioia alla condivisione della sofferenza), e mi guardai intorno come a dire “E adesso, cosa potrò mai leggere dopo QUESTO?”

Devo saltare molti doni, molte battaglie culturali. Pregi e difetti di CL., che però in questo percorso contano meno di altri aspetti (il mio maestro d’università, Riccardo Bruscagli, un giorno tagliò corto con quello che voleva essere un complimento “Parliamoci chiaro, Rialti, lei non è mai stato davvero di CL”). Libri, articoli, conferenze. Alcune scelte e posizioni oggi le rimpiango profondamente, ma posso dire in coscienza di averle vissute tutte con passione sincera, e, spesso, senso dell’umorismo. Devo saltare o tratteggiare appena (ma ci tornerò poi) l’amore bruciante che provavo anche per gli sconosciuti e le sconosciute sugli autobus, che ti faceva commuovere alla vista di un bambino con la nonna sulla spiaggia. Un trasporto che per me, all’epoca, era indistinguibile da quello che provavo per Dio, che anzi credevo fosse l’amore di Dio stesso che agisse anche in me. Devo saltare il paragone con molte menti eccelse e cuori generosi (sul tragico eroismo di una certa fede, per citare il Nietzsche di “Sui preti”, tornerò più avanti).

Certo, ci fu una prima “crisi” protestante, interamente filologica, paradossalmente innescata dai lavori apologetici di Messori e Daniel Rops. Non avevo problemi con le mitologie comparate di Frazer o Campell, anzi. Da buon “lewisiano” le similitudini tra Cristo e Osiride o Attis per me costituivano una prova ulteriore che il mito, ciò che gli antichi poeti cantavano in Proserpina o Adone o Balder, era diventato un fatto storico. Ma conoscevo già abbastanza bene il greco e il latino e la storia della trasmissione dei testi da percepire le incongruenze tra i Vangeli, e anche come il Gesù della fede e della vita della Chiesa mal si sovrapponesse al profeta che incontravamo nei testi, cui i narratori applicavano una divinità a strati e pennellate successive, che però pretendevano di riportare scene e dialoghi antichi quanto quelli nei rotoli più antichi. Il Gesù di Marco non parlava come quello di Giovanni, non agiva e diceva le stesse cose. Non moriva neppure lo stesso giorno. Anche la dicitura Figlio di Dio era molto diversa in Matteo e Paolo. Fui molto tentato per una opzione “alla Albert Schweitzer”, il medico-organista-filologo che resta uno dei miei eroi (anche perché era stato capace di scrivere un volume vertiginoso di dettagliata filologia biblica mentre girava l’Europa come concertista e studiava medicina, il maledetto! Oltre a sfoggiare un paio di baffi poderosi come quelli del Nietzsche che, da tutt’altra prospettiva ma con altrettanto empatico amore per l’umanità e le creature viventi, ammoniva Che cosa al mondo ha provocato più dolore delle stoltezze dei compassionevoli?) e che, dinanzi alla scoperta che il Gesù storico probabilmente era un predicatore ebreo apocalittico, era andato a conservare la fede nel servizio ai lebbrosi dell’Africa, nel puro servizio verso i fratelli uomini. Non era certamente un caso se il Giussani fondatore di CL e il Ratzinger del Gesù di Nazareth si opponevano, da diverse ma convergenti prospettive, all’esito “tragico” della critica biblica storica, e sostenevano che non si può conoscere Lo Yeshua Ben Joseph storico senza il Cristo della fede, il cui volto , così familiare (nella sua saggezza campagnola, maestà regale, tenerezza con i miserabili e durezza con gli ipocriti) a chiunque abbia avuto un’educazione religiosa, è formato da mille miliardi di tessere di mosaico, da brani scritturali, preghiere liturgiche, quadri e tradizioni popolari. Credo ut intellegam.

Così Giussani leggeva e reagiva alla vicenda provocatoria di Schweitzer: “questo grande teologo, che era anche valente musicista, poiché la sua ragione non poteva che portare a uno smarrimento perciò che concerne la figura storica di Gesù, e poiché egli sentiva la vitalità di quel Gesù che gli era stato annunciato, abbandonò la teologia e andò in Africa…egli, da perfetto protestante, superò la fragile incapacità della ragione teorica con la ragione del cuore”. Invece, per lo sguardo cattolico, “la Verità diventata carne, un Dio fatto presenza anche dopo settanta, cento, duemila anni, ti raggiunge attraverso una realtà che si vede, si tocca, si sente. E questa è la compagnia dei credenti in Lui” e ti permette, così, di leggere in modo tridimensionale anche il passato.

La cosa più interessante di quel mio bivio fu che ebbi assolutamente chiaro che i trattava di una scelta: come diceva lo scrittore anglicano Charles Williams, in fondo un uomo può solo decidere in che cosa credere. Non è molto diverso il Nietzsche che sentenziava che non esistono fatti, ma solo interpretazioni. Può sembrare un’affermazione cinica, invece per me ha sempre avuto una vertiginosa dignità. Nella gran ridda dei meri dati che ci rimbalzano addosso, siamo noi che possiamo e dobbiamo decidere come leggerli. Vi si gioca non solo la nostra onestà intellettuale, ma anche la nostra dignità o meschinità spirituale, oserei dire.

Ed io ricordo perfettamente che decisi di credere a una narrazione ben precisa, che volevo crederci, puntandoci tutte le energie della volontà, della ragione e del sentimento. Che una certa esperienza, e il senso che le devo, era la verità. Che la Chiesa era davvero il luogo dove Cristo continuava a parlare e camminare tra gli uomini, e che lo sguardo che vi incontravo conosceva e custodiva quanto di più intimo e personale covassi nel cuore, dal mio amore per la letteratura e l’arte al mio desiderio di amare ed essere amato. Il brivido che avevo provato ascoltando quel canto al primo incontro di CL.

Però.

A tanti passi entusiasmanti e corrispondenti, si accompagnava il grande nodo dell’omosessualità. Da parte mia non ci furono mai accomodamenti o scappatoie. Conoscevo troppo bene il giudizio della Chiesa per ritagliarmi un comodo cantuccio (come ironizza Aldo Busi, la campagna della Chiesa con i gay è , in fondo, una guerra tra froci) , e sapevo anche che in una visione complessiva della realtà, sei come davanti a un arazzo: tutti i fili sono intrecciati. Ciò che amavo di più nel Cristianesimo era connesso in modo indissolubile a ciò in esso condannava un certo modo di vivere la sessualità. Non si trattava di una casa di cui scegliere qualche stanza o mobile, ma più d’una pianta, d’una crescita organica, dove la linfa corre dalle radici nel cuore della terra ai fiori sotto il sole. E la tradizione della Chiesa, da Paolo a Pier Damiani, da Caterina da Siena a Ratzinger, era univoca. Solo Dante, con l’audacia e l’onestà consueta, aveva il coraggio di mormorare al suo maestro sodomita Brunetto, che, se fosse dipeso da lui, il vecchio scrittore non sarebbe “dell’umana natura posto in bando”. Dove l’espressione ha la forza ambigua di tre significati sovrapposti: l’esilio (parola che per Dante ha una valenza tutta particolare) dalla vita fisica, dal paradiso, e dalla natura.

Mi colpivano tuttavia molte cose: da una parte, se in CL tutto era basato su un raffronto e una valorizzazione della propria esperienza personale come banco di prova della verità del cristianesimo, e l’esperienza affettiva costituiva l’analogia privilegiata e costante per il rapporto col divino (anzi ne costituiva come la prima documentazione), io sapevo benissimo di non potermi alzare durante un’assemblea su un testo di Giussani e istituire un paragone tra il mio innamoramento per un ragazzo e il mio rapporto con Dio. Perché? Non si trattava dei saltuari commenti stupidi sui “froci”(che mal si abbinavano alla stima accordata a un Pasolini o un Testori, che tuttavia si poggiava a sua volta sullo stereotipo dell’ “omosessuale tragico”) ma d’una assai diffusa e imbarazzante ignoranza su Chiesa e sessualità. Dai sacerdoti nei confessionali ho sentito di tutto, dalla più crassa e balbettante confusione agli orridi consigli sulle “terapie riabilitative” alla curiosità morbosa, a chi invece, con più saggezza, cercava anzitutto di ascoltarmi e di farmi sentire amato da Dio. Tutti però mi incoraggiavano a perseverare in quanto mi vedevano già preparato e determinato (solo uno, anni dopo, quando gli dissi che non credevo più che l’omosessualità fosse un peccato, si sentì libero di dirmi “Finalmente!”): proseguire, in silenzio, la mia battaglia interiore con la ferita/prova dell’omosessualità, secondo le parole con cui il Catechismo della Chiesa Cattolica tutt’oggi cerca di stendere sul suo letto di Procuste un fiume di vite ed esperienze diverse e complesse:

L’omosessualità designa le relazioni tra uomini o donne che provano un’attrattiva sessuale, esclusiva o predominante, verso persone del medesimo sesso. Si manifesta in forme molto varie lungo i secoli e nelle differenti culture. La sua genesi psichica rimane in gran parte inspiegabile. Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, la Tradizione ha sempre dichiarato che «gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati ».  Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati. Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione. persone omosessuali sono chiamate alla castità. Attraverso le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un’amicizia disinteressata, con la preghiera e la grazia sacramentale, possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana.

Tra le mille cose degne di nota in quello che oggi mi pare solo una grappa di violenza concettuale, il lettore qui deve soffermarsi su un passaggio decisivo. Tante volte mi sono sentito dire, da cristiani eterosessuali, che in fondo un omosessuale o una lesbica credente deve lottare né più né meno di un eterosessuale che scocchi un’occhiata al culo d’una bella ragazza. Ma qui sta l’inghippo, anzi il salto quantico: che l’eterosessuale può anche lottare contro il proprio desiderio, ma approvandone ultimamente la natura. Il vero dramma dell’omosessualità alla lente del cristianesimo è che si tratta di una inclinazione intrinsecamente disordinata, o, per dirla con le parole di Papa Ratzinger, “non rientra nel disegno originale di Dio”. Mentre un eterosessuale sa di vivere un’attrazione che, mal o ben declinata, partecipa della stessa creazione buona delle stelle, del mare, della salute fisica e mentale, l’omosessuale no. Ciò che gli imporpora le guance e lo fa balbettare alla vista d’una persona amabile, la tirannia dolce-amara di Amore, in lui è distorto. E non fatevi confondere dalle mille arrampicate sugli specchi con cui oggi viene indorata la pillola (inclusione, riforma del linguaggio, non giudicare…). Anche un bacio tra due uomini o due donne (che di per sé non coinvolge i tanto esecrati genitali) è proibito. Perché? Sollevate questa problematica, e li avrete sempre in un angolo, costretti a sottoscriverla o no.

Una ferita dunque, una stortura, che magari si accompagna, proprio per il carattere di sofferenza aggiuntiva che comporta, a doni di sensibilità umana e profondità artistica (che concessione benevola: lo zoppo canta bene). Tuttavia conoscevo troppo il pensiero della Chiesa e l’enorme, pressoché onnipotente debito nei confronti di Platone (Il “Logos” ellenizzazione come carattere basico rivendicato dal Ratzinger del celebre discorso di Regensburg). Al pari dell’amato Tommaso De’Cavalieri ritratto da Michelangelo nel Cristo che squadra nella Sistina ogni elezione papale, c’è una profonda ironia nell’accorgersi che tutta la teologia cattolica si basa su una concezione dell’amore come “scala verso l’Essere” inizialmente tratteggiata per descrive la natura nobilitante dell’eros omosessuale da un gruppo di uomini inghirlandati, circondati da adolescenti avvenenti. Ops. Poco importa qui che, all’atto pratico, Platone fosse poi così rigido sulla continenza che al confronto un convento medievale sembra una spiaggia ferragostana di Mykons. Quel che conta qui è che non si sarebbe mai sognato di definire l’attrazione (non l’atto) omosessuale come intrinsecamente disordinato. Come la mettiamo con quella condanna senza appello, mitigata da concessioni al rispetto e alla delicatezza, come se gli omosessuali fossero dei vasi di porcellana da maneggiare con cura (magari per evitare che facciano chiasso, commenta acutamente il grande Sandro Lombardi) ma a cui non concedere mai e poi mai gli statuti e la dignità delle relazioni eterosessuali, visto che sono sprovviste di un analogo carattere di donazione? Questa segregazione ontologica, questa lotta al semplice riconoscimento che due cose diverse possono essere altrettanto normali e che la statistica non ha niente a che vedere con la moralità, non ha pari nel pur lungo elenco dei crimini ecclesiastici in materia di razzismo, paragonabile solo alla perenne costrizione della identità femminile.

All’epoca (si tratta della fine dell’università) tutto ciò ribolliva dentro di me. facevo lunghe, estenuanti camminate, macinando il rosario. Andavo tutti i giorni a messa, spesso trovandovi una grande pace silenziosa, il battito del Grande Cuore sovrapposto al mio, fitte di estasi, e al tempo stesso avevo costanti “fughe in diagonale” (direbbe Battiato): incontri sessuali bulimici. Che si trattasse di serate belle e divertenti o di scopate rabbiose o semplicemente deludenti, c’era però un tratto che mi colpiva, anche allora. Quando cedevo, per un paio d’ore o qualche giorno di fuga a Roma o Milano, mi sentivo davvero come Carlo e Ubaldo nella Liberata di Tasso, cui le ninfe nella Fontana del Riso propongo gettare sull’erba le corazze e riposare. I miei movimenti si facevano improvvisamente più fluidi, liberi. Respiravo. Come avrebbe poi commentato un amico, scopare mi ha letteralmente salvato la vita (ecco perché lo consiglio a tutti in dosi tutt’altro che omeopatiche). Mi faceva anche pensare l’ironia, la comprensione e l’ascolto molto maggiore tra i pagani che tra i cristiani. Brutalmente, con chi andavo a letto riuscivo a parlare di tutto, anche di Dio, mentre con i cristiani non mi sentivo libero neppure di parlare davvero del mio io. Come la mettiamo?

Avevo bisogno di una risposta artistica, narrativa, e la risposta arrivò. Mi ero preso una cotta per un ragazzo non credente con cui ero andato a letto (ricordo ancora quando mi fece provare delle magliette aderenti e mi fece vedere che mi stavano molto meglio dei camicioni dei cugini) e mi torcevo struggendomi tra tutto il bene che indiscutibilmente spirava da queste esperienze e il mio desiderio di trovare un motivo valido per continuare a restare cristiano. Avevo già letto e tradotto i delicati e ironici saggi letterari e teologici di Thomas Howard, un vecchio gentiluomo del New England la cui amicizia tutt’oggi mi onora, e fu tramite lui che incappai nel romanziere Michael O’Brien. I suoi numerosi romanzi comprendevano un personaggio secondario, un libraio polacco che si rifiutava di dormire nello stesso letto del giovane protagonista, e insisteva per dormire a terra, con una strana scusa. Che un cuore vicino al suo sarebbe stato una consolazione troppo grande, e gli avrebbe impedito di ascoltare il Grande Cuore. Intuii subito che si trattava di un omosessuale cristiano, e ne ebbi la conferma da un altro romanzo, dove occupava un ruolo ben maggiore. Ecco il primo ritratto convincente, in forma drammatica, di ciò che la Chiesa insegnava. Mi sentii come se improvvisamente mi fosse stata aperta una porta davanti agli occhi. Bussate e vi sarà aperto. Io ero Pawel. Anche io potevo vivere come lui. Non ero stato lasciato solo nella lotta, mi era stata data un’icona cui guardare. Straordinariamente personale.

Ecco cosa scriveva quel personaggio nel suo diario: Eppure, eppure il desiderio non se ne va. Sebbene scemi, non per questo svanisce. Di qui il dialogo doloroso, perché un tale desiderio non può mai portare ad una vera unione o qualsivoglia genere di bene. “Perchè è così?” si lamenta la carne, “E’ veramente così?”Si, è così. Ed anche se la radice di quest’amore è buona, com’è la radice di ogni altro amore umano, comunque il suo tronco ed i suoi rami sono stati piegati. Io non so perchè sono spinto verso un desiderio disordinato, ci soffro, ma mi rifiuto di chiamare dritto un albero storto.  Profondo è il dolore per tutto questo: l’albero piegato resiste al vento che lo drizzerebbe; ne soffre. Sono arrivato a credere che questa sofferenza sia buona. E con tutta la mia vita mi aggrappo alla promessa che in paradiso tutto ciò che è vero amore troverà compimento. Ogni sacrificio troverà una ricompensa che supera di gran lunga le consolazioni terrene. Lì, l’amore conoscerà piena fioritura, gioia e splendore oltre ogni misura. Questa è la mia sola speranza.

Furono gli anni in cui dormivo per terra (NON fisicamente, ma ci siamo capiti), nei quali mi immedesimai anima e corpo con questa visione del mondo. Avevo portato alle estreme conseguenze il mio desiderio di credere nella battaglia tolkieniana al Fosso di Helm, in quella che mi pareva la sua sola applicazione possibile, il cristianesimo della mia infanzia, ritrovato al liceo. Avrei portato la mia omosessualità come Frodo portava la ferita infertagli dal pugnale stregato dei Cavalieri Neri, fino a quando sarei salpato per i Porti Grigi.

Eppure c’era qualcosa che non andava. Faccio mie le parole con cui Chesterton descrisse la sua rivolta contro il nichilismo metafisico: provai un impulso irrefrenabile a ribellarmi, a dire semplicemente No. Il Pawel di O’Brien si sbagliava, non era semplicemente la carne (notate il vecchio errore platonico di dividerci dal nostro corpo) a obbiettare, ma la mente e il cuore. La stoffa stessa della vita e delle mie esperienze. Andare a letto con qualcuno non era niente di tenebroso, anzi. Non si trattava d’una storpiatura affettiva (perché è questa la visione che, in fondo, i monoteismi propongo dell’omosessualità) ma d’un paio di gambe assolutamente normali, gravate da due pesi da cinquanta chili. All’epoca non lo avrei mai espresso così, eppure ero agitato da una rabbia e una frustrazione senza nome. Anzitutto che i miei amici più intimi non mi vedessero affatto, non percepissero la guerra che infuriava dentro di me. Che i miei gesti d’affetto non avessero la stessa libertà degli altri. Perché un bel ragazzo cristiano poteva abbracciare gli amici senza pensarci due volte mentre io, se lo facevo, mi sentivo bruciare dai sensi di colpa, consapevole degli strati su strati su strati di significato che quel gesto aveva per me? Perché non potevo semplicemente dirglielo, che mi piaceva toccarlo? Che corrispondesse al sentimento o meno per secondario, non avrebbe potuto fargli semplicemente piacere che fosse così, per me?

Questa tensione mi aveva reso rigido anche nei gusti letterali. Nella mia battaglia per attenermi a questa icona interiore ero diventato un ferreo censure di qualsiasi ambiguità simbolica. Altro fattore che mi metteva a disagio: i miei stessi maestri Tolkien e Lewis amavano autori e temi che io ormai mi sentivo obbligato a condannare. Al tempo stesso imploravo che quello che mi negavo, arrivasse da fuori. Non tanto il sesso, quanto la costanza di un amore personale. Che i ragazzi di cui mi innamoravo mi cercassero, mi dicessero che mi volevano bene, mi abbracciassero. Ma anche quando succedeva, c’era lo scrupolo che mi avvelenava il conforto. Avevo forse cercato di ottenere quel gesto, quella parola? Se invece mi sentivo solo o dimenticato, mi rifugiavo in un disprezzo orgoglioso. Ragazzini. Non sanno contro quali demoni combatto io. Non sanno che i loro baci, la tranquillità con cui possono fare commenti piccanti su una ragazza, a me è negata per sempre. Non vedono che io dormo con l’armatura, come le sentinelle sotto gli spalti. Dormite pure, cuccioli incoscienti. Fu come una febbre o un collo di bottiglia. Ma c’era bisogno d’uno shock. Al pari di Paolo di Tarso, dovevo prima cadere a terra (il cavallo forse è una mera aggiunta leggendaria- negli Atti non c’è nessun cavallo, ops), per poi sentire la voce misteriosa nel bagliore, e capire che stavo perseguitando il nemico sbagliato. E lo shock arrivò. Investendomi come un maglio.

Con un ragazzo di cui mi ero innamorato (lo stesso per cui mi ero allontanato a Pasqua e rifugiato nel giardino) crollai. Niente baci o sesso, ma gli vomitai addosso tutta la mia solitudine. Fu come una diga che si apra. Fu così dispiaciuto e sinceramente affezionato che, mio ospite, mi tenne abbracciato tutta la notte. Che io trascorsi fissando il soffitto, bruciando di emozione, umiliazione, senso di colpa. Da una parte, c’era l’ironia amara di avere lì, accanto a me, proprio ciò che desideravo, eppure quella intimità affettuosa era un calice di fiele, che mi faceva sentire ancora più sideralmente solo. Dall’altra sentivo di aver tradito un’intera immagine di me stesso, qualcosa che avevo costruiti nel corso di mesi, di anni. NON avevo dormito per terra, stavolta letteralmente.

Paradossalmente, non era successo niente (non avevo infranto alcun comandamento, a ben pensarci non c’era un “Non dormire abbracciato ad un amico quando sei nel bel mezzo d’una crisi di nervi, COSI DICE IL SIGNORE DIO DEI TUOI PADRI”), eppure qualcosa si era incrinato. La doccia delle continue confessioni, (non solo l’acqua fisica di Lady Macbeth, ma neppure la magia libera davvero da certi nodi irrisolti) i dialoghi coi sacerdoti, persino qualche mesetto di analisi, non servivano a liberarmi dalla cappa che mi era piombata addosso, e che camuffavo col lavoro, gli incontri. Mi rigettai nella battaglia con rinnovato ardore, ma avevo l’impressione di macinare chilometri ma sempre in un cerchio asfittico, scavando il terreno, senza mai avanzare davvero in linea retta.

Poi, quando ero ospite d’un prestigioso collegio ecclesiastico, dove tenevo delle conferenze su fede e letteratura, decisi di confidarmi con un sacerdote anziano, saggio e stimato. Ricordo che mi ascoltò attentamente e la prima cosa che mi disse (e il come) mi lasciò e emotivamente esterrefatto: Qualunque cosa ti dirò, sbaglierò. La Chiesa non ha ancora parole per l’omosessualità. Un tempo credevo le avesse, ma adesso non più. Si tratta della tua vocazione, di una cosa che Dio ti ha dato, e devi decidere come viverla.

Clang.

Non è un trucchetto retrospettivo quello che mi fa dire che mi sentì come se mi fossero caduti dei ceppi ai polsi. Chi mi conosce sa che è questa l’immagine che usai già nei giorni seguenti. Il dono che mi fece quell’uomo intelligente fu semplicemente quello di farmi vedere, quasi senza parole. che non c’era qualcosa da risolvere, da inchiodare in questa o quella forma, ma anzitutto da custodire, guardare con stima, con simpatia. In un istante, la rabbia bruciante verso chi non mi capiva, non intuiva, non vedeva il dramma in cui mi dibattevo, fu spazzata via, perché mi resi conto che il fardello vero me l’ero caricato io stesso sulle spalle (con parecchie connivenze e una tradizione bimilleneria alle spalle, va detto a mia parziale discolpa). Ero anzitutto io (o una parte di me) che non mi guardavo con simpatia. Ero io che non mi vedevo, che non volevo guardare. Ed ero io che dovevo decidere che parole dare a quello che io vivevo. E proprio come, anni prima, decisi di credere alla narrazione della Chiesa, in un lampo decisi che non volevo crederci più. Che il mio modo di desiderare, di amare non era una stortura, o una ferita d’elezione, ma semplicemente gloriosamente me. Che dovevo ascoltarlo e proteggerlo, non sacrificarlo. In fondo un uomo può solo decidere in che cosa credere. La verità, a livello esistenziale, non è una faccenda puramente intellettuale, una serie di dati freddi e neutri, ma uno sguardo, un modo di leggere le cose e te stesso, cui ultimamente consenti oppure no. E io in quel momento dissi: Fanculo. Troppo di bello e vero restava tagliato dal cunicolo nel quale avevo incanalato il fiume della mia vita e della mia identità. Non avrei perseverato nell’errore. Avevo dato una seconda possibilità al cristianesimo. Adesso l’avrei data anche all’omosessualità.

I passaggi che poi mi avrebbero portati ad allontanarmi tout court dalla Chiesa sarebbero stati ancora graduali, ma il gesto decisivo (il granellino di senapa evangelico) era già stato fatto. Come quando lo storico ebreo Giuseppe Flavio racconta che, durante l’assedio di Gerusalemme alla festa che si chiama la Pentecoste, i sacerdoti che erano entrati di notte nel tempio interno per celebrarvi i soliti riti riferirono di aver prima sentito una scossa e un colpo e poi un insieme di voci che dicevano: “Da questo luogo noi andiamo via”.

Il tempio costruito nel corso della mia adolescenza era ancora tutto lì, ma la Voce se n’era volata via. I miei occhi erano già altrove, a cercare altre risposte.

[continua…]


Edoardo Rialti (1982) è traduttore di letteratura anglo-americana e letteratura fantasy, sci-fi, horror, per Mondadori, Lindau, Gargoyle, Multiplayer. Tra gli altri ha tradotto e curato opere di C. S. Lewis, J. Abercrombie, P. Brown, O. Wilde, W. Shakespeare. E’ collaboratore de “Il Foglio” dove si occupa di critica letteraria e ha scritto le biografie a puntate di J. R. R. Tolkien, G. K. Chesterton, C. S. Lewis, C. Hitchens. Ha insegnato in Italia e Canada. Dipendesse da lui, la sua giornata comprenderebbe solo caffè, sport e scrittura.
Copertina: Wikimedia, Trentasei viste del Monte Fuji.