Perdere la fede, riconoscere l’omosessualità, abbandonare gli dei ma non le loro storie; una serie di tracce autobiografiche attraverso i libri.


di Edoardo Rialti

[> Nelle puntate precedenti]

“Why did you fight for them?” There was a music to the voice, a deep-toned, melodic vibrancy, for all that words themslelves came quietly across the room. “They’d execute you on a spike for your choice of bed partner, and call it righteusnesses; they’d watch it done and toast your agony with tankards and songs, and dedicate it to their idiot gods. They’re brutal, moronic, they have the ethical consciousness of apes and the initiative levels of sheep.”

R. K. Morgan

Non scagliamo nessun pensiero tanto lontano da noi, e con maggiore forza, di quello da cui ci siamo appena separati attraverso un doloroso conflitto e innanzi al quale ancora stiamo, feriti e sconvolti, pieni di oscure lacerazioni che il nostro orgoglio cerca di tenere nascoste: vi è in tutto ciò un odio, come l’eco di un amore che non potremo mai scordare.

L. A. Salomé- F. Nietzsche

Passata una gola e giunti improvvisamente su un’altura dove le strade si dividono e dove è possibile uno sguardo nelle direzioni più diverse, è lecito sostare un momento e riflettere dove convenga indirizzarsi da principio.

S. Freud

Quando un Dio muore o lo uccidi, dentro di te, quando smetti di credere in qualcosa che ha costituito l’orizzonte ultimo della tua conoscenza, immaginazione, emozione, succedono due cose. Almeno così a stato per me, e forse non ho trovato una resa narrativa più bella, drammatica e fine della duplice scena in “Queste Oscure Materie” di Philip Pullmann. I protagonisti si sono ribellati contro il dominio tirannico dell’Autorità, e riescono a espugnare la sua Fortezza Volante. Ma incappano in una sorpresa. Scoprono infatti che l’antico Potere che si era spacciato per Dio e Creatore, ormai è un vecchio paralizzato, d’età incalcolabile, portato in giro su una lettiga e in una gabbia di vetro dorato, dove si torce la barba e balbetta farneticante. Il millenario e orgoglioso monarca è solo un feticcio, un idolo, un paravento del brutale Reggente Metatron. Così, mentre il prometeico Lord Asriel combatte un’ultima disperata battaglia con Metatron e riesce a trascinarlo con sé in un cratere, Lyra, sua figlia, che non sa affatto di avere davanti l’antico oppressore, lo libera dalla gabbia. Il vecchio “cercò di sorriderle, e farle un inchino” eppoi l’esposizione all’aria lo dissolve: “il loro ultimo ricordo fu l’espressione di quegli occhi che ammiccavano accompagnata da un sospiro di profondo e stanco sollievo.” Sono vere entrambe le cose, e quello che qui appare scisso è in realtà intimamente soprapposto.

Da una parte c’è la necessità di uno strappo e di una lotta rabbiosa. Qualcosa contro cui decidi di scagliarti con tutto te stesso, che vuoi colpire, far sanguinare, uccidere. Dentro e fuori di te, nella tua vita interiore e nella sua presenza nel mondo. Perché contesti la sua verità e legittimità, fin nella sua radice più segreta o discreta. Con tanta più forza quanto più è stata parte di te. Ma, al tempo stesso, è come se un volto conosciuto e amato si dissolvesse davanti ai tuoi occhi. Come se una voce inconfondibile si riducesse prima a un’eco, e poi si spegnesse del tutto. E in quell’addio ci sono tanti momenti cari, intensi, veri, che hanno compreso il meglio di te, fosse solo perché li hai vissuti con l’energia e lo slancio primaverile della giovinezza- la sua profonda serietà, come dicevano Nietzsche e Leopardi – o perché davvero in quello sguardo sul mondo avevi infuso il cuore della tua vita creativa e affettiva. Chiunque abbia creduto sa bene che, ogni volta che rimetterà piede in chiesa, magari per assistere a un matrimonio o un funerale, in quell’odore di candele, legno, umido e incenso, nella stessa rigidità delle panche o nella luce delle vetrate, lo aspettano tutte le volte che in quello stesso luogo o in altri simili egli si era inginocchiato, tutte le preghiere e i dialoghi interiori, la trama di emozioni e pensieri, e quanto sia facile, nella scansione del rito, indossare il vecchio io, quasi come fosse un abito. Credo sia lo stesso per ogni esperienza profondamente sentita, dalle vecchie case di famiglia alla sede del proprio partito. Anche se non ci credi più, anche se la separazione è stata netta, un tempo ci credevi eccome. Puoi sentire ancora l’arto fantasma. Non è solo il Vecchio Dio che ti saluta con un inchino compito. Glielo rivolgi anche tu. Perché, in fondo, non è solo un fantasma quello che saluti. È anche un gesto che rivolgi allo specchio, a un volto solenne, i cui occhi tanto giudicanti quanto comprensivi, tanto solenni quanto intimi, erano tutti sempre e solo il riflesso di qualcosa che porti dentro di te.


Non tutti coloro che contestano la sessualità della Chiesa lasciano la Chiesa, e non tutti coloro che lasciano la Chiesa smettono di credere al Cristianesimo, o più generalmente in Dio. Per me invece è stato così, per una serie di passaggi che ho avvertito necessari, e che voglio provare a raccontare.


Aver deciso di voler dare nuovo credito al mio essere omosessuale ha comportato, passo passo, entrambe queste morti altrettanto necessarie. Anche oggi, quando scrivo su qualcosa a cui tengo davvero o reagisco a qualcosa di importante, sento che si approfondiscono entrambe. Non tutti coloro che contestano la sessualità della Chiesa lasciano la Chiesa, e non tutti coloro che lasciano la Chiesa smettono di credere al Cristianesimo, o più generalmente in Dio. Per me invece è stato così, per una serie di passaggi che ho avvertito necessari, e che voglio provare a raccontare. Ma non si tratta solo di rabbia e morte, di distacco e malinconia, di elaborazione del lutto. Proprio mentre scrivo queste parole, è primavera, e dalla finestra della biblioteca si vede il primissimo verde sugli alberi. Le antiche religioni della fertilità (Attis, Adone, Tamnuz, Balder…) proprio in questi giorni raccontavano la morte e la resurrezione del loro Dio. L’espressione fideistica Non è certo un caso che Gesù sia morto e risorto e primavera, può, in corsivo, farsi ironica e sorridente. Certamente.

Desidero anche provare a raccontare che uomo risorga quando un Dio muore o viene ucciso. Cosa uno riscopre quando molli la presa su quello che credevi e volevi fosse il sostegno fondamentale della vita. A cosa decidi di aggrapparti al posto suo. Non solo contro cosa combatti, o cosa abbandoni. Ma per cosa combatti. Questo capitolo si dovrebbe chiamare Il lungo addio, come lo splendido noir di Chandler. Quale battaglia ho lasciato, qual corazza ho abbandonato. La prossima puntata racconterà invece con chi abbia deciso di arruolarmi.

La resurrezione della carne

La chiesa combatte le passioni mediante l’estirpazione radicale: la sua pratica, il suo trattamento è il castratismo. Essa non domanda mai: «Come si spiritualizza, imbellisce e divinizza un desiderio?» — In ogni tempo essa ha messo il peso della disciplina nello sterminio (— della sensualità, della fierezza, del desiderio di dominare, di possedere e di vendicarsi). — Ma attaccare la passione alla sua radice, vuol dire attaccare la vita alla sua radice: la pratica della chiesa è nociva alla vita…

F. Nietzsche

È vero che il corpo risorge. E non c’è bisogno di aspettare la fine dei tempi per vederlo succedere. E non si tratta d’una vittoria sulla carne (la parola che Paolo e mille altri come e dopo di lui non fanno che inchiodare alla croce della loro riprovazione isterica, che spesso tradisce una segreta morbosa ossessione/attrazione. Chi disprezza compra), ma una canzone della carne stessa. Come diceva Nietzsche, il corpo è una “ragione più grande” di noi, se lo facciamo parlare, se lo sappiamo ascoltare.


Al pari dello sport, dell’attività intellettuale e spirituale, il sesso non è semplicemente qualcosa che fai, ma un paesaggio in cui ti avventuri. Un intero continente in cui scopri così tanto di te stesso.


Tornare a stimare la mia sessualità fu un grande ritorno a casa. È l’immagine che sento più comprensiva. Dimensioni e aspetti di te che parrebbero contrapposti (mente, anima, corpo), improvvisamente tornano a combaciare al ritmo dello stesso respiro. Non c’era più la bulimia furtiva e bramosa che già si faceva più amare negli ultimi sussulti dell’orgasmo (come ha scritto lo psicologo Darrel Ray in The God virus, le religioni sanno benissimo che non estirperanno tante manifestazioni della sessualità nella stragrande maggioranza degli esseri umani. A parti pochissimi sfortunati totalmente riprogrammati, gli imam, i preti e i pastori sanno benissimo che la gente continuerà a masturbarsi, a praticare sesso orale, anale, a sussurrarsi splendide porcate tenebrose. Vogliono solo essere lì, col senso di colpa, prima, durante, e soprattutto dopo). Anche i battiti del cuore che rallenta, e la dolcezza che si aggiunge nei polmoni che si allargano, adesso erano cielo senza nubi. Erano normali. Erano giusti. Non c’era più contrapposizione tra diversi ambiti della vita. Il rumore dei tasti mentre scrivi in biblioteca, come adesso, l’odore dei libri sugli scaffali, il dolore-piacere dei muscoli per l’allenamento di ieri, il piacere alla vista d’un bel ragazzo poco lontano che mentre si toglie il giaccone inavvertitamente ti fa intravedere il ventre piatto, per poi sedersi e appoggiare la mano alla fronte… in astratto cos’hanno in comune? Niente… In concreto, semplicemente te stesso. La vita diventa erotica non nella banale accezione di tramutarsi in pornografica (anche ci vorrebbe una tesi sugli splendidi dialoghi brechtiani dei vecchi porno anni ’90, prima della rivoluzione homemade), una riduzione che invece costituisce spesso la segreta ossessione dei repressi, ma perché non ci sono più ambiti sani e peccaminosi. Tutto partecipa del tentativo (onesto o meno, intelligente, ironico o meno, rispettoso degli altri o meno) di comunicare te stesso e di accogliere la comunicazione altrui nella tua vita. Come scriveva Andrè Aciman per bocca del giovane protagonista di Chiamami col tuo nome, “È come tornare a casa, sì, è come tornare a casa dopo essere stato via per anni, tra lestrigoni e troiani, è come tornare in un luogo dove sono tutti uguali a te, dove la gente lo sa, lo sa e basta… tornare a casa, come quando ogni cosa torna al posto giusto e d’improvviso ti rendi conto che per diciassette anni non hai fatto altro che trafficare con la combinazione sbagliata.”

Al pari dello sport, dell’attività intellettuale e spirituale, il sesso non è semplicemente qualcosa che fai, ma un paesaggio in cui ti avventuri. Un intero continente in cui scopri così tanto di te stesso. Tenerezze infantili, immagini di fuoco, malizia, ironia, il piacere della seduzione e dell’abbandono. La correttezza va (letteralmente) a farsi fottere, e apri stanze della tua casa interiore dove ti sorprendi a supplicare, a ridere, a ringhiare. C’è così tanto in gioco e ritengo che in tanti ambiti, persino laici, non si abbia ancora la pace di investigarlo e di parlarne come merita. Anzi, proprio la complessità di tale  bagaglio costituisce parte decisiva del suo potere. Quante volte, durante una buona cena con un bel ragazzo, il semplice fermarsi a guardare, con gli occhi della mente, che tutto ciò aveva la sua più remota origine nella stessa forza per cui da miliardi di anni, un organismo è stato attratto da un altro per riversarci il suo patrimonio genetico, e che quella stessa antichissima spinta adesso si incarnava nelle nostre battute e sguardi a cena, e, un paio d’ore dopo, nella foga con cui il suo corpo sarebbe entrato nel mio, quest’unica pulsazione che si propaga come una staffetta mi ha dato le vertigini come se venissi risucchiato da una galassia (qualche FamilyDaysta sarà già scattato gridando” Ah ah! T’ho colto in fallo! [e io sarei tentato di sorridere. Appunto. In fallo proprio]. Ma così connetti sessualità a propagazione della vita, è per questo che è stata pensata in natura!” E io risponderei “Certo, a parte la spia creazionistica di quel pensata, ma se ha la pazienza di leggere ancora le prossime puntate vedrà come questo dato di partenza per me non sia affatto in contraddizione con la sacrosanta verità/validità d’una sessualità molto più vasta”). Su un altro dono della sessualità e dell’affettività vissuti senza pesi, la scoperta che l’amore, ogni tipo di amore, dalla singola notte di passione agli anni vissuti insieme, scaccia l’isolamento ma accentua la solitudine, scriverò nelle prossime puntate.


Ancora oggi, in Uganda, le ragazze lesbiche vengono “curate” con degli stupri di gruppo.


Quello che era stato un campo di battaglia personale, è diventato uno dei soggetti fondamentali anche della mia scrittura pubblica. La mia finestra sul mondo resta e voglio che resti la narrativa, la critica letteraria e la filosofia (i tuttologi sono sempre dei nientologi, che spesso, come diceva Aldo Busi, finiscono a vendere i mobili in stile), ma tutto ciò comprende, per me, anche e sempre il combattere perché le persone sentano l’infinita preziosità dei loro moti interiori più profondi e radicati. Il bello è difficile, diceva Platone, e per me questo ha sempre voluto dire anche è difficile la cosa più bella di tutte, essere sé stessi ed essere capaci di amare ed essere amati a questo livello di attenzione irripetibile. E la sessualità/affettività è uno dei punti nei quali “ci diciamo” maggiormente. E dove possiamo essere azzittiti, o costretti a balbettare una menzogna. Ancora oggi, in Uganda, le ragazze lesbiche vengono “curate” con degli stupri di gruppo. Ogni volta che ci penso, ho le viscere che si torcono al pensiero di queste ragazzine, che forse non conoscerò mai, e mi pare di sentire le urla con le quali mugolano un torto, un’invasione per cui forse non hanno neppure i termini per dire “ingiustizia”, grazie alla colpevole ignoranza nella quale sono spesso confinate le loro splendide intelligenze. Se potete, provate a immaginare il primo istante di quella lacerazione, mentre sei immobilizzata come un capretto. Il “no” urlato da ogni cellula del tuo corpo e della tua mente. Quel marchio per riprogrammarle, che mescola magia, pregiudizio e rapacità sessuale (il gusto di “punire”, e di vedersi concedere e persino benedire un potere proibito) e quel singhiozzo non sono lontani dalle nostre giornate e dalle nostre strade. Sotto altre forme (e non) sono anche qui. Come si può non avvertire la necessità di contribuire, in modi personali e collettivi, di opporsi? Ancora oggi, se un bambino va dalla maestra e dice “Mi piace Barbara” la maestra (o i parenti a cena) si chinano e tubano “Ah ma davvero? Che carinoooo” Pensate cosa succederebbe se dicesse “Mi piace Giorgio.” Io invece desidero contribuire a costruire una società dove diverso non sia più sinonimo di “problema”.

Cristo a Eleusi?

Colsi stamani il favorito del mattino, del re-/ ame del giorno il delfino

J. M. Hopkins, Il Gheppio (a Cristo Nostro Signore)

Ma tutto questo poteva ancora conciliarsi con la fede in Dio e nel Cristianesimo? Per alcuni la risposta è stata ed è sì. Penso al primo Carlo Coccioli (che però poi se ne andò sbattendo la porta eccome), o a Eduardo Savarese. In altro ambito religioso, penso a una gay musulmana come la coraggiosa e ironica Irshad Manji. Per me la risposta invece è stata no. È diventata no. Pur smettendo di frequentare in maniera regolare la Chiesa e i Sacramenti, il mio distacco fu certamente graduale ma costante e progressivo. Perché, proprio per quello che dicevo prima, non si trattava d’un modo diverso di vivere un ambito della vita, ma d’una serie di scoperte che, secondo me, avevano legami e implicazioni su tutto l’orizzonte. Non solo: un modo diverso di vivere il presente esigeva di rigiudicare il passato, e anche questo aveva le sue belle conseguenze.


“Ogniqualvolta un uomo ha invocato con cuore puro Osiride, Dioniso, Buddha, il Tao, ecc., il figlio di Dio ha risposto inviandogli lo Spirito Santo. E lo Spirito ha agito sulla sua anima, non inducendolo ad abbandonare la sua tradizione religiosa, ma dandogli Ia luce – e nel migliore dei casi la pienezza della luce – all’interno di tale tradizione.”


Dapprima, credetti di identificare la mia posizione in quella che ravvisavo, più o meno chiaramente, in tanti grandi scrittori e pensatori, spesso omosessuali, che, pur distanziandosi dalla Chiesa per talune scelte di fondo, non avevano smesso di credere che, all’origine del cosmo, ci sia un atto d’amore divino. E che l’amore, qualunque amore vero, permettesse di incontrarLo, fosse una strada vera e legittima a Lui. Penso a Mary Renault e ai suoi splendidi romanzi sulla Greci Antica (chiunque abbia mai amato il mondo classico lo ritroverà e respirerà ad ogni pagina, perché la Renault non guardava a Omero, Platone, Alessandro. Aveva il miracoloso dono di guardare con loro, come fece Lewis col personaggio di Volpe in A viso scoperto). Ecco come raccontava le scoperte del giovane Alessi, nell’amare il suo amico e compagno d’armi, Liside: “Sentivo la mia anima scalare l’amore come una montagna che ai piedi ha ampi pendii con rocce e ruscelli e boschi, e prati e campi, ma alla sommità ha un’unica vetta alla quale, salendo, conducono tutti i sentieri; e più oltre, l’etere azzurro in cui il mondo nuota come un pesce nell’oceano e dove l’anima alata vola libera. E quando facevo ritorno, per un po’ non trovavo nulla nel creato che non potessi amare: il commilitone con cui mi ero irritato quel giorno e gli Spartani insediati a Decelea.”. Perfino gli odiati spartani della guerra del Peloponneso. Un evangelico Amate i vostri nemici non più suscitato a patto di rinnegare certe esperienze, ma da cuore di quelle stesse esperienze. Oppure penso a Shakespeare, alla sua gloriosa fusione di simbolismo pagano e cristiano, al grande filone omoerotico platonizzante dei Sonetti, alla sua percezione che nella smodatezza di ogni amore (basti pensare ad Antonio e Cleopatra) c’è una ricchezza divina. Oppure al Carlo Coccioli di Alberto Lupo e Davide (“sono venuto, Padre, a testimoniare che ho udito la tua voce e colto il tuo cenno. Sono venuto a chiederti di non farmi indegno di lui. Sono venuto a dirti che nel guardare Laurent riscopro te: te non più invisibile, diffuso, indifferente, ma vivo, concreto, agente, consolatore”). E a Simone Weil, una di quelle figure che, al pari di Nietzsche o Camus, esprime con la sua semplice esistenza, con le sue scelte grandi e piccole qualcosa che esercita altrettanto peso, fascino e mistero di quanto abbia effettivamente scritto. La cui vita stessa è uno scritto, a tutti gli effetti. Come una Pico della Mirandola contemporanea, provvista d’una cultura e una capacità di nessi prodigiosa (le tiene testa un altro genio come Hurs Von Balthasar, e non posso che provare una pietà sconfinata per il letterato “laico” che non abbia letto i volumi in “Gloria” dedicati ai Greci, o a Rilke), la Weil ambiva a mostrare la totale identità tra le più profonde forme dell’intuizione religiosa universale, intimamente persuasa che Dio si comunicasse ovunque ci fosse grazia, amore, bellezza e dedizione. E che questa rivelazione superasse e contestasse gli steccati e le limitazioni dei dogmi, sempre legati alla superbia intellettuale e sociale e a logiche di potere:

“Quando leggo il catechismo del Concilio di Trento, mi sembra di non aver nulla in comune con la religione che vi è esposta. Quando leggo il Nuovo Testamento, i mistici, la liturgia, quando vedo celebrare la messa, sento con una specie di certezza che questa fede è la mia, o pii precisamente lo sarebbe senza la distanza che la mia imperfezione pone tra essa e me. E una situazione spirituale penosa. Io vorrei renderla non meno penosa, ma più chiara. Nella chiarezza qualsiasi pena è accettabile […l e cerimonie dei Misteri di Eleusi e di Osiride erano considerate sacramenti nel senso in cui noi oggi li intendiamo. E forse erano veri sacramenti, dotati della stessa virtù del battesimo o dell’eucarestia, virtù che traevano dal medesimo rapporto con la Passione del Cristo. La Passione doveva ancora avvenire. Oggi essa è un evento del passato. Il passato e il futuro sono simmetrici. La cronologia non può avere un ruolo determinante in un rapporto tra Dio e l’uomo, un rapporto in cui uno dei termini è eterno… Ogniqualvolta un uomo ha invocato con cuore puro Osiride, Dioniso, Buddha, il Tao, ecc., il figlio di Dio ha risposto inviandogli lo Spirito Santo. E lo Spirito ha agito sulla sua anima, non inducendolo ad abbandonare la sua tradizione religiosa, ma dandogli Ia luce – e nel migliore dei casi la pienezza della luce – all’interno di tale tradizione.”

Nelle parole di George Steiner, che si interrogava sul valore della cultura dopo l’Olocausto, mi ero già imbattuto in una delle più appassionate- proprio perché vagliate dal crogiuolo del dubbio tragico e della sconfitta- difese della scrittura: “Io credo che la grande letteratura sia davvero carica di quel tanto di grazia che il profano ha guadagnato nella propria esperienza, e di gran parte della messe di verità sperimentata a sua disposizione.” Ed era lui stesso che, dopo aver rigettato le puerili immagini delle teologie antropomorfe, pure, da ebreo, sentiva comunque di attestare, dal cuore d’una vertigine pascaliana e con la forza della sua prosa, l’eco d’un ordine più alto, che ci ispira il senso d’ingiustizia e rigetto per tanto che circonda: “La tenebra bruciante nella quale mi sento trascinare trascende la mia volontà. Sono in preda dell’enormità. Ma questo odio e questo cordoglio disperati, questa nausea dell’anima, risvegliano un’eco antitetica. Non so come dirlo con altre parole. Al centro della disperazione che porta a impazzire vi è l’intuizione insistete – di nuovo, non trovo altre parole – di un patto infranto. Di un cataclisma tremendo e specifico. Nell’urlo futile del bambino, nella sofferenza muta dell’animale torturato risuona il rumore di fondo di un orrore sorto dopo la creazione, dopo che siamo stati strappati alla logica e al riposo del nulla.”. Potevo anche io credere che Dio – così come incontra nel volto di Cristo – fosse molto più grande di certe posizioni della Chiesa. Che potessi continuare a godere di quello splendore che avevo provato in tanti aspetti della vita della fede, e che trionfava da una Cantata di Bach o dal silenzio in una chiesa buia, o da Tree of Life di Malick, che ambiva a farci rivivere Agostino, Dante, Eliot nelle memorie dell’infanzia o tra i grattacieli delle metropoli, e ci riusciva. Tante menti e cuori immensi, per quanto distanti e magari in aperta opposizione con le dottrine ufficiali, non avevano smesso per questo di sentirsi cristiani o religiosi. Anche all’interno della Chiesa stessa e del cristianesimo, tante personalità hanno spesso testimoniato una lettura diversa del vangelo, non solo nella lotta per i poveri e per il “creato”, per una economia e politica solidale e non teocratica (camuffata da “valori non negoziabili”) ma anche per una diversa lettura dell’esperienza, che comprenda e valorizzi quanto altrimenti parrebbe solo stigmatizzabile, nel campo della sessualità e identità umana: penso a gesuiti coraggiosi come De Chardin, Martini e Abascal. Non potevo continuare a mettermi in fila, e fare la Comunione (in barba a quello che potevo sentire scandire dalla vocetta flautata del Cardinal Bagnasco alle Conferenze Episcopali), in una coda che non comprendeva solo le nuche dei miei vicini di parrocchia, ma persino Eschilo e Pindaro, Shankara, Holderin e Giuliana di Norwich? Continuare a inginocchiarmi in adorazione di un Potere in cui credevo che Bellezza, Amore e Verità coincidessero, che si era fatto conoscere nella vita e negli insegnamenti di Cristo ma che si comunicava in mille altri luoghi, in mille altri volti – come nella poesia di Hopkins – compreso il volto dei ragazzi che mi attraevano, persino nei baci scambiati con chi amavo? In quella pulsazione che correva di attrazione in attrazione, e magari risaliva ancora e sempre dall’Amor che move il sole e l’altre stelle?


Su uno dei temi fondamentali dell’esperienza umana, una delle dimensioni più intime e collettive, la sessualità e l’affettività (non proprio delle note al margine, nelle nostre giornate) c’è un discreto errore di comunicazione tra Dio e i suoi figli. Un errore che dura da migliaia di anni.


Eppure.

Eppure questo nuovo/diverso modo di guardare a me stesso e all’esperienza umana in generale gettava una luce inquietante su una dimensione (anche qui) personale e collettiva. Finché avevo, da ragazzino, cercato di immedesimarmi col giudizio di condanna della Chiesa sull’omosessualità, sapevo benissimo di essere all’interno di ciò che costituisce l’autentica dottrina del cristianesimo da duemila anni, da San Paolo (Lettera ai Romani in primis) a Giovanni Paolo II (leggete “Amore e Responsabilità” dove addirittura consigliava di “allontanare dall’ambiente in cui vivono” gli omosessuali per impedire che formino “clan” che si autoalimentino) e Benedetto XVI (l’odiosa sicumera di cinguettare “l’omosessualità non rientra nel disegno originario di Dio”. Ci sarebbe davvero da ridere, a pensare alla facilità con cui un primate pensa di poter scandire così, en passant, il volere originale del Creatore delle Galassie!). Da San Pier Damiani, per cui gli omosessuali sono dei veri e propri indemoniati (“non oserebbero atti tanto contrari se gli spiriti immondi non li possedessero completamente”) a san Bernardino da Siena (per cui invece, con una meravigliosa capriola, il diavolo stesso, “per natura civile e naturale…non tenta mai nessuno perché compia questo peccato. Anche se poi dico che egli gode se si fa.” Applausi a scena aperta). Tutta la letteratura cristiana, la liturgia, i testi sacri, le prediche, i documenti e i pronunciamenti ufficiali, attestavano che Dio su questo aveva parlato, eccome. I progressisti (tra cui ci sono persone coraggiose) hanno un bel daffare nell’escogitare acrobazie verbali (puntare sulla pastorale e non la dottrina, adottare un linguaggio inclusivo…) e sottigliezze interpretative, allo scopo di schiudere qualche pertugio. La fase di Giovanni XXIII a Capovilla “Non siamo noi a cambiare il Vangelo. Siamo noi che impariamo ad ascoltarlo meglio” è un escamotage, un trucchetto retrospettivo, che può fare del bene solo perché è l’unico modo con cui certe persone, anziché ammettere uno sbaglio radicale, scartano un nodo di Gordio, e fanno accettare un cambiamento necessario.


Ma sulla sessualità la Chiesa non ha predicato un modo (sbagliato) di affrontare un (inesistente magari) reato. Non ha difeso in modo sbagliato una qualsivoglia verità. Non conosceva proprio la verità, e ha insegnato il falso.


Lo stesso papa Francesco ha avuto la (geniale) trovata di buttare la palla fuori campo. Siccome un redde rationem con i tradizionalisti avrebbe richiesto una revisione dottrinale, ha scagliato la palla sugli spalti della Misercordia che tutto copre. Come se Dio, in fondo, perdonasse, in semplici gradazioni diverse, sia l’omosessuale che convive che lo scafista che getta in mare l’immigrato. “Chi sono io per giudicare?” è una frase che deve gettare molta polvere sotto il tappeto. La polvere di duemilaquindici anni in cui è stato giudicato, eccome. In cui si è solennemente affermato (e tuttora si afferma) di sapere come Dio giudicasse il cuore di un omosessuale. Io stesso, quando pregavo in difficoltà, sentivo su di me questi Occhi e questa Voce. Misericordiosa verso il peccatore, ma non verso il peccato. Edoardo, figlio mio, so quanto soffri, ma non è questa la strada perché tu possa conoscere davvero la gioia e l’amore. Adesso che avevo detto “no, non ci credo. Non voglio crederci” ciò, ultimamente, poteva solo avere due implicazioni:

1) Su uno dei temi fondamentali dell’esperienza umana, una delle dimensioni più intime e collettive, la sessualità e l’affettività (non proprio delle note al margine, nelle nostre giornate) c’è un discreto errore di comunicazione tra Dio e i suoi figli. Un errore che dura da migliaia di anni. Non si tratta di verità che si sviluppano sempre più chiaramente (per cui si può sostenere che il cristianesimo conterebbe già “la condanna della schiavitù, la difesa sociale dei poveri, l’abolizione del razzismo, i diritti delle donne, altro tema più che discutibile, alla luce della critica storica…), come una voce che si impari ad ascoltare sempre meglio, ma un fraintendimento totale. Come se alla radio, la voce dell’Onnipotente, avesse subito una frequenza disturbata. “Non uccidete, non mentite, e per quanto riguarda il sesscfgrgtrhcubhsrodbsfdbdbffffrrrrrrrrrr…. Date il giusto salario, difendete gli oppressi…”). E questo non migliaia di anni fa: ancora oggi alcune delle religioni più diffuse del mondo traggono la loro etica sociale e la loro morale individuale da quello che hanno stabilito i totem e tabù di popoli nomadi che si appellavano agli stessi “Signori delle Alture” che chiedevano in sacrificio i loro neonati. Su questi grumi interiori (che affondano nelle paure e nelle esigenze normative) si sono poi aggiunti secoli di speculazioni, di “ragioni filosofiche e teologiche”. Questo innesto lo discuterò più avanti. Qui basti constatare che, se il cristianesimo dovesse davvero ammettere di aver teologicamente sbagliato sugli omosessuali e la morale affettiva in generale, ciò vuol dire che per migliaia di anni esso è stato colpevolmente sordo all’autentica voce del suo Signore. Con l’assurda conseguenza che proprio tra i passi più celebri del suo annuncio non si annidano solo parzialità e ignoranze scientifiche, ma delle vere e proprie menzogne sul cuore dell’essere umano. Se è così, Tommaso d’Aquino, e migliaia con lui, per centinaia di anni, da migliaia di pulpiti e in migliaia di confessionali, hanno predicato un falso morale in atto pubblico. Milioni di persone hanno lottato per tutta la vita per conformarsi a una bugia. In milioni sono stati perseguitati, processati e uccisi per una menzogna. E non una menzogna ipocrita, o una cattiva applicazione d’una norma giusta. Vi faccio un esempio: oggi sappiamo che le streghe non esistono, o che sono assolutamente innocue nella loro religiosità panteista, più o meno complessa. Che alla base della loro persecuzione non c’era solo l’oppressione delle donne, la diffidenza verso saggezze diverse ed eterodosse, ma una grande inesistente cazzata (non c’è altro termine). Ma se effettivamente ci fosse chi, oggi, facesse quello di cui le streghe venivano falsamente accusate (non scoparsi il diavolo, perché su quello… beate loro!, ma far ammalare le persone con i veleni o macellare i bambini) sarebbe interesse collettivo consegnare queste persone alle giustizia. Non bruciarle e torturarle, ma, come i pedofili e gli assassini seriali, metterle in condizioni di non nuocere. Ma sulla sessualità la Chiesa non ha predicato un modo (sbagliato) di affrontare un (inesistente magari) reato. Non ha difeso in modo sbagliato una qualsivoglia verità. Non conosceva proprio la verità, e ha insegnato il falso. E questo negli stessi medesimi pronunciamenti laddove ogni fedele, ancora oggi, nella Messa, è tenuto a rispondere aa “Parola di Dio” con un tragico, grottescamente ironico “Rendiamo grazie a Dio.” Grazie davvero.

2) La seconda opzione richiede molte meno parole. Oppure, siccome Dio non aveva davvero parlato in quei testi, in quei pronunciamenti ufficiali, in quel fiume inarrestabile di attestazioni (fin dal Levitico che ordina di uccidere due uomini che giacciono insieme), siccome quei testi e quella concezione dell’uomo e del mondo non era in dei comparti isolati, ma partecipava d’un orizzonte collettivo, sbocciava dentro altre intuizioni, altri giudizi, se le condanne più retrive erano solo un tributo pagato dalla Rivelazione alla mentalità ristretta dei suoi annunciatori, se su un punto così fondamentale il Cristianesimo si sbagliava e sbaglia ancora, si sbagliava forse anche altrove? Se erano state solo le diverse fasi della storia umana ad aver ispirato la misoginia e il disprezzo per la sessualità, chi e come assicurava che anche molto, molto altro del Cristianesimo non fosse semplicemente “storia”, al pari delle evoluzioni e involuzioni di altre realtà sociali? Dovevo tornare a studiare le fonti.

La carne si è fatta Verbo

Il mondo ritorna in sé come se si svegliasse da un lungo sonno. Ma ci sono alcuni che oppongono una tenace resistenza, aggrappandosi con le mani e con i piedi alla loro vecchia ignoranza. Essi temono che, se rinascono le buone lettere e il mondo ridiventa sapiente, ci si possa accorgere che essi non hanno mai saputo nulla.

Erasmo da Rotterdarm

Ogni vera fede è veramente infallibile; realizza ciò che il credente spera trovarvi, ma non offre il minimo appiglio alla verità obbiettiva. Qui si separano le vie degli uomini: cerchi la pace dell’anima e la felicità, credi; vuoi la verità per guida, ebbene, cerca.

F. Nietzsche, lettera alla sorella


Questo non rende il Cristo “creduto” meno affascinante. Anzi, è uno degli snodi più potenti e vertiginosi della riflessione culturale, vedere come nasca e si formi un “Salvatore”, come una figura  carismatica si carichi d’una valenza universale, e inizi ad assommare in sé degli archetipi con cui da sempre leggiamo il mondo.


Negli anni successivi, armato di filologia e studi storico-critici, mi dedicai a studiare il cristianesimo con i metodi che vengono impiegati per qualunque altro fenomeno culturale (i cristiani stessi che magari reagiscono col mal di pancia a questo approccio “positivista”, lo utilizzano a man bassa con l’Islam. O il Buddhismo). Ero abituato alle profondità che la teologia sapeva scovare nella tradizione biblica, per cui, nelle mani di Abelardo o Guardini, i testi diventano spesso degli universi multidimensionali, con campi di applicazione, echi, simboli e rimandi (succede a ogni grande tradizione, questo stratificarsi di significati su significati: attinge, nel bene, nell’indifferente, e nel dannoso, alla nostra natura, ossessionata dallo scovare lo spirito – ossia dall’attribuire intenzionalità- nell’universo che circonda, naturale o artificiale, dal tostapane stronzo perché non funziona al valore allegorico d’una poesia erotica). Rimasi invece sorpreso dal nuovo tipo di vitalità che si schiuse nei testi che esaminavo. Grazie al lavoro di studiosi laici come Bart Ehrman, iniziai a comprendere meglio come i testi “sacri” erano stati scritti, e non come la tradizione li aveva assemblati e disposti per farceli comprendere. Disposti, e spesso mal tradotti, come già denunciava Erasmo da Rotterdam (nel greco originale di Giovanni, Gesù non viene arrestato da quattro guardie di notte, ma da una coorte romana armata fino ai denti: ον ούδας λαβν τν σπεραν κα κ τν ρχιερέων κα κ τν Φαρισαίων πηρέτας ρχεται κε μετ φανν κα λαμπάδων κα πλων), manipolati, in misure considerevoli. Com’è possibile che i credenti non siano a conoscenza che l’episodio di Gesù che salva l’adultera dicendo “Chi è senza peccato scagli la prima pietra” NON compare nei manoscritti più antichi del Vangelo di Giovanni? Era una storia che circolava, oppure uno scriba geniale l’ha aggiunta di sua sana pianta? Com’è possibile che non venga chiaramente detto che alcune Lettere di Paolo non sono state scritte da lui e che in quelle effettive Gesù, per quanto essere soprannaturale, viene adottato come Figlio solo dopo l’obbedienza manifestata sulla croce, al pari dei figli adottivi degli imperatori romani? In CL ero stato abituato da Giussani a leggere l’inciso giovanneo “Erano circa le quattro del pomeriggio” come una prova esistenzialista che quell’incontro era stato vero. Così vero che l’ormai ottuagenario ricordava ancora il dettaglio preciso. Eppure, quello stesso apostolo che ricordava il primo incontro con Cristo, aveva cambiato il giorno della sua morte. Non DOPO la Pasqua (come nei vangeli precedenti) ma il giorno stesso di Pasqua, per istituire una identificazione con l’agnello sacrificale. Poetico quanto volete, ma per ribadire un punto teologico, la storia era stata cambiata di sana pianta. Nei Sinottici, Gesù viene lavato e unto da una donna durante il suo ministero. È un gesto bello e rivoluzionario, perché la peccatrice lo omaggia gratuitamente di quanto faceva con i clienti. In Giovanni la scena è trasformata, e a farla è Maria sorella di Lazzaro, poco prima della morte di Gesù, come atto di unzione regale e pre-omaggio funebre. Bendetto XVI ha dovuto ammettere che la frase in Matteo “Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli” pronunciata da tutto il popolo di Israele- una frase che sappiamo gravida di quali tenebrose conseguenze- “sicuramente non esprime un fatto storico.” Eh? E tutto questo non avrebbe alcuna conseguenza? La verità è che, al pari del Dio-Mistero che dall’albero più vicino degli animisti si ritira prima sull’Olimpo e sul Sinai, poi i Cielo, e adesso forse fa capolino dai buchi neri (dopo aver rinunciato a ogni coinvolgimento quanto a terremoti, pestilenze, epilessie, realtà che gli sono state attribuite fino a ieri, e spesso anche più recentemente) del Dio biblico, che prima parlava in tutta la Scrittura, anche quella che ordinava di sfracellare i crani dei bambini (ancora un uomo immenso come Dante credeva che il profeta Eliseo avesse fatto giustamente sbranare dei ragazzini da degli orsi, perché lo sfottevano per la calvizie), e poi si è tenuto stretto solo “pace amore e rispetto per tutti”, il Gesù della fede si ritrae sempre più dai dati che la ricerca scopre riguardo al Gesù storico, che per molti studiosi era un profeta apocalittico con nessuna pretesa di identità col Dio unico e trascendente, e che predicava un ritorno al cuore della Legge al pari di altri rabbi come Hillel.

Questo non rende il Cristo “creduto” meno affascinante. Anzi, è uno degli snodi più potenti e vertiginosi della riflessione culturale, vedere come nasca e si formi un “Salvatore”, come una figura  carismatica si carichi d’una valenza universale, e inizi ad assommare in sé degli archetipi con cui da sempre leggiamo il mondo (la vittima sacrificale, l’eroe giovane e bello, duro con gli ipocriti e dolce con i miserabili, con l’ironia di Socrate e la rabbia sociale di Guevara, tradito dagli amici e condannato a morte, circondato solo da uno stuolo di donne più intrepide degli uomini, e da sua madre…). In un certo senso si tratta davvero della Più Grande Storia Mai Raccontata. Ed è vero che conosciamo tutti quel Volto. Perché è un puzzle di dati che portiamo dentro di noi, o che siamo abituati ad attribuire alle esperienze e ai rapporti rilevanti. Ma è qui che gli sforzi di personalità come Simone Weil cadono. Alla luce dei dati storici e critici, quelle che parevano profezie e divine coincidenze (le somiglianze con Prometeo o Dioniso) si rivelano al tempo stesso frutto di eventi casuali, ricorrenze tragiche e tipiche (i contestatori spirituali e politici tendono a non morire nei loro letti, pensate appunto a Socrate, ai Gracchi, a Gandhi e Luther King), sovrapposizioni e riletture a posteriori. Dioniso non prefiggeva Cristo. È stata la vicenda di Cristo che per universalizzarsi è stata letta con quanto già veniva cercato ed esperito nel vino bacchico o nelle liturgie di Eleusi. Con l’adozione divina degli eredi imperiali, e i tanti miti di fanciulle amate da un Dio, e madri di eroi e benefattori. La frase che aveva segnato la conversione di C. S. Lewis andava ribaltata: il fatto divenne Mito. La carne è diventata Verbo divino, e non viceversa.

Tutto questo si accompagnava e rimandava a una segreta domanda, direbbe Rebora: ma dunque io non credevo più in Dio e nel divino? Io, che amavo i miti e le fiabe, stavo rinunciando a credere che al cuore delle cose non ci fosse alcun prodigio soprannaturale, nessuna vita eterna, nessun amore più forte della morte? Cosa resta della poesia, della venerazione, alcun mistero? Da dove sorge allora la percezione e lo struggimento per la bellezza, o la morale? La stima che avevo accordato ai grandi atei, quando ero cristiano, ne faceva dei dolorosi spiriti inquieti, che si dibattevano sotto il gelo della loro concezione desolante. Dotati di un cuore più vivo e ardente del cosmo freddo in cui credevano di muoversi. E se invece avessero avuto ragione loro, cosa restava di tutto ciò che amavo, che valore e significato assumeva tuffarsi ridendo in mare, respirare a pieni polmoni dall’altro d’una vetta in montagna, con un caffè bollente e i corvi? Leggere, ridere, scrivere, riposare sul petto di un ragazzo, e ascoltare il suo cuore che batte, se quei battiti erano solo un countdown fino alla morte?

Come disse (in modo molto più divertente) l’attrice comica Julia Sweeney nel suo delizioso Letting go of God, “provai a mettermi le lente dell’ateismo, così solo per dare un’occhiata”.

Come tutte le lenti, la prima sensazione è sempre una strana vertigine. Poi, inizi a notare delle cose, che prima non mettevi a fuoco così bene. Affatto.

La prossima puntata sarà dedicata proprio a questo. Cosa ha significato iniziare a guardare il mondo (l’arte, le relazioni, il sesso) alla luce di ciò che iniziavo a scoprire anche in Darwin, nella genetica di Dawkins, negli studi neuroscientifici di Oliver Sacks, Sam Harris e, soprattutto, Daniel Dennett. Del conforto nello scoprire che C. Hitchens si era posto la mia stessa domanda, su come salvare il numinoso senza più credere nel soprannaturale. Ma, soprattutto, che capovolgimento conoscitivo ha portato rileggere Nietzsche così, anche nei suoi figli novecenteschi come Camus e Onfray. Cosa ha voluto dire sedere in montagna con Zarathustra, e guardare giù, sorridendo e piangendo insieme.

E come al focolare di questo mio percorso si sia improvvisamente aggiunta una figura sbucata dall’ombra, che ha teso le mani al fuoco. Dalla penna di Richard Morgan.

Ringil Eskiath, stregone, guerriero e omosessuale.

Ancora una volta, dove e come forse nessun altro poteva fare e arrivare, una storia mi avrebbe fatto compagnia, mostrando ciò a cui volevo davvero aggrapparmi. Per cosa vivere e lottare. Cosa decidi di stringerti al petto, una canzone o una torcia in mezzo alla tempesta. Come un bambino.

Quali incantesimi avrei scoperto sulla montagna.

[continua…]


Edoardo Rialti (1982) è traduttore di letteratura anglo-americana e letteratura fantasy, sci-fi, horror, per Mondadori, Lindau, Gargoyle, Multiplayer. Tra gli altri ha tradotto e curato opere di C. S. Lewis, J. Abercrombie, P. Brown, O. Wilde, W. Shakespeare. E’ collaboratore de “Il Foglio” dove si occupa di critica letteraria e ha scritto le biografie a puntate di J. R. R. Tolkien, G. K. Chesterton, C. S. Lewis, C. Hitchens. Ha insegnato in Italia e Canada. Dipendesse da lui, la sua giornata comprenderebbe solo caffè, sport e scrittura.
Copertina: Wikimedia, Trentasei viste del Monte Fuji.