Perdere la fede, riconoscere l’omosessualità, abbandonare gli dei ma non le loro storie; una serie di tracce autobiografiche attraverso i libri.


di Edoardo Rialti

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[English version below]

“What do you…” he was mumbling, numb with terror. “What do you think you are-you are doing?”

Ringil set set aside the Ravensfriend, shook the dragon-tooth dagger from his sleeve. He grasped the legate firmly by the hair with his free hand, pulled his head back. He leaned in close, near enough to smell the man’s terror-soured breath, near enough to bestow a kiss.

“I’m abolishing slavery” he said. And opened the imperial’s troath.

Richard K. Morgan

Io mi ribello. Dunque siamo.

Albert Camus

Dal suo sorriso giunge anche a noi un duplice suono che ci commuove: la risata di un folle e il riso di un vincitore.

Louis A. Von Salòme, F. Nietzsche

Canzone e Corsa

Questa è la storia di una canzone e di una corsa. Entrambe vengono da molto lontano, nella storia collettiva dell’umanità e in quella mia personale. Ma la figura che balza, spada in mano, ridendo e piangendo insieme, contro le tenebre tutte intorno, è comparsa relativamente tardi nella mia vita. Eppure, in certo senso, sentivo di conoscerla da sempre. Questo guerriero-stregone non si stupirebbe, né lo farebbe un altro mago solitario, che sosteneva di vivere sulle montagne e mangiare solo con le aquile, e che aveva avuto un ruolo altrettanto decisivo, donandomi le stesse lacrime e le stesse risate. Meglio ancora, insegnandomi a difenderle.

Entrambi sanno bene che spesso è il futuro a seminare il passato.

Un fremito nelle viscere

C’erano canti e musiche: un vecchio Scylding,

che aveva appreso moltissime storie,

si mise a rievocare il remoto. Altre volte

qualcuno, strenuo in battaglia, tentava la gioia dell’arpa,

il legno dilettoso. A volte inventava

canzoni tristi e vere, a volte strane storie

raccontava, per filo e per segno, il re dal largo cuore.

A volte ancora, legato all’età,

prendeva, qualche vecchio combattente di guerra,

a lamentare la sua giovinezza:

con un fremito dentro alle viscere,

mentre, esperto di inverni, ricordava a stormi.

Così là dentro, per tutto il giorno,

ci demmo ai diletti, finché sugli uomini

scese una nuova notte.

“Con un fremito dentro alle viscere… finché sugli uomini scese una nuova notte.”

Ci sono poche immagini che, secondo me, riescono davvero a condensare il nostro essere uomini come questa del Beowulf. Poche cose sono sicure nella vita, ed esse comprendono certamente quella fitta (che a causarla sia un paesaggio, una musica, un pensiero, un volto, una parola, o il ricordo di ciascuna di queste e mille altre cose…), quel canto, e quella notte. E se non ci fosse nient’altro? Quando, da ragazzo, credevo in Dio, sottoscrivevo le parole con cui il mio amato Tolkien leggeva l’eroismo nordico alla luce della Rivelazione:

Il cristiano deve ancora operare, con la mente come con il corpo, deve soffrire, sperare, e morire; ma ora può percepire che tutte le sue predisposizioni e facoltà hanno uno scopo, che può essere redento.


Cosa voleva dire guardare il mondo e continuare a scrivere e combattere per quello che amavo, in un cielo senza Dio?


Man mano che, a partire dalla rinnovata difesa della mia omosessualità e dal percorso di riflessione e studi conseguente, mi allontanavo sempre più dal Cristianesimo e dal teismo, la domanda premeva, esplicita o implicita, ai margini della consapevolezza. Cosa voleva dire guardare il mondo, gli altri, me stesso, gli eventi grandi e piccoli, e continuare a scrivere e combattere per quello che amavo, per quello che per me costituiva il meglio della vita, in un cielo senza Dio? Senza più confidare che le lacrime e il sangue sarebbero state “not wholly vain”, come diceva Aragorn a Frodo, che quello che qualcuno ci prende, qualcun altro ce lo rende, come Pascoli sperava di farsi dire dallo spettro della madre? Cosa vuol dire continuare a cantare quel fremito, sapendo che la notte cala, dentro e fuori di me, senza più confidare davvero in alcuna alba successiva? Non credere più nel soprannaturale comporta un’inversione di rotta rispetto al modo “normale” che abbiamo di concepire l’esistenza e la conoscenza, un movimento che parrebbe inesorabilmente andare “dall’apparente al reale, dal mobile all’immobile, dal sensibile al puro intellegibile: in fondo, il grande elemento comune a tutte le metafisiche e a tutte le teorie della conoscenza in Occidente, dopo Socrate”, come diceva George Steiner. Su questo i profeti ebrei, Platone, Gesù, Agostino, gli Gnostici, Maometto, Dante, Cartesio, Pascal, Kant, Hegel, Lewis sono tutti sulla stessa barca (Buddha per molti aspetti la sapeva quantomeno diversamente).

Nessuna differenza specifica conta più di questa sottoscrizione basilare: c’è un Essere e un Apparire. Un Regno dei Cieli (che comprenda la carne o meno) e questa valle di lacrime, il regno dell’effimero, di ciò che, appunto, passa. La terra delle Ombre, come la chiamavano Platone e il Lewis di Narnia. Spirito (che magari un giorno comprenderà anche il corpo, beninteso) e Carne. È una concezione così radicata nel nostro immaginario che la semplice parola “spirituale” per noi assume subito un inconscio sentore positivo, mentre “materiale/materialista” suona in fondo riduttivo, se non addirittura brutale come un maiale col muso nel trogolo. Cosa succede se invece si prova ad assumere un punto di vista del tutto diverso, per cui è la Terra ad aver “creato” il Cielo, e lo spirito non indica un ordine e un fondamento precedente la materia stessa, ma è il canto, la vibrazione, l’estremo sbocciare della materia stessa? Già Leopardi si era chiesto come fosse possibile far coincidere poesia e contemporaneità, ossia poesia e assenza di quegli ideali che, al lume della ragione, si rivelano solo carissime illusioni, “le antiche finzioni”.

Come direbbe proprio il metafisico Socrate, “sediamoci e guardiamo”.

Sediamoci e guardiamo.

Das Lied von der Erde

O castagno fiorito dalle tue

Grandi radici, sei tu la foglia, sei il fiore o il tronco?

O corpo governato dalla musica, sguardo splendente,

come possiamo distinguere chi danza dalla danza?

W. Yeats, Fra le scolare

Grazie a un ragionamento bizzarramente capovolto sembra pensare che l’Ignoranza Assoluta abbia tutti i titoli per prendere il posto della Saggezza Assoluta in tutte le realizzazioni delle capacità creative.

Anonima recensione Vittoriana degli scritti di C. Darwin

Da liceale, appassionato di miti e poesia, la mia superficiale infarinatura scientifica mi aveva fatto sottoscrivere pienamente la reazione disgustata degli stracitati versi di Wordsworth “our meddling intellect/mis-shapes the beauteous forms of/things:/ we murder to dissect.” Da umanista e cristiano pensavo di aver risolto una volta per tutte la faccenda con il confortevole (e neanche troppo segretamente sprezzante) mantra “la scienza può e deve occuparsi del COME, ma non del PERCHÈ”. In realtà, più leggevo, studiavo e riflettevo, più mi rendevo conto che questa divisione tra deduzione, analisi, intuizione, immaginazione e afflato narrativo costituisce la vera e colpevole riduzione della nostra esperienza conoscitiva. Che non solo queste diverse modalità si illuminano a vicenda, ma che addirittura scaturiscono le une dalle altre. E non solo.

Decisi di ascoltare le ragioni con cui i darwiniani contemporanei sviluppavano la lettura evoluzionistica del loro maestro e apri-pista.

(Nota: la Chiesa Cattolica, dopo tanto dibattersi, ha coniato la splendida scappatoia concettuale dell’Evoluzione Creatrice, che però fa clamorosamente cortocircuito con tutto il racconto biblico della Caduta dallo stato armonico di perfezione, ed è sostenibile solo nella misura in cui decidi di ignorare che la stessa bellezza e armonia della natura è inestricabilmente commista con la crudeltà, che le edere succhiano la vita delle piante che adornano, come tanti vampiri, che, Blake lo cantava sconvolto e intrigato, tigre e agnello vengono fuori dallo stesso calderone creativo, che parassiti e tumori funestano i nostri organismi da sempre, e non dopo una mitica catastrofe nucleare chiamata Peccato Originale. Una colpa che- è tutt’ora dottrina della Chiesa, per quanto molti credenti lo ignorino- si riferisce a un evento storico preciso, seppure raccontato miticamente, che si è propagato in modo ereditario. Non è qualcosa che ri-commettiamo ad ogni generazione, in un segreto moto di ribellione spirituale. Per quanto ridicolo e crudele possa sembrare, a pensarci con un filo di distacco, ci nasciamo dentro -in questo la Chiesa è stranamente genetica. Ovviamente, senza un Adamo preciso anche il nuovo Adamo-Cristo perde gran parte della sua funzione salvifica e di sostituzione vicaria).

Non lo feci per trovare conferme nel mio ateismo, già la riflessione personale e gli studi filologico-critici mi avevano convinto. Avevo però bisogno di coglierne le implicazioni conoscitive e sociali. Lessi dunque con avidità i libri di Richard Dawkins, soprattutto Il gene egoista che, a differenza di altri suoi contributi spesso meramente e banalmente reattivi, rimane un testo decisivo, non solo perché mostra la permanenza degli impulsi di trasmissione genetica anche laddove e come non ce lo aspetteremmo, ma anche come sia proprio la progettualità culturale che ci permette sempre più di metterli a fuoco, indirizzarli, contrastarli nelle loro declinazioni più oscure, coltivarli, appunto. Il che vuol dire anche trasformarli in vista d’un disegno, d’un progetto. L’altro grande merito era aver applicato la stessa lente alla cultura stessa, coniando il termine “memi” per quei processi interpretativi che tendono a diffondersi col linguaggio e l’educazione e ad occupare gli organismi ospitanti in modi più o meno salutari, e spesso in competizione tra loro: si chiamano idee.


Nel provare ad assumere “le lenti dell’ateismo” riuscivo a comprendere dimensioni e sfere che, da ragazzino, credevo fossero solo appannaggio d’una visione spirituale del cosmo. Le analizzavo, ma non le uccidevo affatto.


Una dinamica che trovai ulteriormente sviluppata (con molto più brio, audacia e humour, a mio parere) dal filosofo Daniel Dennett (penso a L’idea pericolosa di Darwin, L’evoluzione della libertà e Rompere l’incantesimo-la religione come fenomeno naturale) e da medici come Oliver Sacks (Vedere voci, L’uomo scambiò sua moglie per un cappello, Allucinazioni) e dagli studi antropologici di Diamond (Armi, acciaio e malattie) e poi da Yuval Harari (Da animali a dei). Tutti testi che mostrano come, analizzando i processi biologici, mentali e decisionali, ci rendiamo conto che l’uomo non è separato da un balzo qualitativo, ma meramente quantitativo (ancorchè in misura stupefacente) dal mondo che lo circonda. Noi siamo re e regine de facto, ma non de iure.

Le implicazioni erano vertiginose, destabilizzanti. Quindi la libertà assoluta che presupponiamo, con cui facciamo coincidere il nostro io più profondo, non esisterebbe davvero, o, quantomeno, sarebbe un risultato e non un punto di partenza? Naturalmente, anche in una simile prospettiva, resta un mare infinito da esplorare, ma la cosa che mi colpì subito, nel provare ad assumere “le lenti dell’ateismo” (direbbe Julia Sweneey), fu che non solo questo approccio aveva la serenità di ammettere ciò che non sapeva, le contraddizioni e mille sfide ancora aperte o che si schiudono ad ogni passo (un atteggiamento che qualunque visione dogmatica del mondo sottoscrive solo per mostrarsi a là page– dirsi contro le domande suona così aggressivo, così ottuso- ma che non regge alla prova dei fatti. Fate voi stessi l’esperimento), ma soprattutto che riusciva ad assumere e comprendere dimensioni e sfere che, da ragazzino, credevo fossero solo appannaggio d’una visione spirituale del cosmo. Le analizzava, ma non le uccideva affatto. Dire che l’umorismo è un “premio” del cervello all’elaborazione d’una situazione complessa, che la musica si è sviluppata dai richiami animali e dal battito cardiaco (tum-tum-TUM), che il tunnel delle esperienze pre-morte, la potenza calorosa e rassicurante della VOCE di Dio, l’estasi mistica attingevano al parto, alla voce della madre durante la gestazione (l’espressione biblica “Non ti ero nascosto quando mi formavo nel segreto” si rivelava più vera del previsto), all’orgasmo (non mi stupirò mai del potere dell’espressione “Vengo” che urliamo mentre, appunto, “veniamo”) non dice ovviamente tutto del brivido che fa singhiozzare in una sinfonia, che ci scuote in un orgasmo, che ci accende la testa durante una risata di cuore, eppure al tempo stesso non si limita a dire “molto” di quei fenomeni. Li Inserisce in una prospettiva completamente diversa, e ricca di implicazioni e applicazioni.


È questo il motivo per cui l’omosessualità è una tale minaccia per gli integralismi religiosi. Perché la sua esistenza testimonia che la sessualità è molto più ricca del mero mandato riproduttivo e familistico-patriarcale a cui molti tentano di aggiogarla.


Basti pensare alla vexatissima quaestio della sessualità. Più la studiavo da un punto di vista scientifico e psicologico (Simon Levay, Darrel Ray…) più mi rendevo conto di come essa mantenga il doppio binario dell’impulso fondamentale alla trasmissione genetica (anche un rapporto omosessuale “mima” gli stessi gesti ed atti, gioca con le stesse carte) e il fiorire costante ed esponenziale (man mano che gli organismi si fanno più complessi) d’una “esuberanza biologica”, secondo la superba definizione che inizia a circolare in ambito scientifico. Già tra i bonobo, con il loro complesso welfare state, il sesso non è semplicemente un fenomeno riproduttivo, ma una modalità espressiva e culturale, che comprende tantissime declinazioni non strettamente biologiche (il bacio, l’omosessualità, il coito non genitale…). Tutto questo poi trionfa appunto quando si tratta della specie homo sapiens. Al pari del suono musicale, della comunicazione verbale, dell’alimentazione, il sesso diventa cultura, una dimensione molto più vasta del meramente razionale dei tomisti vecchi e nuovi. In questa prospettiva l’apparente paradosso dell’omosessualità naturale (una variante costante non si oppone a una presunta “norma” della maggioranza. Costituisce appunto una variante, non una perversione o un dis-ordine. Omosessuali si nasce, tanto quanto si nasce etero. Con tutte le gradazioni e le commistioni del caso. L’Evoluzione benedica gli splendidi etero curiosi della mia biblioteca!) e delle attività giocosamente innaturali dell’eterosessualità (a meno che non vogliate fare come certi siti cattolici che non solo spiegano che il sesso orale, manuale, anale e molto altro è proibito, ma dicono anche che si deve fare sesso solo alla missionaria, perché così non si perde il rispettoso contatto oculare…).  È questo il motivo per cui l’omosessualità è una tale minaccia per gli integralismi religiosi. Perché la sua esistenza testimonia che la sessualità di tutti e di ciascuno è, in natura, molto più ricca del mero mandato riproduttivo e familistico-patriarcale a cui molti tentano di aggiogarla. È una difesa dell’orgasmo femminile (che, in quanto non decisivo ai fini riproduttivi, è stato sistematicamente osteggiato dalle religioni), della libertà di giocare a letto, e, così, di imparare a conoscersi molto di più. Di dirsi. Al pari di altri silenzi coatti imposti dai vari poteri, la repressione sessuale costituisce una delle violenze sistematiche più crudeli imposte per generazioni alla cultura nella sua accezione più ampia.


Solo un ignorante potrebbe negare che i rosari scanditi, le risposte mnemoniche a quella grande liturgia teatrale che è la messa, le preghiere verso la Mecca, gli om non contribuiscano alla “mente serena”. Ma è possibile trovare quel silenzio senza più doversi inginocchiare e immolare niente a Nessuno.


Trovai davvero suggestivo leggere come Sam Harris applicava le neuroscienze a realtà come la meditazione orientale. In questa luce “tecnica”- spoglia di qualsiasi impulso fideistico, per cui tanti occidentali rigettano Cristo o Jahweè solo per gettarsi a braccia aperte in grembo a Visnù o Shiva- leggere i testi del buddismo dzogchen (penso alle meditazioni di Tulku Urguyen Rinpoche) mi ha permesso di vedere con molta maggiore chiarezza quanto ci siano facili due impulsi parimenti nocivi: gettare via il bambino con l’acqua sporca (rigettare alcune scoperte ed orizzonti della spiritualità sulla vita quotidiana, pur di sottrarsi ai dogmi) che l’esatto contrario (alla luce di certi effetti, sottoscrivere quelle che vengono considerate da sempre le cause, o inventarsene di nuove, sempre con la pretesa di avere una chiave di lettura sullo stato reale dell’universo, e non di approfondire semplicemente degli stati mentali). Tutto questo meriterebbe ovviamente una trattazione più estesa e migliore. Qui posso solo accennare a che dono è stato vedersi riconsegnare così tutto il potere del respiro. C. S. Lewis aveva ragione, noi “cerchiamo uno stato e invece troviamo una mera sequenza”. I buddisti dicono che la mente può essere una scimmia (o un cane) che corre dietro a ogni impulso, che mastica e rimastica l’osso delle soddisfazioni o degli oltraggi, oppure può essere “a guisa di leon quando si posa” (Dante), che non smette certo di osservare, ma si alza solo quando ne vale davvero la pena. E che impara anzitutto a osservarsi, e così a non coincidere più meramente coi proprio pensieri e le proprie emozioni.

La vipassana mi ha fatto scoprire che basta chiudere gli occhi per trovarmi sulla mia amata spiaggia di Follonica, cullato dalla risacca. Che il respiro, al pari delle onde, è sempre simile, ma mai del tutto uguale, e quanto di tutto questo già sperimentassi, da ragazzo e da credente, nella ritualità della preghiera. Solo un ignorante potrebbe negare che i rosari scanditi, le risposte mnemoniche a quella grande liturgia teatrale che è la messa, le preghiere verso la Mecca, gli om non contribuiscano alla “mente serena” cui aspirava il Conte di Surrey nel ‘500. Ma è possibile trovare quel silenzio senza più doversi inginocchiare e immolare niente a Nessuno. Del mondo, degli altri o di sé stessi. Un elemento che- allo stato attuale dei miei studi- continuo a trovare profondamente manchevole nelle galassie della filosofia orientale sull’inesistenza dell’io, è un’analisi convincente della dimensione creativa, con la sua inevitabile e preziosa sofferenza individuale (l’applicazione migliore l’ho trovata in Schopenauer). Forse non è nemmeno un loro obbiettivo reale. Ma su questo aspetto così decisivo per me, in una prospettiva atea ecco entrare nella mia vita due sguardi assolutamente determinanti, seppure uno dei due, nei grandi limiti che si accompagnavano ai molti pregi, potesse solo accennare quanto l’altro avesse già investigato. Più di un secolo prima.


J’accuse

Il primo santo fu il primo furfante che incontrò il primo stupido.

Voltaire

Avrebbe voluto essere Zola e Oscar Wilde. In effetti assommava in sé molto di entrambi. Come il primo, ha avuto la forza e il coraggio di sfidare i luoghi comuni dell’opinione pubblica, potenti intoccabili e idoli vecchi e nuovi (da Kissinger a Madre Teresa, dai Clinton a Raztinger) e difendere i diritti degli oppressi, delle donne, della libertà intellettuale (penso alle sue campagne per Salman Rushdie, Aazar Nafisi e Ayan Hirsi Ali). Come il secondo, lo ha fatto sfoderando una delle prose -in questo caso giornalistiche- più affilate ed eleganti della seconda metà del ‘900. Nella sua commistione di dandy rivoluzionario, che amava Orwell ma sapeva apprezzare la prosa squisita d’un vecchio reazionario come Waugh, con la sua capacità di feroce polemica pubblica e cortesia privata, con la forza del suo morire sorridendo e conversando come Epicuro e Petronio, pur nella morsa del tumore, C. Hitchens divenne uno dei miei eroi intellettuali.


Continuare a vivere il Numinoso senza credere nel soprannaturale. È il filo rosso di queste mie pagine.


Alcune sue posizioni (penso alla guerra in Iraq e il suo sostegno strumentale all’amministrazione Bush, ben più complesso ma parimenti fazioso e miope di quello della Fallaci) erano irricevibili, ma il suo amore per la poesia che si traduceva in una difesa del linguaggio dalle riduzioni degli slogan, il suo odio per tutte le dittature politiche e spirituali (il paradiso per lui era una specie di versione soprannaturale della Corea del Nord), la sua difesa appassionata per la stoffa autentica dell’esperienza umana, il suo umorismo dialettico- Quando, nella lettera al clero irlandese, Ratzinger, che lui chiamava il “Nazi-Pope”, esortò a offrire agli abusati la “massima cura pastorale” Hitchens ribatté: “Spiacente, l’hanno già ricevuta”-  mi sono entrati nel sangue. Mi ha fatto conoscere molto meglio Marx, a partire dall’autentico contesto in cui si trova la celebre definizione di religione come oppio dei popoli, un paragrafo che conferisce all’espressione il suo significato più profondo e audace, e indica al contempo il suo valore e la necessità del superamento:

“La miseria religiosa è insieme l’espressione della miseria reale e la protesta contro la miseria reale. La religione è il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, così come è lo spirito di una condizione senza spirito. Essa è l’oppio del popolo. Eliminare la religione in quanto illusoria felicità del popolo vuol dire esigerne la felicità reale. L’esigenza di abbandonare le illusioni sulla sua condizione è l’esigenza di abbandonare una condizione che ha bisogno di illusioni. La critica della religione, dunque, è, in germe, la critica della valle di lacrime, di cui la religione è l’aureola La critica ha strappato dalla catena i fiori immaginari, non perché l’uomo porti la catena spoglia e sconfortante, ma affinché egli getti via la catena e colga i fiori vivi. La critica della religione disinganna l’uomo affinché egli pensi, operi, configuri la sua realtà come un uomo disincantato e giunto alla ragione, affinché egli si muova intorno a se stesso e perciò, intorno al suo sole reale. La religione è soltanto il sole illusorio che si muove intorno all’uomo, fino a che questi non si muove intorno a se stesso.”

Così come mi ha fatto conoscere molto meglio il grande filone dei comunisti dissidenti, da Trotzkij a Rosa Luxemburg e George Orwell. Ma, soprattutto, ha dato voce e perfetta espressione a una domanda che incalzava, confusamente, anche dentro di me. È possibile continuare a dirci, come Lewis, Sorpresi dalla gioia, in un mondo senza Dio? Mantenere l’emozione, la meraviglia, e magari le consolazioni che abbiamo trovato espresse nel sacro? Nelle sue parole:

il sentore che esista qualcosa al di là del materiale, o, se non al di là, non del tutto coerente materialmente con esso, è, credo, una questione molto importante. Quello che si può chiamare il numinoso o trascendente, o, al suo meglio, suppongo, l’estatico. Non mi fiderei di nessuno in questa sala che non sappia di cosa sto parlando. Sappiamo che cosa intendiamo, se pensiamo a certi tipi di musica, forse, e sicuramente alla relazione o coincidenza, talvolta molto potente, tra musica e amore. I paesaggi, o certi tipi di lavoro artistico e creativo che non sembrano essere interamente opera dell’uomo. Senza questo, saremmo davvero solo dei primati… come tenere ciò che vale di questo tipo di arte e nelle nostre emozioni e nei nostri sentimenti più fini del numinoso, del trascendente, e mi spingerei a dire fino all’estatico, e distinguerlo proprio dalla superstizione e del soprannaturale progettati per farci timorosi, spaventati e servili, riuscendoci talvolta fin troppo bene?”

Continuare a vivere il Numinoso senza credere nel soprannaturale. È il filo rosso di queste mie pagine. Già trovare espresso il mio stesso interrogativo, fu un grande conforto. Anche perché Hitchens stesso era ben consapevole che- come ammoniva Camus- non basta scacciare i ratti della peste. La vittoria della laicità è molto parziale, sia geograficamente che temporalmente. In molti luoghi e ambienti rischia di essere una mera fluttuazione maggioritaria, un’indifferenza placida. Che può essere ribaltata col mutare dei tempi, sotto la pressione della paura e della crisi. Non basta sancire il tramonto del passato. bisogna, come dice Severino, stabilire i fondamenti del mattino per tenere testa a tenebre vecchie e nuove.

Qualcuno questo lo aveva già cantato, ridendo e piangendo, nella compiaciuta indifferenza della piazza del Mercato. Aveva teso mani amichevoli e scagliato maledizioni di fuoco. E, prima di sprofondare in un abisso silenzioso, aveva abbracciato un cavallo frustato a sangue da un cocchiere sadico.

Il cibo delle aquile

L’acqua che io prendo già mai non si corse.

Dante

Le grandi personalità si colgono spesso per riflesso, in ciò che hanno suscitato negli altri. Come il Socrate descritto da Platone per bocca di Alcibiade, il Napoleone che incede in tutta la letteratura dell’800, da Manzoni a Stendhal e Dostoevskij. Come l’Elena omerica, che non viene mai descritta, ma che dove passa fa ammutolire gli anziani radunati alle porte Scee. Questo è vero anche per Nietzsche. Forse il modo migliore per presentarlo è attingere alle parole di chi ne ha raccontato la vita come nessun altro. Richard Blunck, nel primo volume della monumentale biografia ultimata da Curt Paul Janz, nel 1953 ha saputo esprimere come pochi cosa voglia dire davvero incontrarlo. Perché il cantore di Dioniso non lo si può studiare.

“Chi per la prima volta si imbatte in un libro di Nietzsche, avverte subito che qui si richiede qualcosa di più dell’intelletto…si troverà piuttosto nel bel mezzo di un immenso campo magnetico, da cui emanano vibrazioni di natura troppo profonda per poterle captare con la sola rete dell’intelletto. Si sentirà meno colpito da opinioni o cognizioni che dall’uomo che si cela dietro di esse. Contro quelle opporrà sovente resistenza, se ha qualcosa difendere; ma all’uomo che le esprime al campo magnetico che egli rappresenta, non potrà più sottrarsi completamente…non perderà mai la certezza di trovarsi vicino alla vita e al suo vero volto più che in qualunque altro pensatore.”

Così è stato, ed è per me. Dovrei citare tutto e niente, perché gli scritti di Nietzsche fanno molto più che comunicare qualcosa. Ti portano in un posto. Ed è dall’aria fredda e limpida d’un picco alpino, o su una scogliera sferzata dalla risata di una tempesta, che ti viene proposto di tornare a guardare a tutte le cose, dentro e fuori di te. È il motivo per cui chi ama Nietzsche non è semplicemente affascinato dal suo pensiero. È innamorato di lui. Vorrebbe conoscere delle sue giornate scolastiche, dei suoi viaggi, perché vorrebbe tornare indietro nel tempo e passeggiare con lui sulla riva di un lago. Ascoltarlo improvvisare al pianoforte, fargli compagnia mentre batteva i pugni sul muro per i mal di testa. Questo perché intuisce che, per dirla sempre con Bruck, la sua vita e la sua opera “sono, sotto la sferza di questa veracità, una sola incessante battaglia contro un’epoca che sempre più si abbandona a una menzogna senza speranza, contro la propria felicità, contro la gloria e perfino la passione del cuore: è un’azione la cui purezza e necessità non può venir turbata né annullata da alcun effetto, per quanto equivoco o addirittura terrificante.”


Ed è questa la morte di Dio annunciata da Nietzsche, non la mera morte delle religioni, ma che non occorre più un senso metafisico che preceda l’esistenza per giustificarla.


Cosa posso citare? Come rileggeva il Prometeo incatenato, scorgendovi un ritratto della vocazione artistica? “Quanto di meglio ed eccelso l’uomo può aspirare ad acquisire con la sua attiva partecipazione, lo ottiene attraverso un sacrilegio e ne deve poi accettare le conseguenze, ovvero tutto quel fiume di sofferenze e preoccupazioni con il quale gli dei celesti offesi bussano alla porta del genere umano, teso nella nobile aspirazione verso l’alto… l’artista titanico trovava in sé la sicurezza ostinata di poter creare gli uomini o quantomeno distruggere gli dei dell’olimpo. E questo grazie alla sua sapienza superiore, che però era costretto a pagare con una sofferenza eterna.” Oppure la ferocia volterriana con cui sfrondava il Biblico Albero del Proibito? “La morale è soltanto questo-tu non devi conoscere: il resto consegue da ciò. La dannata paura non impedì a Dio di essere furbo. Come ci si difende dalla scienza? Per lungo tempo questo divenne il suo primo problema. Risposta: fuori l’uomo dal paradiso! La felicità, l’ozio inducono a pensare-tutti i pensieri sono cattivi pensieri… L’uomo non deve pensare…” Oppure la rabbia che lo faceva muggire come un toro ferito al pensiero di quante violenze erano state commesse sulla natura umana in nome di un presunto “ordine superiore”: “Qui c’è malattia, non v’è dubbio, la più tremenda malattia che sia infuriata sino a oggi nell’uomo- e chi ancora riesce a udire… come in questa notte di martirio e assurdità ha echeggiato il grido “amore”, il grido del più struggente rapimento, della redenzione nell’amore, si volge altrove, colta da un raccapriccio incoercibile… nell’uomo v’è tanto di terribile!” qualunque citazione è tanto potente quanto riduttiva del suo effetto complessivo. Come non si stanca di ribadire Michael Onfray, Nietzsche ha operato in campo conoscitivo una rivoluzione pari (e spesso superiore come portata) a quelle apportate in campi simili da Marx, Freud e Einestein. Questo perché nel nostro modo di pensare, con mille travestimenti e varianti, riproponiamo sempre “l’idea ereditata da Platone: che si conosce per mezzo dell’anima, particella di divinità in noi, parte sublime che ci salva in quanto, essendo della stessa natura della divinità, rende possibile il contatto con essa, dunque con la verità che è ideale, concettuale, noumenica. Portatori di questa scintilla divina, possiamo dunque andare all’assalto del cielo e cogliere la conformazione della realtà muniti di questo strumento immateriale che ha un solo inconveniente: non esiste.” Ed è questa la morte di Dio annunciata da Nietzsche, non la mera morte delle religioni, ma che non occorre più un senso metafisico che preceda l’esistenza per giustificarla. Perché non c’è mai stato. E che questo, lungi dal gettarci in un nichilismo esangue o nel tanto esecrato relativismo, è la grande occasione per dire sì- sì- a noi stessi, anche se la vita non è nient’altro che puro divenire. Anche se tutto finisce. Possiamo evitare di guardare l’abisso irrazionale da cui veniamo e verso cui andiamo, oppure possiamo volere ciò che siamo. Non c’è bisogno che ci sia uno grande scopo ultimo dell’universo perché noi, ognuno e tutti, si possa abbracciare con gioia l’esistenza, le sue lacrime e le sue risate.


Il mondo non è meno bello se non rimanda a un paradiso.



Amor fati
. Come nota sempre Onfray, “che ancora non si facciano i conti con questa fondamentale modifica nella storia del mondo, passi, ma che nel piccolo universo dei filosofi si stia sempre a cianciare come ai tempi di Aristotele è davvero una bella impresa.”. Tutto questo è stato mutilato, prostituito, volutamente frainteso. Lukàcs e generazioni di marxisti vi scorgeranno confusamente “un rimedio politico reazionario e imperialista”, mentre, avrebbero ribattuto Camus, Focault, Onfray, Nietzsche sognava “una terapia estetica, rivoluzionaria e europea”. Anche l’ossessione per la scoperta della verità vera, la presunta verità oggettiva delle cose, veniva così ribaltata. Al netto delle tante menzogne che uno scopre su ciò che è stato spacciato per Verità, il punto è un altro: tu che verità vuoi dare alla tua esistenza? E il peso è tutto su quel vuoi. Questa è la grande rivoluzione nietzschana: è possibile volere ciò che siamo. È difficile esprimere a parole quanto questo mi investì come un maglio, e non manchi mai di stupirmi. È l’invito, maestoso e tenero, a stare solo sulle nostre ginocchia. È la scoperta che esperienze come la bellezza, l’amicizia, la dedizione non sono meno vere se nascono e muoiono con noi. Anzi. Il canto nel salone di Bewulf, proprio perché sorto dalle tenebre, proprio perché alla fine inghiottito dalle tenebre, diventava ancora più prezioso. E tutto quello che lo ostacolava o azzittiva, diventava ancora più odioso e miserabile.


Non Nirvana, ma Samsara

In conclusione di questa lunga carrellata di pensatori, dalla cima della montagna dove sedevo con Zarathrustra, posso a questo punto affermare che nella mia vita da non credente venne meno lo squilibrio immaginativo che temevo potesse ricattarla. Il mondo e la vita non avevano perso niente in termini di bellezza e poesia. Anzi, la loro fragilità, il peso gravoso delle sue leggi su cui però, dolorosamente, faticosamente si era fatta largo un’autocoscienza capace persino di remare controcorrente nelle sue scelte personali e collettive, una vita che non si limita semplicemente ad andare avanti ma può guardarsi e darsi un progetto, una meta quotidiana a e complessiva, magari una staffetta di comprensione tra generazioni… tutto questo è un poema struggente.


Per Nietzsche la questione centrale non era fuggire nel Nirvana (di qualunque matrice) ma amare il Samsara, l’effimero, il caotico contingente. 


Il mondo non è meno bello se non rimanda a un paradiso. La vita individuale non è meno preziosa se finisce. Essere nobili, buoni, decenti non ha meno importanza se non riecheggiano un decreto celeste o una legge universale oggettiva. Quante volte avevo sentito dire in ambienti cristiani, “l’amore è esigenza che quel rapporto duri per sempre. È una testimonianza della nostra anima immortale.”. Anche qui, si va da Platone a Keats e oltre. Ma, domandiamoci, se così non fosse? Se si avesse la certezza o la netta convinzione che alla fine si chiudano gli occhi e basta? Che non si stia lì neppure a fissare il buio (credo sia questo che molti intendono/temono per nulla), ma si smetta di esserci? Davvero ci getteremmo a rubare, stuprare e uccidere? Ciò non depone molto a favore dei desideri inconsci di molti che vedono in Dio il solo argine dal commettere certe cose. Davvero “non ha senso amare se non fosse per sempre?” La risposta breve è: col cazzo che non ce l’ha. Certo che speriamo tutti che magari un giorno chiuderemo gli occhi e li riapriremo dall’altra parte del fiume della morte, e ritroveremo i visi e le voci di chi amiamo, ma nella prospettiva che sia tutto- come è mooooooolto probabile che sia- una pia illusione? Sentivo improvvisamente che ciò a cui tenevo non perdeva affatto peso, pur facendosi ancora più fragile.  Proprio perché si faceva ancor più fragile. Non avrei certo smesso di amare solo perché avessi saputo che tra 90 anni io sarei finito. Perché se questo sarà tutto il mio tempo, avrei amato quei sogni, quelle persone, quelle battaglie intellettuali per tutto il tempo che avevo, appunto. E volerlo fare e dirselo ti riempie d’una profondissima commozione. Nietzsche mi ha fatto vedere che una filosofia tragica è qualcosa di molto diverso da una filosofia pessimistica. I due termini non sono sinonimi affatto. Si può decidere di amare la tragedia della vita, col carico di sofferenza che l’autocoscienza e la solitudine di essere un io comporta. Ma forse l’espressione più bella l’ha coniata una donna che gli ha voluto molto bene, come Louis Andreas Salome, quando diceva che per Nietzsche la questione centrale non era fuggire nel Nirvana (di qualunque matrice) ma amare il Samsara, l’effimero, il caotico contingente. “Non Nirvana, ma Samsara”. Un’ennesima inversione di sguardo che da allora mi ripeto quasi come un incantesimo.

E a proposito di sortilegi. È tempo di tirare in ballo la storia che a tutti questi passi ha fatto compagnia come nessun altra. Facendomi vedere, come solo un grande racconto sa fare, quello che già sentivo dentro di me: che è possibile aggrapparsi a quel fremito dentro le viscere, e combattere per difenderlo in sé e negli altri.

Candelabri gettai su tavole imbandite

Nel melodramma, discuti e ti dibatti nella speranza di sfuggire. È volgare, pratico. Nella tragedia, invece, dove non c’è la tentazione di tentare la fuga, discutere è del tutto ingiustificato. La tragedia è regale.

J. Anohuil, Antigone

L’espressione “questo personaggio sono io” ha ancora molto di adolescenziale, come le kefiah indossate al liceo o le magliette del Che. È una maschera che indossiamo per esprimerci, per annunciarci, quasi. A volte è una delega. In realtà, ciò che vogliamo veramente dire è che una certa dimensione della nostra esperienza interiore ha trovato conferma nelle parole e nelle immagini della grande arte.

Per me, incontrare i romanzi sci-fi e fantasy di R. K. Morgan è stata una di queste conferme, e una delle più importanti della mia vita. Certo, era un fantasy. Certo, al pari di Joe Abercrombie, prendeva Tolkien, Moorcock e persino Martin e li lanciava a folle velocità contro le palizzate della violenza, della tecnologia, della politica, del sesso. Ma c’era molto di più. Ci sono dei libri che hanno un sentore inesorabile, dopo poche pagine ti stai già dicendo “Qui c’è qualcosa che tornerò a leggere per tutta la vita.” Come già dicevo prima, è più ancora che semplicemente qualcosa. È un posto, o se preferite, un’atmosfera. Per me fu così fin dalle prime righe del suo sci-fi noir, Altered Carbon: “Two hours before dawn I sat in the peeling kitchen and smoked one of Sarah’s cigarettes, listening to the maelstron and waiting.”. E la versione audiobook letta da Todd McLaren… Chiunque senta che in quel silenzio, rotto solo dal crepitare del tabacco e dallo sferzare della pioggia, c’è qualcosa di profondamente vero, avrà già capito cosa intendo. C’è un altro momento, nei romanzi di Morgan, che in me ha subito risuonato come una descrizione dell’effetto della sua scrittura. Quando Ringil Eskiath, il guerriero omosessuale protagonista della sua splendida e fosca trilogia fantasy, passeggia su una spiaggia solitaria in compagnia di Firfidar, Dea dei Dadi e della Morte, e questa sotto il cappuccio ha scelto di animare un cadavere che ha “il viso d’una giovane dai lineamenti delicati, un volto divorato dalla tisi, che si sarebbe baciato senza indugio, rischiando il contagio. Un viso cui abbandonarsi di notte in un vicolo buio, per poi svegliarsi la mattina dopo e passare mesi affannosi a ricercarlo inutilmente per le strade. Un viso che chiamava, che attirava lontano, che rendeva futile ogni pensiero per la sicurezza e il buon senso. Un viso cui avvicinarsi con gioia, al momento opportuno; senza rimpianti, lasciandosi dietro solo un lieve sorriso morente, impresso sulle labbra che si raffreddano.”

Ringil Eskiath. Dovrei citare tutto e niente su di lui. La sfrontatezza (“’Perchè insisti con questi discorsi perversi?’ ‘Mi piacciono le perversioni. Magari piacerebbero anche a te, se provassi.’ ‘Lascia in pace i miei uomini’ disse Rakan, gelido. Ringil gli scoccò un bacio”) che è al tempo stesso scudo e spada per il dolore: “Pensi davvero che ci sia voluta la stregoneria del nord per farmi diventare come sono adesso? Pensi ci sia voluta una guerra? Rispetto a ciò che era successo prima, erano dei tonici. Disperazione e inganno mi aspettavano sulla soglia della camera da bambino, mi hanno preso entrambi per mano mentre mi addentravo nella mia giovinezza, e da allora sono stati sempre al mio fianco.”. È come se nel corso dei romanzi tracciasse una grande  corsa furiosa, dalla gabbia dove ha visto morire impalato il suo primo amore da ragazzino, al momento in cui si chiude il varco da cui i Dwenda, gli Elfi bellissimi e crudeli, vorrebbero irrompere e farci schiavi, per poi gettarsi su di loro ed essere sommerso dalle lance e dalle spade (eppure anche loro conoscono lo strazio dell’amore abbandonato, della casa che li ha rifiutati, e la solitudine e la follia che ti portano a costruirsi una storia diversa, scimmie che si credono demoni e dei). Ma la ricchezza e la forza di Morgan non si limitano, per me, all’audacia dei personaggi omosessuali (Ringil, Seethlaw, l’aliena lesbica Archeth…). Takeshi Kovacs appunto, o la perfida Reileen Kawahara o Egar il barbaro non mi colpivano meno. Così come la ricchezza vivida e convincente dei dettagli, la violenza e l’umorismo nero, il sentore che la telecamera potrebbe staccarsi dal protagonista e seguire qualsiasi comparsa, e ci sarebbe comunque una storia vera, intensa, da raccontare. Posso solo ricorrere alle immagini stesse, alla incredibile capacità di fondere furia e dolcezza. Furia per e contro tutto ciò che umilia l’esistenza, come nel cameo dell’anonimo guerriero dalla faccia bruciata, che permette la fuga degli altri prigionieri e si rivolge alle guardie: “I suoi tratti sfregiati e devastati sorrisero: ‘Vi sembro forse uno schiavo del cazzo?’ domandò. E sebbene infine lo avrebbero abbattuto con la mera forza del numero, nessuno di coloro che sentì quella domanda visse per vedere l’alba.” E al tempo stesso l’eco di quello che dovrebbe invece scandire le nostre vite: “In questo preciso momento sarebbe potuta essere su una spiaggia da qualche parte nell’Arcipelago Hanliahg, i piedi nudi sulla sabbia e una caraffa di birra di cocco a tenerle compagnia, a guardare il mattino che inondava di luce il cielo lungo la baia. Sarebbe potuta essere sul terrazzo d’una casetta alpina in una fortezza di guardia, oltre il Passo di Dsashara, un caffè bollente e l’aria pungente di montagna a svegliarla, sovrastata dai tuffi a precipizio e dagli alterchi di due aquile delle nevi in corteggiamento, come un duello.”

Le due cose non solo convivono, ma sono inscindibili, come nel momento in cui Ringil ricorda lo scatto fulmineo con cui il vecchio amico Egar scatta al fianco della “checca”: “Più tardi, nel ricordare la reazione del Majak, gli venivano le lacrime agli occhi. Egar spalancò le labbra in un ringhio e si stagliò al fianco di Ringil”. Per me il meglio della vita, sta tutto in quello scatto, nell’essere pronti a farlo, e nella commozione di vederlo succedere accanto a te. Rosa Luxemburg, imprigionata, aveva raccontato di aver assistito impotente alle sofferenze di un bufalo da trasporto: “Sonyichka, the hide of a buffalo is proverbial for its toughness and thickness, but this tough skin had been broken. During the unloading, all the animals stood there, quite still, exhausted, and the one that was bleeding kept staring into the empty space in front of him with an expression on his black face and in his soft, black eyes like an abused child. It was precisely the expression of a child that has been punished and doesn’t know why or what for, doesn’t know how to get away from this torment and raw violence … All this time the prisoners had hurriedly busied themselves around the wagon, unloading the heavy sacks and dragging them off into the building; but the soldier stuck both hands in his trouser pockets, paced around the courtyard with long strides, and kept smiling and softly whistling some popular tune to himself. And the entire marvelous panorama of the war passed before my eyes.”

Nietzsche, Dostoevskij, Rosa Luxemburg hanno tutti raccontato questa stessa stessa fitta, la stessa urgenza di correre a fermare il dolore quasi muto che ci interpella non solo dagli occhi dei bambini, ma anche dei nostro fratelli animali. Fratelli, sì. Solo un meschino senso di superiorità può far sentire degradante una simile affermazione. Il lettore di Morgan sa che anche Takeshi Kovacs incontra un cane che è stato ridotto a oggetto di piacere in un bordello. E sa anche come Kovacs decide di reagire. E condividere la sua furia è anche condividere lo stesso amore per ciò che la vita, personale e collettiva, può essere. C’è un nuovo argomento ontologico in questa staffetta (le cui implicazioni vanno dalla politica all’ecologia. Naomi Klein docet). I fondamenti del mattino. Io mi ribello, dunque “noi” esistiamo, diceva Camus.

È la stesso sentore di cui parlavo prima, quello per cui Nietzsche affermava che fissare la tragedia dell’esistenza produce un effetto speculare a quello di guardare il sole. Se la luce accecante produce delle macchie buie, anche le tenebre per contrasto fanno sbocciare delle macchie luminose. Su questo fondo di realistica, dolorosa cupezza, le cose, le persone, gli affetti risultano ancor più straziantemente belle, si tratti di una notte di passione bruciante (“And then the cool mouth fastened on his, levered his lips apart once again, lozenges of light and dark seemed to slide across and through him, and then the whole word went over sideways is sparks, like a table-top candelabra swiped flat amidst the laden plates of a feast abandoned in the gloom and waiting for anyone with the inclination to come and plunder”) o il riposo e il sollievo che si diffonde nel corpo e nello spirito, nello stringersi al petto chi potrebbe essere l’amore di tutta la vita, e forse non è davvero nemmeno qui, accanto a te: “this is light pouring into morning chambers, and the stir of rested limbs against the sheets. This is life again… something to hold.” C’è qualcosa a cui aggrapparsi, che non spezza la solitudine, che non smussa la morte, che non eliminare il dolore della condizione umana, ma lo abbraccia e cerca di porvi rimedio come può. Come insegnava il padre di Archeth, ripercorrendo in modo fulmineo una saggezza che va da Prometeo a Darwin e Dawkins, “We are what we build… Forces older and darker than knowing forced knowing upon us and long ago locked us out of paradise. There is no way back. The only victory against those forces is to build. To build well enough that, when we look back along the path of exile we have engineered, the view is bearable.”

Aveva ragione Nietzsche ad affermare, col pensiero e con la sua vita di martire laico, che il “supremo eroismo è correre incontro al proprio supremo dolore e quindi alla propria suprema speranza”. Imparare a superare tutte le mitologie rassicuranti per cui uno escluderebbe l’altro, per cui uno avrebbe senso solo come passaggio preliminare per l’altro. C’è un livello della vita in cui lacrime e risa coincidono. E Ringil questo lo sapeva già.

“Later, they would say onle that he rode wordless and corpse-stiff in the saddle, that tear tracks from the laughter cut cut down his blood-caked face like the mark of claws, and that he never wiped them away.”

Ed è proprio così, con queste lacrime e con questo sorriso, che è tempo di fare qualcosa. Proprio adesso che non credo più in loro, è tempo di tornare a guardare in faccia gli Dei. E parlare con Loro.

[continua…]


Edoardo Rialti (1982) è traduttore di letteratura anglo-americana e letteratura fantasy, sci-fi, horror, per Mondadori, Lindau, Gargoyle, Multiplayer. Tra gli altri ha tradotto e curato opere di C. S. Lewis, J. Abercrombie, P. Brown, O. Wilde, W. Shakespeare. E’ collaboratore de “Il Foglio” dove si occupa di critica letteraria e ha scritto le biografie a puntate di J. R. R. Tolkien, G. K. Chesterton, C. S. Lewis, C. Hitchens. Ha insegnato in Italia e Canada. Dipendesse da lui, la sua giornata comprenderebbe solo caffè, sport e scrittura.
Copertina: Wikimedia, Trentasei viste del Monte Fuji.

English version

Mount Doom VI – Not Nirvana but Samsara

Rebuilding the morning

“What do you…” he was mumbling, numb with terror. “What do you think you are-you are doing?”

Ringil set set aside the Ravensfriend, shook the dragon-tooth dagger from his sleeve. He grasped the legate firmly by the hair with his free hand, pulled his head back. He leaned in close, near enough to smell the man’s terror-soured breath, near enough to bestow a kiss.

“I’m abolishing slavery” he said. And opened the imperial’s troath.

Richard K. Morgan

I rebel. Therefore we are.

Albert Camus

We, too, are greeted by a shattering double-sound from his laughter, the laughter of a strayer — and the laughter of a conqueror.

Lou A. Von Salòme, F. Nietzsche


A song and a race

This is the story of a song and a race. They both come from far away, in the collective history of humanity and in my own. But the figure that lunges at the darkness all around, laughing and crying, sword in hand, appeared in my life relatively late. Yet somehow I felt I always knew him. This wizard-warrior would not be surprised, nor would another lonely wizard be fazed, one who claimed he lived alone on the mountain and ate with eagles, and who had as important a role, presenting me with the same laughter and the same tears. Better yet, teaching me how to defend them.

Both know well it is often the future that sows the past.

A shiver in the innards

There was singing and excitement: an old reciter,

A carrier of stories, recalled the early days.

At times some hero made the timbered harp

Tremble with sweetness, or related true

And tragic happenings; at times the king

Gave the proper turn to some fantastic tale

Or a battle-scarred veteran, bowed with age,

Would begin to remember the martial deeds

Of his youth and prime and be overcome

As the past welled up in his wintry heart.

“We were happy there the whole day long

And enjoyed our time until another night

Descended upon us.

Beowulf (translation by S. Heaney)


Another translation sounds like “With a shiver in the innards… until a new night fell over the men.” There are few images, I believe, which truly can sum up our being men like this one from Beowulf. Few things are certain in life, and they surely include that stab (whether it be a landscape that causes it, or a melody, a thought, a face, or the memory of each of these and a thousand more things), that song, and that night. And if there were nothing else? When, as a boy, I believed in God, I agreed with the words with which my beloved Tolkien re-read Nordic heroism in light of the Revelation: “The Christian has still to work, with mind as well as body, to suffer, hope, and die; but he may now perceive that all his bents and faculties have a purpose, which can be redeemed.” As I got farther and farther away from Christianity and theism, starting from the renewed defence of my homosexuality and the path of reflection and study which followed it, the question pressed, explicit or implicit, on the edge of my consciousness.

What did it mean to look at the world, others, myself, events great and small, and keep on writing and fighting for what I loved, for what I held to be the best in life, in a godless sky? To keep on doing this without trusting that tears and blood would be “not wholly vain”, as Aragorn said to Frodo, that what somebody takes, somebody gives it back as Pascoli hoped his mother’s dead ghost would say? What does it mean to keep singing of that shiver, knowing night is falling inside and outside of me, knowing I no longer trust in a dawn to come?

No longer believing in the supernatural brings to a change of course from the “normal” way we have of thinking of existence and knowledge, a movement that would inexhorably seem to move “from the appearance to the real, from mobile to immobile, from sensible to pure intelligible: in the end, the great element common to all metaphysics and to all theories of knowledge in the West after Socrates” as George Steiner had it. On this the Jewish prophets, Plato, Jesus, Augustine, the Gnostics, Mohammed, Dante, Descartes, Pascal, Kant, Hegel, Lewis all agree (Buddha at least in many ways knew it differently).

No specific difference counts more than this fundamental one: there is a Being and a Seeming. A Kingdom of Heaven (including flesh or not) and this vale of tears, the kingdom of ephemeral, of what passes away. The land of Shadows, as Plato and Narnia‘s Lewis called it. Spirit (which one day may include the resurrected body as well) and Flesh. It’s a conception so deeply rooted in our imagination that the simple word “spiritual” for us immediately takes on a subconscious positive meaning, while “material” sounds reductive, if not as brutal as a pig with its snout in the trough.

What happens instead if we try and take a completely different point of view, in which Earth “created” Heaven, and the spirit does not stand for an order and a foundation which precedes matter, but is instead the song, the vibration, the ultimate flowering of matter itself? Leopardi wondered how you could make poetry and the times go together, reconciling poetry and that absence of those ideals which, looked at through reason, revealed themselves as dear illusions, “the ancient fictions”. As the metaphysical Socrates himself would say, “let us sit and look”.

Let’s sit and look.

Das Lied von der Erde

O chestnut tree, great rooted blossomer,

Are you the leaf, the blossom or the bole?

O body swayed to music, O brightening glance,

How can we know the dancer from the dance?

W. Yeats, Among School Children

In the theory with which we have to deal, Absolute Ignorance is the artificer; so that we may enunciate as the fundamental principle of the whole system, that, IN ORDER TO MAKE A PERFECT AND BEAUTIFUL MACHINE, IT IS NOT REQUISITE TO KNOW HOW TO MAKE IT. This proposition will be found, on careful examination, to express, in condensed form, the essential purport of the Theory, and to express in a few words all Mr. Darwin’s meaning; who, by a strange inversion of reasoning, seems to think Absolute Ignorance fully qualified to take the place of Absolute Wisdom in all of the achievements of creative skill.

Anonymous Victorian review of C. Darwin’s work

When I was a high-schooler, passionate about myths and poetry, my superficial knowledge of science made me subscribe fully to the disgusted reaction of Wordsworth’s over-quoted verses (verses which, in fact, have much more value if we read them as an accusation towards any kind of banally reductionist kind of knowledge, even a humanistic one): “our meddling intellect/ mis-shapes the beauteous forms of/ things:/ we murder to dissect.” As a humanist and a Christian I believed I had solved the question once and for all with the comfortable (and not so secretly spiteful) motto “science can and should take care of the HOW, but mustn’t concern itself with the WHY (the WHYYYYY)!”

In fact, the more I read, studied and reflected, the more I realised that this division between deduction, analysis, intuition, imagination and narrative inspiration constitutes the truest and most culpable reduction of our experience of knowledge. Not only are these different ways illustrate each other, but they properly originate from each other. And that is not all.

I chose to listen to the arguments with which modern day darwinians developed their master’s and trail-blazer’s evolutionary vision. (The Catholic Church, after much debate, has found the splendid intellectual loophole of Creative Evolution, which however clamourously short-circuits the whole biblical tale of the Fall from the harmonious state of perfection, and is only sustainable inasmuch as you choose not to see that the very beauty and harmony of nature is inextricably tied with its cruelty, that ivy sucks the life of the plants it embellishes like a vampire, that, as Blake sung with shock and fascination, tiger and lamb came from the same boiling creative cauldron, that parasites and tumours have always soiled our organisms, and not just since a nuclear catastrophe called Original Sin. This sin which – and this is still Church doctrine, despite many believers ignoring it – refers to a precise historical event, however mythologically retold, which has been inherited since. It’s not something we do over and over with each generation, in a secret motion of spiritual rebellion. However ridiculous and cruel it may seem, thinking about it with a bit of detachment, we are born in it – in this the Church is strangely genetic. Obviously, without a specific Adam the new Adam-Christ too loses a great part of his salvific function and vicarious substitution.) I did not do this to find confirmations for my atheism, since personal reflection and philological-critical studies had already persuaded me. I needed however to fully grasp its epistemological and social implications.

Thus I read avidly Richard Dawkins’ books, especially The Selfish Gene which remains a decisive text not only because it shows the permanence of the impulses of genetic transmission even in places and ways we would not expect them, but also how it is the very cultural project that allows us to put them in focus, aim them, oppose them in their darker inclinations, indeed, cultivate them. Which also means transform them with a view to a design. 

Their other great merit was having applied the same perspective to culture itself, creating the term “meme” to describe those interpretative processes that tend to spread with language and education and to occupy the host bodies in more or less healthful ways, and often competing against each other: they are called ideas. This is a dynamic which I also found developed (with more joy, bravery and humour, in my opinion) by the philosopher Daniel Dennett (I am thinking about Darwin’s Dangerous Idea, Freedom Evolves e Breaking the Spell – Religion as a Natural Phenomenon), doctors like Oliver Sacks (Seeing voices, The Man Who Mistook His Wife For a Hat, Allucinations) by Diamond’s anthropological studies (Guns, Germs and Steel), and finally by Yuval Harari (Sapiens).

All these are texts which show how, analysing the biological, mental and decisional processes, we can acknowledge that man is not separated from the world that surrounds him by a qualitative leap, by merely a quantitative one, even if a shocking one. We are kings and queens de facto, but not de iure. The implications were vertiginous, destabilising. Then the absolute freedom which we rely on, with which we identify our deepest self, does not truly exist, or at least, it is a result and not the starting point?

Naturally, even in such a perspective, there is an endless sea to explore, but the thing that immediately struck me in taking up “atheism’s glasses”, as Julia Sweeney would say, was not only that this approach had the serenity to acknowledge what it did not know, the contradictions and the thousand challenges still open and further blossoming at every step (an attitude which any dogmatic vision of the world subscribes to only to show itself fashionable – declaring yourself to be against questions sounds so aggressive, so obtuse – but that it does not hold against the facts. Make the experiment yourselves), but moreover that it managed to take on and understand dimensions and spheres which, as a boy, I thought to belong only to a spiritual vision of the universe. True enough, it dissected them, but it did not murder them at all. To say that humour is a “reward” of the brain for the elaboration of a complex situation, that music developed from animal calls and heartbeat (pum-pum-PUM), that the tunnel of near-death experiences, the warm powerful reassurance of the VOICE of God, the mystical ecstasy brought back to childbirth, to the voice of the mother during pregnancy (the biblical expression “I was not hidden to you when I shaped myself in secret” revealed itself to be truer than foreseen), to orgasm (I will never stop being surprised by the power of the expression “I’m coming” which we shout as, indeed, “we come”) does not say everything, obviously, about the shiver which makes us sob during a symphony, that shakes us during orgasm, that lights up our head as we laugh heartily, and yet it does not simply “say much” of these phenomena.

It puts them in a completely different perspective, one rich with implications and applications. Let us just think about the vexatissima quaestio of sexuality. The more I studied it from a scientific and psychological point of view (Simon Levay, Darrel Ray…) the more I realised it keeps the binary double of the fundamental impulse to genetic transmission (even homosexual relations “mime” the same gestures and acts, play with the same cards), and the constant and exponential flowering (as organisms become more complex) of a “biological exhuberance”, according to the superb definition which is spreading among scientists.

Already among bonobos, with their complex welfare state, sex isn’t simply a reproductive matter, but an expressive and cultural mode, which includes many non-biological manifestations (kisses, homosexuality, non-genital coitus…). All this triumphs when it comes to the homo sapiens species. On the same plane as music, as verbal communication, feeding, sex becomes culture, a much wider dimension than the merely rational of old and new Thomists.

In this perspective we see the apparent paradox of natural homosexuality (a constant variant does not oppose a presumed “norm” of the majority. It constitutes just, indeed, a variant, not a perversion or a dis-order. You are born homosexual the way you are born straight. With all the shades and mixtures of chance – God – ooops! – may Evolution bless those splendid curious straight people, who attend my library!) and of the joyously unnatural activities of heterosexuality (unless you want to be like those Catholic websites that don’t just explain how oral, manual, anal and any other kind of sex are forbidden, but they also say that you can only do it missionary styles, so as not to lose the respectful eye contact…).

And this is why homosexuality is such a threat for religious integralisms. Its very existence demonstrates how individual sexuality is, by nature, much richer than the mere mandate to reproduce and the familial and patriarchal structure so many try to yoke it to. It is a defence of feminine orgasm (which, since it is not necessary in order to reproduce, has been systematically opposed by religions), of the freedom to play in bed, and thus, learn to know each other better, to talk to each other. Like so many other coercive silences imposed by various powers, sexual repression constitutes one of the crueller systemic violences imposed for generations on culture in its widest definition.

I found it fascinating to read how Sam Harris applied neurosciences to things such as Eastern meditation. In this technical light, shorn of any faith-like impulse, thanks to which so many Westerners reject Christ or Jahwe in order to throw themselves to Vishnù or Shiva, reading the sacred buddhist texts of dzogchen (I am thinking about the meditations of Tulku Urguyen Rinpoche) allowed me to see with much greater clarity how easy two equally damaging impulses come to us: throwing away the baby with the bathwater, rejecting some of the discoveries and horizons of spirituality in everyday life, in order to get rid of dogma, and on the other hand its opposite, subscribing to those which have always been considered the causes, or making up new ones, with the same claim of having a key to the real state of the universe, and not simply deepening the analysis of certain mental states.

All this would obviously deserve a wider and better discussion. Here I can only nod to the gift it was to see the full return of the gift of breathing. C.S. Lewis was right, “we are looking for a state of being and yet we find mere sequence”. Buddhists say the mind can be a monkey (or dog) which chases every impulse, which chews over and over the bone of satisfaction or offense, or that it can be “like a lion when it rests” (Dante), which never stops observing, but only gets up when it is truly worth it. A lion which learns first of all to observe itself, and thus not simply adhere to his thoughts and emotions.

Vipassana made me discover that all it took to find myself on my beloved beach in Follonica, cradled in the sound of the tide, was closing my eyes. It taught me that breaths, like the waves, are always similar, but never the same, and that I had already felt all this, as a boy and a believer, in the rituality of prayer. Only an ignorant man could deny that the chanting of rosaries, the memorised answers, the great theatrical liturgy of Mass, the prayers to Mecca, the om contribute to the “serene mind” the count of Surrey aspired to in the 1500s.

But it is possible to find such silence without need to kneel and sacrifice anything to Anyone, anything of the world, of others or ourselves. At the present state of my studies, what I find somehow lacking in the eastern philosophies on the inexistence of self, is a convincing analysis of the creative dimension, with its inevitable and precious individual suffering (I found its best application in Schopenhauer). Perhaps for such philosophies it is not even a topic. But on this aspect, so fundamental to me, here we see two entirely fundamental outlooks coming together in my life, even if one, in the great limits accompanyig its many good points, could only hint to what the other had already investigated more than a century earlier.

J’accuse

The first saint was the first brigand who met the first idiot.

Voltaire

He would have liked to be Zola and Oscar Wilde. In fact he summed up in himself much of both. Like the first one, he had the strength and courage to defy the commonplaces of public opinion, untouchable powerful people and new and old idols (from Kissinger to Mother Theresa, from the Clintons to Ratzinger) and to defend the rights of those oppressed, of women, of intellectual freedoms (and I think of their old campaigns for Salman Rushdie, Aazar Nafisi and Ayan Hirsi Ali).

Like the second, he did it using the sharpest, most elegant proses of the second half of the 20th century on a journalistic stage. In his mixing up the dandy and the revolutionary, who loved Orwell but knew how to appreciate the exquisite prose of an old reactionary like Waugh, with his skill for ferocious public polemics and private courtesy, with the strength of his dying smiling and chatting like Epicurus and Petronius, even in the claws of cancer, C. Hitchens became one of my intellectual heroes. Some of his positions (I think about the Iraqi war and his fundamental support of the Bush administration, much more complex than Fallaci’s but just as partisan and short-sighted) were unacceptable, but his love of poetry which turned into defence of language from reduction to slogans, his hatred for all the dictatorships, political and spiritual (to him Heaven was a sort of supernatural North Korea), his passionate defence for the true stuff of human experience, his dialectic humour – when, in his letter to the Irish clergy, Ratzinger, whom he called the “Nazi-pope”, invited the clergy to offer to those abused “the greatest pastoral care”, Hitchens shot back: “Sorry, they already got that” – got under my skin. He made me know Marx better, starting from the true context for the famous definition of religion as the opium of the masses in his Contribution to the Critique of Hegel’s Philosophy of Right, a paragraph which confers on the expression its deepest, boldest meaning, and at the same time declares its value and the need to get over it:

Religious suffering is, at one and the same time, the expression of real suffering and a protest against real suffering. Religion is the sigh of the oppressed creature, the heart of a heartless world, and the soul of soulless conditions. It is the opium of the people. The abolition of religion as the illusory happiness of the people is the demand for their real happiness. To call on them to give up their illusions about their condition is to call on them to give up a condition that requires illusions. The criticism of religion is, therefore, in embryo, the criticism of that vale of tears of which religion is the halo. Criticism has plucked the imaginary flowers on the chain not in order that man shall continue to bear that chain without fantasy or consolation, but so that he shall throw off the chain and pluck the living flower. The criticism of religion disillusions man, so that he will think, act, and fashion his reality like a man who has discarded his illusions and regained his senses, so that he will move around himself as his own true Sun. Religion is only the illusory Sun which revolves around man as long as he does not revolve around himself.”

Thus he also made me know better the great seam of dissident communists, from Trotzkij to Rosa Luxembourg and George Orwell. But above all, he gave voice and perfect expression to a question that stirred confusedly inside me as well. Is it possible to keep on calling ourselves, as Lewis said, surprised by joy, in a Godless world? Is it possible to keep up the emotion, the marvel, and perhaps the consolation which we found expressed in holy things? In Hitchens’ own words: “the sense that there’s something beyond the material, or if not beyond it, not entirely consistent materially with it, is, I think, a very important matter. What you could call the numinous or the transcendent, or at its best, I suppose, the ecstatic. I wouldn’t trust anyone in this hall who didn’t know what I was talking about. We know what we mean by it, when we think about certain kinds of music perhaps, certainly the relationship or the coincidence but sometimes very powerful between music and love. Landscape, certain kinds of artistic and creative work that appears not to have been done entirely by hand. Without this, we really would merely be primates. I think it’s very important to appreciate the finesse of that, and I think religion has done a very good job of enshrining it in music and in architecture, not so much in painting in my opinion. And I think it’s actually very important that we learn to distinguish the numinous in this way. I wrote a book about the Parthenon, I’ll mention it briefly. I couldn’t live without the Parthenon. I don’t believe any civilized person could. If it was to be destroyed, you’d feel something much worse than the destruction of the first temple had occurred, it seems to me. But—and we would have lost an enormous amount of besides by way of our knowledge of symmetry and grace and harmony. But I don’t care about the cult of Pallas Athena, it’s gone. And as far as I know it’s not to be missed. The Eleusinian mysteries have been demystified. The sacrifices, some of them human, that were made to those gods, are regrettable but have been blotted out and forgotten. And Athenian imperialism is also a thing of the past. What remains is the fantastic beauty and the faith that built it. The question is how to keep what is of value of this sort in art and in our own emotions and in our finer feelings the numinous, the transcendent, I will go as far as the ecstatic, and to distinguish it precisely from superstition and the supernatural which are designed to make us fearful and afraid and servile and which sometimes succeed only too well.”

Keeping on living the Numinous without believing in the supernatural. It’s the fil rouge of these pages. Already finding my doubt expressed was a great comfort. And this also because Hitchens himself was well aware that – as Camus warned – it isn’t enough to chase away the rats that bear the plague. The victory of lay things is very partial, both geographically and temporally. In many places and environments it risks being a mere majoritarian fluctuation, a placid indifference, which can be overturned with the changing of the times, the pressure of fear and crisis. It isn’t enough to declare the setting of the past, we must, as Italian philosopher Severino says, establish the foundations of the morning to hold against new and old darknesses

Someone had already sung of this, laughing and crying, in the complacent indifference of the Market square. He had held out friendly hands and launched fiery curses. And, before sinking into a silent abyss, he had embraced a horse whipped raw by a sadistic coachman.

The food of eagles

The water I take did not ever run before.

Dante

The great personalities are often caught through their reflection, in what they have roused in others. It is true for the Socrates described by Plato through the mouth of Alcibiades, the Napoleon that struts through the entirety of 19th century literature, from Manzoni to Stendhal and Dostoevskij. It goes for the Homeric Helen, who is never described, but when she passes by makes the elders by the city gates go numb. This is also true for Nietzsche. Perhaps the best way to approach him is tapping into the words of the one who has told his story like no one else. Richard Blunck, in the first volume of the monumental biography finished by Curt Paul Janz, in 1953 expressed like few other people what it truly meant to meet him.

Because you cannot study the singer of Dionysus. “Whoever finds one of Nietzsche’s books for the first time, immediately feels that here something more than intellect is required…you will rather find yourself in the middle of an immense magnetic field, from which we feels vibrations of a nature too deep to grasp them with the simple net of intellect. You will feel less struck by opinions and cognitions than by the man hidden behind them. Against those you will often put up a struggle, if you need to defend something; but you will never be able to totally escape him…you will never lose the certainty of finding yourself near his true life and face than with any other thinker.”

Thus it was, and it is for me. I would need to quote everything and nothing, because Nietzsche’s work does more than communicate something. They bring you somewhere. And it is from the cold and clear air of an alpine peak, or on a cliff whipped by the laughter of a storm, which he asks you to look again at all things inside and outside of you. And it is the reason why those who love Nietzsche are not simply fascinated by his thought. They are in love with him. They would like to know about his schooldays, about his voyages, because they wish they could go back in time and stroll with him by a lake.

They wish they could listen to him improvising on the piano, keeping him company when he beat his bleeding fists on the wall because of his horrible migranes. Because they guess that, to quote Blunck again, his life and work are “under the lash of this truthfulness, one unceasing battle against an era which will be ever more abandoning itself to a lie without hope, against his own happiness, against glory and even the passion of his heart; it is an action whose purity and necessity cannot be perturbed nor annulled by any effect, however equivocal or even terrifying.”

What can I quote? The way he re-read the Prometeus in chains, finding a portrait of artistic calling there? “Whatever best and highest man can aspire to with his active participation, he achieves through a sacrilege he then can accept the consequences of, that is that whole river of suffering and preoccupations with which the offended gods of heaven knock on the door of mankind, tense in the noble aspiration upward… the titanic artist found in themselves the stubborn sureness to be able to create men or at least destroy the Olympian gods. And this thanks to their superior knowledge, which they were forced to pay for with eternal suffering.” Or should I talk of the Voltairian ferociousness with which he cut back the Biblical Forbidden Tree? “Morals are just this – you must not know. Everything else comes from this. The damned fear did not keep God from being cunning. How do you defend yourself from science? For a long time this became his first problem. Answer: throw man out of Eden! Happiness, idleness lead to thought – and all thoughts are bad thoughts… man shouldn’t think.”

Or should I speak of the rage which made him bellow like a wounded bull at the thought of how much violence was perpetrated on human nature in the name of a presumed “superior order”: “This we find a disease, no doubt, the most terrible disease which has ever rampaged through humanity – and who still manages to hear… the way the cry “love” has echoed in this night of absurdity and martyrdom, the cry of the most moving rapture, the redemption in love, which turns elsewhere, taken from unrestrainable horror… man has so much that is terrible!”. Any quote is as powerful as it is reductive in its overall effect.

As Michael Onfray never tires of repeating, Nietzsche operated in the epistemological field a revolution equal to (and often superior in bearing) than those operated in similar fields by Marx, Freud and Einstein. This because in our way of thinking, with a thousand concealments and variations, we keep on bringing up “the idea inherited from Plato: that we know through our soul, the particle of divinity in us, a sublime part which saves us because, partaking of the same nature of divinity, it makes contact with it possible, and therefore with the truth that is ideal, conceptual, numinous. Bearers of this divine spark, we can therefore launch an assault on heaven and grasp the conformation of truth endowed with this immaterial instrument which has only one flaw: it doesn’t exist.”

And this is the death of God announced by Nietzsche, not the mere death of religions, but the fact that there is no longer need for a metaphysical sense which precedes existence to justify it, because it was never there. And this, far from throwing us in a bloodless nihilism or in the much exsecrated relativism, is the great occasion to say yes – yes – to ourselves, even if life is nothing but pure becoming.

And this is true even if everything ends. We can avoid looking at the irrational abyss whence we came and towards which we go, or we can want what we are. There is no need for an ultimate grand goal for the universe because we, each and everyone of us, can embrace joyfully existences, its tears and laughter. Amor fati. Love the fate. As Onfray also notes “that we still cannot deal with this fundamental change in the history of the world, is one thing, but that in the small universe of philosophers we should still be blabbering as we did in the time of Aristotle is truly a strange thing.”

All this was maimed, prostituted, wilfully misunderstood. Lukàcs and generations of Marxists will find in this confusedly “a reactionary and imperialist political remedy”, while, as Camus, Foucault, Onfray would rejoin, Nietzsche dreamt of an “aesthetic, revolutionary, European therapy.” And the obsession for the discovery of true truth, the presumptive objective truth of things, was thus overturned. And without considering all the lies which one discovers about the thing that was passed off as Truth, the point is another one: which truth do you want to give to your existence?

And the weight rests entirely on that want. This is the great Nietzschan revolution: it is possible to want to be what we are. It is hard to put into words how this struck me like a hammer, and how it never ceases to surprise me. It is the invitation, both majestic and tender, to stand on our knees alone. It is the discovery that experiences such as beauty, friendship, devotion, are not less true if they are born and die with us. Quite the opposite, in fact. The song in Beowulf’s hall becomes more precious because it arose from darkness, and because in the end it was swallowed by it. And everything which stood in its way and muted it became even more hideous and miserable.

Not Nirvana but Samsara

To close off this long procession of thinkers, from the summit of the mountain where I sat with Zarathustra, I can at this point say that in my life as a non-believer there wasn’t the imaginative imbalance I feared would come to blackmail it. Life and the world did not lose anything in beauty and poetry. Indeed, their frailty, the heavy burden of their laws on which however painfully, however difficulty a self-consciousness had been built which could even swim upstream in its personal and collective choices, a life that did not simply keep going but which could look at itself and give itself a goal, a daily and longterm objective, perhaps a passage of standards between generations… all this is a moving poem.

The world is no less beautiful if it does not tend towards heaven. Individual life is no less precious because it ends. To be noble, good, decent is no less important if it does not echo of an heavenly decree or an objective universal law. How many times had I heard it said, in Christian circles, that “love is the need for that relationship to go on forever. It bears witness to our immortal soul.”

Here, too, we go from Plato to Keats and beyond. But let us ask ourselves, what if it were not so? What if we had the certainty or clear conviction that in the end we simply close our eyes? That we won’t even be there to stare at nothing (and I think this is what many mean/fear for nothingness), but we simply ceased to be? Would we truly give ourselves to theft, rape, murder? This does not say good things about the unconscious desires of many who see God as the only dam against such things. Does it truly mean nothing to love, if it not forever?

The short answer is: the hell it does. Certainly we all hope that one day we’ll close our eyes and open them again on the other side of the river of death, and we shall find again the faces and voices of those we love, but what about the – veeeeeery probable – perspective that this is but a consoling illusion? I suddenly felt that all I cared about lost no importance at all, even as it became even frailer. Indeed, because it became even frailer. I certainly would not have stopped loving just because I knew that in 90 years I would be over. Because if this should prove to be all the time I am going to have, I would still love those dreams, those people, those intellectual battles for all of it.

And wanting to do this, and telling yourself that, fills you with the deepest commotion. Nietzsche showed me that a tragic philosophy is very different from a pessimistic one. The two terms are not in the least synonimous. You can choose to love the tragedy of life, with the burden of suffering that consciousness and the solitude of being a self involve. But perhaps the most beautiful expression of this was coined by a woman who loved Nietzsche very much, such as Louis Andreas Salome, when she said that for him the main question wasn’t escaping to Nirvana (of whatever origin) but loving Samsara, the ephemeral, the tangential chaos. “Not Nirvana, but Samsara”. The umpteenth inversion of outlook which I have since then repeated like a spell.

And talking about spells. It’s time to talk about the story which accompanied all these steps like no other, showing me, as only a great narrative can, what I already felt inside me: that it is possible to grip onto that shiver inside the stomach, and fight to defend it in ourselves and others.

Like a table-top candelabra swiped flat amidst the laden plates of a feast

In melodrama, you argue and struggle in the hope of escape. That is vulgar; it’s practical. But in tragedy, where there is no temptation to try to escape, argument is gratuitous; it’s kingly.

J. Anohuil, Antigone

The expression “I am this character” is still very much worthy of a teenager, like the kefiyah scarves worn in high school and a t-shirt with Che Guevara. It’s a mask we wear to express ourselves, almost to announce ourselves. Sometimes it’s an immature mandate. In fact, what we truly want to say is that a certain dimension of our inner experience has found confirmation in the words and images of great art.

To me, encountering the sci-fi and fantasy novels of R.K. Morgan was one such confirmation, and one of the most important of my life. There are books which have an inexhorable feeling, after a few pages you are already telling yourself: “this is something I will keep coming back to throughout my life.” As I was saying before, it’s more than simply something. it’s a place or, if you prefer, an atmosphere. To me it was like this since the first few lines of his noir sci-fi, Altered Carbon: “Two hours before dawn I sat in the peeling kitchen and smoked one of Sarah’s cigarettes, listening to the maelstron and waiting.” And the audiobook read by Todd McLaren…. Whoever feels that in that silence, broken only by the crackling of tobacco and the whipping of the rain, there is something deeply true, will have already understood what I mean. There is another moment, in Morgan’s novels, which in me immediately sounded like a description of the effects of his writing. When Ringil Eskiath, the homosexual warrior protagonist of his splendid and dark fantasy trilogy, strolls along a lonely beach with Firfidar, Goddess of Dice and Death, and under the hood she has chosen to animate a corpse who has “the face of some fine-featured, consumptive youth you’d readily kiss and risk infection for, a face you might lose yourself in one haunted back-alley night, wake the next day without and spend fruitless years searching the stew of streets for again.”

Ringil Eskiath. Of him I should quote everything and nothing. The boldness (“’Why do you persist in this perverted speech?’‘I like perverted. Maybe you would, too, if you gave it a chance.’‘Leave my men alone,’ Rakan said coldly. ‘Degenerate.’Ringil smooched a kiss at him.”) which is both shield and sword to pain: “You think it took northern sorcery to make me the way I am now? You think it took a war? Those things were tonic compared to what came before. Desperation and deception were waiting for me at the nursery door, took me by either hand as I walked out into my youth, have been my constant companions since.” It is as if he tracked a great furious race through the novels, from the cage where as a boy he saw his first love die impaled, to the closure of the portal through which the Dwenda, beautiful, cruel Elves, would like to charge and enslave us, to finally throwing himself upon them and disappear under spears and swords (even if they also know the pain of abandoned love, of the house that rejected them, and the loneliness and madness which bring you to building a different story, monkeys which believe themselves demons and gods). But the strength and richness of Morgan are not limited to the boldness of his homosexual characters (Ringil, Seethlaw, the lesbian alien Archeth…).

Takeshi Kovacs, or the perfidious Reileen Kwahara or Egar the barbarian struck me no less. Just like the vivid richness of the convincing details, the violence and black humour, the feeling that the camera could leave the protagonist and follow any extra, and there would still be an intense, true story to tell. I can only use the images themselves, the incredible ability to fuse together fury and sweetness. Fury for and against anything which humiliates existence, like in the cameo of the anonymous warrior with a burnt face, who permits the flight of the other prisoners and turns to the guards: “He made them a grim from his scarred and ravaged features. “Do I look as a fucking slave to you?” he asked them. And though, finally, they would bring him down whith sheer weight of number, none who heard him ask that question lived to see the dawn.” And at the same time the echo of what should instead rhythmate our lives: “She could have been on a bench somewhere in the Hanliahg Scatter right now, bare feet in the sand and a pitcher of coconut beer for company, watching morning flood the sky across the bay with light. She could have been on the balcony of an Uplands Watch garrison lodge beyond the Dsashara pass, hot coffee and lung-spiking mountain air to wake her up, and the swoop-and-squabble courtship of snow eagles like a duel overhead.”

Not only do the two things co-exist, but they can’t be separated, as in the moment in which Ringil remembers the quick race with which the old friend Egar jumps to the side of the “faggot”: ‘Later, tears would squeeze in his eyes as he recalled the Majak’s reaction. Egar lips peeled off a snarl, and surged back in at Ringil’s side.’ To me the best of live resides entirely in that run, in being ready to do it, and in the moving effect of seeing it happen beside you. Rosa Luxembourgh, imprisoned, told of how she witnessed, powerless, the suffering of a pack buffalo: “Sonyichka, the hide of a buffalo is proverbial for its toughness and thickness, but this tough skin had been broken. During the unloading, all the animals stood there, quite still, exhausted, and the one that was bleeding kept staring into the empty space in front of him with an expression on his black face and in his soft, black eyes like an abused child. It was precisely the expression of a child that has been punished and doesn’t know why or what for, doesn’t know how to get away from this torment and raw violence … All this time the prisoners had hurriedly busied themselves around the wagon, unloading the heavy sacks and dragging them off into the building; but the soldier stuck both hands in his trouser pockets, paced around the courtyard with long strides, and kept smiling and softly whistling some popular tune to himself. And the entire marvelous panorama of the war passed before my eyes.”

Nietzsche, Dostoevskij, Rosa Luxembourgh all told of the same stab, the same urge to run and stop the silent pain that calls us not just from the eyes of children, but also from our animal brothers. Brothers, yes. Only a petty sense of superiority can make us perceive such an assertion as degrading. Morgan’s reader knows that Takeshi Kovacs meets a dog who has been made into an object of pleasure in a brothel, and he also knows how Takeshi chooses to react. And sharing his fury means sharing the same love for what life, both personal and collective, can be. There is a new ontological argument in this exchance (whose implications go from politics to ecology, Naomi Klein docet). The foundations of morning. “I rebel, therefore ‘we’ exist” as Camus said.

It is the same feeling I talked about before, the feelings thanks to which Nietzsche said that staring at the tragedy of existence produces the same effect as staring at the sun. If the blinding light creates dark spots, darkness as well makes light spots blossom. On this background of realistic, painful darkness, things, people, emotions seem even more painfully beautiful, be it a night of burning passion (“And then the cool mouth fastened on his, levered his lips apart once again, lozenges of light and dark seemed to slide across and through him, and then the whole word went over sideways is sparks, like a table-top candelabra swiped flat amidst the laden plates of a feast abandoned in the gloom and waiting for anyone with the inclination to come and plunder”) or the rest and relief spreading through body and spirit, in the clasping to one’s chest he who could be the love of your life, and who is perhaps not even truly here, next to you: “this is light pouring into morning chambers, and the stir of rested limbs against the sheets. This is life again… something to hold.” There is something to cling to, which does not break solitude or soften death or erase the pain of human conditions, but it embraces it and seeks to remedy it the best it can. As Archeth’s father taught, running over at the speed of lighting a wisdom which goes from Prometeus to Darwin and Dawkins, “We are what we build… Forces older and darker than knowing forced knowing upon us and long ago locked us out of paradise. There is no way back. The only victory against those forces is to build. To build well enough that, when we look back along the path of exile we have engineered, the view is bearable.”

Nietzsche was right in saying, with his thought and his life of a lay martyr, that “the supreme heroism consists of running towards our supreme pain and then our supreme hope.” Learning to get over all the reassuring mythologies according to which one would exclude the other, according to which one would make sense only as a preliminary for the other. There is a level in life in which tears and laughter are one. And Ringil already knew this.

“Later, they would say onlY that he rode wordless and corpse-stiff in the saddle, that tear tracks from the laughter cut cut down his blood-caked face like the mark of claws, and that he never wiped them away.”

And it is like this, with these tears and this smile, that it becomes time to do something. Now that I no longer believe in Them, it is time to go back to looking in the face of the Gods. And talking with Them.