Il pittore nato ad Alessandria raccontò una società bisognosa che oggi, nonostante sia passato un secolo, è più attuale che mai.


In copertina, Angelo Morbelli, Entremets, mi ricordo quando ero fanciulla, 1905, (all’asta da Pananti Casa d’Aste fino al 20 ottobre).


di Enrico Pitzianti

A Milano, in Via Antonio Tolomeo Trivulzio, a due passi dalla fermata Gambara, sulla linea rossa, c’è un bell’edificio giallo acceso, con una bella facciata simmetrica, su due piani. Al centro si notano subito tre arcate ampie ed eleganti ben visibili anche dalla strada, attraverso l’inferriata scura. I milanesi lo chiamano “la Baggina”, anche se oggi quel nome lo si usa sempre meno, mentre il nome ufficiale è Pio Albergo Trivulzio e per ben due secoli è stato una casa di riposo, un tetto e una mensa per gli “anziani poveri”. Una casa per gli ultimi e uno dei più gloriosi simboli della solidarietà sociale milanese.

Dalla parte della strada, tra il marciapiede e le mura esterne, ci sono delle belle aiuole circondate da primule e violette e vicino all’entrata c’è anche qualche parcheggio per le bici. A vederlo nella Milano di oggi, così, pare quasi un luogo di lusso, una bellezza che si potrebbe immaginare riservata a pochi, eppure incarna da secoli il significato opposto, un luogo in cui i poveri e i derelitti hanno trovato un dignitoso ristoro. Ancora oggi la destinazione d’uso dell’edificio è rimasta la stessa, ma per capirne davvero la storia – che poi è la storia d’Italia – la cosa migliore, ancor prima che visitarlo, è osservare i dipinti di Angelo Morbelli, in particolare uno dei suoi dipinti più importanti: “Mi ricordo quando ero fanciulla”.

Morbelli fu un pittore alessandrino, morto poi in una Milano di inizio secolo in cui l’unità d’Italia era tutt’altro che un concetto pacifico e consolidato. Arrivò alla pittura tardi, dopo un inizio da musicista divenne sordo e allora, suo malgrado, fece per diventare pittore. In quegli anni nemmeno lui poteva immaginarlo, ma sarebbe diventato un artista importante, perché usò la pittura come pochi hanno saputo fare nella storia dell’arte: raccontò la povertà e il disagio catturandone la bellezza, lo spazio e la luce. Se suona contraddittorio è perché a prima vista lo è, eppure l’impegno sociale di Morbelli fu davvero il tema trainante della sua ricerca estetica.

Quando ancora non aveva intrapreso una vera e propria carriera pittorica, Morbelli fece quello che oggi si chiamerebbe volontariato e lo fece proprio al Pio Albergo Trivulzio. Si occupò di chi veniva accolto nella struttura già quando era poco più che trentenne, negli anni ottanta dell’ottocento, tanto che ottenne persino uno spazio all’interno della struttura in cui dipingere, lì, tra chi veniva salvato dall’indigenza più totale – un salvataggio che al tempo non era certo parte di uno stato sociale organizzato, piuttosto un sistema di assistenza a poveri, mendicanti, orfani, malati e anziani voluto da un principe un secolo prima (lo scrisse sul suo testamento), alla fine degli anni settanta del settecento.

Morbelli però, nonostante le abitudini poco mondane, fu tutt’altro che un artista isolato. Fu infatti uno degli esponenti più celebri del divisionismo, la corrente pittorica, derivata dal neoimpressionismo, basata sull’impronta pittorica puntinista. Il divisionismo prese piede a Milano, quando un ex scapigliato come Gaetano Previati descrisse le idee che poi presero corpo alla Triennale di Milano con l’esposizione de “Le due madri”, di Giovanni Segantini, colui che divenne secondo molti il massimo esponente della corrente.

Il divisionismo però, sebbene coeso nella tecnica pittorica, non lo fu sui temi. Ecco perché ci fu bisogno di un’ulteriore distinzione, quella tra il divisionismo ideista e quello ideologico. Il secondo, incentrato sui temi sociali, oggi viene anche chiamato divisionismo socialista e fu proprio quello di Morbelli: una pittura che raccontava (e racconta ancora oggi) l’impegno umanitario, le condizioni di disagio e di povertà in cui vivevano gli ultimi e gli emarginati.

La serie di dipinti che Morbelli realizzò raffigurando il Pio Albergo Trivulzio è meravigliosa e ancora oggi è considerata uno degli esempi di divisionismo ideologico più sinceri e riusciti nella storia di un movimento longevo e largamente considerato anche oltre i confini nazionali. La pittura di Morbelli raffigurava mense e ambienti scarni (legandosi a una minuzia di particolari che oggi avrebbe quasi il sapore del reportage o dell’inchiesta giornalistica), eppure riuscì a cogliere la bellezza di chi viveva in condizioni di miseria. Sulle tele di Morbelli non c’è l’aspetto atroce o consolatorio del racconto della povertà, mancano completamente la commiserazione e la pena verso chi mendica o soffre la fame. Morbelli ebbe l’onestà intellettuale di proporre una pittura socialista raffigurante ciò che ancora oggi, dopo oltre un secolo, è il grande orgoglio dei socialisti (e più in generale della sinistra) di tutto il mondo: il welfare, cioè lo strumento politico con cui collettivamente si fa in modo che gli ultimi abbiano un sostegno, un tetto e un pasto caldo.

Nell’opinione di chi scrive questo articolo non c’è pittore europeo, nemmeno un gigante come Munch, che sia riuscito a dare forma, colore, luce e bellezza alla povertà come Morbelli. Quelle figure messe in fila dicono di come l’indigenza sia una condizione collettiva, dipendente dalle condizioni materiali, storiche, in ultima istanza un accidente storico che non implica colpe né eventuali mancanze individuali. Anche in questo Morbelli è coerente al suo divisionismo socialista: i suoi spazi vuoti dicono di di una povertà da percepire come urgenza collettiva, non come pena individuale. I soggetti sono persi in spazi vuoti e ampi, ordinati, ben disposti, spesso in fila, come a confermare l’idea di omologazione socialista, quell’uguaglianza che a seconda del punto di vista può essere positiva, perché sinonimo di parità, o terribilmente omologante. Molto più tardi, in circostanze molto diverse, un altro grande artista ha raccontato la desolazione e la psicologia di altri spazi vuoti con lo stesso talento, fu Edward Hopper.

Uno dei più bei lavori della serie di Morbelli è sicuramente “Giorno di festa al Pio Albergo Trivulzio”, del 1892, con le panche dell’ospizio spoglie, illuminate da un sole milanese giallo e tiepido. I quattro soggetti sono disposti nello spazio come a segnare le dimensioni del vuoto che li separa, un vuoto che poi è il vero protagonista del racconto di Morbelli: la povertà non come un martirio, simile a una volontà divina, o addirittura un effetto del destino crudele che ha disposto che tale povertà si legasse per sempre all’identità dei soggetti, ma una semplice mancanza. Una condizione materiale.

In “Mi ricordo quando ero fanciulla”, invece, i soggetti sono tanti, ma l’ordine in cui si trovano, la loro disposizione intorno ai tavoli, trasmette un ordine quasi monacale. Si sentono la pazienza e l’orgoglio di una condizione, la povertà, che può sì obbligare a una certa condizione materiale, forse anche imporre tale condizione all’intero arco temporale in cui si esiste, ma non può mai privare di orgoglio e socialità l’essere umano. La miseria può condizionare la felicità, può ingrigire il volto di chi la patisce, ma mai riesce a deumanizzare l’esistenza, mai può privare la vita di un ordine, di una bellezza e di un residuo di spazio vitale: di una casa, che sebbene collettiva tale rimane, proprio come il “Pio Albergo Trivulzio”.

Rivedendo oggi questi dipinti si percepisce l’orgoglio e la pretesa legittima di una solidarietà sociale che ancora oggi è al centro del dibattito politico italiano. L’assistenza agli ultimi, la necessità di spendere o meno in solidarietà e accoglienza sono ancora i veri protagonisti delle tensioni politiche in Italia e in tutta Europa. Perché passano i secoli, ma è l’indigenza a viverli da protagonista e nonostante ministri del lavoro che annunciano la “fine della povertà”, allucinazioni collettive per cui l’economia non sarebbe altro che un marginale gioco fatto di “numeretti” marginali e lontani dalle ansie e dalle esigenze della collettività, il tema dell’indigenza e dell’aiuto ai più bisognosi è più attuale che mai. Ed è per questo che il divisionismo e l’opera di Morbelli sono da riscoprire, rivedere, studiare e discutere: anziché combattere la povertà conoscendola, ammirandone l’estetica e la vincibilità e facendo tutto il possibile perché i poveri non siano più tali, ci siamo convinti che, al contrario, la povertà corrisponda alla bruttezza e gli ultimi, i bisognosi e i reietti stiano meglio fuori dalla vista di chi ha timore di esserne contagiato, lontano, oltre il mare, nelle carceri o in chissà quale periferia inarrivabile.

Il Divisionismo italiano, compreso quello socialista di Morbelli (e di Giuseppe Pellizza da Volpedo, per citare l’autore del celebre “Il quarto stato”), prese vita poco dopo il pointillisme francese, ma la differenza fu enorme: i francesi seguivano l’idea divisionista come un metodo pittorico squisitamente scientifico, dove dividendo le immagini in punti e piccole linee la visione delle opere avrebbe rispettato le regole della scienza dell’analisi visiva. Al contrario gli italiani, i divisionisti “ideologici” come Morbelli, usarono la pittura per raccontare concetti che invece quella realtà metodica e scientista la trascendevano. La povertà narrata dalle pennellate di Morbelli è, molto probabilmente, l’esempio più lampante di come in Italia la corrente prese una piega impegnata, idealista e attenta al sociale, mentre in Francia, al contrario, rimase semplice divertissement.

Un secolo dopo i dipinti di Morbelli, il Pio Albergo Trivulzio tornò a essere il protagonista dell’intreccio tra socialismo, Milano e stato sociale. Nel capoluogo lombardo, a poca distanza dalla “Baggina”, ci fu un crimine efferato: a un senzatetto che frequentava la casa di riposo venne dato fuoco. L’evento è quello citato da Fabrizio De Andrè nel brano La domenica delle salme, fu proprio la vittima del vile gesto il “poeta della Baggina”, la cui “anima accesa mandava luce di lampadina”. Quel crimine così orrendo in qualche modo segnò la crisi morale di una Milano che da accogliente culla del divisionismo socialista negli ottanta del novecento cominciò a sentirsi protagonista di una narrazione opposta: quella dell’amoralità, degli egoismi e di una corruzione diffusa.

Ed è proprio dal Pio albergo Trivulzio, dalla “Baggina”, dalla casa dei poveri di una Milano un tempo integerrima, che il socialismo italiano, con uno strano gioco del destino, è collassato. Il 17 febbraio del 1992 il socialista Mario Chiesa, direttore del Pio Albergo Trivulzio, venne arrestato: fu colpevole di ricevere una tangente da sette milioni di lire da un imprenditore che voleva assicurarsi l’appalto per le pulizie della Baggina. La corruzione e il malaffare erano arrivati in uno dei luoghi simbolo della moralità milanese. Il magistrato dietro all’arresto era Antonio Di Pietro, che ne eseguirà molti altri con l’inchiesta denominata “Mani pulite”, che poi diventerà qualcosa di ancora più dirompente: la cosiddetta “Tangentopoli”. Craxi si difese, disse che il direttore del Pio Albergo Trivulzio, Mario Chiesa, era niente più che una mela marcia e il partito socialista, il PSI, composto al contrario da persone oneste. Per come andarono le indagini, però, il partito sparì quasi completamente.

Il socialismo italiano non si è mai ripreso dalla damnatio memoriae dovuta a tangentopoli, e ancora oggi la parola “socialismo” è estranea al lessico politico del nostro paese. Eppure ne rimane viva la più importante delle eredità: lo stato sociale, cioè l’idea che gli ultimi debbano essere considerati persone degne di essere aiutate, parte integrante di una collettività che non emargina, ma si impegna perché la povertà anziché una vergogna, sia una condizione superabile e arginabile attraverso gli sforzi collettivi.

Il Trivulzio ancora oggi è uno dei simboli di questo spirito, e nonostante il welfare sia la vera vittima sacrificale della crisi economica appena passata (secondo alcuni ancora in atto) esiste la volontà forte, anche se incerta nei metodi, di difendere l’azione statale in supporto dei più bisognosi. Il clima incattivito che vive l’Occidente in questi ultimi anni è frutto della crisi di luoghi come la Baggina, del sospetto generalizzato iniziato con eventi traumatici come Tangentopoli. Per quanto in molti, forse in troppi, in questo periodo storico stiano riscoprendo il pensiero egoista del nazionalismo, che legittima l’esclusione degli ultimi e la loro marginalizzazione, esistono altrettanti che credono nella carità, nell’inclusione e nel sostegno da dedicare agli ultimi e ai bisognosi.

Per quanto la differenza tra egoismo e altruismo possa sembrare incolmabile, c’è un regno dello sguardo, della visione della bellezza e del prossimo, che è capace di colmare questa differenza. Basta guardare un’opera di Morbelli, ripensare a cosa è stato il divisionismo socialista italiano, per rendersi conto di quanto diffuso e potente sia ancora il messaggio della solidarietà. E di esempi che lo dimostrano ce ne sono a bizzeffe, da nord a sud, da Milano a Riace.


Enrico Pitzianti, Cagliari 1988, si occupa di estetica e arte. È redattore de L’Indiscreto. Collabora con Il Foglio, Esquire Italia, Forbes e cheFare.