Alla scoperta di nuovi sensi, cercando di comprendere quelli che già abbiamo. La storia del cyborg Neil Harbisson fa riflettere su come la tecnologia può renderci più consapevoli della realtà circostante.


In copertina: Hymn, di Damien Hirst (2005).

Di Alessandro Isidoro Re

Ora che robotica e cibernetica sono arrivate persino al pubblico televisivo, che ancora oggi decreta il successo di certi prodotti culturali, è necessario riflettere con attenzione sul potenziale sociale di questi temi. C’è un signore, per esempio, caschetto biondo e aria vispa, che non vede nessun colore, ma li può “sentire” grazie a un’antenna. Si chiama Neil Harbisson ed è un cyborg: il primo vero cyborg. La sua storia racconta di come le lacune tra normo ed eterodotati non sono ancora state colmate, nonostante una tecnologia sempre più avanzata.

Proprio per via della tecnologia, il terzo millennio sembra essere iniziato all’insegna di una diffusa compenetrazione dei sensi e delle esperienze sensoriali. Una società sinestetica sembra svilupparsi dalle sue fondamenta tecnologiche, tanto che è nata una disciplina che non solo agisce sul mondo esterno, ma interviene addirittura modificando il nostro apparato sensoriale, permettendoci di assaporare il mistero di una realtà più vasta. Una cibernetica estetizzante, che insegue una realtà sempre meno virtuale.

Neil è nato trentatré anni fa a Belfast, in Irlanda del nord, ma è catalano di adozione. La sua malattia si chiama acromatopsia congenita, cioè un’incapacità totale di percepire qualunque colore sin dalla nascita. Così, nel 2004, a soli vent’anni, decide di farsi impiantare nel cranio una speciale antenna che gli permette di ricevere segnali che vengono poi tradotti dal dispositivo, compresi i colori dell’ambiente che lo circonda. Oggi fa il musicista ed è la prima persona al mondo a sentire i colori, nonché il primo cyborg legalmente riconosciuto della storia dell’umanità.

La sua è una “chirurgia transpecista”, come la definisce lui stesso nella mia intervista per Triwù, e gli permette addirittura di cogliere infrarossi e ultravioletti; fino ad ora off limits per i limitati sensi dell’essere umano.

Harbisson ha trascorso l’infanzia e l’adolescenza nella penisola iberica. Inquieto per natura (come tutti i rivoluzionari e i riformatori), cominciò la sua battaglia contro l’ordine costituito quando, di fronte all’editto del comune di Mataró (il paesino dove viveva, non distante da Barcellona) di abbattere tre piante secolari. Come un “Barone Rampante” calviniano si arrampicò per salvare gli amati alberi, e ci riuscì.

L’antenna di Neil Harbisson: la microtelecamera coglie le diverse frequenze di luce dei colori e le trasforma in vibrazioni sonore.

Questo spirito indocile si ritrova anche nella sua formazione. Per via della malattia (come abbiamo detto, l’impossibilità di vedere e distinguere i colori), Harbisson decide di ampliare la sua sensibilità menomata, progettando insieme a due programmatori e ingegneri un’antenna che gli permettesse di vedere i colori.

Il meccanismo di questo “nuovo organo” (non un semplice device, come tiene a precisare Harbisson) è relativamente semplice. La microtelecamera posta all’estremità dell’antenna coglie le differenti onde elettromagnetiche dei colori e le invia al chip installato all’altro capo, collegato al cervello; il chip trasforma queste frequenze in vibrazioni sonore che vengono trasmesse dalle ossa in forma di impulsi elettromagnetici all’apparato uditivo di Harbisson. In questo modo, il magenta sarà rappresentato da un La bemolle; un rosso vivo da un Re; l’ocra da un Sol diesis e il verde da un Do minore… e non è finita qui. Un secondo chip provvede a collegare l’antenna (e, quindi, Harbisson stesso) a internet – in modo che degli utenti registrati da tutto il mondo possano interagire con la sua percezione del mondo, in una sorta di circo versicolore continuo.

Grazie a queste vibrazioni, in un certo senso più potenti dei colori, il cyborg ha creato un nuovo modo di fare arte. Neil è diventato infatti lo spettatore del suo stesso senso, godendo di ciò che “sente” e percepisce semplicemente camminando per strada o andando a fare la spesa al supermercato. Un atteggiamento non lontano da quello descritto da Aldous Huxley, quando ne “Le porte della percezione” – espressione figlia del grande poeta William Blake – descrive la sua esperienza sensoriale come un’apertura, una dis-chiusura dei sensi verso la qualità precipua della natura circostante: l’infinita bellezza delle cose.

Apparentemente in bilico tra freak futurista, abile marketer e variopinto transumanista, Neil Harbisson è in realtà un serio appassionato di filosofia e tematiche etiche legate alla tecnologia e alla cibernetica, ome ha potuto constatare chi ha visto la sua intervista per Report e come ho potuto verificare io stesso quando ho avuto il piacere di conoscerlo di persona in occasione della sopracitata intervista per Triwù.

Un pulcino timido e allampanato, con un casco di capelli paglierini e le movenze di chi, da sempre, si è sentito diverso dagli altri. Harbisson è diventato un intellettuale 4.0, che si batte per il diritto dell’uomo di poter modificare i propri sensi a seconda dei gusti o necessità. Diritto che al momento è assente dall’agenda etico-politica dei governi di tutto il mondo. Occorre agire, sostiene Neil, perché, come recita la home page della Cyborg Foundation, “siamo la prima generazione a poter decidere quali organi e quali sensi possedere”…

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Proprio da questa lacuna normativa nasce la sua Cyborg Foundation: la fondazione nata nel 2004 con lo scopo di aiutare gli esseri umani a diventare organismi cibernetici. Esemplare il loro profilo Twitter, che recita (mia la traduzione): “Promuoviamo l’ampliamento dei sensi applicando la cibernetica al corpo umano, promuovendo la cyborg art e difendendo i diritti dei cyborg”. Puntiamo l’accento su due punti: primo, la cyborg art comincia a diventare una realtà, sponsorizzata e promossa proprio da Neil Harbisson. Con la sua antenna, Neil riesce a tenere “concerti cosmici”, collegando il suo chip ai satelliti in orbita attorno al nostro pianeta; tornando sulla terra, invece, il cyborg spagnolo “dipinge” i discorsi di vari personaggi famosi, basandosi solo sulle vibrazioni dei loro comizi. È divertente immaginare il disagio di chi deve stabilire se un quadro così ottenuto appartenga a Hitler o a Mandela…

Secondo, è la prima volta che si parla di diritti dei cyborg. La giurisprudenza dovrà fare presto o tardi i conti con nuovi attori sociali fuori dalla definizione standard di “essere umano”, come nel caso degli studi  sulle responsabilità etiche nei casi di incidenti delle auto driverless.

Così come Neil (non senza coraggio e fatica) ha provato a ridurre la distanza cromatica che lo differenziava dal resto della tribù normodotata, anche gli altri individui – secondo il cyborg – potranno avere la possibilità di sentire un terremoto dall’altra parte del pianeta Terra (il “senso cosmico”, come lo ha definito la sua compagna in affari Moon Ribas, ideatrice e proprietaria di questo nuovo super senso) o di possedere una visione notturna fino a 40 metri di buio completo (come ha sperimentato, non senza qualche dolore, la cavia Gabriel Licinia). Non solo; nell’utopia sociale di Harbisson chiunque potrà accedere a interventi di chirurgia transpecista in modo facile e trasparente, a differenza dell’iter clandestino e farraginoso che ha portato il cyborg anglo-catalano a godere del suo nuovo senso.

Un’opera di Harbisson che mostra la sua “elaborazione visiva” di un discorso di Hitler a una parata nazista

 

Insomma, un tema importante e attuale, che finalmente ha attirato l’attenzione anche della regina dei media italici: la televisione. Un servizio ben strutturato che ha mostrato in passerella tutte le mirabilia del mondo cibernetico. Il tono un po’ spettacolare da edutainment è un piccolo prezzo da pagare per una divulgazione di questioni di frontiera.

È necessaria un’analisi puntuale sulle potenzialità di questi nuovi organi, in grado di trasformare l’uomo in cyborg, ma non di colmare le lacune epistemologiche che separano normo ed eterodotati. Occorre cercare di capire finalmente – come si domandava il filosofo Maurice Merleau-Ponty più di mezzo secolo fa – “dove porre il limite del corpo e del mondo”. A varie decadi di distanza, la filosofia dovrebbe riesumare questa riflessione sulla dialettica tra percezione e corpo (o meglio, tra percezioni e corpi).

Al di là dell’immagine esotica del cyborg che “sente” i colori, infatti, ciò che risulta essenziale è comprendere ciò che “noi” non possiamo capire. Noi non abbiamo visto, non vediamo né potremo vedere il mondo in bianco e nero di Harbisson, così come lui non ha mai visto, non vede e (forse) non potrà vedere il mondo a colori. Questa impossibilità di comprensione sensoriale getta una luce tanto potente quanto affascinante sui nostri limiti.

Anche il linguaggio, inoltre, non aiuta. In presenza di Neil mi sono infatti ritrovato spesso, inconsciamente, a definire strumento ciò che Harbisson chiama orgogliosamente organo (o meglio, “a new organ”): proprio perché la sua antenna è il suo nuovo organo: “Io HO un’antenna, non indosso un’antenna; così come HO un naso e non indosso un naso” afferma con orgoglio il cyborg gallese. Tecnologia introiettata, dunque, non più usata o vestita. Un nuovo organo dal quale Neil Harbisson ricava un nuovo senso – lo “spectrum sense”. Come pensiamo di cogliere qualcosa che non sappiamo nemmeno definire? Per non parlare della definizione di qualcosa che, semplicemente, esiste in due modi d’essere differenti, come un colore: ciò che per me è giallo, per Neil è suono acuto. Dovremo costruire nuovi concetti ed elaborare nuove parole, se vogliamo iniziare almeno ad avvicinarci alla comprensione di qualcosa di così estraneo.

Certo, alla domanda “What does it give you more?” (“Che cosa ti dà ti più?”) riferita al suo nuovo organo, Neil Harbisson risponde che questa antenna gli permette di sapere quando i raggi solari non sono dannosi, oppure di percepire quando in un locale sono presenti dei raggi infrarossi, o ancora di farsi colorare i sogni da amici che vivono lontano da lui di azzurro o arancione.

Ma queste, in fondo, sono bagatelle da techno divertissement. Il vero surplus è cogliere, seppur flebilmente, qualcosa che alla nascita gli era stato negato. Recuperare, in un modo certamente alternativo, quel che la natura non gli aveva concesso: il piacere di discernere le sfumature cromatiche della realtà.

Qualcosa di vitale e importante, ma al contempo intangibile e incomunicabile, perlomeno a noi, che la possibilità di vivere un mondo cromaticamente vario l’abbiamo sempre avuta, e che non ci rendiamo conto di cosa si prova a vivere in una realtà in scala di grigi.


Alessandro Isidoro Re, dopo una laurea in Storia e Filosofia, ora si occupa di scienza a 360 gradi – e in particolare di Fisica, Robotica e Intelligenza Artificiale – collaborando con Radio 24, Linkiesta, Cronache Letterarie, Mentinfuga e Triwù. La sua missione è ricreare la sintesi rinascimentale tra humanae litterae e Scienza, per una rinascita culturale – cercando di digitalizzare la comunicazione crossmediale.