Un racconto di Hamlin Garland, che negli USA inaugurò il genere post-western e iniziò a raccontare l’America profonda. In collaborazione con D editore.


(Questo testo è tratto da “Racconti dal Missisipi” di Hamlin Garland. Grazie a D editore per la gentile concessione)

di Hamlin Garland

Lungo la strada maestra viene tracciata una linea di praterie senza fine. Sembra sorgere da est e tramontare a ovest, a colmare lo sguardo. Noi bambini eravamo stupiti: chi aveva creato quell’orizzonte, e fin dove andrà?

I

Era l’ultimo giorno d’autunno e anche il primo d’inverno. Per tutto il giorno gli aratori dei poderi della prateria avevano fatto la spola avanti e indietro per i vasti campi piatti, sotto la neve che cadeva sciogliendosi, bagnandosi fino alle ossa. L’umidità continuava la sua corsa, nonostante le frequenti raffiche di neve, le nubi grondanti e desolate, il fango, nero e tenace come la pece, dei solchi.

Sotto le imbracature gocciolanti, i cavalli si dondolavano silenziosamente avanti e indietro con la meravigliosa, stoica, pazienza tipica di quegli animali. Tutto il giorno le oche selvatiche starnazzando rumorosamente nel librarsi oblique sul vento, sembrando dover fuggire da un nemico incalzante e, col collo proteso in avanti e le ali distese, veleggiavano scomparendo rapidamente alla vista.

L’agricoltore dietro il suo aratro, nonostante la neve si stendesse sul cappotto logoro e gli stivali affondassero profondamente nel fango freddo e vischioso incatenandolo come ceppi, rideva in faccia alla burrasca. Col trascorrere del giorno la neve, cessando di sciogliersi, si depositò sulla terra arata, si insinuò fra l’erba, finché l’aratro non lasciò il suo solco, dove spiccava nero e lucido come la ghiaia fra la terra.

Al calar della notte, le oche, volando basse, cominciarono a posarsi invisibili sul vicino campo di granturco, Stephen Council era ancora al lavoro, «finisco il campo e arrivo». Quando aveva il vento alle spalle si metteva sul sediolo dell’aratro, ma quando l’aveva di fronte andava a piedi, sedendo curvo e infreddolito, ma di buon umore sotto il cappellaccio a cencio, parlando in tono incoraggiante ai suoi quattro cavalli.

«Girate, ragazzi! Ne manca uno! C’è da finire il campo. Per di qui, Dan! Attenta Kate… Calma! Niente bizze, Kittie! È dura, ma bisogna farcela. Via! Avanti Pete! Attento che Kate si ribella! Forza, una volta ancora!»

Sembrava quasi che capissero dalle sue parole che questa era l’ultima tornata, perché lavorarono con più energia di prima. «Ancora una, ragazzi, e poi avena e una bella stalla calda, ve lo assicuro. E poi, tutti a nanna!»

Quando l’ultimo solco fu terminato era troppo buio per scorgere la casa, e la neve stava di nuovo tramutandosi in pioggia. L’uomo, stanco e affamato, riuscì a distinguere la luce della cucina che brillava attraverso la siepe spoglia e levò un gran grido: «Cena per una mezza dozzina!».

Erano quasi le otto prima che avesse sbrigato le sue faccende e si avviasse a cenare. Stava facendosi strada con cautela nel fango, quando un’alta figura d’uomo gli si profilò davanti, schiarendosi la voce a mo’ di avvertimento.

«Che volete?», chiese l’agricoltore.

«Be’, vedete», cominciò il forestiero in tono di preghiera, «vorremmo trovar riparo per la notte. Abbiamo chiesto in tutte le case, da due miglia a questa parte, ma non avevano posto per noi. Mia moglie non sta bene e i bambini hanno freddo e fame…»

«Ah, vorreste star qui tutta la notte, eh?»

«Sissignore, ci fareste un gran fav…»

«Be’, io non ho l’abitudine di cacciar via nessuno che ha fame in una notte come questa. Portate dentro il carro. Non abbiamo molto, ma quello che c’è…»

Ma il forestiero era sparito. E subito i suoi cavalli, stanchi e fumanti, a testa si portarono oltre il pozzo, fermandosi al ceppo presso il sentiero. Council si mise al fianco al carro da pionieri e aiutò a scendere i bambini – due creaturine assonnate – e poi una donna minuta con un bambino in braccio.

«Eccovi qua!», gridò giovialmente ai bambini. «Ora siamo a posto! Correte subito là in casa e dite a Mamma Council che volete qualcosa da mangiare. Per di qua, qui a destra, signora. Vado a prendere una lanterna. Venite», disse al gruppo intontito e silenzioso che gli stava accanto.

«Ma’!», gridò avvicinandosi alla calda luce della cucina, «ci sono dei viandanti, gente che ha bisogno di qualcosa da mangiare e di un letto per fare un sonnellino». E finì spingendoli tutti dentro.

La signora Council, una donna grassa, gioviale e di aspetto piuttosto rustico, prese in braccio i bambini. «Su, entrate, coniglietti. Sonno, eh? Be’, ecco un sorso di latte per ciascuno. In un minuto vi preparò un po’ di thè. Toglietevi la roba e sedetevi accanto al fuoco».

Mentre lei dava da bere il latte ai bambini, Council tirò fuori la lanterna e andò ad aiutare il forestiero a sistemare le bestie nel fienile, dove si sentiva la sua voce forte e cordiale andare e venire tra il fieno ammucchiato e gli stalli.

La donna apparve alla luce; era una persona minuta, dall’aria timida e scoraggiata, ma ancora graziosa in un modo esile e dolente.

«Land Sakes? E avete fatto tutta la strada da Clear Lake, oggi, con tutto questo fango? Be’, per forza non ne potete più! Non aspettate gli uomini, signora…». Esitò aspettando il nome.

«Haskins».

«Signora Haskins, mettetevi a sedere qui a tavola e prendere un buon sorso di thè mentre io vi abbrustolisco un po’ di pane. È thè verde, buono, sapete. Lo dico sempre a Council: invecchiando non mi va più né lo Young Hyson, né il Gunpowder. Voglio il vero thè di foglie verdi, come viene dalle piante. Mi pare che abbia più forza. E magari non è vero. Council dice che sono tutte idee mie».

Continuando il suo chiacchierio disinvolto, ben presto rimpinzò i bambini di pane e di latte e mise la donna del tutto a proprio agio, mentre mangiava pane abbrustolito con fettine di melone in salamoia, sorseggiando il thè.

«Ma guardali, i topolini!», esclamò ridendo verso i bambini. «Sono pieni fino alla gola e adesso vogliono andare a nanna. Per carità, non vi alzate, signora Haskins, state lì dove siete e lasciateli sistemare a me. So tutto sui bambini, anche se ora sono tutta sola. Jane si sposò e andò via l’autunno scorso. Ma, come dico a Council, siamo fortunati ad aver la salute. State lì seduta, signora Haskins. Non vi farò muovere un dito».

Era un piacere immenso starsene seduta lì, nella cucina calda e intima, col chiacchierio della massaia, che ricacciava e teneva lontano l’ululare del vento impotente, frodato.

Gli occhi della donna si riempirono di lacrime che caddero sul bambino addormentato tra le sue braccia. Dopo tutto, il mondo non era poi tanto freddo, desolante e disperato.

«E adesso speriamo che Council non si fermi là a parlare di politica tutta la notte. Non c’è nessuno come lui per parlare di politica e leggere il Tribune… Quanto tempo ha?», si interruppe chinandosi a guardare il viso del bimbo.

«Due mesi e cinque giorni», rispose la madre con materna esattezza.

«Davvero? Ma guarda un po’! Che bambolino piccino bellino!», continuò pungolandolo sul petto col grosso indice.

«Piuttosto dura per te bighellonare per tutta questa strada…»

«Sicuro! Stavo per raggiungere i miei limiti. Un uomo non può alzare una montagna», disse Council, varcando la soglia. «Ma’, questo è il signor Haskins, viene dal Kansas. Le cavallette gli hanno mangiato ogni cosa e l’hanno fatto scappare».

«Piacere di conoscervi! Pa’, svuota la catinella perché si possa lavare».

Haskins era un uomo alto, dal viso affilato e melanconico. I capelli di un castano rossastro, come il cappotto, sembravano egualmente stinti dal vento e dal sole, e il viso, giallastro benché duro e fermo, era in un certo modo patetico. Si capiva che aveva sofferto molto dalla linea della bocca, che si disegnava sotto baffi gialli e sottili.

«Ike non è ancora tornato a casa, Sairy?»

«Non s’è visto».

«Allora sedetevi, signor Haskins, e non fate complimenti per quello che c’è. Non è molto, ma per noi è abbastanza: anzi lei ci ingrassa», disse Council ridendo e indicando col pollice la moglie, che rispose facendo finta di gettargli addosso uno strofinaccio sporco.

Dopo cena, mentre le donne mettevano i bambini a letto, Haskins e Council continuarono a chiacchierare, seduti vicino la stufa, col vapore che si levava dai loro abiti bagnati. Come si usa nel midwest, Council raccontava della propria vita quanto apprendeva dall’ospite. Gli rivolse solo poche domande, ma a poco a poco la storia delle lotte e delle sconfitte di Haskins venne fuori. Era una storia terribile, ma Haskins la raccontò con calma, seduto coi gomiti sulle ginocchia e gli occhi fissi sul fuoco.

«Ad ogni modo l’aspetto del paese non mi piaceva», disse raddrizzandosi un po’ e lanciando un’occhiata alla moglie. «Ero abituato all’Indiana settentrionale, dove abbiamo tanto legname e tanta pioggia e non mi piaceva quella prateria secca. Ma la cosa che mi amareggiava di più era quel doversene andare così lontano, attraverso tanta terra sfitta che si stendeva per queste parti».

«E le cavallette vi hanno mangiato tutto per quattro anni consecutivi, eh?»

«Mangiato? Ci hanno ridotto in polvere. Si sono masticate tutto quello che c’era di verde. Stavano ad aspettare che si morisse per mangiarci anche noi. Dio mio! Me le sognavo appollaiate sulla colonna del letto, lunghe sei piedi, che macinavano con le mascelle. Mangiavano anche i manici delle forche. Diventarono sempre peggio; alla fine si rotolavano una sull’altra, ammucchiate come la neve d’inverno. Be’, ora è inutile lamentarsi. E poi, anche a parlarvene per tutto l’inverno non riuscirei a darvene un’idea. Ma mi veniva sempre da pensare a tutta quella terra che avevo lasciato qua, che nessuno usava, e che avrei dovuto avere io, invece di essere laggiù in quella terra disgraziata».

«Ma perché non vi siete fermato e sistemato qui?», chiese Ike, che frattanto era entrato e stava cenando.

«Per la semplice ragione che voialtri volevate dieci o quindici dollari all’acro solo per la terra, e io non avevo soldi per una spesa simile».

«Sì, io faccio tutte le mie faccende», si udì dire la signora Council nella pausa che seguì. «Sto diventando piuttosto pesante per stare in piedi tutto il giorno, ma non possiamo permetterci di prendere qualcuno, così io continuo a trottare alla meglio, come un cavallo zoppo. Be’, ma io zoppa lo sono davvero: Council dice che lui non lo può sapere quanto sono zoppa, perché vado zoppa da una come dall’altra gamba». E la buona donna rise della propria autoironia mentre afferrava un pugno di farina e spolverava la spianatoia per impedire alla pasta dei panini di attaccarsi.

«Be’, io non sono mai stata molto forte», disse la signora Haskins. «I miei erano canadesi di ossatura piccola, e poi dall’ultimo bambino non mi sono ripresa molto bene. Non mi piace lamentarmi: Tim ne ha già abbastanza da sopportare per conto suo, ma ci sono stati dei giorni, questa settimana, che volevo soltanto sdraiarmi e morire».

«Be’, allora vi dirò», disse Council dalla sua parte della stufa, mettendo tutti a tacere col suo vocione bonario, «se fossi in voi andrei a trovare Butler, comunque sia. Credo che vi affitterebbe la sua terra a un prezzo abbastanza buono; è una fattoria tutta rovinata. Lui non vede l’ora di affittarla a qualcuno per l’anno prossimo: sarebbe una buona occasione per voi. Ad ogni modo, ora andate a letto e fatevi una bella dormita tranquilla. Anch’io ho un po’ di aratura da fare, e vedremo se si può far qualcosa per voi. Ike, vai fuori a vedere se i cavalli hanno bisogno di nulla e intanto io accompagno questa gente a letto».

Quando i coniugi sfiniti si ritrovarono sotto le coperte imbottite del letto degli ospiti, Haskins ascoltò per un momento il vento sulla gronda e poi disse con tono lento e solenne: «Ci sono persone a questo mondo tanto buone da essere angeli, e che devono solo morire per diventare angeli davvero».

II

Jim Butler era uno di quegli uomini che nel midwest sono chiamati “latifondisti poveri”. Agli inizi della storia di Rock River era venuto nel paese e aveva avviato un commercio di alimentari in piccolo, occupando un edificio di modeste dimensioni in un quartiere povero. In questo periodo della sua vita tutto quello che metteva insieme se lo sudava, ed era in piedi dalla mattina alla sera tardi a scegliere fagioli, a lavorare il burro e trasportare la merce avanti e indietro dalla stazione. Ma alla fine del secondo anno avvenne in lui un cambiamento, quando vendette un lotto di terreno per un prezzo quattro volte superiore a quello che l’aveva pagato. Da quella volta in poi credette nella speculazione sui terreni come nel modo più sicuro per arricchirsi. Ogni centesimo che riusciva a risparmiare o a sottrarre al suo commercio lo investiva in terreni posti all’asta, o in ipoteche su terreni che costavano «meno del grano che ci cresce sopra», come gli piaceva dire.

Una fattoria dietro l’altra gli cadde nelle mani, finché fu riconosciuto come uno dei principali proprietari terrieri della contea. Le sue ipoteche erano sparse per tutta la contea di Cedar, e man mano che inevitabilmente scadevano cercava per lo più di trattenere l’ex-proprietario come fittavolo.

Non era incline a dichiarare decaduto il debitore dal diritto di riscatto dell’ipoteca; anzi aveva fama di essere uno degli uomini più “comprensivi” del paese. Concedeva al debitore dilazioni su dilazioni, protraendo la scadenza ogni volta che era possibile.

«Io non voglio la vostra terra», diceva. «Tutto quello che mi preme è l’interesse sui miei soldi, e basta. Quindi se volete rimanere sul podere, ebbene, io ve ne do ampia possibilità. Non posso permettermi di lasciare la terra sfitta». E in molti casi il proprietario restava come fittavolo.

Intanto aveva venduto il negozio: non poteva perderci del tempo; ora era occupato soprattutto a trascorrere i giorni di pioggia fumando e chiacchierando con gli amici in paese, oppure ad andare con la carrozza avanti e indietro alle sue fattorie. Quando era bella stagione andava spesso a pescare. Il dottor Grimes, Ben Ashley e Cal Cheatham erano i suoi vecchi compagni in queste escursioni di pesca o nelle battute di caccia, al tempo delle galline di prateria e delle pernici. D’inverno si recavano nel nord del Wisconsin alla caccia del cervo.

Nonostante tutti questi segni di vita agiata, Butler si ostinava a dire che «non aveva abbastanza soldi per pagare le tasse sulle sue terre», e si preoccupava di dar l’impressione di essere povero, nonostante le sue venti fattorie. E forse era pure vero. Ci fu un periodo in cui si diceva che avesse un patrimonio di cinquantamila dollari, ma il mercato della terra era stato un po’ fiacco negli ultimi tempi, dunque non si era arricchito poi così tanto.

Una bella fattoria, nota come podere Higley, era caduta nelle sue mani al solito modo l’anno prima, ma Butler non era riuscito a trovare un fittavolo. Povero Higley! Dopo averci faticato fin quasi a creparci nel tentativo di ammortizzare l’ipoteca, se n’era partito per il Dakota, lasciando la fattoria e le sue maledizioni a Butler.

Era questa la terra che Council consigliava a Haskins di chiedere. Il giorno dopo Council attaccò i cavalli al carro e andò a trovare Butler.

«Lasciate che ci parlo io», disse. «Lo troveremo che si sta consumando il fondo dei pantaloni su un barile di pesce salato da qualche parte. Se dovesse pensare che avete assolutamente bisogno di un podere ve lo tira addosso a caro prezzo. Voi state zitto che lo sistemo io».

Butler era seduto nel negozio di Ben Ashley a raccontare storie di pesca, quando Council gironzolando entrò con aria indifferente.

«Salve, But. Le sparate sempre grosse, eh?»

«Ehy, Steve! Come va?»

«Oh, così così. Troppa maledetta pioggia, questi giorni. Credevo che gelasse tutto ieri notte. Sarà per un pelo che riesco a finire l’aratura. E a voi, come vi vanno le fattorie?»

«Male. L’aratura non è ancora a metà».

«Sarebbe un’idea santa, se andaste a dare una mano anche voi».

«Non ce n’è bisogno», disse Butler con una strizzatina d’occhi.

«Avete qualcuno sul podere Higley?»

«No, conoscete qualcuno?»

«Be’, no, non proprio. Avrei un parente nel Michigan che sta pensando da un po’ di tempo di venire nel midwest. Potrebbe anche venire, se ricevesse una buona offerta. Che condizioni fareste per la fattoria?»

«Non saprei: potrei darla a divisione di prodotti o in affitto per soldi».

«Be’, quanti soldi direste?»

«Diciamo il dieci percento sul prezzo: duecentocinquanta».

«Be’, non c’è male; e aspettereste fino alla trebbiatura?»

Haskins seguì ansiosamente l’importante domanda, ma Council stava mangiano con indifferenza una mela secca che aveva preso da un barile, infilzandola col coltello. Butler lo studiava con circospezione.

«Ma così ci rimetto un interesse di venticinque dollari».

«Il mio parente avrà bisogno di tutto quel che ha per arrivare al raccolto», rispose Council, continuando col suo fare indifferente.

«D’accordo, allora, diciamo che aspetterò», concluse Butler.

«Va bene; questo è l’uomo che vi dicevo. Haskins, questo è il signor Butler – niente a che fare con Ben – il più grande lavoratore della contea di Cedar».

Sulla via del ritorno Haskins disse: «Non mi trovo in condizioni molto migliori ora. La fattoria mi piacerebbe, è una buona fattoria, ma è tutta malandata, e io pure. Potrei farne una buona fattoria, se avessi solo una mezza possibilità, ma non posso rifornirla di bestiame né fare la semina».

«Be’, non state a preoccuparvi», gli urlò Council nell’orecchio. «In qualche maniera vi aiuteremo fino al raccolto. Butler ha accettato di affittare la terra arata e voi potete guadagnare cento dollari coll’aratura; la semina ve la do io e mi pagherete quando potrete».

Haskins tacque per la commozione, ma infine disse: «Non ho di che campare».

«Ora non vi preoccupate di questo. Voi fate il vostro quartiere generale in casa del vecchio Steve Council. Ma’ sarà tutta contenta di avere attorno vostra moglie e i bambini. Vedete, Jane si è sposata da poco e Ike è via spesso. A dire il vero, ci fareste un piacere se vi fermate da noi quest’inverno. In primavera vedremo se non riuscirete a ricominciare daccapo la vostra vita». Fece un verso allegro ai cavalli e il carro balzò in avanti con un assordante acciottolio.

«Ma sentite, Council, non potete fare questo. Non ho mai visto…», urlò Haskins nell’orecchio del suo vicino.

Council si divincolò imbarazzato sul sedile e arrestò il balbettio di gratitudine di Haskins dicendo: «Per carità, non fate tanto chiasso per così poco. Quando vedo uno a terra, e tutto che gli cade addosso, mi piace di aiutarlo a liberarsi e a tirarsi su.  Questa è la mia specie di religione, ed è, pressappoco, la mia sola religione».

Il resto del tragitto fino a casa trascorse in silenzio. E quando la luce rossa della lampada brillò nell’oscurità della notte fredda e ventosa, pensando a questo rifugio per la moglie e i figli, Haskins avrebbe voluto passare un braccio attorno al collo del massiccio compagno e stringerlo a sé come un innamorato. Invece si accontentò di dire: «Steve Council, un giorno sarete ricompensato per questo».

«Non voglio ricompense. La mia religione non è retta da principi commerciali».

Il vento stava facendosi più freddo e la terra era coperta di brina, quando svoltarono il cancello della fattoria e i bambini si precipitarono fuori gridando: «Papà è tornato!». Somigliavano appena ai bambini che si erano seduti a tavola la sera prima. Il loro torpore, sotto l’effetto del sole e di Mamma Council, era scomparso per dar luogo a una specie di spasmodica allegria, come d’inverno gli insetti si rianimano quando son messi accanto al focolare.

III

Haskins lavorò come una furia e sua moglie, da eroica donna qual era, sopportò stoicamente i fardelli più tremendi. Si alzavano presto e faticavano senza requie finché l’oscurità calava sulla pianura, poi si buttavano a letto, ogni osso e ogni muscolo indolenzito dalla fatica, per alzarsi col sole, la mattina dopo, e compiere un’ugual giornata di lavoro con lo stesso feroce accanimento.

Il ragazzo più grande guidò i cavalli per tutta la primavera, arando e seminando, munse le vacche e sbrigò innumerevoli faccende, prendendo, per molti aspetti, il posto di un uomo.

Una figura infinitamente patetica ma comune, questo ragazzo, nelle fattorie americane, dove non c’è legge contro l’occupazione infantile. Vederlo nei suoi rozzi abiti, gli enormi stivaloni e il ruvido berretto in testa, mentre si allontanava dal pozzo barcollando sotto il peso di un secchio d’acqua, o mentre avanzava faticosamente nell’alba fredda e tetra sul campo gelato dietro i cavalli, avrebbe dato a un visitatore cittadino un’acuta fitta di pietà. Eppure Haskins amava suo figlio, e gli avrebbe risparmiato tutto questo, se avesse potuto. Ma non poteva.

A giugno il risultato di questo primo anno di fatica erculea cominciò a farsi vedere nella fattoria. L’aia era ripulita e seminata a erba, l’orto zappato e seminato, la casa riparata.

Council aveva dato loro quattro delle sue vacche.

«Prendetele e usatele a mezzadria. Non ho voglia di mungerne tante. Ike sta via tanto tempo, adesso, il sabato e la domenica, che non posso caricarmi di questa seccatura».

Altri uomini, vedendo la fiducia di Council nel nuovo venuto, gli avevano venduto arnesi a credito; e poiché era davvero un bravo agricoltore, ben presto fu circondato da molti segni della sua cura e della sua parsimonia. Su consiglio di Council aveva preso la fattoria per tre anni, con l’opzione di riprenderla in affitto o comprarla alla scadenza del contratto. «È un buon affare, e dovete assicurarvelo», disse Council. «Se vi viene un po’ di raccolto potete pagare i debiti e tirarne fuori la semina e il pane».

La nuova speranza che germogliò nel cuore di Haskins e della moglie si gonfiò quasi come una pena quando il grande campo di grano cominciò a ondeggiare e a frusciare e a incresparsi alle brezze di luglio. Ogni giorno si concedeva qualche momento, dopo cena, per andare a guardarlo.

«Hai visto il grano oggi, Nettie?», chiese una sera, levandosi da tavola.

«No, Tim, non ho avuto tempo».

«Be’, concediamoci una passeggiata. Andiamo a guardarlo».

Si gettò in testa un vecchio cappello, quello di Tommy, e quasi graziosa nel suo modo patito e triste, uscì col marito fino alla siepe.

«Non è una meraviglia, Nettie? Ma guardalo».

Era magnifico. Uniforme, rosseggiante qua e là, pingue sulle cime, vasto come un lago e pieno degli innumerevoli sussurri e riflessi dell’abbondanza, si stendeva lontano davanti a loro come il campo favoloso della tela d’oro.

«Oh, io credo… Io spero che avremo un buon raccolto, Tim. Oh, com’è stata buona la gente con noi!»

«Sì, non so dove saremmo oggi, se non fosse stato per Council e sua moglie».

«Sono le più brave persone che ci siano al mondo», disse la piccola donna con un profondo singhiozzo di gratitudine.

«Saremo sul campo lunedì di sicuro», disse Haskins, afferrando l’asta dello steccato come se fosse già al lavoro della mietitura.

Venne il raccolto, generoso, splendido, ma vennero i venti e lo scompigliarono, venne la pioggia, e qua e là lo arruffò a terra, aumentando di tre volte la fatica dei mietitori.

Oh, come faticarono in quei giorni splendidi! Con gli abiti grondanti di sudore, le braccia indolenzite e piene di spine di rovo, le dita scorticate e sanguinanti, le schiene spezzate dal peso degli enormi fasci di covoni, Haskins e il suo bracciante continuavano a faticare. Tommy guidava la mietitrice, mentre suo padre e l’uomo legavano i covoni sulla macchina. In tal modo riuscirono a lavorare dieci acri al giorno, e quasi ogni sera dopo cena, quando il bracciante andava a letto, Haskins tornava sul campo ad ammucchiare i covoni alla luce della luna. Molte sere lavorò finché sua moglie, in pensiero, veniva a chiamarlo alle dieci di sera per farlo riposare e rifocillare. Allo stesso tempo cucinava per gli uomini, badava ai bambini, lavava e stirava; di sera mungeva le vacche, faceva il burro, e talvolta dava da mangiare e da bere ai cavalli mentre suo marito ammucchiava i covoni.

Nessuno schiavo delle galee romane avrebbe potuto sostenere una fatica simile e sopravvivere, ma Haskins era un uomo libero e lavorava con sua moglie per i loro figli.

Quando sprofondava nel letto con un gemito profondo di sollievo, troppo stanco per cambiarsi gli abiti sudici e fradici di sudore, sentiva di avvicinarsi sempre più ad avere una casa sua e di ricacciare un po’ più lontano dalla sua porta lo spettro della miseria. Uno spettro che sognava accovacciato ai piedi del letto, mentre si sfregava le mani e si leccava i baffi.

Non c’è disperazione più profonda di quella di un uomo o di una donna senza casa. Vagare per le strade di campagna o di città, sentire che non c’è un pezzetto di terra sul quale posare i piedi, fermarsi stanchi e affamati davanti alle finestre illuminate e sentir dentro risa e canti, questa è la fame, queste le ribellioni che spingono gli uomini al delitto e le donne alla vergogna.

Era il ricordo della mancanza di una casa e il terrore di ritrovarsi di nuovo in quella condizione che spingeva Timothy Haskins e sua moglie Nettie a una fatica così massacrante quel primo anno.

IV

«Ehm… Sì; ehm… sì; di prim’ordine», disse Butler, abbracciando con lo sguardo l’orto ravviato, il porcile, il fienile ben fornito. «Vi state mettendo da parte un bel po’ di scorte, eh? V’è andata bene, eh?».

Haskins gli stava mostrando la fattoria. Butler non la vedeva da un anno, avendo trascorso quell’anno a Washington e a Boston in compagnia di Ashley, il cognato, che era stato eletto al Congresso.

«Sì, ho messo fuori un bel po’ di soldi, in questi tre anni. Trecento dollari ho sborsato per la palizzata».

«Uhm…; lo vedo, lo vedo», disse Butler, mentre Haskins continuava: «La cucina è costata duecento; il fienile non è costato molto in quattrini, ma mi ha portato via un mucchio di tempo. Ho scavato un nuovo pozzo e ho…»

«Sì, sì, lo vedo. Siete andati benino. Un capitale di un migliaio di dollari», disse Butler, stuzzicandosi i denti con una pagliuzza.

«All’incirca», disse Haskins, con modesta. «Cominciamo a sentirci a casa nostra ora; ma abbiamo lavorato sodo. Vi dirò che adesso cominciamo ad accorgercene, signor Butler, e fra poco cominceremo a rallentare un po’! Abbiamo una mezza idea di fare un viaggetto dalla famiglia di mia moglie dopo l’aratura d’autunno».

«Bra-vissimi!», disse Butler, che stava evidentemente pensando ad altro. «Credo che abbiate fatto conto di fermarvi qui altri tre anni, no?»

«Be’, sì. A dir il vero penserei di comprare la fattoria quest’autunno, se mi date una possibilità ragionevole».

«Uhm… Cosa sarebbe per voi una possibilità ragionevole?»

«Be’, diciamo un quarto subito e il resto in tre anni».

Butler guardò le grandi cataste di grano che riempivano l’aia, su cui svolazzavano e razzolavano i polli, a caccia di cavallette, e da cui usciva il canto di innumerevoli grilli. Fece uno strano sorriso mentre diceva: «Oh, non farò condizioni difficili per voi; ma cosa vi aspettavate di pagare per la fattoria?».

«Ecco, all’incirca quello che già ne chiedeste, duemilacinquecento dollari, o forse tremila», aggiunse rapidamente, vedendo il proprietario scuotere la testa.

«Questa fattoria vale cinquemilacinquecento dollari», disse Butler con tono indifferente, ma deciso.

«Cosa?», urlò Haskins stupefatto. «Come sarebbe a dire? Cinquemila! Ma è il doppio di quello che m’avete chiesto tre anni fa».

«Naturalmente, e li vale. Era in rovina allora; ora è in buone condizioni. Avete speso millecinquecento dollari in migliorie, secondo quel che m’avete detto voi stesso».

«Ma voi non avete fatto nulla. È lavoro mio, e i soldi miei».

«Naturale, ma la terra è mia».

«Ma cos’è che mi ripaga di tutto il mio…»

«Oh, non ne avete usufruito?», replicò Butler sorridendogli calmo in faccia.

Haskins si sentì come colpito in testa da una mazzata; non riusciva a pensare; balbettò cercando di difendere la propria posizione: «Ma… Io non ne avrò mai l’uso… Sarebbe un furto! E poi: eravamo d’accordo… Avevate promesso che alla fine dei tre anni potevo comprare o prendere in affitto al…».

«Giusto. Ma non dissi che vi avrei lasciato portare via le migliorie, e neanche che avrei continuato ad affittare la fattoria a duecentocinquanta. Il valore della terra è raddoppiato, non importa come. La cosa non entra nella discussione. E ora potete darmi cinquecento dollari d’affitto all’anno, o comprarla alle vostre condizioni, per cinquemila e cinquecento, oppure potete andarvene».

Stava voltandosi per andar via quando Haskins, col sudore che gli scendeva a rivoli sul volto, lo fronteggiò ripetendo: «Ma voi non avete fatto niente per renderla così! Non ci avete messo un centesimo. Ce li ho messi tutti io, credendo di comprare. Ho lavorato e sudato per migliorarla. Io lavoravo per me stesso e per i figli…»

«E allora, perché non avete comprato quando ve la offrivo?»

«Mi lagno perché non voglio pagarvi due volte per la mia roba… La mia palizzata, la mia cucina, il mio orto!»

Butler rise: «Siete troppo ingenuo, giovanotto. Le vostre migliorie! La legge la intenderà in un altro modo».

«Ma io mi sono fidato della vostra parola!»

«Non vi fidate mai di nessuno, amico. E poi, non avevo mica promesso di non fare questo. Dai, non mi guardate in quel modo. Non prendetemi per un ladro. È la legge. È tutto regolare. Lo fanno tutti».

«Non m’importa se lo fanno! È rubare lo stesso. Voi mi portate via tremila dollari, il lavoro di queste mani e di quelle di mia moglie». A questo punto cedette. Non era un uomo forte mentalmente. Poteva affrontare i disagi, la fatica continua, ma non poteva subire il viso freddo e sarcastico di Butler.

«Ma io non ve lo porto via», disse Butler freddamente. «Tutto quello che dovete fare è di continuare come avete fatto finora, o sborsarmi mille dollari e firmare un’ipoteca al dieci per cento sul reso».

Haskins si sedette, come cieco, su un fastello d’avena lì accanto, e con lo sguardo attonito e il capo curvo, riesaminò la situazione. Era nelle grinfie del leone. Sentiva un tremendo torpore nel cuore e nelle membra. Gli sembrava di essere avvolto nella nebbia, e non c’era via d’uscita.

Butler andava lì intorno, guardando gli enormi mucchi di grano, strappandone ogni tanto una manciata, sgusciandone in mano le spighe e soffiando via la pula. Intanto canticchiava un motivetto. Aveva un’aria accomodante d’attesa.

Haskins rivedeva le terribili fatiche dell’anno precedente. Camminava di nuovo sotto la pioggia e nel fango dietro l’aratro; risentiva la polvere e il sudiciume della trebbiatura. La stagione spietata della scartocciatura del granturco, col suo vento tagliente e la neve pungente e tenace, l’opprimevano dolorosamente. Rivide quel piccolo demone sfregarsi le mani ai piedi del letto. Poi pensò alla moglie, come aveva di buon umore cucinato e infornato, senza vacanze e senza riposo.

«Be’, cosa ne pensate?», domandò la voce beffarda e insinuante di Butler.

«Penso che siete un ladro e un bugiardo!», urlò Haskins, levandosi di scatto. «Una belva senza cuore!». Il sorriso di Butler lo rendeva folle. Con un balzo improvviso afferrò una forca e la mulinò nell’aria. «Non deruberete più nessuno, maledetto!», ringhiò tra i denti, con un’espressione di ferocia spietata negli occhi accusatori.

Butler si ritrasse e tremò, aspettando il colpo. Rimase immobile, ipnotizzato dagli occhi dell’uomo che un attimo prima aveva disprezzato – un uomo trasformato in un demonio vendicatore. Ma nel silenzio mortale, fra l’alzarsi dell’arma e la sua caduta, si udì un debole fiotto di riso infantile. Poi, nel campo dell’immagine che aveva innanzi agli occhi, Haskins vide, lontana e confusa, la testolina radiosa della sua bambina che, con la graziosa, vacillante andatura dei bambini di due anni correva sull’erba dell’aia davanti casa. Le sue mani si allentarono: il forcone cadde a terra, il capo si chinò.

«Preparate il contratto e l’ipoteca, e andatevene dalla mia terra. Non metteteci più piede, se no vi ammazzo», disse.

Butler indietreggiò e corse via da lui in gran fretta e, dopo essersi arrampicato sul suo calesse con le gambe che ancora gli tremavano, scomparve per la strada, lasciando Haskins, seduto in silenzio su di un assolato mucchio di covoni, con la testa affondata tra le mani.


Pubblicato per la prima volta nel 1884, Racconti dal Mississippi è la cronaca, quasi in prima persona, della colonizzazione del Midwest americano. Sei racconti provenienti da un’America fino ad allora inedita, impensata, dove la povertà e la miseria sono i veri padroni delle vite degli eroi di queste storie. La straordinaria bellezza delle descrizioni dei paesaggi di Garland sono solo la scenografia dove viene messa in scena la tragedia quotidiana di uomini e di donne che hanno scelto di vivere lontano dagli agi delle grandi città, ma liberi di prendere in mano il proprio destino. O almeno di provarci.
In copertina: A. R. Penck, Senza titolo – courtesy Pananti