Da Teju Cole a Harvey Weinstein, dal pastore Johnson a Ron Jeremy: come si costruisce il racconto di sé quando si compiono azioni malvagie.


In copertina: Renzo Vespignani, Interno con letto (1962), Asta Pananti del 14 Giugno

di Giovanni Ceccanti

Città aperta

Nel romanzo di Teju Cole Città aperta il protagonista e io narrante Julius è un giovane psichiatra che costella le sue passeggiate americane ed europee di riflessioni che vanno dalla musica classica all’arte, dal tema dell’immigrazione a quello dell’identità, forzando la mano nel trovare ogni volta, nell’ambiente che lo circonda, le chiavi e i simboli che spieghino meglio il suo discorso.

Possiamo allora forzare la nostra, di mano, dicendo che dopo pochi capitoli ci sta vagamente antipatico tanto è perfettino – caso e necessità si legano troppo facilmente a formare una “trama” per giustificare il parallelo con Sebald suggerito dalla quarta di copertina. E paradossalmente ci sta ancora più antipatico dopo che, quasi alla fine, viene malmenato da una banda di giovani del ghetto, reo, sembra suggerire la narrazione, di essere troppo sensibile, di vedere troppo bene le cose come stanno.

Poi accade qualcosa. Durante una festa, l’amica che lo ha invitato lo accusa di averla posseduta con la violenza quando erano ragazzi, e di esserne stata tutta la vita profondamente turbata. Ecco allora che l’eroe, che della vicenda neppure si ricorda, diventa improvvisamente uno stupratore. È strano a quel punto vivere dall’interno la rivelazione, che si prefigura così:

“A un certo livello ciascuno di noi deve prendere se stesso come il punto di taratura della normalità, deve immaginare che lo spazio della sua mente non gli è, non può essergli, interamente opaco. Forse è proprio quello che intendiamo per sanità mentale: pur ammettendo le nostre stranezze, non siamo i cattivi delle storie che viviamo.”

Come accaduto per le altre vicende, Julius non gonfia né sminuisce la cosa, ma lascia che formi il contesto della propria persona, senza giudizio e senza certezze. È anche questo rimanere all’altezza degli avvenimenti, senza il distacco tipico dell’ironia, a fare del romanzo un oggetto interessante nel panorama contemporaneo.

A proposito del distacco tipico dell’ironia

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Alcuni degli alfieri della comicità e dell’ironia americana si sono trovati negli ultimi mesi a dover rendere conto di certi loro comportamenti, proprio come Julius nel libro Città aperta. Al di là del tipo di molestia o di violenza che è stato loro imputato, ci interessa qui parlare dei modi via via adottati di rapportarsi alla violenza stessa, tanto più che molti di essi, come l’autore del libro Teju Cole e come una cospicua e recente mandata di scrittori e autori, mettono al centro del loro spettacolo le loro stesse vite.

Sto pensando per esempio al comico americano Louis C.K., accusato da cinque donne di essersi masturbato in loro presenza e contro la loro volontà, più di dieci anni fa. Le accuse lo hanno portato a un allontanamento dal mondo dello spettacolo e a dure prese di posizione da parte di amici e colleghi.

La comica e attrice Sarah Silverman, ad esempio, durante il suo spettacolo I love you America, ha dichiarato con la voce rotta che non si può amare chi ha fatto del male.

A ben vedere, Louis C.K. si era già espresso nei suoi spettacoli in modi non facilmente fraintendibili.

Prendiamo Live at the Beacon Theatre del 2011. Qua, il comico il cui vero nome è Louis Székely, ripete spesso quello che è uno dei suoi cavalli di battaglia, se non il cuore della sua comicità:

Non sono una brava persona. No di certo. Vorrei esserlo. Mi piace l’idea di essere una brava persona. Ho occasioni per esserlo ma non le colgo.

E ancora, dopo aver fatto una battuta sui bambini cinesi, come se essere cinese fosse una malattia:

È la cosa più brutta che abbia mai detto. È una cosa assolutamente senza scusanti e orrenda. E mi fa sentire bene. È bello aver toccato il fondo.

L’ironia, in Louis C.K., più che una chiave di lettura della realtà è un punteruolo per seviziarla. Come altri comici, vedi Ricky Gervais, il suo tentativo è quello di scostare le tende dagli angoli bui della mente, illuminando i pensieri che non andrebbero detti ma che pensiamo tutti in continuazione.

Al grido di si può dire e scherzare su tutto, Louis C.K. compie delle dichiarazioni che, a posteriori o in un altro contesto, avrebbero il sapore di sofferte ammissioni. Il sarcasmo, del resto, ha nella sua etimologia proprio il “dire cose dure mordendosi le labbra”.

Lo scandalo scoppiato attorno al comico non fa che confermare tutto ciò; meravigliarsi, come si è meravigliata Sarah Silverman (sua amica storica) e l’opinione pubblica tutta, è un po’ come se ci fossimo meravigliati di scoprire che Bill Hicks, altro gigante della comicità morto nel ‘94, facesse un uso massiccio di droghe, dopo che nei suoi spettacoli non faceva altro che parlare di quanto fossero incredibili tutte le droghe non tassate dallo Stato, al contrario dell’alcol e delle sigarette che spesso – diceva lui – sono persino più pericolose.

È chiaro che sul palco posso dire e esprimere tutto quello che voglio senza per questo essere colpevole di qualcosa. D’altro canto sarebbe difficile contestare a Bill Hicks o a Louis C.K. di parlare di cose che non conoscono sulla loro pelle – l’autobiografico è il motore stesso di gran parte della stand up comedy, e accusare qualcuno per il contenuto della propria recita è assurdo quanto meravigliarsi di scoprire che non era solamente finzione.

Ma riprendiamo lo spettacolo di Louis C.K.:

Ho un sacco di convinzioni e non ne seguo nessuna […] Sono le mie piccole convinzioncine, mi fanno sentire una persona migliore. Ma se mi ostacolano in qualcosa, se voglio farmi una sega, me ne sbatto e la faccio.

E più avanti:

Sapete, la perversione sessuale è un problema. Non puoi fermarti se senti il bisogno di fare qualcosa. La gente deve fare quello che deve fare.

In un altro suo famoso sketch il comico elenca quello che è giusto e sensato fare (of course…), riguardo ad esempio al problema delle allergie o della schiavitù, in opposizione a una serie di quei pensieri scuri e ovviamente sbagliati che lo tentano con la loro schiettezza (but maybe…).

Quello che dice è vero nel momento in cui il pubblico lo ascolta e ride con lui, ed è divertente e liberatorio proprio per il fatto che di solito nessuno lo consideri vero e vada avanti come se nulla fosse. Eppure, al tempo stesso, questa verità porta su di sé un velo non meno spesso dell’ipocrisia – morale, politica o religiosa che sia – che è chiamato a smascherare.

Quella che compie l’ironia è una sorta di simulazione, o di “prova generale”, della verità. Se così non fosse le dichiarazioni di Louis C.K. in seguito alle accuse non sarebbero, come sono, del tutto sovrapponibili alle battute dei suoi spettacoli.

In un punto addirittura – dove dice di doversi riconciliare con chi è – vediamo bene il distacco operato dall’ironia, lo scarto generatosi tra i due livelli di realtà.

Quando Louis C.K. afferma everybody dies, l’unica verità davvero indiscutibile, tutti ridono e in fondo non ne sono convinti, né sono lì per convincersene. Ha ragione Saverio Raimondo, per non citare solo stand up comedian americani, quando dice che lui, ai suoi spettacoli, neanche si aspetta che la gente pensi, ma solo che si diverta. L’idea che con l’ironia intelligente “si rida e si pensi” – come dice un luogo comune – gli fa accapponare la pelle.

Quella dell’ironia è, e sarà sempre, una verità diminuita.

Per usare le parole di Teju Cole, l’ironista vede la propria opacità ma la confessa solo in parte, ci scherza su.

Non è un caso che quasi tutti gli ironisti siano dei pessimisti.

Woody Allen, altro comico accusato di molestie e “tradito”, per così dire, attraverso la sua arte, ha sempre dichiarato che per lui la vita è un’esperienza triste, dolorosa, angosciante e senza significato e l’unico modo per essere felici è dirsi delle bugie e ingannarsi.

Dobbiamo insomma immaginare che lo spazio della mente non può esserci interamente opaco. Dobbiamo credere a questa bugia e raccontarci una storia.

Il caso del pastore Johnson

La prima vittima riconosciuta dai giornali della campagna femminista contro Weinstein & co è stato il pastore e deputato repubblicano Dan Johnson.

Il politico del Kentucky era stato accusato di aver molestato una ragazza di 17 anni, una parrocchiana, la notte di capodanno di alcuni anni fa. La notizia era stata poi ripresa di recente visto il fermento in atto sul tema e, in seguito a una conferenza stampa in cui si era dichiarato del tutto innocente, il politico si è suicidato con un colpo di pistola sopra un ponte di Louisville.

Nel post su Facebook che ha scritto prima di togliersi la vita ripete a gran voce la sua innocenza, dicendo che solo Dio conosce la verità e che il paradiso è la sua casa:

Per favore ascoltatemi attentamente. Se mi amate vi chiedo di fare solo tre cose:

1) Non accusate le persone. La colpa non è delle persone ma del Diavolo.

2) Perdonate e amate tutti, specialmente voi stessi.

3) E soprattutto: amate Dio.

Il racconto che fa il deputato per rimanere il punto di taratura della realtà non verte sul fatto che la propria coscienza è pulita, ma che deve esserlo: in un certo senso, sembra dirci, è pulita a prescindere.

Se la molestia sia in effetti avvenuta o meno non ha importanza perché il deputato si è già perdonato a monte. Un gran numero di persone che sostiene il contrario – la notizia che aveva iniziato a circolare lo definiva infatti un “bugiardo”, anche in relazione ad altre sue affermazioni – mette così il suo racconto in una sorta di scacco: ammettere, a questo punto, la propria colpevolezza, vorrebbe dire smettere di credere a tutto quello in cui si è creduto; d’altro canto, non farlo ci catapulta in un mondo altamente inospitale in cui sono gli altri a non credere più alla tua bugia.

Parlando di casi limite, persino il cosiddetto mostro di Firenze si vantava di avere la coscienza perfettamente pulita anche quando le sue dichiarazioni in aula di tribunale lo qualificavano, se non come un serial killer, quantomeno come un maschilista violento:

Io sono un uomo perfetto, come tutti. E ne do le prove.

Frasi del genere mostrano come storpiare la realtà in favore del racconto possa raggiungere parossismi al limite del patologico e non sia solo un meccanismo di difesa verso gli altri, dati i momenti così estremi e fatali, ma soprattutto verso se stessi.

Rispetto al meccanismo ironico di scoperta dell’opacità e sua parziale ammissione, siamo qua alla negazione totale.

Lampshading

Nel clima di generale attenzione al tema, Jonathan McIntosh, col suo progetto Pop Culture Detective, si è divertito in un video a trovare comportamenti descrivibili come “molestia” persino nell’apparentemente innocua sitcom The Big Bang Theory.

In TBBT questo tipo di comportamento è rappresentato da parte dei protagonisti nerd come patetico e quindi, secondo un salto logico non scontato, innocuo. Viene profilata cioè la figura del molestatore adorkable (da dorky + adorable, ovvero goffo + adorabile).

Ne è un esempio Howard Wolowitz, uno dei protagonisti della serie, definito, nel video rintracciabile su YouTube, come the creepy pervert with a heart of gold. In lui funziona quasi sempre il trucco dell’ironic lampshading.

Le battute maschiliste, omofobe o razziste che fa in continuazione vengono subito dopo dichiarate, viene detto cioè che la battuta appena fatta è maschilista, omofoba o razzista così da rendersi superiore rispetto a chi lo fa senza consapevolezza e ammiccando all’intelligenza dello spettatore, che diventa un complice della battuta stessa.

Anziché cercare di evitare il sessismo e i cliché di alcune battute e scriverne di migliori, gli sceneggiatori le rendono deliberatamente evidenti.

I protagonisti della serie sono ossessionati dal sesso e tutto quel che possono fare è creare una distanza da questa scomoda verità. Poiché sono dotati di un’intelligenza sopra la media possono farlo di più e meglio, in modo più sagace e pungente: l’ironia stessa è molto discriminatoria in questo.

Non è un caso forse che il più intelligente di tutti sia anche il più offensivo e venga salvato solo dal contesto e dalle risate di sottofondo:

Sheldon: «Mio padre diceva sempre che una donna è come un sandwich con insalata di uova in una calda giornata texana».

Ragazza: «Cosa?»

Sheldon: «Piena di uova e appetibile solo per poco tempo»

Ma prendiamo un’altra battuta:

“Com’è la donna perfetta? Be’, alta mezzo metro, con gli orecchi grossi, la testa piatta, senza denti e bruttissima. Perché? Be’, di mezzo metro perché ti arrivi esattamente ai fianchi, con gli orecchi grossi per maneggiarla con facilità, con la testa piatta per avere un posto dove appoggiare la birra, senza denti perché non ti faccia male all’uccello e molto brutta perché nessun figlio di puttana te la rubi.”

A parlare questa volta è un poliziotto a una tavola calda nel romanzo 2666 di Roberto Bolaño. Tra i principali assi narrativi di questo romanzo vi è proprio la violenza contro le donne e in particolare la sua conseguenza più drammatica: il femminicidio. Una parte del libro è ambientata al confine tra Stati Uniti e Messico, nella cittadina di Santa Teresa, dove vengono ritrovate centinaia di ragazze uccise senza venire a capo dei colpevoli.

Una battuta così greve all’interno di una sitcom sarebbe difficile da dissimulare anche dichiarandola, ma il video di Pop Culture Detective vuole dimostrare che a monte delle due battute c’è esattamente lo stesso maschilismo.

Ora, rintracciare comportamenti potenzialmente violenti nella sitcom più seguita e amata del mondo può apparire pretestuoso, ma ci si ravvede subito dati alla mano: le denunce di molestie  sessuali a carico di veri creepy pervert nella Silicon Valley sono tantissime.

Quello che più è interessante, nell’economia del nostro discorso, è che il lampshading, nelle serie televisive, consente di non interrompere la sospensione dell’incredulità anche quando questa è, o dovrebbe essere, palesemente minacciata. Per esempio quando un ragazzo istruito e dotato di un’intelligenza sopra la media si comporta come un becero a una tavola calda.

Il termine deriva dal corto di Chaplin “Gli avventurieri” in cui il protagonista a un certo punto deve nascondersi in un salotto e per farlo, nella fretta, si mette un paralume in testa e finge di essere una lampada. Mettersi un paralume in testa ovviamente non fa di Chaplin una lampada, anche se tutti lo scambiano per tale. Allo stesso modo, ammettere di essere maschilisti non ci rende meno maschilisti.

Il caso Jeremy

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Recentemente, il pornodivo Ron Jeremy, soprannominato “uomo baobab” per le sue evidenti qualità, è stato escluso dagli AVN Awards 2018, la più grande convention hard, in seguito alle numerose accuse di molestie rivoltegli da altrettante attrici.

La sua difesa è stata:

In questo tipo di convention, palpeggiare e ostentare comportamenti spinti è normale. Io stesso ne sono spesso oggetto.

Nei suoi film, soprattutto negli ultimi, l’esile trama è tutta una molestia: l’uomo – basso, grasso e peloso per sua stessa ammissione, ormai anziano – possiede come meglio crede una giovane appena maggiorenne.

Al di là della cornice, quello che accade nell’atto non ha nulla che somigli ad un normale rapporto, e il confine fra una penetrazione consenziente e una no appare incredibilmente labile e poroso.

Del resto esiste un genere porno molto popolare, il rough sex, in cui viene simulata una violenza. Un gruppo di attori picchiano e possiedono brutalmente l’attrice in questione.

La violenza, in questo caso, avviene sotto i nostri occhi. Per uscire dall’impasse di giudizio, una volta avvenuto l’orgasmo degli attori – e avvenuto, si presume, anche quello del pubblico – si è resa necessaria una parte ulteriore, in coda al film, in cui l’attrice sorride e scherza mentre si fa la doccia e si rimette in sesto, come a dire che era tutta una messa in scena, seppure il corpo segnato fatichi a mentire. Cosa dobbiamo credere, dunque? Che l’attrice recitasse prima o durante l’epilogo? Che recitasse in tutte e due le parti o in nessuna delle due? Che ne è della sospensione dell’incredulità?

Un altro esempio è l’attrice hard Leigh Raven che ha denunciato regista e attore del film che stava girando per non essersi fermati alle sue richieste di aiuto, previste però dal copione.

Senza andare troppo lontano, sfidiamo a guardare un film del regista italiano Mario Salieri – vedi la serie Band of bastards – senza provare un moto di pietà per le attrici coinvolte.

Evidentemente, quanto accade nei porno rispecchia o cerca di rispecchiare al meglio quanto di opaco c’è nella nostra mente. Quello che fa il porno è creare un contesto all’interno del quale si è liberi e legittimati di compiere cose altrimenti innominabili, alcune delle cose che non diciamo ma che pensiamo in continuazione di Louis C.K. È l’esatto contrario della negazione del senatore Johnson: è la rappresentazione dell’incomprensibile. Guardiamo ad esso come si guarderebbe all’opacità stessa, senza una reale partecipazione cosciente. Al contrario, in coscienza – fuori, per così dire, dall’incantesimo – siamo pronti a negare di aver visto e di averci creduto.

È la riflessione che compie Peter Greenaway nel film “Il bambino di Mâcon”, dove il personaggio del principe diciassettenne, non discernendo più la realtà dalla finzione, suggerisce che la sorella venga stuprata da 208 miliziani. Solo alla fine, solo con la morte di lei, tutti i veli saranno squarciati.

L’umanità del male

Dando credito a Teju Cole, e quanto appare evidente dai casi di molestie che abbiamo elencato, ironizzare sul male che incontriamo o di cui ci rendiamo complici, dichiararlo o negarlo a pie’ pari, sono alcuni dei modi che adottiamo per non far cadere la sospensione dell’incredulità generata dal racconto che facciamo di noi stessi.

Il male, in quest’ottica, è tutto ciò che impedisce il racconto.

Questo vale per le nostre piccole storie – di pastore timorato, di padre esemplare, di stimato scienziato – come per la Storia con la “s” maiuscola, per cui arriviamo a definire Hitler disumano quando evidentemente non lo era. E ci meravigliamo di scoprire che amava le donne e dipingeva, che sbadigliava di noia e nutriva dubbi proprio come tutti noi.

Come poteva essere un criminale di guerra una persona che ogni giorno trovava un fiore da mettersi all’occhiello?, si chiede ancora Bolaño in 2666.

In realtà, il concetto di opacità della mente è antico. Già Eraclito diceva che neppure percorrendo intera la via, potresti mai trovare i confini dell’anima.

Il significato dei due enunciati è lo stesso: nulla in essa è distinguibile o conoscibile.

E se la goffa bipartizione moderna dell’uomo ha ridotto l’anima a mente e ha fatto scomparire del tutto l’idea di spirito (un luogo, questo, proprio della mistica), ecco che la psicologia, in questo scenario, si configura come un ulteriore stratagemma per portare avanti il racconto di sé.

Insomma, niente di nuovo. La nostra vita non è dissimile da quella di un personaggio in una storia e in quanto tale dipende dal pubblico. Noi stessi siamo seduti in prima fila e pretendiamo coerenza dalla trama, mentre auspichiamo di esserne gli eroi. Ma non lo siamo. Per quanto si voglia perseguire il bene non sempre sarà possibile, e il nostro bene non coinciderà sempre con quello degli altri (quasi mai, a dirla tutta).

Purtroppo, la banalità di questa affermazione si scontra con l’arrogante protagonismo della volontà, che, con meccanismi ora impacciati, ora più subdoli e sottili, riesce a spiegare “noi” a noi stessi.

Immaginiamo dunque il produttore Harvey Weinstein, prima re Mida e poi mostro di Hollywood, seduto a un tavolo in mezzo alla stanza inondata di luce. Nella clinica Meadows, in mezzo al deserto dell’Arizona, uno psicologo cerca nelle sue parole il modo di rimettere in piedi il suo racconto e di ricreare la sospensione dell’incredulità nel pubblico che aspetta a bocca aperta.

Cosa succederà dopo? Ci saranno le copertine e la riabilitazione, magari la fede? Oppure il carcere e la disperazione? Ci saranno il suicidio e la mancanza di senso?

Una possibile riabilitazione, alla fine del romanzo Città aperta, pare darsi con la resa equanime all’evidenza (un luogo, questo, proprio dell’arte), con l’accettazione dell’ignoranza fondativa della persona, ed è interessantissimo notare come le forzature della trama dei primi tre quarti di libro, cui facevamo cenno, coincidano con la forzatura del racconto di sé portata avanti fin lì.

In questa scena rivelatrice è come se Julius perdesse la penna della storia e Moji, la ragazza violentata, la raccogliesse:

Hai abusato di me diciotto anni fa perché sapevi che l’avresti passata liscia, e infatti è andata così, a quanto pare. […] E forse oggi non lo rifaresti, ma in fin dei conti neanche allora pensavo che avresti fatto una cosa del genere. Basta che succeda una volta. Ma adesso avresti qualcosa da dire? Hai qualcosa da dire?

E noi, abbiamo qualcosa da dire?


Giovanni Ceccanti (Firenze, 1987) Laureato in Scienze Naturali, ha pubblicato racconti su varie riviste tra cui Colla e Critica Impura e uno sull’antologia “Odi”, ed. Effequ. È tra i fondatori del collettivo “In fuga dalla bocciofila”.