Le cronosfere sono vissuti psichici ed eventi spaziotemporali dinamici, come cerchi concentrici nell’acqua. Sono diverse frequenze dello scorrere dei tempi che ci coinvolgono; se lo spaziotempo è come l’oceano, i cerchi nell’acqua sono le tracce e i diversi tempi che si dipanano e dilatano, miscelandosi e sovrapponendosi in continuazione.


In copertina: M.C. Escher, Sphere Spirals (1958)

di Alessandro Mazzi

«Più ragionevole mi sembra la ruota di certe religioni dell’Indostan; in tale ruota, che non ha principio né fine, ogni vita è effetto dell’anteriore e genera la seguente, ma nessuna determina l’insieme…»
Jorge Luis Borges, L’Aleph.
«Tu insegni che esiste un grande anno del divenire, un anno fuor d’ogni limite grande, il quale, simile ad una clessidra, deve capovolgersi sempre, per poter scorrere ed esaurirsi»
Friedrich Nietzsche, Così Parlò Zarathustra.
«Possiamo tornare a immergerci serenamente nel tempo, nel nostro tempo che è finito, ad assaporare l’intensità chiara di ogni fuggevole e prezioso momento di questo breve cerchio»
Carlo Rovelli, L’ordine del tempo.

Che cosa sono le cronosfere?

La filosofia e la letteratura degli ultimi anni si sono dedicate spesso all’iperbolico e all’inquietante. Nell’opera Iperoggetti (2013) di Timothy Morton, ad esempio, l’autore spiega come tutti gli oggetti con cui abbiamo a che fare siano in realtà a tal punto vasti e complessi da trascendere la nostra normale comprensione. Senza accorgercene, alcuni fenomeni ci inghiottono come balene: l’evoluzione, i buchi neri, il riscaldamento globale – persino lo spaziotempo, che ci circonda come mosche immerse nel miele. Gli iperoggetti sono realtà a cui siamo invischiati e da cui non c’è via di scampo, ci mettono di fronte a un’esperienza dal sapore orientale: le cose sono impermanenti e interrelate, e sebbene la loro impermanenza ci sconvolga, non possiamo fare altro che accoglierla.

Pieter Lastman, Giona e la Balena, 1621.

Per Morton il mondo è qualcosa di spaesante e oscuro, «perché nessuna entità ha un mondo o, per come la mette il filosofo G. Harman, perché “non c’è nessun orizzonte”»; nel miasma frenetico dello spaziotempo non esistono corpi estesi, ma ogni cosa irradia costantemente spazio e tempo, come turbolenze di una corrente. Il soggetto umano è costretto a ritagliarsi una piccola parte nel tutto, se vuole dare significato alla propria esperienza, ma anche allora sarà sempre in perenne interazione con tutti gli altri oggetti, messo di fronte alla contingenza delle cose. Tuttavia è proprio nella possibilità per l’uomo di trovare una propria misura che si trova la capacità di tracciare dei confini.

Steve, Calvert, Oldowl Chronos, 2007.

Nella trilogia Sfere (1998, 1999, 2004), per rimediare al mostruoso e spaesante abisso del mondo, il filosofo tedesco P. Sloterdijk traccia gli spazi psichici umani attraverso l’archetipo della sfera. Essere al mondo per Sloterdijk significa sempre essere in una sfera, cioè «la rotondità dotata di un interno, dischiusa e condivisa» dove gli uomini «pongono in essere mondi circolari e guardano all’esterno, verso l’orizzonte». Si tratta dello spazio vitale che l’uomo produce per immunizzarsi dall’esterno, o come protezione simbolica per lo spazio della nostra interiorità. Dall’utero materno alle proprie abitazioni, fino ai mandala e alle grandi cosmologie del mito e della scienza, attraverso le sfere siamo sempre coinvolti in una co-esistenza imprescindibile dagli altri enti con cui condividiamo lo spazio. Sloterdijk però non tratta la questione del tempo, concentrandosi quasi esclusivamente sulle estensioni spaziali.

Annika von Hausswolff, Attempting to deal with time and space, 1997.

In Minima Temporalia (2005), Marramao sostiene che è possibile parlare del tempo solo attraverso immagini spaziali, criticando le filosofie che concepiscono uno spazio e tempo separati. Riprendendo Baudelaire, Marramao chiede «Come potremmo, infatti, esperire gli eventi della nostra vita se non li collocassimo, non solo nella memoria o nella prospezione del futuro ma anche nel mentre che ci accadono, all’interno di una scena?». Sulla scia di Platone, che nel Timeo definisce il tempo cronologico «immagine mobile dell’eternità», e di Descartes, che nelle sue Meditazioni ricorda come parlare di un’idea sia impossibile senza riferirsi a una sua rappresentazione, Marramao incoraggia l’uso misurato di immagini temporali circolari, tratte dall’esperienza antica del tempo eterno, «La nostra esistenza assomiglia all’arcana legge di quel vortice, di quel moto perpetuo che tiene la trottola ritta sulla punta».  

È per questo che vorrei proporre le cronosfere: si tratta di vissuti psichici ed eventi spaziotemporali dinamici, come cerchi concentrici nell’acqua. Sono diverse frequenze dello scorrere dei tempi che ci coinvolgono. Se lo spaziotempo è come l’oceano, i cerchi nell’acqua sono le tracce e i diversi tempi che si dipanano e dilatano, miscelandosi e sovrapponendosi in continuazione. Siamo sempre in cronosfere, come quando facciamo jogging sulla spiaggia, sintonizzandoci con il nostro orologio ma percependo istanti più lunghi o brevi del cronometro, mentre un uomo seduto sulla riva al nostro fianco contempla il mare come stesse ascoltando l’eternità.

Ron Baxter Smith, Water Rings, 2005.

Dal punto di vista strettamente fisico, le equazioni fondamentali su scale quantistiche, come quella del 1967 a opera di Bryce DeWytt e John Wheeler, non usano la variabile tempo, ma descrivono come cambiano le cose e i fatti del mondo gli uni rispetto agli altri. A scale così piccole, a livello dei quanti, il tempo non c’è. Ma questo non significa che dobbiamo abbandonare il mondo a misura d’uomo. Per Ernst Jünger nel suo Al muro del tempo (1959) «Sembra che allo spirito siano più conformi i sistemi ciclici. Per questo motivo gli orologi che costruiamo sono, generalmente, rotondi, sebbene non sussista nessuna costrizione logica in tal senso». Anche se non siamo sicuri di come emerga il tempo dal vuoto frenetico della meccanica quantistica, ciclo e spirale sono le originarie esperienze psicologiche spaziotemporali dell’uomo. Ancora Jünger riprende, «Esplorare l’uomo nelle sue profondità: questo non significa vedere qualità, significa vedere forme. Esse sole hanno il potere di domare il titanico».

 

 

Il tempo del mito: eternità e immagini cronologiche

«Ho visto l’Eternità l’altra notte,
Come un grande anello di pura e infinita luce,
Tanto placido, quanto risplendeva;
E rotondo al di sotto, Tempo in ore, giorni, anni,
Mossi dalle sfere…»
Henry Vaughan, The World.

Per l’essere umano arcaico essere al mondo voleva dire alzare lo sguardo e vivere il moto ciclico della volta celeste, da cui l’astronomo, “colui che distribuisce gli astri”, traeva la misura del tempo del proprio ambiente, etimologicamente “ciò che ci circonda”. Platone nel Timeo ricorda «Adesso, la visione del giorno e della notte, dei mesi, dei periodi degli anni, degli equinozi e dei solstizi ci ha procurato il numero, la nozione del tempo e l’indagine sulla natura dell’universo».

La testimonianza del cielo più antica è il Disco Celeste di Nebra, manufatto in bronzo e oro ritrovato nella collina di Mittelberg in Germania, considerato la prima icona e calendario del cielo prodotta dall’uomo, risalente all’Età del Bronzo (3300 – 1200 a.C.). Inizialmente il disco raffigurava solo il gruppo di stelle delle sette Pleiadi in alto al centro, le stelle decorative attorno, e i due astri maggiori, considerati da Meller e Schlosser la Luna piena e la Luna crescente, perché l’insieme dei corpi celesti raffigurati occorreva all’epoca poco prima del tramonto nel cielo occidentale tra il 10 Marzo e il 17 Ottobre, periodo ottimale in agricoltura per la semina e il raccolto. Tuttavia l’ipotesi che siano Sole e Luna resta egualmente valida.

Disco Celeste di Nebra, Halle State Museum of Prehistory, 1600 a.C.

Secondo lo studio dell’archeoastronomo Adriano Gaspani, le due bande d’oro laterali (quella di sinistra è andata perduta) aggiunte successivamente sottendono un angolo di 82,7° gradi ciascuna, che misurano quanto la proporzione dei punti di levata e di tramonto del Sole sull’orizzonte alla latitudine della collina, nel periodo tra il solstizio d’inverno e d’estate. Il Disco quindi disegnerebbe con una certa fedeltà la regione circostante, unendo cielo e terra in una perfetta cronosfera locale, fungendo da bussola e calendario solare. L’aggiunta più tarda della barca d’oro in basso attesta però l’espansione della cronosfera: si tratterebbe del mito della barca solare, che trasporta il Sole attraverso le acque sotterranee del mondo infero al di là dell’equatore quando la stella tramonta.

Per De Santillana e von Dechend, nella loro opera monumentale Il mulino di Amleto (1969), il linguaggio simbolico dei miti astronomici dell’antichità, osservati dalle diverse culture del mondo, era originariamente una narrazione del movimento degli astri, l’alternarsi delle stagioni (equinozi e solstizi) e delle età del mondo causati dai movimenti del nostro pianeta. Un linguaggio necessario, dato che per De Santillana l’uomo antico misurava il tempo coi simboli del mito. Due temporalità in particolare hanno segnato il tempo umano: la precessione degli equinozi, un ciclo lunghissimo chiamato per questo Grande Anno, e la ruota zodiacale, che scandiva il tempo misurabile.

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Il tempo della ruota zodiacale viene stabilito guardando ad Est la costellazione in cui giorno per giorno sorge il Sole, cambiando ogni trenta giorni durante l’anno. Seguendo gli studi di Cumont nel suo Lo Zodiaco (1919), sappiamo che i simboli delle costellazioni apparvero gradualmente sui cippi di confine durante l’Età del Bronzo tra i babilonesi, e vennero poi organizzati dai sacerdoti Caldei in dodici costellazioni sulla sfera celeste. Il tempo dello zodiaco era sfumato: indicava un ciclo di morte e rinascita vicino all’eternità, ma offriva anche numerazioni più particolari. Dopo alcune modifiche di natura religiosa e rituale, la ruota zodiacale arrivò anche ai greci e ai romani, scandendo un ciclo cronologico che dava misura all’anno, come nel calendario liturgico di Atene del I secolo d.C., in cui i dodici segni per Cumont indicano le festività e i mesi attici. A Roma, con l’inizio dell’impero, i libri degli inni recavano sopra ogni colonna mensile il segno zodiacale corrispondente, assieme a una divinità tutelare. Lo zodiaco diventa misura del tempo dell’anno, ma ogni momento possiede anche una qualità. Alcuni regnanti facevano incidere su monumenti o monete il loro tema natale, cioè la posizione dei pianeti nei segni al momento della loro nascita, mentre autori come Varrone nelle sue Res rusticae facevano corrispondere lo zodiaco al tempo agricolo.   

Zodiaco circolare di Dendera, Museo del Louvre, 50 a.C.

C’è un altro ciclo che racchiude lo zodiaco, un tempo eterno indicato dai greci col nome di aión. Questo era un ampio periodo di tempo inteso come grandi unità della vita, per esempio l’età di una persona, le generazioni, l’epoca, il secolo, l’età cosmica. Pian piano diventò nella lingua latina il tempo dell’eternità, che si ritrova in parte nella misura della precessione degli equinozi. Andrea Casella riprende nel suo studio la precessione, causata dall’inclinazione di 23°,5 dell’asse terrestre, per cui la Terra oltre a girare su se stessa e attorno al Sole, oscilla come una trottola che sta per fermarsi. Questo crea l’apparenza che nel cielo i pianeti si muovano in senso antiorario (da est a ovest) rispetto alla sfera delle stelle fisse, e che anche la sfera delle stelle si muova “all’indietro” sullo sfondo, rispetto al Sole. Non possiamo notarlo in una vita umana perché è un movimento impercettibile e lunghissimo, che compie un ciclo completo in 25765 anni, prendendo come punto di partenza l’equinozio di primavera. Da lì si calcolava il lungo transito apparente del Sole di circa 2100 anni in una costellazione dello zodiaco. Il movimento retrogrado fa sì che invece di seguire il classico ordine zodiacale di Ariete-Toro-Gemelli, il Sole segua l’ordine inverso Ariete-Pesci-Acquario.

De Santillana e von Dechend si spingono ancora oltre, affermando che «La nostra età (0 a.C. – 2100 d.C.) è segnata dall’avvento di Cristo il Pesce. Virgilio, poco prima dell’Anno del Signore, la salutava con le parole “nasce di nuovo una grande serie di secoli”, che gli procurarono lo strano titolo di profeta del cristianesimo. L’età precedente, quella dell’Ariete (2100 a.C. – 0 d.C.), era stata annunziata da Mosè disceso dal Sinai “con le due corna”, cioè incoronato con le corna dell’Ariete, mentre il suo gregge disubbidiente si ostinava a danzare intorno al “vitello d’oro”, meglio inteso come un “toro d’oro”, il Toro (4200 a.C. – 2100 a.C.)». Figure mitologiche come il bue solare Apis, presente in Egitto fin dal 3000 a.C. come attesta il filosofo latino Eliano, oppure le due corna di Mosè, che pure Michelangelo riprende nella sua famosa statua, sarebbero così raffigurazioni simboliche di queste congiunzioni, che sono poi diventate patrimonio comune della civiltà occidentale. La precessione degli equinozi segnava per gli antichi le grandi età del mondo, e il segno zodiacale di quell’età, coi suoi attributi, diventava man mano un’importante influenza culturale lungo l’arco del suo periodo.  „

Aion-Chronos nella sfera zodiacale, mosaico romano, 200-250 d.C. ca.

Quando Jung nel suo lavoro Aion (1954) riprende le età del mondo, sottolinea proprio l’importanza di questa eredità archetipica per la psiche dell’uomo moderno. Anche se oggi le costellazioni sono leggermente cambiate di posizione rispetto a duemila anni fa, per lo psicanalista, a livello inconscio collettivo, l’umanità continua a comportarsi nel tempo usando a sua insaputa i ritmi zodiacali della precessione. Per Jung i duemila anni appena trascorsi cadono sotto l’Età dei Pesci, un’epoca segnata dal binomio Cristo-Anticristo, e quella in cui stiamo entrando è l’Età dell’Acquario. Nietzsche si riferisce a questo passaggio, lui che si firmava Anticristo nelle sue lettere, quando in Così Parlò Zarathustra (1885), recita «Tu insegni che esiste un grande anno del divenire, un anno fuor d’ogni limite grande, il quale, simile ad una clessidra, deve capovolgersi sempre, per poter scorrere ed esaurirsi». Allo stesso modo per Jünger nel suo Al Muro del Tempo, «l’elemento mitico permane vivo, specialmente là dove ci si imbatte in confini temporali: nel caso di nascita e morte, nelle guerre e catastrofi di ogni sorta». Quando avvengono grandi cataclismi epocali, come le Grandi Guerre del secolo scorso, dietro c’è sempre la presenza di un tempo mitico che si manifesta nella storia. Così l’uomo agisce immerso nella cronosfera del mito.      

 

Cronosfere astronomiche: viaggiare tra i tempi

«È che in fondo tempo e fiume si
assomigliano:
entrambi scorrono
restando
nel punto esatto da cui se ne sono andati»
Angelo Andreotti, A tempo e luogo.  

All’inizio del XX secolo, Einstein cancella la visione di un unico tempo omogeneo e assoluto per tutto l’universo. Nella sua teoria della relatività ristretta, tempo, spazio e materia sono relativi al sistema di riferimento inerziale e alla velocità di movimento, dove il limite massimo è la velocità della luce (299.792.458 metri/s). Si scopre che di fatto la luce è sinonimo di spazio e tempo, se dico 1 secondo sto dicendo 299.792.458 metri. Poiché non esiste più un tempo uguale per tutti, nasce lo spaziotempo a quattro dimensioni di Einstein-Minkowski. In questo modo si prendono come riferimento degli eventi particolari, come puntine su una tela, ognuna con una propria porzione di passato e futuro, più una porzione di universo che non è né passata né futura. Dato che la luce equivale al tempo, Minkowski introdusse i coni luce.

Successione degli eventi lungo la linea del mondo. I punti sono eventi, la linea tratteggiata è la traiettoria dello spaziotempo dell’osservatore al centro. Più la linea è vicina al bordo del cono, più l’osservatore accelera alla velocità della luce.

Il cono luce è uno schema semplificato per darci l’idea del tempo che scorre. Come tante clessidre comunicanti, i granelli di sabbia scorrono dal futuro (il cono in alto) al passato (il cono in basso), ma soltanto alcuni di loro passeranno per una determinata bocca. Tutti gli altri dovranno cadere attraverso altre bocche vicine, quindi non saranno correlati con i granelli caduti nelle altre bocche. Ogni granello è un evento, e nel momento in cui passa per la sua bocca, si realizza nel suo presente. Tutti i granelli che sono passati o passeranno per la bocca formano una serie temporale causale di eventi legati dalla “linea del mondo”, che ne segna l’evoluzione nello spaziotempo.

Il cono luce è un’immagine che ci aiuta a visualizzare il tempo, ma nello spazio va considerata tridimensionalmente. Le sue sezioni circolari sono onde di luce sferiche concentriche (la luce si propaga in tutte le direzioni) che si succedono per irraggiamento creando un ordine temporale. Ogni sfera di luce è la scena di un preciso istante, e la loro successione concentrica disegna la linea temporale e la posizione nello spazio di quel particolare evento, simile ad un rosario di perle.

Propagazione dinamica delle sfere luce.

Ogni corpo vive immerso nel tempo per il semplice fatto che ha massa. Con la teoria della relatività generale, Einstein comprende che la massa di un corpo curva lo spaziotempo attorno a sé, e questa curvatura è il campo gravitazionale. La luce viene curvata e trattenuta se passa vicino a un pianeta, un buco nero o un ammasso di galassie, e quindi lo stesso vale per il tempo. La gravità dilata il tempo. Si tratta della cronosfera graduale di quel corpo celeste, per cui più intensa è la curvatura, più il tempo viene rallentato, finché nel caso dell’orizzonte degli eventi di un corpo iper-massiccio come un buco nero, si ferma rispetto all’esterno.

Successione degli eventi lungo la linea del mondo. I punti sono eventi, la linea tratteggiata è la traiettoria dello spaziotempo dell’osservatore al centro. Più la linea è vicina al bordo del cono, più l’osservatore accelera alla velocità della luce.

Se con un’astronave circumnavigassimo il campo gravitazionale di un buco nero rotante, senza cadere nell’orizzonte degli eventi, un osservatore da fuori ci vedrebbe rallentati, e per noi il tempo scorrerebbe normalmente, anche se staremmo invecchiando di meno. Inoltre, se un campo gravitazionale è più forte di un altro, guadagneremmo tempo rispetto a quest’ultimo. Come ricorda Roberto Trotta, se visitassimo il Sole, guadagneremmo 66 secondi all’anno rispetto alla Terra, e come nel film Interstellar, potremmo in teoria spendere un’ora nel campo gravitazionale di un buco nero e scoprire che sulla Terra sono trascorsi sette anni, anche se in pratica verremmo schiacciati dalla gravità.

Einstein scopre anche che il concetto di tempo presuppone la simultaneità. In Relatività: esposizione divulgativa (1917), posti due orologi identici, il fisico ipotizza «che le loro lancette abbiano simultaneamente le medesime posizioni. In queste condizioni noi intendiamo per “tempo” di un evento la lettura (posizione delle lancette) di quello fra tali orologi che si trova nell’immediata vicinanza (spaziale) dell’evento in esame». La simultaneità non esiste in assoluto, ma solo in riferimento alla nostra posizione nello spazio e velocità di movimento. Facendo l’esempio di un treno che passa di fianco una banchina, Einstein immagina che due fulmini cadano tra la banchina e il treno. In questo caso gli osservatori sulla banchina, essendo fermi, vedranno i due fulmini cadere in simultanea, ma i passeggeri del treno, essendo in movimento, vedranno cadere prima il fulmine più vicino al treno, e poi quello più lontano.

propagazione dinamica delle sfere luce

A causa della simultaneità, per riprendere Morton, «un oggetto regola il tempo degli altri oggetti: la Luna regola il tempo della Terra in un modo, il Sole in un altro. Le stagioni sono il risultato del modo in cui l’orbita della Terra interpreta il Sole. La luce del giorno e della notte regolano il tempo della casa, illuminando alcuni suoi lati e lasciandone in ombra altri». Ma nessuno di questi eventi avviene allo stesso tempo per tutti. La simultaneità è asimmetrica.

Come nei cerchi di Robert Delaunay, la simultaneità riunisce lo svolgersi di ogni temporalità l’una rispetto all’altra, ma è il punto di riferimento dell’osservatore (ogni colore diverso) che determina l’insieme degli eventi che chiamiamo il nostro presente, e questo cambia a seconda della nostra velocità e direzione di movimento. Prendiamo il Paradosso di Andromeda di Roger Penrose che Roberto Paura riporta nel suo articolo sui viaggi del tempo. Due personaggi di Star Trek, il capitano Kirk che si avvicina alla Terra venendo dalla galassia di Andromeda, e il comandante Sulu che sta lasciando la Terra dirigendosi verso la stessa galassia, vivrebbero due presenti diversi mentre si passano accanto nell’orbita terrestre. Poniamo che una flotta nemica debba partire da Andromeda. Per Sulu che sta accelerando verso Andromeda, la partenza della flotta è un evento del passato, è già accaduto. Per Kirk, che sta accelerando in direzione opposta alla galassia, la flotta si trova nel futuro, cioè deve ancora partire. La loro velocità distorce l’ordine con cui gli eventi presenti accadono dal loro punto di vista.

Comportamento dei raggi di luce attorno un buco nero, Newbury Astronomical Society.

Per questo Carlo Rovelli, fisico teorico della teoria dei loop, spiega nel suo L’ordine del tempo (2017) che “adesso” non significa nulla. Se ogni evento è racchiuso nella propria sfera spaziotemporale, allora quello che chiamiamo presente non è un istante valido per tutto l’universo, ma una situazione particolare alla nostra esperienza. Rovelli fa l’esempio di due persone su due pianeti diversi. Non ha senso chiedersi se c’è un momento presente tra il me sulla Terra e una persona su Proxima b a quattro anni luce di distanza da me, perché la luce impiegherebbe quattro anni ad arrivare sulla Terra per farmi vedere cosa sta facendo l’altro.

Il presente è limitato dalla luce. Riprendendo un’immagine sferica, per Rovelli il presente «È come una bolla vicino a noi. Quanto è estesa questa bolla? Dipende dalla precisione con cui determiniamo il tempo. Se è di nanosecondi, il presente è definito solo per pochi metri, se è di millisecondi, il presente è definito per chilometri». I nostri occhi guardano sempre nel passato. Più che guardare il mondo per quello che è, tutto è un immenso specchio che riflette come le cose erano appena prima che la luce arrivasse ai nostri occhi. La cronosfera che ci circonda filtra il tempo per noi.

Cody William Smith, A moment’s reflection, 2014.

Questo vale anche per la nostra osservazione dell’universo. Più in fondo guardiamo il cielo notturno, più guardiamo nel passato. L’universo si sta espandendo, e come Hubble confermò nel 1929, più le galassie sono lontane da noi, più velocemente si allontanano, con una velocità proporzionale alla loro distanza, uguale per qualsiasi punto nell’universo in cui ci troviamo. Questo allontanamento è causato dal fatto che l’universo genera nuovo spazio a una velocità superiore a quella della luce, perciò non siamo noi o quelle galassie a muoverci, ma è lo spazio tra di noi che si espande, come se fossimo su un palloncino. La nostra regione di spazio in espansione che si muove esattamente alla velocità della luce viene chiamata sfera di Hubble, la nostra cronosfera locale con un raggio di circa 14,7 miliardi di anni luce. L’interno della sfera contiene tutte le galassie che si stanno muovendo da noi più lentamente della luce, possono essere osservate direttamente, e se viaggiassimo a velocità superluminali potremmo raggiungerle. Ciò che è oltre la sfera si muove più velocemente della luce e fuori dalla nostra portata.  

Anche se l’età dell’universo dalla sua origine è di 13,8 miliardi di anni luce, possiamo vedere galassie a 14,7 miliardi di anni luce perché lo spaziotempo stesso si è esteso nel frattempo. Inoltre la luce che osserviamo di queste galassie non è la luce che stanno emettendo ora, ma di quando erano più vicine, perciò l’universo osservabile è più grande della sua età. Il suo raggio è di circa 45,7 miliardi di anni luce, per un totale di 92 miliardi di anni luce in diametro. A causa dell’espansione dello spazio, anche la luce delle galassie più lontane sarà rallentata, così il loro spettro si sposta verso il rosso. Riprendendo Ian Stewart nel suo Il calcolo del cosmo (2016) «Tanto più lontana è una galassia, tanto più tempo è occorso alla sua luce per arrivare fino a noi. Il suo spostamento verso il rosso ora indica la sua velocità di allora». Possiamo vedere le galassie oltre la cronosfera di Hubble man mano che la loro luce è entrata nella nostra sfera.

Ethan Siegel, Sfera di Hubble (in viola) e sfera dell’universo osservabile (in giallo), basato sul lavoro degli utenti Azcolvin 492 e Frédéric Michel, Wikimedia Commons.

L’artista e musicista Pablos Carlos Budassi ha racchiuso la nostra intera esperienza cronosferica nella sua famosa mappa dell’universo, sentendo che le mappe già esistenti fossero poco eleganti. Raggruppando le immagini raccolte dal team di ricerca astronomica dell’università di Princeton assieme a immagini scattate dai telescopi e sonde della NASA, ha creato una mappa circolare che racchiude tutto l’universo osservabile dalla Terra. Dal centro del nostro pianeta, le distanze crescono esponenzialmente fino alla radiazione cosmica di fondo, un’immensa sfera di luce infrarossa, rimanenza del Big Bang. Tutto l’universo che possiamo esperire è qui, la nostra gabbia temporale.

Pablo Carlos Budassi, Mappa logaritmica dell’universo, 2016.

Harold G. White, Distorsione della bolla spaziotemporale per mezzo del warp drive.

Il 68% dell’universo è fatto di energia oscura, qualcosa che ancora non sappiamo cosa sia, ma che sta accelerando l’espansione dell’universo. L’energia oscura rende il 97% delle galassie nel nostro universo osservabile irraggiungibili, ben al di là della cronosfera di Hubble. Con un qualunque mezzo di propulsione non potremmo mai raggiungerlo. Una soluzione in teoria sarebbe generare la nostra cronosfera, agendo sul tessuto stesso della realtà. Il fisico messicano Miguel Alcubierre ha postulato un motore a curvatura o warp drive. Il warp drive aggira il problema di muoversi nello spaziotempo, creando una “bolla di curvatura” attorno l’astronave, una cronosfera locale su cui far scivolare lo spaziotempo. Invece di muoverci nello spaziotempo, facciamo muovere lo spaziotempo attorno a noi, contraendolo di fronte alla nostra bolla ed espandendolo dietro, come in una pompa. Purtroppo al momento il motore a curvatura è al di fuori della nostra portata, ma offre comunque un importante stimolo per la ricerca. Per muoversi nel tempo, bisogna padroneggiare il tempo.

Si ringrazia Daniele Gambetta per le consultazioni matematiche.


Alessandro Mazzi (1990) è laureando magistrale di filosofia all’Università di Urbino. Filosofo e poeta, pubblica poesie online con La Tigre di Carta e tiene conferenze di filosofie comparate. Collabora con diverse testate online.