Siamo stati ad Artefiera e ci abbiamo trovato molta nostalgia, insieme a un quadro stupendo.


di Enrico Pitzianti

Non che avessi molti dubbi, arrivo ad Artefiera giovedì sera e subito sento dire che: “non è più quella di una volta”. E ti pareva. A Bologna l’università non è più quella di una volta, il punk non è più quello di una volta, la politica non è più quella di una volta, nemmeno i tortellini sono più quelli di una volta… La golden era felsinea è lì tra gli anni ottanta e novanta, una sorta di “sogno bolognese” che più si allontana nel passato più sembra difficile da resuscitare. In fiera la prima cosa che si sente, insieme al caldo dei condizionatori, è questa nostalgia del modello emiliano, delle “cose che vanno come devono andare”, come se tutti fossero davvero convinti che la “regione laboratorio” sia stata davvero una specie di perfezione culturale.

Artefiera è un ingrediente essenziale del gotha nostalgico di Bologna: sia nel pessimismo malinconico che nei discorsi ottimisti, se ne sta lì, nel piccolo olimpo emiliano, insieme al Motor Show e la politica fatta per bene. Alla città “dotta, grassa e rossa” forse andrebbe aggiunto “nostalgica”.

La seconda cosa che si vede ad Artefiera (e non poteva che essere così) è la sfilata delle estetiche stereotipiche. Un battutista brillante ha scritto che solo chi non sa nulla di statistica chiama la correlazione ‘stereotipo’. E se c’è un posto in cui è vero è qui negli stand delle gallerie d’arte. Le signore biondo paglia e le pellicce umili, lo stand Porsche all’ingresso, le stempiature riparate à la Diego Della Valle, persino i cani piccoli, quelli da Pomeriggio Cinque, e i foulard, i calzini colorati per ‘sdrammatizzare’ e tutte quelle mosse estetiche che gridano disperatamente alta borghesia, talvolta troppo disperatamente per non insinuare il dubbio che si tratti del velo aspirazionale dietro cui si camuffa la decadenza.

Poi c’è l’arte. Soprattutto quella delle certezze italiane del novecento: gli Schifano giganti, gli strappi di Fontana (molti), ma anche una stampa su metallo firmata da Cattelan. La selezione delude un po’ chi si aspetta un’abbondanza di sperimentazione (perché se una fiera la si riempie solo di pezzi storicizzati finisce per somigliare a un museo). Altrove, come a Basilea e a Miami, di sperimentazione ne si trova di più, sono contesti diversi, certo, posti dove il mercato corre più veloce e i nuovi nomi c’è qualcuno che li compra per davvero.

I padiglioni di Artefiera sono due, il 25 e il 26, e sono divisi da un cortile lungo e stretto, piastrellato di bianco e intervallato da alberi un po’ smunti. La serata però è animata, i gruppetti contano qualche cantautore, giovani artisti, anche alcuni politici, come il sindaco di Bologna che passeggia con lo sguardo grave e un tizio che gli parla in continuazione.

Quando entro nel primo padiglione passeggio lungo il corridoio esterno e lì spicca un’opera che si specchia in una piccola pista di pattinaggio sul ghiaccio, ci sono persino i pattini, anche se nessuno li mette ai piedi. Penso a un bell’omaggio a Bruegel, ma forse è più probabile sia un qualche richiamo alla performatività.

Una delle cose che più mi è piaciuta della fiera è un dipinto enorme di Alex Katz, un paesaggio grigio-blu dove il cielo e il mare hanno le stesse tonalità, non dice niente, ma lo sguardo ci si immerge subito. Ho fatto un paio di foto, chiunque ci passasse davanti sembrava diventare parte del quadro.

Katz è un americano di origini russe, ha novant’anni e nonostante l’età è acclamato come il gigante mondiale della pittura figurativa. Normalmente le sue figure sono ritratti, questo suo paesaggio però – “Fog” è il titolo – è capace di bucare la quarta parete. Sono rimasto un paio minuti a vedere il quadro pensando che lì in mezzo allo stand della galleria ci sarebbe voluto uno di quei divanetti che solitamente stanno nei musei, che ti ci siedi davanti e ti assopisci, ti incanti e aggiungi con l’immaginazione figure che non ci sono.

Un’altra opera, anche questa grande, rivaleggiava con Katz per bellezza e impatto visivo: un olio raffigurante una statua grigia dipinta su sfondo rosso di Rudy Cremonini. I suoi grigi mescolati dalle pennellate umide sono l’antitesi dell’asciuttezza pastello del dipinto di Katz, ma andrebbero affiancati per l’impatto su chi osserva e la decisione con cui si marca il soggetto.

Di cose belle ne trovo molte altre mentre passeggio: una serie di stupende calcografie astratte di Giorgia Severi, dei pattern così rigidi e articolati nelle linee che paiono lastre di marmo pregiato, poi uno stand milanese tappezzato da un reticolo di linee “scribble” dai colori fluo che potrebbero essere una buona scenografia per qualche scena della nuova stagione di Stranger Things, e anche questi tre pezzi floreali su sfondo grigio.

Nonostante alcune eccellenze e una manciata di opere stupende, tra gli scontenti circola un’idea: Artefiera potrebbe abbandonare il contemporaneo e dedicarsi esclusivamente al moderno. Sarebbe un modo per cavalcare un trend modernista ormai inevitabile – e rispondere, dopo quasi dieci anni, al boicottaggio architettato da un gruppo di gallerie milanesi, evento da cui partì proprio l’allontanamento tra Bologna e il contemporaneo.

All’uscita, dove tutti passano di fretta, trovo lo stand di una libreria d’arte perugina, ci sono i volumi di Nieves, persino i libri di un gigante della sperimentazione come Beni Bischof e altre edizioni (anche rare) esposte in modo curatissimo. Non mi fermo a fare domande, do uno sguardo e vado via. Ma quello stand di libri d’arte mi fa pensare che Bologna, anziché abbandonare il contemporaneo, potrebbe mettere insieme la fiera delle opere con l’editoria dell’arte, magari dando spazio a realtà già affermate (e che danno grandi soddisfazioni se si tratta di sperimentazione) come Fruit e altri eventi che spaziano dall’arte contemporanea al fumetto d’autore. Basterebbe dedicare un padiglione apposta, e ammettere che un libro di Bischof dovrebbe stare dentro la fiera, e non fuori.


Enrico Pitzianti, Cagliari 1988, si occupa di estetica e arte. È parte della redazione de L’Indiscreto. Collabora con Il Foglio, Esquire Italia e cheFare.
In copertina: Massimo Giannoni, Libreria (2009) – courtesy Pananti
Immagini dallo stand della Galleria Mazzoli, Modena